Gianfranco Garofalo
“A volte mi sento davvero triste, temo di non esser fatto per il presente”. (Brian Wilson)
Puntata numero centocinquantuno.
Due sono le frasi che ho letto recentemente che mi hanno spinto a raccontare questa storia.
La prima è stata pronunciata da Brian Wilson, il leader dei Beach Boys, uno dei gruppi più importanti degli anni 60:
“Voglio realizzare il più grande album rock di tutti i tempi“.
La seconda è la risposta di George martin, il mitico quinto “beatle”:
“Sgt. Pepper’s fu un tentativo di eguagliare Pet Sounds“.
Quella di oggi è anche la storia di una rivalità. Una rivalità, con risvolti positivi, tra due dei gruppi più importanti degli anni 60, e non solo. Il primo, famosissimo in tutto il mondo al punto da essere considerato come la band di riferimento nella storia della musica pop-rock, e sto parlando dei Beatles.

L’altro altrettanto famoso, ma probabilmente più popolare negli States piuttosto che in Europa. È una band che forse non ha mai goduto della giusta considerazione, da un punto di vista artistico, per quanto ha prodotto in carriera e, soprattutto per uno degli album che ha pubblicato. Sto parlando dei Beach Boys che scalavano le classifiche americane negli anni 60, avendo al proprio attivo numerose canzoni di successo.

All’inizio di quel decennio i Beatles erano ancora relativamente poco conosciuti, al di là dell’oceano. Ma il dominio incontrastato dei Beach Boys cominciò a essere messo in discussione proprio dai quattro di Liverpool verso la metà degli anni 60, anche in virtù del successo delle loro tournée americane.

Nel 1965 i quattro di Liverpool pubblicarono “Rubber Soul”, una pietra miliare della storia del rock. Brian Wilson, che era il genio creativo dei Beach Boys rimase conquistato da questo disco e decise, di conseguenza, di innalzare il livello della propria produzione, quasi lanciando una sfida ai Beatles. Il risultato fu un album che, come ho detto all’inizio, avrebbe dovuto essere il più grande di tutti i tempi. Sto parlando di “Pet Sounds”, ovviamente.

Quando i Beatles ascoltarono “Pet Sounds” ne furono a loro volta colpiti e ammirati. Questo servì loro da stimolo per arrivare a produrre quello che molti ritengono essere il loro capolavoro, e cioè “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”.

“Pet Sounds” ha avuto una gestazione abbastanza particolare. Fino a quel punto i Beach Boys erano famosi per delle canzoni molto semplici, orecchiabili, tipicamente americane o, meglio, tipicamente californiane. Erano brani che rivolgendosi agli adolescenti ai quali parlavano di sole, di spiagge e di surf, soprattutto, garantirono al gruppo un successo clamoroso. Uno di primi brani di questo tipo fu “Surfin”, registrato quando ancora erano cinque ragazzini. Oltre a Brian Wilson il leader, c’erano i suoi fratelli, Denis e Carl, il cugino Mike Love e Al Jardine.

Al primo successo ne seguirono altri, sempre ispirati a quel mondo, tra i quali “Surfin’ Safari” e una canzone che, secondo me, molti di voi conoscono bene, intitolata “Surfin’ USA che suona così.
Al di la della loro semplicità queste canzoni presentavano una delle caratteristiche che hanno sempre contraddistinto il gruppo, e cioè le complesse armonizzazioni vocali che Brian Wilson era solito comporre. Lui infatti considerava le voci come veri e propri strumenti musicali a sua disposizione per creare una tavolozza sonora originale.
Queste canzoni, a differenza di quelle dei primi rocker che cominciavano ad affermarsi agli inizi degli anni 60 erano, come avete potuto notare, abbastanza ingenue. Dipingevano un mondo e una realtà che stavano cominciando a cambiare inesorabilmente, anche in seguito a particolari accadimenti.

L’assassinio di J.F.Kennedy e lo scoppio della guerra in Vietnam segnarono la fine dell’epoca della spensieratezza e delle estati “rock’n’roll”.
Quel periodo, che segna anche un ideale passaggio tra l’adolescenza e l’età matura, è stato magistralmente rappresentato, tra l’altro, in uno dei capolavori della cinematografia mondiale. Sto parlando di un film di George Lucas, “American Graffiti”, che vi invito a guardare, o a rivedere se già lo conoscete. Il film finisce proprio con una canzone dei Beach Boys dalla quale traspare una vena nostalgica per quegli anni che stavano inesorabilmente svanendo.

Verso la metà degli anni 60 Brian Wilson cominciò a mostrare insofferenza verso una vita fatta di tournée e di canzoni quasi imposte dalla casa discografica. Dopo aver ascoltato “Rubber Soul” decise di cambiare rotta.
Lasciò andare in tournée il gruppo senza di lui e si rinchiuse in casa e in studio per lavorare alla composizione di nuovi brani. Il risultato fu uno degli album più importanti della storia del rock, uscito nel 1966, “Pet Sounds”. Con questo disco la musica pop fece un balzo in avanti di molti anni.
È un lavoro che, anche ascoltato oggi, al netto di qualche ingenuità nella registrazione, dovuta ad una tecnologia non certamente paragonabile a quella odierna, suona ancora molto attuale.

Questo è dovuto anche alla scelta di utilizzare strumenti musicali del tutto inusuali per il pop di allora. Molti sono acustici e vengono usati prevalentemente nella musica cosiddetta “classica”. Nei vari brani si possono ascoltare flauto, violino, clarinetto, clavicembalo. Sono presenti anche la fisarmonica e la marimba oltre a numerosi strumenti a percussione, alcuni dei quali decisamente poco ortodossi come lattine e bottiglie. In una delle canzoni è presente anche, per la prima volta in un album pop, probabilmente, uno strumento elettronico inventato nei primi anni del 900, il “Theremin”.

Tutto questo dimostra la grande attenzione che Brian Wilson ebbe per le sonorità di un album del quale fu, in pratica, pienamente responsabile, Fu infatti l’ideatore, il compositore, l’arrangiatore e anche l’esecutore principale. I restanti membri del gruppo vennero utilizzati quasi solamente per l’esecuzione delle armonizzazioni vocali. Tutto il resto venne eseguito da lui con l’aiuto di molti ”session men” che suonavano gli strumenti poco usuali per la musica pop.
In pratica questo album si può definire più che dei Beach Boys, un suo progetto solista.
Come spesso accade di fronte a progetti innovativi l’accoglienza, all’inizio, fu abbastanza tiepida. Sia i fan che la casa discografica furono perplessi e spaesati di fronte ad un mutamento di rotta così evidente dei propri beniamini, che non producevano più canzoni spensierate ma composizioni molto più articolate. Questo si tradusse, almeno all’inizio in America, in un’accoglienza tiepida con un calo negli abituali numeri di vendita.
In Europa invece, anche sulla spinta del successo di gruppi come i Beatles, appunto, che a volte erano abbastanza sperimentali, “Pet Sounds” fu da subito un grande successo.

A questo punto vorrei fare una considerazione personale.
Tempo fa mi fu chiesto da uno di voi quali fossero le caratteristiche che rendono le canzoni interessanti sempre, ovviamente, dal mio punto di vista. Io risposi che quello che più mi intriga in una canzone e che mi offra delle soluzioni inaspettate, non usuali.
Ebbene molte canzoni di “Pet Sounds” rispondono a questo requisito. Si sviluppano spesso in modo diverso da quello che prevede la logica compositiva di una canzone.
Ciò è particolarmente evidente nel brano di cui parlerò più dettagliatamente, “God Only Knows”.
Oltre a questo Pet Sounds è anche uno dei primi “concept album” della musica pop.
Racconta di un processo di maturazione, accompagnando il passaggio tra l’adolescenza e l’età matura di un ideale protagonista. Il mutamento è incastonato tra la prima e l’ultima canzone dell’album.
Si comincia infatti con un brano famosissimo come “ Wouldn’t It Be Nice” (Non sarebbe bello) che racconta del desiderio del protagonista di crescere e diventare adulto per potersi sposare.
“Wouldn’t i be nice if we were older”, non sarebbe bello essere più grandi (letteralmente vecchi).
E si finisce con l’ultimo brano “Caroline, no” che parla del rimpianto per la perdita della giovinezza e dell’innocenza con le prime delusioni d’amore e la disillusione nei confronti della vita.

Molte canzoni di questo album, tredici in tutto per 36 minuti di durata, raccontano appunto questo percorso di crescita fino all’età adulta.
La canzone di apertura, come dicevo è molto famosa. È stata utilizzata anche in alcuni film. Uno, in particolare del 2004, “50 volte il primo bacio”, in originale “50 first dates”, con Adam Sandler e Drew Barrymore. Si tratta di una canzone con un andamento spensierato che immagino molti di voi conoscano. Nel file audio sottolineo una delle prime soluzioni inaspettate dell’album, un po’ diversa da quello che ci si aspetterebbe.
Dall’ascolto di questa canzone risulta abbastanza evidente come la cura delle armonizzazioni vocali sia sempre stata una delle caratteristiche che hanno reso famosi i Beach Boys.
“Pet Sounds” pur avendo avuto un’accoglienza tiepida all’inizio è successivamente divenuto una pietra miliare universalmente riconosciuta della musica pop-rock. Lo dimostrano anche le classifiche stilate dalle varie riviste specializzate riguardanti gli album più importanti della musica, dove l’album figura sempre almeno nei primi dieci posti.
La seconda traccia del disco si intitola “You Still Believe In Me”. È una canzone intrigante già dalla sonorità iniziale che la fa sembrare una morbida cantilena. L’atmosfera generale ricorda quella di un carillon ed è stata ottenuta da Brian Wilson e dal paroliere dell’album, Tony Asher, pizzicando direttamente le corde di un pianoforte.
La canzone si sviluppa, ad un erto punto, in modo inaspettato e ve lo farò notare durante la traccia audio.
Sono canzoni veramente piene di sorprese. Anche in un brano che in pratica è una ballata romantica “Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder)”, che presenta una melodia molto lirica, ci sono soluzioni interessanti.
Ma, secondo me, l’apice di tutto l’album è rappresentato dalla canzone “God Only Knows”.
Immagino che molti di voi l’abbiamo già ascoltata perché fa parte della colonna sonora di un film che solitamente viene riproposto nel periodo natalizio. È presente infatti nell’ultima scena di “Love Actually” del 2003, con protagonisti, tra gli altri, Hugh Grant e Emma Thompson.

È una canzone geniale perché pur essendo molto complessa musicalmente si rivela facile all’ascolto e questa è, concedetemi l’azzardo, una prerogativa delle opere d’arte. È gradevole, sembra leggera ma, se provate a cantarla, vi renderete conto di quanto sia complessa. La linea melodica, ad esempio, è del tutto inusuale per la musica pop.
Anche la sequenza degli accordi è particolare. Ci sono soluzioni molto originali che risaltano anche perché il ritmo col quale vengono eseguite è, per converso, facile e lineare. La pulsazione infatti è tipica della musica leggera anni 60, con gli accordi che vengono ribattuti ad ogni movimento.
Vi faccio sentire solo gli accordi della strofa suonati col pianoforte più lentamente rispetto alla canzone facendovene notare soprattutto due che raramente potete trovare in un brano di musica leggera
Su questa successione di accordi Brian Wilson ha composto una melodia che, come detto, sembra facile ma, in realtà, non lo è assolutamente.
La parte vocale principale è affidata al fratello più giovane, Carl, che, con la sua voce angelica, ha eseguito la miglior performance di tutta la sua carriera.
È una canzone che ti prende e, quasi con un sorriso, ti porta musicalmente in giro, facendoti fare un percorso, spesso contorto, prima di riportarti a casa.
All’inizio c’è subito una frase suonata dai corni francesi, prelude all’entrata della voce che esegue la melodia ce vi ho appena suonato col pianoforte.
Oltra alla melodia così articolata sono presenti anche intermezzi strumentali originali e di tutto rispetto. Questo fa sembrare il brano quasi una “composizione” in miniatura perché, pur essendo molto breve, è ricco di soluzioni che lo rendono qualcosa di più di una semplice canzone.
Anche uno che di musica se ne intende ha notato queste particolarità definendola “La più bella canzone d’amore che sia mai stata scritta”. La frase è di Paul McCartney, e se lo dice lui……
Ascoltate, ad esempio, il passaggio tra la prima e la seconda strofa, con un intermezzo strumentale cortissimo che ne richiama un altro, quasi uguale, uguale presente già nell’introduzione.
Dopo la seconda strofa arriva qualcosa di sorprendente. Ci si aspetterebbe, infatti, il tipico ritornello, ma Brian Wilson offre una soluzione del tutto originale. Inserisce infatti un intermezzo strumentale che crea quasi un attimo di disorientamento nell’ascoltatore, visto il modo col quale è costruito. Questa parte serve anche a introdurre la riproposizione della melodia finale delle strofe, però tutta più acuta. Tecnicamente è una “quarta” sopra, cioè tutta spostata verso l’alto di quattro note, diciamo così per semplificare. In questa sezione le voci contrappuntano tra di loro quasi rincorrendosi, ed è un momento topico.
A questo punto c’è un’altra soluzione geniale.
Forse è la meno evidente all’ascolto ma, vi assicuro, che dal punto di vista della costruzione musicale è, probabilmente, la cosa più interessante. Alla fine di questa parte strumentale la melodia riparte tutta più acuta rispetto all’inizio, quindi in una nuova tonalità. Brian Wilson senza ricorrere ai consueti percorsi per riportarla nella tonalità originale, utilizza solamente un accordo che è comune tra le due tonalità e il passaggio è così molto morbido e appena percettibile. Mi scuso se la spiegazione è un po’ tecnica ma quello che conta, come sempre, è il risultato all’orecchio che è veramente soddisfacente. In pratica la melodia ritorna a “casa” senza sforzo alcuno. Veramente geniale.
Scusatemi ma vi faccio riascoltare questo punto, senza il mio parlato, in modo che vi possiate rendere conto della bellezza di questa che, tecnicamente, si definisce “modulazione”, cioè il passaggio tra una tonalità e l’altra.
A questo punto c’è la coda finale introdotta da un momento dove ci sono strane percussioni. Le voci si rincorrono quasi a canone e il brano scivola verso la fine dolcemente e in modo soddisfacente, emotivamente parlando.
È una canzone che, come detto, parla linguaggi diversi a seconda della sensibilità dell’ascoltatore. È orecchiabile e gradevole ma, scavando un po’, si trovano soluzioni tecniche e complessità che la rendono appetibile anche ad un ascolto diciamo più tecnico.
A chiudere questo album troviamo un brano che all’inizio si doveva intitolare “Carol I Know” (Carol lo so). Il titolo venne poi cambiato in “Caroline, no”, che foneticamente ha, più o meno, lo stesso suono. Questo perché, secondo gli autori, rendeva meglio l’idea della perdita dell’innocenza e dell’ingresso nell’età adulta.
“Chi ti ha portato via quell’aspetto?
mi ricordo il modo in cui mi dicevi
che non saresti mai cambiata, ma non è vero.
Caroline tu mi hai spezzato il cuore.
Voglio andar via e piangere,
è così triste veder morire qualcosa di dolce.
Perché, Caroline?”
Potrò mai più ritrovare in te
tutto ciò che faceva sì che ti amassi così tanto allora?
Potremo mai recuperare queste cose,una volta che sono andate via?
Oh, Caroline, no.”
.
