Suono timido azzurro chiaro

Valeria Salomone

“Noi siamo un tutt’uno, ma non siamo uguali. Dobbiamo sostenerci l’un l’altro”.

Puntata numero centoventinove

“Nel momento in cui la stavamo registrando, ho avuto una sensazione molto forte della sua potenza. Stavamo suonando tutti insieme nella grande sala di registrazione, un’enorme, inquietante sala da ballo piena di fantasmi della guerra, e tutto andò al suo posto. È stato un momento rassicurante, quando tutti alla fine hanno detto: ‘Oh fantastico, questo album è iniziato’. È il motivo per cui sei in una band, quando lo spirito scende su di te e crei qualcosa di veramente coinvolgente. ‘One’ è un pezzo incredibilmente commovente. Colpisce dritto al cuore”.

(David Howell Evans, meglio conosciuto come “The Edge”, chitarrista del gruppo irlandese U2).

Gli “U2” rappresentano un fenomeno veramente particolare all’interno del panorama della musica rock degli ultimi decenni, per svariati motivi.

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Nascono, come gruppo, nel 1979 e sono tutt’ora in attività dopo più di quarant’anni. Ma la cosa veramente notevole è che non hanno mai cambiato formazione durante tutto questo tempo.

La band è costituita da:

  • Paul David Hewson, conosciuto come Bono Vox, cantante
  • David Howell Evans,  “The Edge”, chitarra
  • Adam Clayton, basso elettrico
  • Larry Mullen J., batteria

Altra loro peculiarità è quella di essere più importanti come artisti che come musicisti.

Mi spiego meglio. Nessuno di loro può essere definito un virtuoso del proprio strumento. Forse l’unico tecnicamente sopra la media è Bono Vox, che ha avuto in dono un timbro vocale tra i più belli ed interessanti di tutto il panorama musicale. Ma, ad esempio, “The Edge” non si può considerare un virtuoso della chitarra. Però è un musicista estremamente intelligente che si è creato un proprio suono e un modo personale di approcciare lo strumento. Ha saputo sfruttare al massimo le proprie qualità diventando la “voce” importante, dal punto di vista sonoro, del gruppo. In pratica il sound della sua chitarra è diventato la cifra stilistica degli U2.

Per quello che riguarda la sezione ritmica diciamo che sia Adam Clayton, che Larry Mullen J. sono due bravi musicisti, solidi e affiatati, ma certamente non sono particolarmente geniali da un punto di vista strumentale.

Per questi motivi gli U2 sono più artisti che strumentisti in senso stretto. Hanno infatti saputo creare canzoni molto interessanti che hanno caratterizzato gli anni 80, 90 e oltre, entrando nell’immaginario collettivo, al di la delle loro effettive capacità strumentali. Se mi perdonate il paragone, abbastanza azzardato, in questo senso assomigliano un po’ ai Beatles. Anche i quattro di Liverpool, sono stati importanti più per le loro qualità artistiche  che per quelle strumentali.

Altro elemento che li caratterizza è il forte coinvolgimento politico, nel senso migliore del termine, spesso presente nei testi delle loro canzoni. Numerosi sono infatti i riferimenti ai diritti civili e sociali e la vicinanza alle lotte dei popoli oppressi. Un impegno dapprima riferito al proprio paese e al popolo irlandese che si è esteso successivamente a molte delle situazioni mondiali caratterizzate da oppressione e negazione dei diritti. Anche le problematiche riguardanti l’ambiente hanno spesso trovato spazio nelle liriche del gruppo.

Per perorare queste cause sono frequentemente entrati in contatto anche con i potenti della terra. Una volta raggiunta la fama internazionale, negli anni 90, spesso capitava che Bono, durante i concerti, telefonasse dal palco a qualche autorità politica cercando di coinvolgerla e sensibilizzarla verso le istanze che loro portavano avanti.

Questo riporta alla mente quell’immagine famosa di Bob Marley che, durante la campagna elettorale per un’importante elezione i Giamaica, invitò i due rappresentati delle fazioni politiche contrastanti e in lotta tra loro a salire sul palco, durante un concerto, per stringersi la mano davanti a lui.

Bob Marley

La carriera degli U2, soprattutto per quanto riguarda gli anni 80 e i primi 90 è stata un crescendo che potremmo definire ”rossiniano”.

Già un anno dopo la loro costituzione, nel 1980 hanno inciso il primo disco, intitolato “Boy” per un’importante etichetta discografica, la “Island Records” .

Successivamente nel 1983 con “War”, il loro terzo album, arrivano ad un successo planetario vendendo 11 milioni di copie. Si tratta di un disco rock contenente alcune canzoni diventate iconiche, che fanno tutt’ora parte del repertorio delle loro esibizioni dal vivo. Due brani spiccano sugli altri “Sunday Bloody Sunday” e “New Year’s Day”.

“Sunday Bloody Sunday” fa riferimento ad un gravissimo episodio  di violenza accaduto  in Irlanda domenica 30 gennaio 1972 quando la polizia britannica, per reprimere una manifestazione, sparò, uccidendoli, molti irlandesi.

Domenica 30 gennaio 1972

Il testo è estremamente crudo e diretto:

“Non posso credere alle notizie oggi.
Non riesco a chiudere gli occhi
E farlo andare via.
Per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone?
Per quanto tempo?
Perché stanotte possiamo essere una cosa sola, stanotte.

Bottiglie rotte sotto piedi di bambini.

Corpi sparsi attraverso la strada della morte.
Ma non darò retta alla voce della battaglia,
Mi mette con le spalle al muro.
Mi mette con le spalle al muro.

Domenica, maledetta domenica.”

La canzone, come molte delle loro, è abbastanza semplice ma estremamente efficace. Si basa su un pattern (frase) di batteria molto marziale, quasi da parata militare, che enfatizza l’ambiente descritto dal testo. La struttura armonica è costituita da un arpeggio di chitarra di quattro note, su un giro di pochi accordi, che continua a ripetersi.

Il tutto è senza fronzoli, molto d’impatto per arrivare diretto allo scopo.

Sunday Bloody Sunday

Come avete potuto sentire c’è una grande energia. Questa è un’altra delle caratteristiche presenti nei brani degli U2.

I loro primi dischi sono tutti di grande importanza e notevolmente riusciti.

Nel 1984 pubblicano “The Unforgettable Fire”. Il disco è prodotto, tra l’altro, da un “deus ex machina” della musica, quel Brian Eno che, oltre a essere un grande musicista e sperimentatore, ha anche lavorato alla produzione di molti degli album più rappresentativi della musica pop-rock.

Tra le molte canzoni una delle più interessanti è “Pride, in the name of Love”, dedicata a Martin Luther King.

Anche in questo caso la struttura è abbastanza semplice perché è costituita da quattro accordi. Il brano però ha un’efficacia melodica non indifferente.

Pride in the Name of Love

Il loro impegno nel sociale è arrivato al massimo punto di impatto con la partecipazione al “Live Aid” del luglio 1985, che ha determinato la consacrazione definitiva della band.

Un paio d’anni dopo, nel 1987, pubblicano quello che, secondo molti, è la loro punta di diamante, “The Joshua Tree”.

Si tratta di un best seller mondiale. È un album amatissimo  dai loro fans  ma che riesce a conquistare anche  coloro che sono sempre stati più scettici nei confronti della  musica degli U2.

L’inizio del disco è uno dei più memorabili di tutta la musica rock con una canzone entrata nell’immaginario collettivo che è “Where the Streets Have no Name”.

Anche in questo caso  vi sono pochi accordi ma l’accompagnamento e il modo in cui vengono suonati da The Edge sono diventati praticamente un marchio di fabbrica.

Where the Streets Have no Name

Dopo l’incredibile successo dell’album, e della tournée che ne segue, producono un disco che è un po’ un misto di canzoni registrate in studio e dal vivo, intitolato “Rattle and Hum”.

A questo segue però il primo momento di crisi creativa del gruppo, che fino a quel punto era stato una vera e propria macchina da guerra.

Passano infatti più di tre anni prima della pubblicazione del loro album successivo “Achtung Baby”.

All’inizio il disco viene registrato a Berlino poco prima della caduto del “muro”, in un momento quindi estremamente significativo ed importante per la recente storia europea e non solo.

Achtung Baby

L’album è frutto di un periodo di profonda crisi all’interno del gruppo che è sull’orlo dello scioglimento. Grandi sono infatti le divergenze sulla strada da seguire. Bono e The Edge vogliono andare avanti sperimentando nuove soluzioni musicali, mentre gli altri due vorrebbero continuare a riproporre la musica che ha fatto la fortuna di “The Joshua Tree”. Grazie all’intervento di Brian Eno riescono però a comporre i dissidi ma la lavorazione del disco si rivela comunque problematica perché manca, in parte, l’ispirazione.

Brian Eno

Durante le registrazioni, però, The Edge suona un giro di accordi che attira l’interesse degli altri. Bono Vox improvvisa un testo al volo e nasce il brano che sarà il loro ennesimo grande successo, nonché l’oggetto di questa puntata, “One”.

Per molti dei loro fan, soprattutto quelli della prima ora, “One” rappresenta quasi il canto del cigno della band, l’ultima loro grande canzone.

Dopo “Achtung Baby”, un album molto interessante ma con un suono molto diverso da quelli che l’hanno preceduto, gli U2 cominciano infatti la fase discendente della loro carriera. Una fase che continuerà negli anni successivi, fino al punto in cui il gruppo sembrerà quasi sopravvivere a se stesso. Gli ultimi lavori degli U2 del resto, a detta di quasi tutti, non sono certo paragonabili per bellezza e intensità a quelli che hanno caratterizzato tutti gli anni 80 e i primi anni del decennio successivo.

“One” rappresenta in pieno , lo stile musicale e compositivo del gruppo. Ancora una volta è una rock ballad con una progressione di accordi veramente semplice. In pratica è costituita quasi esclusivamente  da due parti, una A e una B, che si alternano costantemente.

La parte A è un giro di quattro accordi che sono i seguenti.

Accordi parte A

Anche la parte B è composta da quattro accordi alcuni dei quali sono i medesimi della parte A.

Accordi parte B

Tutta la struttura è costituita dalla continua alternanza di queste due parti, tranne nel breve “bridge” nel punto in cui il testo dice “Love is a temple, love is a higher law…” nel quale gli accordi si presentano in una successione leggermente diversa.

Gran parte dell’interesse di questa canzone sta, ovviamente, nel testo.

L’argomento di fondo sono, in realtà, le relazioni umane. Non solamente quelle di coppia ma anche, e forse soprattutto, le relazioni all’interno del gruppo che stava vivendo un momento molto difficile.

È una canzone che racconta l’esigenza dello stare insieme, la fatica, dello stare insieme. Parla di quanto sia complesso e impegnativo rimanere uno accanto all’altro quando si è in un qualsiasi tipo di relazione, come loro stessi hanno sottolineato durante un’intervista rilasciata alla rivista “Rolling Stone” nel 2005.

È un inno all’amore, al perdono, allo sforzo di rimanere vicini nonostante le differenze. I protagonisti della canzone si feriscono, si deludono, ma il loro legame è ancora forte e resistente.

Nel testo vengono utilizzati molti verbi dal significato crudo e diretto:

  • To blame – incolpare
  • To disappoint – deludere, scontentare
  • To drag – trascinare
  • To hurt – ferire
  • To crawl – strisciare

“Va meglio o ti senti come prima?

Sarà più facile per te, ora che hai qualcuno da incolpare.

Tu dici un solo amore, un’unica vita, allorché è solo un bisogno di notte.

Un solo amore, che dobbiamo condividere,

Che ti lascia piccola se tu non ne tieni conto.

Ti ho delusa o ti ho lasciato dell’amaro in bocca?

Ti comporti come se tu non avessi mai avuto l’amore e vuoi che ne faccia a meno.

Beh, è troppo tardi per ripescare il passato e portarlo alla luce.

Noi siamo un tutt’uno, ma non siamo uguali,

Dobbiamo sostenerci l’un l’altro, sostenerci l’un l’altro”

Il brano è un continuo crescendo di dinamica.

One

Il successo di “One” è stato immediato e planetario, perché pur essendo semplice si rivela estremamente efficace arrivando, come molte canzoni della band, direttamente al cuore.

Molti sono gli artisti che ne hanno dato versioni personali.

Una, in particolare, mi sembra degna di attenzione.

È stata registrata dagli U2 insieme a una delle voci più interessanti e importanti del panorama musicale attuale, quella di Mary J. Blige.

Mary J. Blige

La cantante statunitense, nel suo album del 2006 “The Breakthrough”, ha inserito questo  brano cantandolo insieme agli U2 ottenendo un successo commerciale clamoroso. La versione di “One” che ne risulta è riuscita perfino a superare il successo e il gradimento dell’originale.

Ciò che rende, a mio parere, estremamente interessante questa versione è che gli artisti coinvolti, soprattutto Mary J. Blige e Bono, mettono le proprie capacità al servizio del brano con l’unico scopo di farne risaltare la bellezza.

Spesso, purtroppo, i cantanti dotati di grande tecnica e notevole agilità vocale si fanno prendere la mano dalle loro capacità cercando di far vedere sempre quanto sono bravi. Il risultato è che sovente la canzone passa in secondo piano a favore di una maggiore visibilità dell’interprete.

In questo caso, invece, le qualità e le capacità di questi artisti sono del tutto finalizzate a far risaltare la bellezza del brano che ne risulta così arricchito in una versione “outstanding” come direbbero i madrelingua inglesi.

Se già nell’originale la dinamica costituiva un elemento importante, in questo caso il crescendo di volume ed intensità interpretativa è forse l’elemento principale.

“One” Mary J. Blide e U2

È una versione che non si può interrompere e che va ascoltata dall’inizio alla fine.

Lo stesso Bono Vox, riferendosi  ai momenti in cui questa canzone stava prendendo forma per essere registrata, e al significato che ha avuto per lui e per tutto il gruppo, così si è espresso durante un’intervista:

“C’era malinconia ma c’era anche forza. Non si tratta di unità, ma di differenza. Non è la vecchia idea hippie di ‘viviamo tutti insieme’. È un concetto molto più punk rock. È anti-romantico: “siamo uno ma non la stessa cosa. Possiamo sostenerci l’un l’altro”.

finale