I Tre Musicisti

Pablo Picasso

Il suggerimento di un ascolto natalizio per un disco che non è assolutamente stato concepito per il Natale.

Puntata numero centoquarantasei.

“La musica riguarda la comunicazione. Si tratta di creare una connessione. Si tratta di sentire qualcosa e poi essere in grado di esprimerlo”.

“Per me, la tastiera del pianoforte è come una tela. Io dipingo immagini con il suono”.

(Oscar Peterson)

La puntata di oggi parte da una premessa inusuale.

In questo periodo natalizio, come accade di solito, siamo circondati da proposte musicali create e prodotte proprio per essere immesse sul mercato in questi giorni. Di fronte all’ennesima versione jazzata di “Jingle Bells”, scelta di arrangiamento ormai sfruttatissima e inflazionata, ho pensato di suggerire un ascolto “natalizio” un po’ diverso dal solito. Un disco che possa essere, dal mio punto di vista ovviamente, realmente interessante.

ASCOLTA IL PODCAST

La scelta è caduta su un album che, in realtà, non ha niente a che vedere con il Natale, nel senso che non è stato registrato e prodotto in funzione delle festività, ma secondo me si adatta benissimo a questo periodo.

I motivi di questa scelta cercheremo di scoprirli insieme.

È una produzione del 1964, intitolata “We Get Requests”, incisa dall’”Oscar Peterson Trio”.

Oscar Peterson ( 1925 – 2007) è stato un pianista jazz di origine canadese. Grandissimo virtuoso del pianoforte è stato definito definito, da uno dei più importanti musicisti della storia del jazz, Duke Ellington, il “maharaja della tastiera”. Ha esercitato una grande influenza sui pianisti e sui musicisti in generale. La sua tecnica prodigiosa non aveva nulla  a che invidiare a quella dei grandi concertisti classici e lo rendeva immediatamente riconoscibile indipendentemente dal contesto in cui suonava.

La sua carriera è durata oltre sei decenni e ha collaborato con molti musicisti di fama. Celeberrime sono le sue registrazioni insieme a Louis Armstrong e Ella Fitzgerald negli anni 50.

Subito dopo creò il suo trio con Ray Brown al contrabbasso e Ed Thigpen alla batteria, e con questa formazione ha inciso “We Get Requests”.

Cosa rende, secondo me, natalizio un album che in realtà non avrebbe nulla a che fare con il Natale?

Per prima cosa è quello che si può definire un classico del jazz. È una musica elegante, sofisticata ma di piacevole impatto.  Può essere ascoltata in modo attento e approfondito, ma può anche essere utilizzata per creare un’atmosfera piacevole e calda, un ambiente rilassato e gradevole, il che dovrebbe essere tipico di questo periodo festivo.

L’album contiene dieci brani ma la durata totale è abbastanza contenuta, intorno ai quaranta minuti. Tutte le tracce sono quindi abbastanza brevi e hanno caratteristiche, come vedremo, che le rendono divrse l’una dall’altra.

È un disco che rispetta quelle che erano le regole non scritte, ma fondamentali, per garantire ad un album di jazz un discreto successo commerciale.

Se ricordate un paio di puntate fa, parlando di “Time Out” del Dave Brubeck quartet, ho puntualizzato come quell’album, in realtà, avesse trasgredito proprio queste regole.

“We Get Requests” è, invece, perfetto dal punto di vista del marketing.  Molti brani sono infatti standard del jazz, inseriti per attirare l’attenzione del pubblico, anche se alcuni non erano ancora del tutto famosi in quegli anni. Sono tratti da musical, film oppure sono canzoni popolari di successo. Questo denota il tentativo di proporre una musica in grado di piacere ad un pubblico il più ampio possibile.

Inoltre è un album che celebra il “quattro quarti”, cioè il ritmo più comune, quello maggiormente utilizzato e vicino ai gusti del pubblico. Infine nella copertina c’è la foto di tutti i componenti del Trio. Si tratta di un’immagine patinata nella quali i tre sono vestiti in modo estremamente elegante, a testimoniare la classe che caratterizza l’intera produzione.

Inoltre la formazione, il trio col pianoforte, è una delle più classiche ed amate per ciò che riguarda la musica jazz.

In questo caso, però, non dovete pensare ad un trio innovativo sull’esempio, per citarne uno, di quello composto da Keith Jarrett con Gary Peacock e Jack De Johnette, nel quale le tre personalità dialogano tra loro ad un livello quasi paritario. In questo caso la formazione è chiaramente incentrata sul pianoforte. Ne abbiamo una dimostrazione palese anche nella tecnica di ripresa sonora. Nella registrazione, ottima anche pensando all’anno in cui è stata effettuata, abbiamo una separazione stereofonica molto accentuata. Il pianoforte è al centro, il contrabbasso prevalentemente sul canale destro, e la batteria sul sinistro, a conferma di come sia proprio il pianoforte lo strumento principale. Ciò non toglie che il duo Ray Brown e Ed Thigpen rappresenti una sezione ritmica di tutto rispetto. Si tratta di due tra i più bravi e personali musicisti di quel periodo.

È quindi un disco molto godibile all’ascolto, ma ciò non vuol dire sminuirne il valore artistico.

Come vedremo, si tratta quasi di un’enciclopedia dello swing, cioè del modo di portare il ritmo tipico della musica jazz. È anche un’esemplificazione straordinaria di come di possano prendere i temi delle canzoni, elaborarli in modo personale  e creativo, senza stravolgerne l’essenza. La melodie dei vari brani, infatti, risultano sempre abbastanza riconoscibili, contrariamente a quanto accade, a volte, in alcune produzioni jazzistiche dei periodi successivi.

Questo è ancora più rilevante se pensiamo che in quegli anni il jazz viveva momenti di grande fermento e innovazione.

C’erano, ad esempio,  Miles Davis che col suo quartetto esplorava nuove strade, oppure John Coltrane con il suo il suo approccio innovativo all’improvvisazione. Inoltre Ornette Coleman aveva appena creato una forma di jazz talmente rivoluzionaria da essere definita “Free Jazz”.

“We Get Requests” è, invece, quello che si può definire un album di jazz classico, mainstream. Non risente di tutte le istanze innovative che si stavano affacciando alla ribalta, ma cerca di avvicinare un pubblico, il più vasto possibile, alla musica afroamericana.

La performance di questo trio va comunque ascoltata, quasi sorseggiata con calma. Ci sono infatti molte perle che magari, ad un ascolto superficiale, non si colgono immediatamente.

Il disco inizia subito con un brano che, successivamente, sarebbe diventato un classico. Si tratta di una delle composizioni più importanti della “Bossa Nova“, la nuova musica brasiliana che si stava affermando in quegli anni. È la chiara testimonianza di come, in quel periodo, il jazz cominciava ad aprirsi a nuovi generi musicali, e la fascinazione per il ritmo e la melodia del grande paese sudamericano era molto forte.

Elis Regina e Tom Jobim

La canzone è di Antonio Carlos Jobim, compositore del quale ho parlato nella puntata n. 38, e si intitola “Corcovado”. Il testo del brano è stato successivamente tradotto in inglese e ne è stato modificato anche il titolo, divenuto “Quiet nights of quiet stars”. Il titolo originale fa riferimento alla montagna che sovrasta Rio de Janeiro, il Corcovado appunto, sulla quale si trova la famosa statua del Cristo Redentore.

È un inizio particolare.

Corcovado, infatti, ha una melodia che funziona benissimo quando viene cantata ma che può creare qualche problema quando la si esegue solo strumentalmente. Questo è dovuto alla presenza di note continuamente ripetute e di un andamento che, soprattutto all’inizio, non è molto melodico nel classico senso del termine.

Cerchiamo di capire come suona questa melodia in una versione che vede lo stesso Jobim affiancato da una delle più grandi vocalist brasiliane, Elis Regina. Il brano viene preceduto da una lunga introduzione acustica strumentale, cui segue l’entrata della voce.

Corcovado Jobim e Elis Regina

Come detto la melodia indugia frequentemente sulle stesse note. Prendendo lo spartito e provando a darne una versione, diciamo così, il più possibile asettica, solo col pianoforte si ottiene un risultato più o meno di questo tipo. Fate attenzione alla linea melodica.

Corcovado melodia

Per uno strumento come il pianoforte, che non può tenere note lunghe più di tanto, questo tipo di melodia è un po’ problematica da affrontare.

Oscar Peterson supera questo “ostacolo” con la sua tecnica prodigiosa, creando continui abbellimenti e fioriture all’interno delle quali le note del tema sono chiaramente percepibili, anche se sono inserite in un contesto più movimentato.

La versione del trio, intitolata “Quiet Nights of Quiet Stars” è questa. Notate anche l’accompagnamento con le spazzole da parte del batterista e la tipica ritmica della Bossa Nova così come solitamente i jazzisti la interpretavano in quegli anni.

Quiet Nights of Quiet Stars

Il secondo brano del disco è un altro classico ma, questa volta, della tradizione americana, e si  intitola “The Days of Wine and Roses”, tratto dall’omonimo film del 1962. Il compositore è Henry Mancini autore, tra le altre cose, di temi famosissimi come “La Pantera Rosa”, “Moon River”, dal film “Colazione da Tiffany, e anche delle musiche di un altro film cult, Peter Gunn.

Uno dei primi interpreti di questa canzone è stato Billy Eckstine. La sua versione, con tanto di accompagnamento orchestrale, estremamente curato, come era usanza in quel periodo, è questa.

Billy Eckstine

Adesso provate ad ascoltare la versione dell’Oscar Peterson Trio. In questo caso Il pianista esegue il tema non più a note singole, come fatto precedentemente per “Quiet Nights Of Quiet Stars”, ma utilizzando i cosiddetti “block chords”. Si tratta di accordi, appunto, a blocchi di note molto vicine tra loro. La nota più acuta di questi blocchi è quella incaricata di eseguire la melodia della canzone. Il pianoforte viene quindi utilizzato come se fosse una sezione, ad esempio di sassofoni, di una big band di jazz.

La sezione ritmica, contrabbasso e batteria, contrappunta il tema. È interessante notare come l’accompagnamento del tema avviene, da parte di Ray Brown e ed Thigpen, con una tecnica tecnicamente definita “in due”. Ovviamente il termine non si riferisce al fatto che , in questo caso, i musicisti sono proprio due, bensì che all’inizio vengono enfatizzati solo due movimenti per battuta, invece dei canonici quattro. L’andamento risulta così quasi “spezzato”. In questo modo quando successivamente, e ve lo farò notare, il ritmo si apre e entrambi gli strumenti andranno a sottolineare i quattro movimenti per battuta, la canzone sembra prendere uno slancio del tutto nuovo.

The Days of Wine and Roses

Altro brano estremamente significativo è “My One And Only Love”. Si tratta di una “ballad”, una composizione eseguita lentamente, in genere con una linea melodica accattivante. È una canzone popolare composta nel 1953 che è stata cantata dai più grandi interpreti di quegli anni. Ovviamente, tra le varie versioni, non poteva mancare quella di Frank Sinatra che esegue il tema con la sua voce unica e tecnicamente ineccepibile.

Frank Sinatra

Nella versione del Trio c’è un’introduzione di solo pianoforte durante la quale Oscar Peterson da  un ennesimo saggio di bravura, gusto e virtuosismo.

Se mi perdonate l’immagine un po’ banale e stereotipata a me, ascoltando questa versione, viene alla mente un jazz club fumoso di New York, magari “after hours” cioè immediatamente dopo la chiusura.  Mi vedo il gruppo che suona e i camerieri che sbaraccano i tavoli e puliscono il pavimento, e il pianista con un bicchiere di “scotch” appoggiato sul pianoforte.

My One and Only Love

Ma questo album non vive di soli standard e canzoni famose. Ci sono anche brani originali, tra i quali uno dello stesso Peterson. È presente anche una canzone che non era famosa nel 1964 quando il disco è uscito perché era stata composta più o meno nello stesso periodo. Si tratta di “You Look Good To me”.

 Il brano è estremamente interessante. Infatti l’introduzione del pianoforte ha reminiscenze quasi “classiche”, accompagnate dal contrabbasso di Ray Brown suonato con l’archetto, a ulteriore testimonianza della preparazione di questo straordinario contrabbassista.

Poi il primo assolo viene eseguito proprio dal contrabbasso che suona una parafrasi del tema accompagnato in modo sobrio da Oscar Peterson e dalle spazzole della batteria. Segue poi il “solo” del pianoforte con la sezione ritmica che all’inizio suona, come accade  spesso  “in due”.

Poi il ritmo si apre nel classico quattro quarti. Il “drive” del gruppo è sensazionale e fa passare in secondo piano l’aumento vertiginoso della velocità di esecuzione che avviene a poco a poco. Questo è dovuto al fatto che la musica è stata suonata in diretta senza “click”, con i musicisti che si sono “gasati” reciprocamente man mano che il brano si sviluppava.

You Look Good to Me

È veramente un peccato mortale tagliare un pezzo del genere, come gli altri del resto. Ma è anche un invito, sottinteso, ad andare a scoprire di persona questo album, cosi piacevole da ascoltare.

finale

Per farlo, come accennavo più sopra basta riuscire a ricavarsi un po’ di tempo per se stessi, durante queste festività. Ci si può sedere tranquillamente sul divano sorseggiando, a seconda delle esigenze, del whiskey o una tisana, lascio a voi la scelta. L’importante è lasciarsi prendere dall’atmosfera generale che questa musica crea. Ci sono molti brani che vale la pena ascoltare con calma e attenzione, facendosi cullare da questi suoni sempre raffinati. In fin dei conti la musica serve anche, e soprattutto, a farci stare bene, con noi stessi e con gli altri.

Questo è anche il pensiero di Oscar Peterson. Una delle sue frasi più famose, infatti, così recita:

“Penso che sia importante divertirsi. La musica è un evento sociale e dovrebbe essere apprezzata da tutti”.

Ne approfitto per farvi, insieme all’Oscar Peterson Trio, gli auguri di Buon Natale