Senza titolo

Eva Rando

Una musica fatta da artisti che sono anche artigiani al massimo della loro espressività.

Puntata numero centoquattro

“Cerco di distillare un senso di ciò che la musica trasmette nella trama dell’opera d’arte. Cerco di vedere com’è la musica. Essendo in studio, o almeno molto vicino, posso sentire l’evoluzione delle canzoni e poi tentare di  capire quale potrebbe essere l’equivalente visivo. Quindi, in pratica, cerco  di vedere la musica, e Thom ha un occhio di riguardo per capire quando questo inizierà ad accadere!”

Queste sono le parole con le quali l’artista Stanley Donwood ha descritto il processo creativo che l’ha portato a disegnare la copertina dell’album di cui parleremo oggi. Il Thom  cui fa riferimento è Thom Yorke, uno dei membri del trio che ha pubblicato questo album. Il titolo del disco è “Wall of Eyes”, il “Muro di Occhi”  e il nome del trio è “The Smile”.

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E’ capitato a volte, nell’arco di questi ultimi mesi che alcuni di questi racconti si presentassero, per così dire, alla narrazione, di loro spontanea volontà, in conseguenza di fatti o accadimenti particolari. Questo è uno di quei casi.

Se è vero, infatti che nelle ultime settimane siamo subissati, per quello che riguarda il mondo della musica, da notizie, anticipazioni e pettegolezzi riguardanti la prossima kermesse sanremese, è anche vero che, in un ambito molto più ristretto ovviamente, un’altra notizia ha tenuto banco sui social e sui giornali specializzati. Il 26 gennaio scorso, quindi pochi giorni fa, è stato pubblicato il secondo album di un gruppo composto da musicisti di grande spessore e notevole background artistico, il cui titolo è, appunto, “Wall of Eyes”.

Ma proviamo ad andare con ordine cercando di capire chi sono questi musicisti e perché questo loro lavoro era così atteso.

Radiohead

Due componenti di questo trio sono, passatemi l’espressione, le menti pensanti di una delle band più innovative e carismatiche degli ultimi trent’anni, i Radiohead. Abbiamo già parlato di loro, ormai più di un anno fa, nella puntata numero 50, a proposito di uno dei loro brani più famosi, “No Surprises” tratto da quel capolavoro di album che è “Ok Computer”.

L’importanza dei Radiohead è anche data dal loro cercare di creare una musica al di fuori delle mode del momento e dagli schemi più convenzionali. Non hanno mai inseguito il successo ad ogni costo perché il loro scopo principale era quello di seguire la propria creatività ed i propri percorsi musicali. Ogni qualvolta la loro sensazione era quella di aver esaurito una strada creativa, si allontanavano da quel tracciato cambiando direzione e mescolando le carte. Spesso queste scelte disorientavano i fan.  Il gruppo perdeva sostenitori acquisendone però altri mantenendo però sempre viva l’attenzione degli amanti della musica. In definitiva hanno sempre dettato la strada senza mai seguire quella più facile.

I Radiohead da ormai otto anni non hanno più pubblicato album. In questo silenzio ha suscitato scalpore, due anni fa, la nascita di un progetto, che con un termine oggi di moda potremmo definire uno “spin off”, formato da tre musicisti. Due di questi sono Thom Yorke e Jonny Greenwwod , dei Radiohead, e il terzo è il batterista Tom Skinner già membro dell’ importante gruppo jazz “Sons of Kemet”.

Il primo album del trio, uscito appunto in piena pandemia, nel 2022, ha come titolo “A Light for Attracting Attention”  (Una luce per attirare lì’attenzione). E’ un lavoro di grande spessore, realizzato tra l’altro in una situazione del tutto particolare viste le restrizioni del periodo. I tre hanno lavorato infatti ognuno per conto suo, nel proprio studio e si può solo immaginare la difficoltà di far partire un nuovo progetto in quelle condizioni.

Molti ritenevano che questo album rimanesse un episodio isolato, una sorta di digressione dovuta alle contingenti circostanze . Ma i numerosi concerti dal vivo tenuti successivamente e soprattutto l’uscita, preannunciata già nell’estate scorsa, di questo second lavoro hanno fatto capire come questo progetto, in realtà, fosse qualcosa di molto più stabile, destinato a durare nel tempo.

The Smile

Questi tre musicisti hanno un’età che si aggira intorno ai cinquant’anni, quindi nel pieno della loro maturità artistica e, soprattutto, sono tutti polistrumentisti.

Thom Yorke canta, scrive i testi e in questo album suona la chitarra, il basso elettrico, le tastiere e il pianoforte.

Jonny Greenwood, musicista di enorme talento, è uno dei compositori di colonne sonore più interessanti degli ultimi anni. Ha scritto la musica di film come “Il Potere del Cane” e “Spencer”, per intendersi. Qui suona principalmente la chitarra, il basso, le tastiere e il pianoforte.

Tom Skinner si dedica principalmente alla batteria, alla percussioni ma suona anche le tastiere ed esegue alcune linee vocali di supporto.

A questo punto ci si potrebbe domandare perché, con tutte le nuove uscite discografiche  sia importante parlare proprio di questo album.

La risposta sta nel fatto che questo disco, come qualcuno ha sostenuto, contiene una musica che ti costringe a sederti e ad ascoltarla con la stessa attenzione che richiede un album di musica “classica”.

E in un periodo come questo, dove vanno purtroppo di moda, nei “social”, i cosiddetti “short” nei quali la musica viene costretta in una durata di 20 o 30 secondi in una sorta di “usa e getta” avvilente, e dove sembra contare di più l’apparire, piuttosto che l’essere artista, è importantissimo ci siano gruppi come questo che producono musica che richiede di essere ascoltata attentamente.

Jonny Greenwood

Questo album richiede pazienza. Bisogna dargli il tempo di crescere. Ad ogni ascolto, infatti, si scoprono cose nuove e prospettive diverse.

E’ una musica che sfugge alle classificazioni. E’ stata definita Rock Elettronico, Art Rock, termine alquanto vago ,Post-punk, Musica Sperimentale o Jazzy oriented, sottolineandone una lontana parentela col jazz.

In realtà, più semplicemente, è fatta da artisti che sono anche artigiani al massimo della loro espressività.

Contrariamente al lor primo album questo secondo è stato registrato nei famosissimi “Abbey Road Studios” di Londra, quelli dove registravano i Beatles, per intendersi. Probabilmente l’influenza dei “Fab Four” è ancora nell’aria perché in alcuni brani ci sono dei momenti che richiamano in parte il “mondo” dei quattro baronetti. Ed è significativo il fatto che tutte le parti orchestrali siano state registrate dalla “London Contemporary Orchestra” che ha eseguito gli arrangiamenti scritti da Jonny Greenwood.

Ma cominciamo a parlare più nel dettaglio dell’album e partiamo dalla sua interessantissima copertina. E’ un tentativo riuscito, come testimonia la citazione all’inizio, di rappresentare visivamente le caratteristiche principali di questa musica.

L’immagine presenta dei contrasti tra le linee morbide e tondeggianti, sottolineate anche dal sapiente uso dei colori, e le punte nere taglienti che salgono dal basso. Questo contrasto è il riflesso di quanto avviene anche nella complessità della musica. A volte anche i suoni sono accoglienti e “soft”, altre invece spigolosi e dissonanti. E’ quindi un’immagine centrata rispetto alla qualità del contenuto musicale.

Il disco contiene otto tracce la cui durata media si aggira intorno a poco più di cinque minuti, per un totale di circa 45 minuti. Forse non del tutto casualmente è anche la durata  media dei vecchi LP, che guarda caso, stanno tornando di moda. E’ evidente infatti che l’oggetto LP favorisca un ascolto più attento e consapevole se non altro per la cura che richiede e anche perché, banalmente, ad un certo punto bisogna alzarsi e girare la facciata.

E’ una musica che prende l’ascoltatore per mano e lo porta alla ricognizione di territori poco esplorati. Cerca di dire qualcosa di importante senza cadere nei soliti copioni che prevedono soluzioni facili e troppo consolatorie, ma stimola l’immaginazione.

Non ha importanza il fatto che manchi un brano destinato a diventare una “hit”.

Il gruppo, in realtà, ha anticipato l’uscita di questo album rilasciando, nel corso del 2023, ben tre singoli che però sono serviti solo come esca per attirare la curiosità, come, passatemi l’esempio, delle “molliche” lasciate cadere sapientemente da Pollicino.

Il disco si apre col brano che da il titolo a tutto il lavoro, “Wall of Eyes”, il muro di occhi che ritroviamo anche nella copertina.

Al primo ascolto questo brano da una sensazione di tranquillità. Successivamente ci si rende conto che, in realtà, è molto più intrigante di quanto possa sembrare.

Sembra una semplice “Bossa Nova”, suonata da una chitarra classica. In un secondo tempo ci si rende conto, ad esempio, che il ritmo non è il solito e comune quattro quarti, bensì, come viene sottolineato verso la fine dallo stesso Thom Yorke, è in cinque movimenti. Risulta un po’ strano e, passatemi il termine, “storto”.

Anche le scelte timbriche sonio inusuali. La chitarra classica ha un suono asciutto, quasi senza effetti mentre la voce di Thom Yorke, al contrario,  è piena di riverbero. Questa scelta rende difficilmente intellegibili le parole anche perché il cantato è caratterizzato da un costante allungamento delle vocali. A questo si aggiunge il fatto che i testi di questo brano, come di altri all’interno del disco, sono volutamente criptici:

Giù per un piolo o due,

Andrai dietro un muro di occhi

Del tuo stesso dispositivo

Sei ancora tu? Con i loro occhi vuoti

Cambiati in bianco e nero

Allacciati le cinture”

Si può dedurre che il “dispositivo” sia il cellulare mentre il muro di occhi potrebbe essere quello di tutti coloro che stanno costantemente a fissare il telefono, come è d’uso oggi. E questa abitudine fa quasi cambiare il colore degli occhi al punto da farli sembrare in bianco e nero.

Ma queste sono solo supposizioni, ovviamente.

Altra caratteristica sonora di questo brano è data dalla batteria che, in pratica, utilizza solo i tamburi. Non ci sono i piatti che solitamente contribuiscono ad alleggerire e rendere più brillante la sonorità.  Tutto diventa ovattato e scuro. Non ci sono ritornelli e ciò aumenta la difficoltà di definire “canzone” questa traccia. Ci sono strumenti ed effetti che entrano ed escono quasi casualmente. Il tutto è finalizzato a tenere sveglia, ovviamente, l’attenzione dell’ascoltatore.

Questo è l’inizio.

Wall Of Eyes

Verso la fine di questo brano vengono introdotte note estremamente dissonanti che contribuiscono ad aumentare l’effetto straniante. Musicalmente sono estranee all’andamento generale e sembrano rappresentare quelle “punte” di cui abbiamo parlato a proposito della copertina. Ulteriore riprova della complessità e della tessitura così densa di questa musica.

Wall of Eyes fiinale

Se devo esprimere una personale preferenza questa ricade sul secondo brano di questo album : “Teleharmonic”.

Potrebbe essere definito, con un termine molto di moda oggi, “cinematic” cioè adatto ai film.

E’ veramente un viaggio. Tra l’altro la melodia centrale è stata utilizzata in alcune delle scene più importanti della stagione finale di una serie televisiva in onda su Netflix “ Peaky Blinders”.

Comincia con un suono d’organo prodotto, in realtà, da un sintetizzatore. La voce è, se possibile, ancora più carica d’effetto rispetto a quella precedente. Poi, al minuto 1 e 50, introdotta dai piatti che fanno la loro comparsa per la prima volta, parte una melodia strana ma accattivante che viene sostenuta dal basso elettrico.

E’ una composizione che va gustata dall’inizio alla fine perché ti cattura un po’ per volta, e che ti porta veramente in luoghi che non ti aspetti.

Teleharmonic

Ci sono anche momenti più “normali” in questo lavoro, momenti che potremmo definire canzoni. Uno di questi è “Friend of a Friend”. La voce qui è molto asciutta, quasi in faccia, contrariamente a quanto ascoltato finora. Viene accompagnata solo dal basso elettrico e dal pianoforte.

Il video è molto carino. Ci sono loro tre che suonano in diretta davanti ad una platea di bambini. E bello osservare le facce e le espressioni  a volte stupite, altre annoiate e appisolate , oppure sorridenti.

La melodia riecheggia, vagamente, i Beatles forse a causa dell’influenza degli studi di Abbey Road. E’ continuo l’alternarsi tra momenti di confort e di tensione. Tra l’altro anche qui il ritmo, scandito molto bene dal pianoforte, è in cinque movimenti.

Il testo sembra essersi ispirato alla pandemia:

Sepolti dalla vita in giù

Smettila di guardarci alle spalle

Tutti i balconi delle finestre sembrano così fragili

E gli amici escono per parlare, salutare

E prendere un pezzo di sole.

Credo di credere in uno stato alterato

Dove lasciano le finestre e le porte spalancate”.

Ascoltate anche quanto avviene intorno al minuto. E’ veramente geniale.

Friend of a Friend

Volevo chiudere parlando del penultimo brano il cui titolo è “Bending Hectic”. E’ stato il primo singolo rilasciato l’anni scorso ed è anche il brano più lungo, circa otto minuti.

Questo è veramente un viaggio cinematografico. Un viaggio in auto sulle montagne italiane, come raccontato nel testo. Il guidatore ad un certo punto prende male una curva e si trova di fronte al baratro. Sembra accadere l’irreparabile ma il conducente decide di provare ad evitare il precipizio.

Si tratta di una ballad che rappresenta, probabilmente, la summa delle possibilità musicali ed artistiche di questo trio di musicisti geniali. Ci sono spunti originalissimi come la parte di chitarra. Jonny Greenwood la suona, in alcuni momenti, come se la stesse accordando in diretta durante lo svolgersi del brano.  

E’ in pratica quasi una colonna sonora e il momento del probabile epilogo viene rappresentato con un’esplosione rock estremamente rumorosa nella quale il trio “picchia” veramente.

E’ un brano atipico ma coinvolgente il cui testo, ad un certo punto, recita così:

“Una goccia morente

Questa è la fine del viaggio

Un nuovo percorso

Al di fuori della pazzia”

Bendig Hectic e finale

Volevo chiudere con un’altra frase tratta dall’ultimo brano del disco il cui titolo è “You Know Me”:

“Con le tue specifiche a raggi X

Puoi vedere dentro di me, o no
Sono un pugile alle corde

Sei in piedi nella mia luce

Ti sei avvolto intorno a me

Come se tu mi conoscessi”