Joan Miro’

“Una canzone è qualcosa di vivo. Non è un pezzo da museo. Devi metterci ossigeno, per farla respirare” (Sting)

Puntata numero centoventisette

“Il rock’n’roll si dice ribelle ma è reazionario e conservatore. Stravinsky è molto più rivoluzionario della maggior parte della musica pop”.

Questa frase è stata pronunciata da Gordon Matthew Thomas Summer, meglio conosciuto come Sting.

Nella sua pluridecennale carriera artistica  Sting è stato anche uno dei membri, e probabilmente il leader, di uno dei gruppi più interessanti della musica rock – pop della seconda metà del 900, chiamato “The Police”.

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I “Police” hanno rappresentato un fenomeno veramente particolare all’interno della musica rock pop, per molti motivi. Sono stati, anche se non è l’aspetto più importante da sottolineare,  campioni di vendite in un periodo in cui i dischi erano ancora una risorsa culturale importante, parlo della fine degli anni 70 primi anni 80. Hanno infatti venduto ben 75 milioni di copie dei loro cinque album.

 La loro storia ha avuto uno sviluppo artistico, culturale e musicale, molto significativo che li ha portati a cambiare notevolmente il sound tra gli inizi e la fine della  carriera. Una carriera  peraltro abbastanza breve, durata  circa sette anni. In realtà i loro  dischi sono stati pubblicati in un arco di tempo ancora più ristretto, il quinquennio che va dal 1978 al 1983.

Erano un trio, scelta  particolare della quale parleremo più avanti, formato da due musicisti inglesi, Sting appunto, voce e basso elettrico e il chitarrista Andy Summers, più il batterista americano Stewart Copeland.

All’inizio la loro musica si ispirava molto al punk rock, anche se, per svariati motivi, non sono mai stati un vero  gruppo punk. Ognuno di loro aveva un background musicale diverso da quello della maggioranza dei musicisti punk del periodo. Fin dagli esordi infatti hanno sempre contaminato la loro musica con sapori derivanti da altri generi come il reggae, soprattutto, ma anche il soul, aggiungendo anche, verso la fine della carriera, anche  spruzzatine di jazz.

 Anche il loro background culturale era abbastanza diverso e originale rispetto a quello dei musicisti punk di quegli anni. Sting ad esempio era un ex maestro di scuola, Stewart Copeland già si dilettava nella composizione di colonne sonore, mentre il chitarrista Andy Summers era interessato a collaborazioni con musicisti molto iconici e sperimentali come, ad esempio, Robert Fripp.

Andy Summers e Robert Fripp

Una tra le tante caratteristiche che li ha resi originali è quella di aver coniato per i loro cinque album, o perlomeno per quattro di questi, dei titoli veramente affascinanti, frutto di neologismi formati da sovrapposizioni di parole in lingue diverse, inglese, francese e l’italiano.

Il loro album d’esordio del 1978, ad esempio, si intitola “Outlandos d’Amour”, il secondo “Regatta de Blanc”. Il terzo, che mi ha sempre fatto sorridere, “Zenyatta Mondatta”. Il quarto è quello con il titolo più normale, “The Ghost in the Machine”, derivato però da un saggio di psicologia filosofica di Arthur Koestler, che Sting aveva letto durante una tournée prima di entrare in sala di registrazione. Anche il titolo del loro ultimo album “Synchronicity”, rappresenta uno spunto preso dalle teorie sulla sincronicità di Carl Gustav Jung,  ulteriore dimostrazione del particolare background culturale di questi musicisti.

Ma senza ombra di dubbio la loro caratteristica principale sta proprio nella formazione, un trio appunto.

 Si tratta infatti di una formazione veramente minima per un gruppo che, in genere, è formato da almeno quattro elementi. Ed  è stata una scelta coerente e consapevole che approfondiremo  dettagliatamente più avanti  affrontando il brano oggetto di questa puntata,  uno dei loro successi più grandi ,”Walking on the Moon”.

Ma per darvi un’idea di come era il loro suono agli esordi e della differenza tra la musica che suonavano all’inizio e alla fine della loro carriera, volevo farvi ascoltare il brano che apre proprio il loro primo album, “Outlandos d’Amour”. Si intitola “Next to You” ed è molto breve circa due minuti e mezzo, come tutte le canzoni presenti in questo disco.

È in pieno stile punk rock.

Next to You

Come avete potuto sentire c’è una grande energia, un grande ”drive”, e molto ritmo. Sono però già presenti alcune  caratteristiche che si riveleranno costanti nella loro produzione.

La voce  di Sting è una di queste. Si tratta di un timbro molto acuto e penetrante che risulta ancora più evidente nel singolo di maggior rilievo di questo album, una canzone  che rimarrà tra i più grandi successi di tutta la loro carriera. Si intitola “Roxanne” e immagino che molti di voi la conoscano. È un brano che ha avuto anche qualche problema con la censura perché in realtà il testo parla di una prostituta, e la cosa non era ritenuta molto appropriata  nell’Inghilterra di quegli anni.

A proposito di questa canzone c’è un aneddoto molto divertente, riguardante la sua registrazione, riferito proprio da Sting.  

All’inizio della canzone si sente un accordo di pianoforte completamente fuori tonalità rispetto al brano. al quale segue una risata dello stesso Sting. Il cantante anni dopo ha raccontato quello che era successo. Il loro modo di registrare era suonare tutti quanti insieme contemporaneamente con pochissime sovraincisioni. Pertanto l’ossatura delle canzoni veniva sempre eseguita in diretta dai tre. Il giorno della registrazione di “Roxanne” Sting, che era abbastanza stanco, subito dopo l’inizio si appoggiò ad un pianoforte verticale che era dietro di lui. Non si accorse però che  il coperchio dello strumento era aperto per cui si sedette direttamente sulla tastiera. In pratica l’accordo che si sente è stato suonato letteralmente” col sedere”   dallo stesso Sting, e la risata che viene dopo ne è la diretta conseguenza.

Roxanne

Analizzando la canzone possiamo trovare, come dicevo molte delle caratteristiche della musica del “Police”. Il timbro vocale estremamente personale di Sting, un timbro che rende questi brani praticamente inimitabili. Poi la sonorità ricercata della chitarra di Andy Summers, quasi un suo marchio di fabbrica, che in pratica copre da sola tutta la parte di sostegno armonica. Summers suona  un ritmo molto costante, quasi martellante, nelle strofe, che cambia poi  nei ritornelli. Anche questa sarà spesso una costante nelle loro canzoni.

Il modo di suonare la batteria di Stewart Copeland è, infine, affascinante. Il suo approccio ai brani infatti è del tutto personale. In pratica sembra suonarli  per la prima volta proprio durante la registrazione. Come si dice in gergo, ” buona la prima”. Questo garantisce una spontaneità ed una freschezza a tutte le tracce di batteria che  fanno di Copeland uno dei batteristi più importanti, e forse tra i  più sottovalutati,  della musica rock.

Tutti i loro album sono pieni di brani famosissimi, che immagino molti di voi conoscano. Questo è un elenco solamente parziale per darvi un’idea.

“Roxanne”, “Can’t Stand Losing You” e “So Lonely”, nel primo. “Message in a Bottle”, “Walking on the Moon”, “Any Other Day” in “Regatta de Blanc”. Nel terzo,”Zenyatta Mondatta”,abbiamo “De Do Do Do De Da Da Da” e“Don’t Stand so Close to Me”, brano ispirato al periodo in cui Sting  faceva il maestro. Il titolo infatti si riferisce ad una studentessa che cerca di avvicinarsi in maniera non del tutto corretta al proprio insegnante, che si ritrae appunto dicendo “non starmi così vicino”. In “Ghost in the Machine” troviamo “Every Little Thing She Does is Magic”, che ha venduto centinaia di migliaia di copie, inoltre “Invisible Sun”  e “Spirits in the Material World”. Infine nell’ultimo  ”Every Breath You Take”, “Wrapped around your finger”, e “King of Pain”.  

È evidente che si tratti di un gruppo tra i più importanti nella musica rock degli ultimi 50 anni.

Per farvi meglio comprendere  il loro percorso e la loro evoluzione artistica volevo fare un salto temporale e farvi ascoltare un pezzettino di “Every Little Thing She Does is Magic” tratta dal loro quarto album. In questa canzone si può notare come vi sia anche la presenza di un pianoforte e di alcune tastiere che caratterizzeranno sempre più la sonorità dei “Police” da li in avanti. La sonorità del gruppo si fa più piena, probabilmente più matura, e senza ombra di dubbio più aderente a quelle che erano le idee e le intenzioni di Sting. In quel periodo infatti Sting stava cominciando ad intravvedere uno sviluppo artistico un po’ diverso da quella dagli altri componenti del gruppo, un percorso particolare che poi porterà il gruppo a sciogliersi nel 1986.

Every Little Thing She Does is Magic

Ma a proposito di  quello che raccontavo poc’anzi riguardo al modo di approcciare le canzoni  di Stewart Copeland, e di questa in particolare, c’è una sua intervista molto significativa.

In pratica ha dichiarato  che quando si è trovato a registrare questo brano, non avendolo mai ascoltato era completamente all’oscuro della struttura e non sapeva esattamente cosa e come avrebbe dovuto suonare. Di conseguenza quello che si sente sul disco  è l’improvvisazione frutto della  sua prima esecuzione. Lui stesso ha ammesso, sorridendo, di aver fatto un paio di errori per cui in un editing successivo hanno dovuto correggere la sua parte   spostando alcune frasi ritmiche che aveva suonato leggermente fuori tempo.

In ogni caso, come si può notare, rispetto a “Next to You”, la prima canzone che vi ho fatto ascoltare, dopo soli quattro anni  il gruppo sembra composto dai fratelli maggiori rispetto ai musicisti degli esordi.

La cosa che mi ha sempre maggiormente affascinato di questo gruppo è la capacità di sfruttare al massimo i mezzi a disposizione, e, di conseguenza, le idee che questi mezzi aiutano a sviluppare. Riuscire a trarre il meglio da quello che si è scelto di utilizzare, senza per forza dover aggiungere nuove sonorità o nuove idee, per portare avanti un discorso, è, non solo in musica ma in tutte le arti, sinonimo di grande maturità artistica e di notevole consapevolezza  delle proprie capacità.

La scelta di essere solamente in tre, chitarra, basso  batteria è la dimostrazione lampante di questo. Tra l’altro la parte vocale è sostenuta dal bassista e questo può rappresentare un grosso problema perché suonare e cantare il basso contemporaneamente sono due attività che non sempre vanno d’accordo da un punto di vista ritmico, anzi quasi mai.

Per questi motivi, secondo me, sono, nell’ambito della musica leggera, un esempio da seguire.

Tutto ciò è evidente proprio nella canzone oggetto di questa puntata “Walking on the Moon” tratta dal loro secondo album del 1979 “Regatta de Blanc”.

In questo brano quello che mi ha sempre colpito è la loro capacità di sfruttare compiutamente gli spazi musicali. Mi spiego meglio.

Nella strofa di questa canzone sia la chitarra che il basso hanno una parte molto evidente, personale e costante, che lascia il giusto spazio agli interventi dell’altro strumento. In definitiva le linee di questi due strumenti sono complementari e non “si pestano mai i piedi” sovrapponendosi tra loro. In pratica occupano gli spazi lasciati vuoti dall’altro .

Questo crea un senso di apertura e leggerezza molto evidente e interessante. Ciò che lega il tutto è la batteria che funge, in pratica, da  collante. Questo modo di procedere deriva, e si sente chiaramente nelle strofe, dall’influenza della musica reggae, una delle loro principali fonti di ispirazione. Non a caso sono stati definiti un gruppo di reggae bianco, e Il modo di portare il ritmo di tutti e tre gli strumentisti nella strofa di questo brano ne è evidente dimostrazione.

Walking on the Moon introduzione

 Altra cosa importante da notare in questa introduzione è l’utilizzo dell’eco sul rullante di Stewart Copeland, in realtà sul “rim shot”, cioè il bordo metallico del rullante, che aumenta il senso di spazialità.

E in un’atmosfera così liquida, così, passatemi l’ossimoro, piena di vuoto, si innesta la voce acutissima di Sting che veleggia sopra questo mare in movimento, creando un effetto, dal mio punto di vista molto bello.

Walking on the Moon prime strofe

Dopo la seconda strofa l’atmosfera cambia completamente nel momento in cui entra il ritornello.

A questo punto infatti lo spazio musicale viene occupato in modo totalmente differente. Basso e batteria diventano strettamente uniti e suonano riempiendo in pratica tutti i movimenti. La chitarra suona meno note rispetto agli altri, ma aiutata dall’uso dell’eco con le sue  ripetizioni va a coprire molti più battiti rispetto  a quelli realmente suonati. Il risultato ottenuto è un effetto di raddoppio della velocità e una sonorità molto più piena e presente . In realtà però sono sempre loro tre, sono solamente in tre. Queste dimostra che basta occupare lo spazio musicale in modo diverso e tutto cambia. Si tratta di ottenere il massimo risultato con un, apparente, minimo sforzo. Questo, secondo me, è qualcosa di geniale.

ritornello

A questo punto c’è un ritorno all’atmosfera molto aperta dell’inizio che però viene impreziosita dai fraseggi ritmici della batteria a rendere la riproposizione diversa e nuovamente interessante. È evidente come  la canzone sia costruita sfruttando  una continua alternanza  tra vuoto e pieno che crea sempre un notevole interesse.

Questa la fine del primo ritornello cui segue il ritorno ad un’atmosfera più aperta.

Transizione dopo ritornello

Poi dopo il secondo ritornello c’è una coda finale abbastanza consistente che rende la durata di questo brano superiore alla media degli altri perché  qui siamo intorno ai cinque minuti. In questa coda viene introdotto un nuovo fraseggio tematico  che accompagna il brano verso la conclusione.

Coda finale

Come accennato in precedenza la musica dei Police è andata via via evolvendosi esplorando nuovi percorsi e soluzioni inusuali.

Questo cambiamento però probabilmente non è stato tanto cercato da tutto il gruppo, quanto da uno solo degli elementi,  cioè Sting. La sua ricerca infatti si è rivolta  verso  generi musicali magari più raffinati, a volte vicini anche al jazz. Questo avveniva forse a scapito  di quelle che erano le idee e le volontà degli altri due componenti, che peraltro avevano contribuito tantissimo alla creazione e realizzazione di tutti e cinque gli album. In effetti, pensandoci oggi, gli ultimi due album del gruppo in realtà potrebbero essere tranquillamente annoverati, soprattutto l’ultimo, come i primi della carriera solista di Sting. In questi dischi infatti sono presenti molte delle atmosfere e delle sonorità che poi lui riporterà nei suoi lavori successivi.

A questo proposito è doveroso notare come Sting abbia prodotto dalla metà degli anni 80 fino ad oggi album molto diversi tra loro dimostrandosi  musicista estremamente colto ed eclettico. Ha sempre avuto  uno sguardo  proiettato verso il futuro senza però mai dimenticare  le sue  radici. Sono note infatti l’attenzione e l’amore verso la musica del passato che l’hanno portato  a valorizzare e divulgare le tradizioni musicali del suo paese. Non a caso ho parlato di lui in una puntata di molto tempo fa, la numero 32, dedicata a quel meraviglioso brano che è “Flow my Tears”, del compositore elisabettiano John Dowland, di cui proprio Sting ha offerto una rivisitazione nel suo album” Songs from the Labirynth” del 2006, dalla quale traspare il suo grande amore anche per questo repertorio antico.

Detto questo permettetemi di chiudere con una nota personale. Durante tutto l’anno questi racconti si sono succeduti con regolarità settimanale, ma essendo ormai nel pieno dell’estate, è il momento di prendere una piccola pausa. Nelle prossime settimane senz’altro ci saranno alcune puntate estemporanee ma  senza regolarità, perché la “normale programmazione”, (così ce la tiriamo un po’) riprenderà a settembre.

Ne approfitto per augurare a tutti voi una buona estate.

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