Puntata numero centossessanta due.

«La mia esperienza personale mi ha convinto che si dovrebbe orchestrare per jazz come lo si fa per altri tipi di orchestra. Io ho scritto per jazz e sebbene non ci sia di che vantarsene, ancora considero non del tutto cattive le parti jazz della mia musica per il film “Incontro sull’Elba”. Mi ricordo che certi colleghi, altamente esperti, mi avvisarono che orchestrare per jazz è qualcosa di veramente speciale, ma non mi spaventai. La cosa importante è che questa musica piaccia, studiare ciò che è stato fatto in essa, e a un tempo tentare qualcosa di nuovo».

( Dmítrij Šostakóvič.)

Un filo, in realtà piuttosto tenue, lega questa puntata a quella della scorsa settimana. Infatti la volta scorsa ho sostenuto come la musica di Wagner abbia avuto grande influenza su molti compositori di colonne sonore. Ebbene mi sono accorto che tra tutti gli autori che ho avuto modo di citare come fonte di ispirazione per la musica da film dei nostri giorni ho sempre dimenticato un nome.

Sto parlando di quello che, forse, è il più importante compositore russo del 900, Dmítrij Šostakóvič.

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Šostakóvič ha attraversato praticamente tutta la storia del 900 russo, essendo nato nel 1906 a San Pietroburgo e morto nel 1975 a Mosca. Ha vissuto sulla propria pelle, si può ben dire, uno dei periodi più complessi e tragici della storia sia dell’Unione Sovietica che dell’Europa. Tutto questo, come vedremo, ha avuto enorme influenza sulla sua carriera artistica e sulla sua vita.

Šostakóvič giovane

La sua era una famiglia borghese. La madre, musicista, lo avviò da piccolo allo studio della musica iscrivendolo al Conservatorio della città natale. Qui si diplomò a soli 17 anni in pianoforte e, solamente due anni dopo, in composizione.

Si rivelò, da subito, uno studente estremamente curioso. Durante gli anni di studio, infatti, spesso si recava nei locali per assistere ai concerti tenuti da orchestre e piccoli gruppi jazz. Amava molto quel genere di musica al punto da dichiarare il suo entusiasmo proprio per un’orchestrina jazz che, nel 1925, accompagnò un’operetta i cui protagonisti erano tutti afroamericani. Del resto la sua apertura mentale è testimoniata anche dalla dichiarazione che ho riportato all’inizio di questo racconto.

Ma in quegli anni il jazz in Unione Sovietica era guardato un po’ con sospetto, come tutto ciò che proveniva dall’occidente.

Lui però si diede da fare per promuovere questa musica al pinto da far parte di una commissione che doveva valutare alcuni lavori di giovani compositori di jazz. Arrivò anche a comporre una Suite per orchestra jazz in tre movimenti, per incoraggiare lo sviluppo di questa musica. A questa suite ne seguì, anni dopo un’altra.

Non dobbiamo però pensare a queste composizioni come veri e propri esempi di musica jazz. Sono invece piuttosto orientate sia verso la musica leggera che a quella da ballo, in particolare.

In ogni caso queste influenze esterne, estranee alla sua cultura, esercitarono una grande suggestione su di lui e sulla sua produzione musicale.

Una delle caratteristiche principali che lo hanno sempre contraddistinto, infatti, è l’ecletticità. Ciò che mi ha sempre affascinato di lui è l’ampia tavolozza espressiva, che ha consentito alla sua musica di essere drammatica, austera, ma anche ironica e spiritosa.

La sua propensione a confrontarsi con vari generi musicali si evince anche dalla sue vicende biografiche.

All’inizio della carriera, infatti, lavorava come pianista nei cinema, accompagnando i film muti. Era quindi abituato a improvvisare la musica più adatta a sottolineare determinate scene utilizzando una grande varietà di stili. Ovviamente questa sua attitudine si riverbererà, in un secondo tempo, in molte composizioni.

La sua è una musica dai forti contrasti, venata da elementi anche ironici e grotteschi. È permeata anche da una forte componente ritmica che rende i suoi lavori estremamente accattivanti.

Nella sua produzione spiccano, ovviamente le ben quindici sinfonie, i sei concerti per strumenti vari e orchestra, i quindici quartetti d’archi, oltre a musica per balletto e alcune opere.

Fu proprio un’opera a causargli i primi grossi problemi col regime sovietico.

Nel 1936 ne pubblicò una, molto bella, il cui titolo in italiano è “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”. La composizione ebbe, all’inizio, un grande successo di pubblico. Poi però accadde qualcosa che cambiò il corso della vita di Šostakóvič.

Una sera proprio Stalin decise di assistere alla rappresentazione. Il giorno dopo, sull’organo ufficiale di partito “La Pravda”, comparve un articolo intitolato “Caos anziché musica”. La firma era quella di un giornalista locale ma molti intuivano che, in realtà, probabilmente era stato scritto dalla stesso Stalin. Nell’articolo la musica dell’opera, che era stata lodata da compositori come Britten e Prokofiev, veniva bollata come caos. Questo era dovuto anche alla crociata contro la musica definita antipopolare che vedeva in prima fila il nuovo ministro della cultura del regime, famoso anche per essere genero di Stalin.

Šostakóvič si trovò di fronte ad un bivio. Ignorare il diktat, insito nell’articolo, che gli impediva di essere un’artista libero, oppure accettare di abiurare a quelle che erano le proprie convinzioni artistiche.

Scelse la seconda strada. Questo però non deve sminuirne la personalità ai nostri occhi. Bisogna chiaramente pensare al contesto, mettersi in quella situazione e immaginare tutte le conseguenze cui sarebbe andato incontro disobbedendo agli “ordini” del regime.

Nonostante questo Šostakóvič ha sempre cercato di ricavarsi un proprio spazio di originalità anche quando la mannaia della censura sembrava implacabile.

Teatro alla Scala

Io ho avuto la possibilità, e la fortuna, di assistere ad una rappresentazione di quest’opera qualche anno fa al “Teatro alla Scala” di Milano, ed è stata un’esperienza notevole.

Volevo quindi farvi ascoltare l’inizio di una suite orchestrale tratta proprio dalla musica di “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”. “

Suite orchestrale

Da questo ascolto risulta evidente come l’aspetto ritmico costituisca una delle caratteristiche più importanti della musica di questo compositore. Ciò contribuisce a rendere la sua produzione maggiormente fruibile, nonostante l’indubbia complessità. Il successo che quest’opera ha avuto, prima dell’ostracismo imposto dal regime, ne è testimonianza.

L’accettazione da parte di Šostakóvič delle direttive e dei diktat imposti dall’alto ha fatto si che, nel tempo, la sua importanza artistica venisse riconosciuta e rivalutata anche dallo stesso Stalin. Fu infatti utilizzato anche come ambasciatore culturale dell’Unione Sovietica all’estero.

Proprio durante la seconda guerra mondiale ci fu un episodio che rivela la mutata considerazione del compositore da parte del regime sovietico. Vale la pena raccontarlo.

Come detto, Šostakóvič era originario di San Pietroburgo, poi ribattezzata Leningrado. La città fu sottoposta per tre anni ad un assedio devastante da parte dell’esercito nazista. Lui era arruolato nell’esercito che combatteva per la resistenza della città. Ma il regime lo fece prelevare, con la moglie e i figli, per portarlo fuori dalla città stessa. L’idea era quella che fosse più importante avere un compositore vivo che con la sua musica potesse dare impulso e coraggio alla popolazione, piuttosto che un musicista morto, tra i tanti, durante l’assedio.

Il frutto di questo salvataggio fu la composizione della sua settima sinfonia, scritta tra l’inverno del 1941 e la primavera del 42, intitolata, appunto, “Leningrado”. Si tratta di una composizione monumentale, sia per l’organico richiesto che per la lunghezza e la difficoltà di scrittura. La sinfonia venne eseguita proprio a Leningrado il 9 agosto 1942 con la città ancora sotto assedio, e fu un evento molto importante che diede nuova linfa vitale e coraggio ad una popolazione ormai stremata.

La preparazione del concerto fu molto complessa. In città mancavano i generi di prima necessità e la popolazione pativa la fame. Anche gli orchestrali erano allo stremo delle forze al punto che alcuni non riuscivano a tenere l’archetto in mano o a soffiare nei propri strumenti.

Ma il coraggio e la dedizione di tutti fecero si che l’ardua impresa venisse portata a termine con grande successo.

Lo stesso Šostakóvič così spiegò lo spirito che lo aveva guidato nella composizione:

“La musica è la mia arma. Stiamo lottando per i più alti ideali umani nella storia. Siamo impegnati in una battaglia per la nostra cultura, la nostra scienza, la nostra arte, per tutto quello che abbiamo creato e costruito. Dedico la mia settima sinfonia alla nostra futura vittoria, alla mia città natale, Leningrado”.

Inizio sinfonia

Tra l’altro, proprio a proposito di questa settima sinfonia, e del suo primo movimento, c’è un aneddoto interessante da raccontare.

Dopo l’inizio, ad un certo punto, Šostakóvič inserisce un tema molto orecchiabile, di chiara ispirazione popolare. Su questo tema insiste molto, sviluppandolo e orchestrandolo in vari modi. Si tratta di una melodia accompagnata dal tamburo rullante che esegue una marcia militare. Forse, nelle sue intenzioni, questo tema doveva rappresentare l’incitamento alla resistenza e all’unione della popolazione, stimolandola a farsi carico del proprio destino. Il tema comincia in sordina aumentando di intensità man mano. Cominciano gli archi in pizzicato.

Inizio tema

Un paio di anni dopo, dall’altra pare dell’oceano negli Stati Uniti, dove si era rifugiato, un altro dei compositori più importanti del 900, l’ungherese Béla Bartók, ascoltando questa sinfonia alla radio si stupì dell’insistere di Šostakóvič su questo tema così semplice.

Decise quindi di farne una parodia in una delle sue composizioni più importanti, il “Concerto per Orchestra”, del quale ho parlato nella puntata n.121.

Nel quarto movimento, infatti, Bartók inserisce un’imitazione greve e quasi irrispettosa del tema di Šostakóvič. L’effetto è quello di una presa in giro.

Concerto per Orchestra

In realtà l’oggetto principale di questa puntata è però un altro. Si tratta di un brano che volevo farvi conoscere anche se penso che molti di voi abbiano già avuto modo di apprezzarlo.

Si tratta del “Valzer n. 2” dalla “Suite per orchestra di varietà”, probabilmente una delle opere più note di Šostakóvič.

La composizione è abbastanza corta visto che la sua durata si aggira sui 3 minuti e 40” a seconda delle esecuzioni. Questo valzer deve gran parte della sua fama all’utilizzo che ne ha fatto un grande genio della cinematografia mondiale, Stanley Kubrick, in un suo film. La musica infatti si trova all’inizio e alla fine di “Eyes Wide Shut”, del 1999, con attori principali Nicole Kidman e Tom Cruise.

La suite è stata composta a metà degli anni 50. Spesso viene erroneamente chiamata “Jazz Suite n.2”. In realtà questo valzer fa parte, come detto, della “Suite per orchestra di varietà”, ma è il valzer n.2 e questo ha sempre generato un po’ di confusione.

È, ovviamente, una composizione totalmente diversa da quanto abbiamo ascoltato finora. Ma è, a suo modo, un gioiello. In questo brano Šostakóvič riesce a unire una semplicità d’ascolto, grazie a una melodia molto orecchiabile e coinvolgente, con un’estrema raffinatezza nel trattamento dell’orchestra.

Questo valzer risente di molte delle influenze culturali e musicali di Šostakóvič. Ci sono sapori di musica da film, spruzzatine di jazz e, soprattutto, influenze di musica leggera e da intrattenimento.

Il valzer è, chiaramente, una musica da ballo e questo, in particolare, è ritmicamente inequivocabile e molto netto, nel suo sviluppo.

La forma è A B A. Dopo un inizio di quattro battute che serve a stabilire inequivocabilmente l’impulso ritmico, il tema comincia subito. È interessante notare come la prima esposizione venga affidata al sassofono contralto. Si tratta di uno strumento non molto usato nella musica cosiddetta “classica”, ma uno dei più importanti nel jazz. Il risultato, che tradisce l’interesse di Šostakóvič anche per sonorità non del tutto usuali, rende questa melodia intrigante facendola diventare melanconica e forse ancora più orecchiabile.

Il tutto acquista un sapore agrodolce anche perché la tonalità iniziale è minore, Do minore per l’esattezza. Dopo il solista entrano gli altri sassofoni e infine gli altri “legni” che concludono la prima esposizione .

Inizio con sax contralto

A questo punto il tema passa alla sezione degli archi al completo acquisendo, se possibile, una cantabilità ancora maggiore.

Tema agli archi

Dopo la seconda esposizione comincia la parte B. Questa sezione è, al contrario della prima, in tonalità maggiore. In realtà dal punto di vista delle note non cambia tantissimo perché le due tonalità, Do minore per la parte A e MI bemolle maggiore per la parte B, sono molto vicine. Tecnicamente, e scusate questa precisazione un po’ didattica, si dice che siano una relativa all’altra. In ogni caso, come potrete sentire, il cambio in maggiore conferisce alla composizione una rinnovata linfa vitale e un grande senso di circolarità, tipico dei valzer.

Sezione B in maggiore

Poi accade qualcosa di molto interessante. Dopo l’esplosione di movimento e vivacità della parte B, si ritorna alla parte A che, vi ricordo, è in tonalità minore. L’atmosfera sembra quasi ripiegare su sé stessa. L’effetto è enfatizzato dal fatto che a eseguire il tema questa volta è uno strumento che non ti aspetti. Si tratta di un trombone. Questo “solo” è uno dei più amati della letteratura per questo strumento. Il risultato è qualcosa che irretisce l’ascoltatore, sia per l’inaspettato ritorno in minore, che per la sonorità che ne risulta, particolarmente languida.

Tema al trombone

Questo piccolo brano, come durata, è in realtà estremamente rappresentativo della poetica di Šostakóvič. Presenta infatti un’ambiguità emotiva di fondo. Il tema principale è dolce e accattivante ma ciò che lo accompagna, e mi riferisco soprattutto agli accordi e all’orchestrazione, fornisce un senso di vaga inquietudine, non del tutto espressa.

Il risultato è una musica che suggerisce un’atmosfera senza definirla completamente. Lascia spazio a sentimenti contrastanti. Forse è proprio questa ambiguità emotiva ad aver spinto Stanley Kubrick a scegliere questa musica per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”. Anche nel film, infatti, le cose non sono mai esattamente come sembrano, le apparenze ingannano. C’è sempre un significato diverso, alternativo, al di là di quello più ovvio che ci arriva dalle immagini. In questo senso la musica è veramente adatta sottolineare questo tipo di suggestioni.

finale

Cercare di raccontare la complessa personalità di un compositore che ha passato gran parte della sua vita in periodo di tragedie inenarrabili, senza mai perdere, però, la capacità di avere uno sguardo personale e a volte ironico sulle cose, è un compito arduo.

C’è però una sua affermazione che ci aiuta a comprendere l’estrema varietà di emozioni e sensazioni che Šostakóvič ha cercato di trasmettere con la sua musica:

“Quali possono essere le emozioni umane? Sicuramente non solo lirismo, tristezza, tragedia.  Anche la risata non ha forse diritto a questo titolo elevato? Voglio lottare per il legittimo diritto alla risata nella musica “seria”.