“Chi suona gli strumenti deve essere esperto nel canto“ (Georg Philipp Telemann)
Puntata numero centoquarantotto
«Dal momento che è sempre piacevole fare qualcosa di nuovo, mi misi a scrivere anche dei concerti. Devo riconoscere che essi non mi sono mai andati particolarmente a genio sebbene ne avessi già composto un numero non trascurabile.” (Georg Philipp Telemann)
Questa puntata è figlia del famoso proverbio “non c’è due senza tre”.
Ho cominciato queste feste natalizie e di fine-inizio anno con una puntata dedicata ad un ascolto jazz, l’album “We Get Requests” dell’Oscar Peterson Trio. Poi mi sono permesso di consigliarvi una musica più orientata verso il pop-folk, con l’album tratto dal concerto dal vivo “The Concert in Central Park” di Simon e Garfunkel. Mancava una puntata riferita al mondo della musica cosiddetta “classica”, anche se questo termine non mi è mai piaciuto eccessivamente per come viene usato.
Quindi oggi voglio dedicare questo racconto, col quale augurarvi anche un buon anno, ad un brano molto bello, secondo me, scritto da un compositore alla moda.
Intendo alla moda riferendomi al periodo in cui è vissuto perché, come vedremo e come purtroppo è capitato a molti compositori di successo finché erano in vita, è stato poi dimenticato dopo la morte, per essere poi riscoperto solamente nella seconda metà del secolo scorso.

Sto parlando di Georg Philipp Telemann, nato a Magdeburgo nel 1681, e morto ad Amburgo, all’età di 86 anni, nel 1767. È stato contemporaneo di Bach, Händel e Vivaldi, ma ha vissuto più a lungo di loro.
Telemann era quello che si può tranquillamente definire un uomo di mondo. Ha composto musica di tutti i tipi: sacra, musica per strumenti solisti, opere, arie, cantate, musica per tastiera, sinfonie, marce, e anche musica a programma.
È unanimemente riconosciuto come il compositore più prolifico della storia. Di lui si contano circa 5000 composizioni, molte delle quali sono andate perdute. Il numero preciso, probabilmente, non si saprà mai.
La sua attività è cominciata nel periodo barocco e si è estesa fino alle soglie del classicismo. Una delle sue qualità principali era quella di riuscire ad aggiornare, diciamo così, il proprio stile musicale, a seconda delle mode del momento. Per questo divenne famosissimo in vita. Per fare un esempio della sua popolarità si narra che quando a Lipsia decisero di prendere a servizio Johann Sebastian Bach, la comunità cittadina formulò un documento in cui si sosteneva che vista l’impossibilità di avere il meglio ci si doveva accontentare di una soluzione mediocre. Fa sorridere pensare che la soluzione mediocre era rappresentata da Bach mentre “il meglio” era riferito proprio a Telemann che, purtroppo per Lipsia, era già occupato ad Amburgo.

Telemann era anche amico di Händel che aveva di lui, come lo stesso Bach del resto, un’alta considerazione.
È stato anche uno dei primi compositori a pubblicare in proprio, e a vendere, alcuni suoi lavori. Si parla di una quarantina di composizioni che si sono rivelate fondamentali per accrescere la sua fama in tutta Europa.
Ha lasciato anche carteggi epistolari molto significativi tra i quali tre saggi autobiografici, fondamentali per comprendere meglio la sua educazione, essendo un autodidatta, la sua carriera e il suo modo di vivere la musica.
Uno dei suoi talenti principali stava nel comporre musica commisurata alle aspettative del pubblico di dilettanti e appassionati, dei quali conosceva perfettamente i gusti e le abitudini.
Questo però se da un lato, lo ha reso molto popolare in vita l’ha consegnato all’oblio subito dopo la morte. Per fare un esempio l’ultima sua opera rappresentata è del 1832, dopo di che fu completamente dimenticato. Per darvi un’idea ancora nel 1911 l’Enciclopedia Britannica non aveva una” voce” propria riferita a lui.

La sua produzione fu riscoperta dopo la seconda guerra mondiale, negli anni 50 e 60 del secolo scorso. Il tutto avvenne anche grazie a quel movimento artistico-musicale teso alla valorizzazione del repertorio barocco attraverso la ricerca di una prassi esecutiva il più possibile corretta dal punto di vista filologico. Furono presi in esame manuali e trattati dell’epoca e vennero utilizzati strumenti musicali originali del periodo, quando possibile, o copie moderne costruite però basandosi sui disegni originali barocchi.
Molti musicologi hanno spesso posto in contrapposizione Bach e Telemann, mettendone in evidenza le differenze. In realtà possiamo dire che componevano musica completamente diversa.
Laddove Bach era un maestro per l’importanza delle sue trame contrappuntistiche, estremamente complesse, Telemann invece prediligeva concentrarsi sull’aspetto melodico. Le sue melodie infatti sembrano sgorgare dalle sue pagine quasi senza sforzo.
Questa differenza di stile si rifletteva anche negli strumenti che i due sceglievano. Bach era interessato principalmente all’organo e al clavicembalo. Anche Telemann suonava l’organo come ogni compositore di livello a quei tempi ma, in realtà, si considerava principalmente un flautista, un violinista e, aspetto interessante per quello di cui parlerò tra un po’, anche un cantante. Da qui la sua predilezione per le linee melodiche.
Una volta ebbe ad affermare: “Chi suona gli strumenti deve essere esperto nel canto“.
Del resto le sue composizioni più popolari sono, in realtà, i molti concerti scritti per strumenti a fiato.

Era anche esperto nello scoprire le potenzialità espressive dei vari strumenti utilizzati all’epoca, anche nelle orchestre. Valorizzò strumenti come l’oboe d’amore, il flauto dritto o a becco, o la stessa viola da gamba che erano usati prevalentemente nella musica da camera, valorizzandoli a livello solistico.
Ma in generale riservò una grandissima importanza anche agli strumenti a fiato come gli ottoni, che spesso avevano solamente una funzione puramente d’impatto e venivano impiegati in momenti celebrativi o epici.
Il brano di cui voglio parlarvi è appunto l’”Adagio” tratto da uno dei suoi concerti per tromba, archi e basso continuo. Visto che ne ha scritti due il numero esatto di catalogo, che sembra uno di quei nomi che vengono assegnatiagli asteroidi, è il seguente: TWV 51 D7. Ma non preoccupatevi, se digitate “Adagio per tromba di Telemann”, lo potete trovare tranquillamente.

La composizione è stata scritta tra il 1708 e il 1714, probabilmente, periodo nel quale Telemann era Konzertmeister e Kapellmeister a Eisenach, città natale di Bach.
È un concerto strutturato in quattro movimenti: Adagio, quello di cui ci occuperemo, Allegro, Grave, nel quale tra l’altro la tromba non suona, e l’Allegro finale.
Il primo movimento è caratterizzato da una linea melodica accattivante, coinvolgente e molto lirica. Queste caratteristiche ne hanno decretato la fama al punto da renderlo oggetto, come vedremo, di particolari attenzioni anche da parte di autori moderni, più vicini a noi nel tempo.
È molto impegnativo da un punto di vista esecutivo. La tromba, infatti, suona costantemente. I momenti in cui lil trombettista può prendere fiato sono pochissimi. Tra l’altro, essendo un brano lento, ogni nota deve essere curata nel giusto modo, ogni fraseggio è di vitale importanza e la sonorità generale diventa elemento estremamente rilevante.
La tromba viene infatti utilizzata in modo difforme rispetto a quello cui siamo abituati. Non ci sono sonorità squillanti e aggressive. Telemann chiede a questo strumento, che non era tanto usuale sentire come solista, liricità ed espressività veramente fuori dalla norma.
Questo mi da la possibilità di parlare anche di un altro aspetto fondamentale.
Il brano, come tutto il concerto del resto, è stato composto per un tipo di tromba che non è quella moderna come noi la intendiamo. Si tratta invece della tromba cosiddetta naturale, o barocca. Le differenze tra i due tipi di strumento sono notevoli.

Da un punto di vista visivo la tromba moderna è molto più corta e presenta i pistoni che consentono di variare la lunghezza del tubo nel quale scorre l’aria. La tromba barocca è molto più lunga e, ovviamente, non presenta i pistoni che sono stati inventati molti decenni dopo, alla fine del periodo classico e non può eseguire quindi tutte le note. Inoltre i differenti suoni vengono ottenuti con diverse posizioni delle labbra dell’esecutore sull’imboccatura dello strumento il che rende le cose ancora più complesse, come si può intuire.

Voglio farvi ascoltare questo brano in due differenti versioni eseguite una con la tromba barocca e l’altra con quella moderna. Questo affinché possiate cogliere le differenze timbriche ed espressive tra i due strumenti.
La prima versione è eseguita da una donna specialista della tromba barocca, Alison Balsom. Tra l’altro lei suona uno strumento al quale sono stati aggiunti dei piccoli fori, che vengono chiusi con le dita, per poter, almeno in parte, facilitare un’intonazione che sia più simile a quella che noi oggi siamo abituati ad ascoltare. L’altezza dei suoni nel periodo barocco, infatti non era esattamente come quella odierna. È un discorso molto lungo e un po’ tecnico che magari affronterò in un’ altra occasione. Per il momento basta sapere che questi piccoli fori consentono di colmare quelle differenze di intonazione che ci permettono di essere più a nostro agio con questo tipo di repertorio.

La versione della Balsom tiene conto della prassi esecutiva del periodo anche dal punto di vista dell’organico strumentale che è decisamente più contenuto rispetto a quanto siamo abituati.
La sonorità cerca di avvicinarsi quindi il più possibile a quella che si presuppone fosse l’intenzione di Telemann agli inizi del 700.
Come avete potuto ascoltare è un brano che dura poco più di due minuti ma costituisce un tour de force non indifferente per l’esecutore.
Spero abbiate notato la dolcezza e la delicatezza di questa esecuzione, e anche quando la melodia si inerpica su note più acute il suono risulta sempre controllato e mai troppo invadente.
Tra l’altro l’accordatura usata è tipica del periodo. Risulta infatti un po’ più bassa di quella attuale. Il concerto è in tonalità di Re maggiore, ma con questo tipo di accordatura, se provate a verificare, risulta quasi un semitono più grave, in pratica suona in Do diesis.
Questa che può sembrare un’elucubrazione mentale da specialisti in realtà diventa molto importante perché tutta la sonorità risulta così più contenuta. Ciò diventa ancora più evidente confrontando questa versione con quella che vi propongo adesso.
Si tratta di un’esecuzione ad opera di un musicista anche questo spettacolare, il francese Maurice André, scomparso purtroppo circa dodici anni fa, un altro virtuoso dello strumento.

La differenza tra le due versioni è notevole. Innanzitutto la tonalità è più alta perché l’accordatura è quella usata attualmente, quindi è in Re maggiore così come noi lo intendiamo. Poi anche la registrazione è più presente, più “sparata fuori”, se così si può dire, anche se non è mai aggressiva.
La sonorità generale risulta così più brillante. Questa esecuzione, che tra l’altro ha un tempo più lento rispetto alla precedente, suona in questo modo.
Ovviamente ognuno di noi, secondo la propria sensibilità, può prediligere un’esecuzione rispetto all’altra. Secondo me, in ogni caso, era interessante farvele conoscere entrambe. Si tratta di due versioni all’apparenza simili ma in realtà radicalmente diverse, sia come presupposti di partenza che come risultato finale.
Come accennavo in precedenza si tratta di un brano talmente bello, con una melodia così struggente, da suscitare l’attenzione di compositori anche più vicini a noi.
Uno fra questi è stato Fabrizio De André che in uno dei suoi brani più conosciuti e più amati, datato 1966, “La canzone dell’amore perduto”, stando a quanto viene riportato sui vari siti, si è ispirato a questa melodia.

In realtà, più che ispirato, diciamo che ha preso questa melodia così com’è, aggiungendovi un bellissimo testo, praticamente una poesia. La melodia però è esattamente quella di Telemann.
Questo non deve suscitare scalpore perché De André ha fatto ricorso a quella che è una prassi comune fin dal periodo barocco. I compositori, infatti, hanno sempre preso a prestito, diciamo, melodie di altri autori, per rielaborarle dandone versioni proprie e personali. Anche i grandi come Bach, Mozart e Beethoven ricorrevano ad esempio, a volte, alla pratica della variazione su una data melodia, che spesso non era stata scritta da loro.
De André ha agito in modo simile sovrapponendo alla melodia un bellissimo e struggente testo, che parla della fine di un amore, creando così qualcosa di diverso dall’originale.
Vi faccio ascoltare un momento di questa canzone e vi prego di notare una cosa in particolare. Oltre alla melodia e al testo concentratevi anche sul timbro vocale di De André, che risulta estremamente originale. Si tratta, infatti, di uno dei pochi cantanti, anche se questa non era la sua principale professione, diciamo così, ad avere una sonorità molto delineata e definita anche nelle note più gravi. Notate in particolare la bellezza del suo timbro vocale all’inizio, quanto canta la parola “viole”, e come sostiene la seconda sillaba che è una nota abbastanza grave.
Possiamo ben dire che la combinazione tra questa melodia meravigliosa di Telemann, la poesia, altrettanto meravigliosa di De André e il suo timbro vocale, sia veramente “letale” per i sentimenti. La mente viaggia tantissimo e ognuno può ritrovare i propri ricordi. Questo è uno dei casi più eclatanti in cui la musica può veramente aprire i cassetti della memoria e tirare fuori tutto quello che pensavamo dimenticato o che era solamente sopito dentro di noi.
Pe chi se lo domandasse bisogna dire che non si tratta di plagio perché la composizione di Telemann è, come si suol dire, di pubblico dominio. I diritti d’autore, infatti, cessano dopo 75 anni dalla morte del compositore e quindi essendo Telemann morto nella seconda metà del XVIII secolo, il problema non si pone.
De André, tra l’altro, ha utilizzato questo modo di procedere anche in un’altra occasione. Il suo brano “Caro amore”, ad esempio riprende una melodia tratta dall’ Adagio del “Concerto d’Aranjuez” di Joaquin Rodrigo. In questo caso il compositore che era vivente, essendo morto nel 1999, manifestò il suo disappunto per l’utilizzo improprio della sua musica e costrinse il cantautore a ritirare la canzone che venne sostituita, nel LP, da un altro brano.
Nel caso della “Canzone dell’amore perduto” il problema, come detto, non si è posto.
L’unico aspetto discutibile, secondo me, è che nei credits del disco e sull’etichetta questa canzone viene indicata come” testo e musica di Fabrizio De André”. Questo non è del tutto corretto, anzi.

Sarebbe stato importante specificare fin da subito, come adesso viene fatto da tutti, che la melodia è di Telemann, perché, vista la nascente e crescente popolarità del cantautore genovese, questo brano del compositore tedesco poteva essere conosciuto ed apprezzato da un numero maggiore di persone, soprattutto ragazzi. La divulgazione della musica, della buona musica, passa anche attraverso questi accorgimenti.
Al di là di tutto questo io spero che questo Adagio per tromba così bello ed evocativo sia di buon auspicio, per tutti noi, e ne approfitto per porgervi gli auguri di buon anno, visto che è appena iniziato.
