“L’ispirazione è un risveglio, una fuga da tutte le facoltà umane e si manifesta in ogni grande conquista artistica” (Giacomo Puccini)

Puntata numero centoquarantatré

Il 29 novembre del 1924, esattamente 100 anni fa, venivano trovate sul comodino di un letto d’ospedale a Bruxelles, 36 pagine contenenti schizzi e abbozzi di idee musicali. Appartenevano a Giacomo Puccini che, proprio in quell’ospedale belga, era morto la mattina dello stesso giorno, dopo una serie di tardivi, e purtroppo inutili, tentativi di cura per sconfiggere il tumore alla gola che lo aveva colpito da tempo. Quelle pagine contenevano idee riguardanti il finale di un’opera che il compositore, per molti motivi, non era riuscito a concludere: “Turandot”.

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Su una di quelle pagine si trovava un appunto che ha destato, nel corso degli anni, l’interesse di musicisti, musicologi e addetti ai lavori, di tutto il mondo: “Poi Tristano”.

Il riferimento al “Tristano e Isolde” di Richard Wagner è del tutto evidente. Si tratta infatti di una partitura che Puccini amava e conosceva profondamente. Nessuno può sapere con certezza  a cosa precisamente si riferisse il compositore. Alla luce anche di questo appunto però, il finale di Turandot probabilmente, nelle mente di Puccini, avrebbe potuto essere abbastanza diverso da quello che siamo soliti ascoltare. L’opera di Wagner, infatti, finisce in modo del tutto dissimile rispetto a quell’happy ending, previsto dal finale di Turandot che tutti noi conosciamo, composto utilizzando gli schizzi di Puccini da Franco Alfano.

Ma di questo parlerò più avanti.

La scorsa settimana avevo terminato la puntata accennando alle caratteristiche dei principali personaggi dell’opera. Il primo preso in esame era stato Calaf, il principe tartaro.

La seconda protagonista è un personaggio che, come detto, nella favola originale di Gozzi non c’è. È stato inserito, su volere del compositore, per dare un tocco di modernità alla storia. Si tratta di Liù, un carattere del tutto antitetico rispetto a quello di Turandot.

Liù è una schiava. L’abbiamo conosciuta fin dall’inizio perché è lei ad aiutare il padre cieco di Calaf. È innamorata del principe, come lei stessa confessa rispondendo ad una sua domanda: “Perché tanta angoscia hai diviso?”, “Perché un dì, nella reggia, m’hai sorriso”.

È interessante notare come Liù abbia più “arie” della stessa Turandot all’interno dell’opera e sono tutte molto importanti, e significative per lo svolgersi degli eventi.

Durante la prima cerca di convincere Calaf a desistere dal suo tentativo di affrontare la prova degli enigmi. Afferma infatti che in caso di fallimento lei e il padre moriranno, lui perderà un figlio e lei la speranza di un sorriso.

L’aria è “Signore ascolta”.

“Signore, ascolta!
Liù non regge più, si spezza il cuor!
Ahimè, quanto cammino col tuo nome nell’anima,
col nome tuo sulle labbra!
Ma se il tuo destino doman sarà deciso,
noi morremo sulla strada dell’esilio.
Ei perderà suo figlio, io l’ombra d’un sorriso.
Liù non regge più!”

“Signore ascolta”

In pratica ogni volta che Liù interviene Puccini fa ricorso a tutta la sua vena melodica, che è sempre stata, va sottolineato, una delle caratteristiche che lo hanno reso famoso e amato dal pubblico.

Giacomo Puccini

La modalità di canto riservata a Liù va contrapposta a quella di Turandot, totalmente diversa, più declamata, grintosa e meno, passatemi l’espressione, melodica.

Turandot è, come desiderava Puccini, un personaggio particolare e del tutto nuovo per lui. Tanto per cominciare nel primo atto non canta. Si fa solamente vedere, favorendo l’innamoramento immediato di Calaf, ma non canta, e già questo è abbastanza strano.

Ha una personalità complessa, glaciale. Non vuole assolutamente concedersi a nessun pretendente, al punto da sottoporre chiunque voglia ambire alla sua mano, a enigmi quasi irrisolvibili. È fiera del suo modo di essere al punto da ripetere più volte: “Mai nessun m’avrà”, perché vuole rimanere pura.

È lei stessa a spiegare, nell’aria che affronta durante il secondo atto, le motivazioni del suo agire. Questo è un aspetto interessante che rende l’opera dissimile da una favola. Generalmente nelle favole, infatti, i protagonisti, siano buoni o cattivi, non spiegano mai il perché della loro natura, che Il lettore da per scontata

Turandot invece fa un preciso riferimento a ciò che ha determinato il suo modo di essere. Si tratta di un episodio accaduto secoli prima ad una sua antenata, Lou Ling, che fu violentata da un principe tartaro, per inciso la stessa etnia di Calaf. Lei porta dentro di se il dolore della sua ava di cui vuole vendicare la sorte.

Questa è la modalità con la quale Turandot si Presenta:

“In questa reggia, or son mille anni e mille,
Un grido disperato risonò.
E quel grido, traverso stirpe e stirpe,
Qui nell’anima mia si rifugiò!
Principessa Lou-Ling
Ava dolce e serena che regnavi
Nel tuo cupo silenzio in gioia pura.
E sfidasti inflessibile e sicura
L’aspro dominio,
Oggi rivivi in me!

Pure nel tempo che ciascun ricorda,
Fu sgomento e terrore e rombo d’armi.
Il regno vinto! Il regno vinto!
E Lou-Ling, la mia ava, trascinata
Da un uomo come te, come te
Straniero, là nella notte atroce

Dove si spense la sua fresca voce.”

Ascoltando l’inizio dell’aria ci si può rendere conto di quanto ho affermato in precedenza, riguardo la differenza nell’approccio alla melodia tra Liù e Turandot. Questo rende le due protagoniste femminili molto diverse, non solo per quanto narrato nel libretto, ma anche, e soprattutto, per gli aspetti inerenti alla musica. Quanto Liù suona morbida e melodica, tanto Turandot è aggressiva, spigolosa e molto acuta come tessitura vocale. Da notare anche come l’accompagnamento orchestrale, soprattutto all’inizio, sia veramente ridotto ai minimi termini.

“In questa reggia”

Subito dopo troviamo un momento che, personalmente, è uno dei miei preferiti. Continuando in pratica la sua aria Turandot afferma:

“O Principi, che a lunghe carovane

 d’ogni parte del mondo qui venite

 a gettar la vostra sorte,

 io vendico su voi, su voi quella purezza,

 quel grido e quella morte!

A questo punto Puccini ha uno slancio melodico notevolissimo.

 Mai nessun m’avrà!

L’orror di che l’uccise vivo nel cuor mi sta!

No, no! Mai nessun m’avrà!

Ah, rinasce in me l’orgoglio di tanta purità!

Poi rivolgendosi a Calaf:

Straniero! Non tentar la fortuna!

Gli enigmi sono tre, la morte è una!

Lui risponde:

“No, no! Gli enigmi sono tre, una è la vita!

Poi le due voci si uniscono per un attimo, in un momento, secondo me, meraviglioso, ribadendo ognuna la sua ultima frase.  È un punto tecnicamente difficile, vocalmente parlando, e da brividi per quello che riguarda l’impatto sul pubblico.

“O principi che a lunghe carovane“

Si arriva poi alla scena degli enigmi. Qui Puccini, se ce ne fosse bisogno, dà l’ennesima dimostrazione della sua abilità nel creare musica drammaturgicamente ineccepibile. Le note rendono perfettamente l’atmosfera e lo svilupparsi della vicenda contribuendo a sottolineare la tensione del momento.

Volevo soffermarmi sul terzo enigma quello che Calaf sembra non essere in grado di risolvere.

Il primo fa riferimento alla speranza, il secondo al sangue, e il terzo, con una Turandot sempre più preoccupata e innervosita perché timorosa di dover capitolare è il seguente:

“Gelo che ti dà foco e dal tuo foco più gelo prende! Candida ed oscura! Se libero ti vuol ti fa più servo. Se per servo t’accetta, ti fa Re!” Su, straniero, ti sbianca la paura! E ti senti perduto! Su, straniero, il gelo che dà foco, che cos’è?”

Calaf risponde:

“La mia vittoria ormai t’ha data a me! Il mio fuoco ti sgela: Turandot!”.

Vi chiedo di far attenzione, oltre ovviamente al canto, anche, e soprattutto, alla parte orchestrale perché la musica, in questo momento è geniale.

Terzo enigma

Puccini era veramente talentuoso, un musicista modernissimo. Tra le altre cose nella Turandot sono presenti sapori di alcune tra le composizioni più importanti di quegli anni. Troviamo tracce del “Le Sacre du Printemps” di Stravinskij del 1913, soprattutto nella scena della morte di Liù, oppure di “Pelléas et Mélisande” di Debussy del 1902. Questi frammenti vengono ripresi e modificati alla luce del suo stile inimitabile e resi personali.

Ovviamente la storia non si conclude con la soluzione degli enigmi. Turandot infatti si rifiuta di cedere e chiede al padre di annullare la promessa. L’imperatore però risponde che il giuramento è sacro e non si può fare altrimenti.

A quel punto Calaf, che vuole si avere Turandot ma solo se è veramente innamorata di lui, le pone a sua volta un enigma , che poi è il quarto. Se entro la mattina seguente lei verrà a conoscenza del suo nome lui, all’alba è disposto a morire.

È ovviamente il momento di “Nessun dorma”, un’aria che immagino voi tutti conosciate. Chiedo venia ma, per ragioni di durata, non riesco a parlarne. In ogni caso penso si tratti di quella più famosa non solo di “Turandot ma dell’intera storia dell’opera. Vi dico solo che quest’aria è stata una delle prime a prendere forma nella mente di Puccini. Lui stesso disse ai suoi librettisti che avrebbe superato in popolarità anche l’altra sua famosissima, “E Lucevan le Stelle” tratta da uno dei suoi capolavori precedenti, “Tosca”. Inutile dire che aveva perfettamente ragione.

A questo punto tutti cercano di scoprire il nome dello straniero, per placare l’ira di Turandot. I tre consiglieri, Ping, Pong e Pang, sostengono che ci siano un vecchio e una donna che lo conoscono, per cui prendono Liù e iniziano a torturarla per costringerla a rivelarlo.

Ma lei pur di non cedere, tradendo così il suo amato, decide di immolarsi e si sacrifica portando con se il segreto.

Con la morte di Liù finisce la Turandot composta da Puccini.

A questo punto si apre un nuovo scenario. L’editore di Puccini, la casa Ricordi, per motivi che allora come oggi si possono definire di  marketing spudorato, fece credere al pubblico che, in realtà, il compositore aveva quasi finito l’opera e che mancavano solo alcune piccole parti.

In realtà Puccini non finì Turandot perché, probabilmente, non aveva le idee molto chiare riguardanti il finale.

Dopo la morte di Liù era molto difficile far accettare al pubblico il cambiamento repentino di Turandot e l’addolcirsi del suo carattere in virtù del bacio di Calaf, con conseguente finale in gloria. Da un punto di vista drammaturgico si era un po’ cacciato in un vicolo cieco.

Questi dubbi lo portarono ad agire, per quello che riguarda la stesura dell’opera, in modo del tutto dissimile rispetto al suo solito modo di procedere. Generalmente finiva completamente la composizione delle sue opere facendone una stesura per canto e pianoforte. Solo dopo si dedicava all’orchestrazione, cioè alla scelta di come utilizzare i vari strumenti dell’orchestra per rendere al meglio la partitura. Nel caso di Turandot lasciò il finale aperto e si mise ad orchestrare la partitura dall’inizio fino alla morte di Liù. Pertanto si evince che se ha avuto il tempo di orchestrare il tutto avrebbe anche avuto la possibilità di finirla se avesse saputo con certezza come procedere.

Uno dei problemi irrisolti non è solamente costituito dalla quasi indifferenza di Calaf alla morte di Liù. Ciò che è più importante è che con il suo rivelare il proprio nome lui in pratica ne vanifica il sacrificio, rendendolo inutile. Questo è veramente difficile da accettare nell’economia della vicenda.

È lecito supporre che Puccini non avesse in mente un finale trionfale, ed esiste una testimonianza interessante al riguardo.

In una lettera indirizzata, molti anni dopo, al compositore Luciano Berio, il critico Leonardo Pinzauti fa riferimento ad una conversazione avuta con un amico di Puccini. Questi sostiene di aver ascoltato lo stesso compositore suonare col pianoforte, a Torre del lago, proprio il finale di Turandot, e che non era assolutamente qualcosa di gioioso. Cita anche le testuali parole di questa persona che definisce il finale ascoltato come “ una musica meravigliosa che finiva in morendo”.

È utile sottolineare che anche il “Tristano e Isolde” di Wagner finisce in questo modo. L’appunto lasciato su quella pagina sul comodino d’ospedale “E poi Tristano”, potrebbe quindi riferirsi all’atmosfera da dare alla parte finale dell’opera. L’unione dei  protagonisti avverrebbe così sotto l’ala, per così dire, protettrice di Liù  e i due sarebbero consci che senza il suo sacrificio il carattere di Turandot non sarebbe mai mutato.

L’editore però voleva a tutti i costi che l’ultima, attesissima opera del più importante compositore del tempo, fosse presentata al pubblico al più presto. Mise quindi sotto contratto un musicista della propria scuderia, Franco Alfano, consegnandoli sia la versione per voce e piano che gli ultimi appunti, per fargli comporre il finale.

Franco Alfano

Con molta difficoltà, anche a causa delle precarie condizioni di salute, Alfano scrisse un primo finale. A questo punto si apre un ulteriore capitolo della vicenda. Casa Ricordi, con l’avvallo del direttore d’orchestra Arturo Toscanini che aveva gran voce in capitolo per ciò che riguardava i compositori italiani, cassò decisamente questo finale. Toscanini stesso ne tagliò gran parte accusando Alfano di aver messo troppo del suo nella partitura. Alfano fu quasi costretto a scrivere un secondo finale che è quello che ormai viene utilizzato quasi sempre.

Arturo Toscanini

È un finale un po’ problematico dal punto di vista dello sviluppo perché risolve tutto il dramma in modo un po’ forzato e in pochissimo tempo.

In ogni caso la sera della “prima” di Turandot, che si tenne al Teatro alla Scala di Milano un anno e mezzo dopo la morte di Puccini, il 25 aprile del 1926, il direttore d’orchestra, lo stesso Toscanini, diresse l’opera fino alla scena della morte di Liù. Subito dopo posò la bacchetta e si rivolse al pubblico. La frase che disse è stata in parte romanzata ma il concetto era il seguente:” Qui l’opera finisce perché qui è morto Puccini”.

Nelle successive repliche l’opera venne rappresentata col  nuovo finale di Alfano, che è quello divenuto ormai tradizionale.

Nel corso degli anni si sono aggiunti altri tentativi di comporre un finale per l’opera. Il più importante si è verificato agli inizi del millennio, nel 2001, ad opera di Luciano Berio. È un finale estremamente interessante e completamente diverso da quello di Alfano.

Luciano Berio

Ultimamente però sta prendendo sempre più piede la prassi di eseguire Turandot finendola con la morte di Liù, cioè con le ultime note scritte da Puccini.

È interessante notare come, in realtà, qualsiasi scelta oggi venga fatta al riguardo, possa rivelarsi una forzatura.  I finali diciamo alternativi non rappresentano probabilmente il volere di Puccini anche se quello di Berio, dal punto di vista dell’intuizione drammaturgica, è forse quello più in linea con il volere del compositore. Anche lasciando l’opera incompleta si crea, però, un vulnus non rimediabile. Viene infatti a mancare uno degli elementi fondamentali di ogni favola, che è appunto il finale, solitamente deputato ad esplicitare la morale di tutta la storia.  Inoltre terminando con la morte di Liù si avverte uno squilibrio nell’economia dell’opera. La sua figura diviene infatti quasi più importante di quella di Turandot e nemmeno questo è del tutto corretto.

In ogni caso, qualsiasi sia la scelta, bisogna constatare che col coro funebre che accompagna Liù fuori scena, muore Liù, muore Puccini, e probabilmente si estingue il periodo d’oro dell’opera.

A tutt’oggi infatti le opere più rappresentate al mondo sono quelle composte in un  periodo compreso tra il 1786, anno in cui Mozart pubblicò “Le Nozze di Figaro”, e il 1924, anno di “Turandot”.

finale

Dopo questa data sono state realizzate, ovviamente, altre opere molto importanti. Ma il fenomeno “opera” come spettacolo più amato dal pubblico, probabilmente finisce appunto nel 1924 con la morte di Liù e con la struggente musica che ne accompagna l’uscita di scena.

Anche i versi meravigliosi a lei dedicati da Timur, padre di Calaf, suggellano l’importanza del momento:

“Liù… bontà! Liù… dolcezza! Ah, camminiamo insieme un’altra volta così, con la tua mano nella mia mano. Dove vai ben so. Ed io ti seguirò per posare a te vicino nella notte che non ha mattino”.