Il finale di questo capolavoro è forse il quinto enigma, ed è senza una soluzione definitiva.
Puntata numero centoquarantadue
“Abito la Germania dove non faccio altro che combattere per l’italianismo nella musica. E voi italiani, in Italia, esaltate Strauss, Stravinskij e Debussy. Insultate Puccini, rinnegate Verdi e vi prostrate, a Roma, dinanzi a delle mediocrità tedesche”.
(Ferruccio Busoni, lettera a Casella 21 luglio 1923)
Questa puntata rappresenta un doveroso omaggio ad una personalità tra le più importanti non solo in ambito musicale.
Tra poco più di una settimana, infatti, esattamente cento anni fa, il 29 novembre 1924, moriva Giacomo Puccini, uno dei più grandi musicisti italiani di tutti i tempi e, probabilmente, il più grande operista del 900.
ASCOLTA IL PODCAST
Moriva lasciando incompleta la sua ultima creazione, o meglio la sua creatura visto l’affetto che provava per questa sua opera. Sto parlando, ovviamente, della “Turandot”.
“Turandot” è un fenomeno non unico ma abbastanza particolare, nella Storia della Musica. SI tratta infatti di un capolavoro senza finale, o meglio, con molti finali.
Procediamo però con ordine.
Per arrivare alla Turandot di Puccini bisogna fare un balzo indietro nel tempo di più di due secoli. Una delle prime testimonianze riguardanti questa principessa cinese la ritroviamo in una fiaba del drammaturgo veneziano Carlo Gozzi del 1761. È una fiaba teatrale intitolata, appunto “Turandot”.
Da questo momento le cose vanno via via complicandosi. Questa fiaba interessa molto di più all’estero, in Germania soprattutto, che in Italia. A riprova di ciò durante l’800 Schiller traduce in tedesco la Turandot di Gozzi.
Agli inizi degli anni venti del 900 due librettisti italiani, Giuseppe Adami e Renato Simoni, futuri autori del libretto dell’opera pucciniana, suggeriscono al compositore questo fiabesco soggetto per una nuova opera.
Simoni, Puccini e Adami
Ciò che rende interessante e che complica notevolmente il tutto è che il loro interesse viene attirato dalla traduzione che l’italiano Andrea Maffei fece nel 1863 della Turandot di Schiller.
In pratica presero spunto da una traduzione italiana della traduzione tedesca della fiaba di Gozzi.
Questo percorso così accidentato all’inizio si riverbererà successivamente come vedremo, anche sul proseguo dei lavori per la creazione della Turandot pucciniana.
Giacomo Puccini agli inizi degli anni venti del secolo scorso era il compositore più famoso e più amato in Italia e godeva di grande fama anche all’estero. Era ricco, grazie allo sfruttamento dei diritti di autore sul suo lavoro. Conduceva una vita agiata e dispendiosa, caratterizzata da tre grandi passioni: le auto, ne aveva una quindicina, la caccia e, nonostante avesse una relazione stabile, amava molto le donne.
Giacomo Puccini
Aveva già scritto alcuni dei più grandi capolavori operistici di tutti i tempi: Manon Lescaut, La Bohème, Tosca, della quale ho parlato nella puntata n.19, e Madama Butterfly. Sono tutt’oggi titoli tra i più rappresentati nei teatri di tutto il mondo.
Successivamente si era dedicato ad una serie di soggetti abbastanza innovativi come “La Fanciulla del West” oppure il “Trittico” composto da “Il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi”.
L’idea di lavorare su una fiaba, qualcosa di completamente nuovo, lo intrigò parecchio. Era convinto che cimentandosi, per la prima volta, con un soggetto del genere, per di più ambientato in Cina, avrebbe trovato i giusti stimoli per comporre musica nuova, diversa rispetto a quella dei suoi lavori precedenti.
Puccini era molto attento e pignolo nella scelta dei libretti. Discuteva spesso anche animatamente con i suoi librettisti. Lo aveva fatto già in passato con Illica e Giacosa, autori dei libretti di molti dei suoi capolavori. Anche con Adami e Simoni gli scambi di idee furono molto intensi, così come pressanti le richieste di proseguire alacremente con il lavoro che Puccini costantemente rivolgeva ai due librettisti.
Una delle grandi passioni di Puccini
Qualche studioso sostiene, scherzando ma nemmeno troppo, che il musicista impiegasse più tempo ed energia a scovare soggetti interessanti per i suoi lavori, e a controllarne meticolosamente i libretti, che non a comporre la musica delle sue opere.
Forse la sua fascinazione più grande, riferita al soggetto di Turandot era la possibilità di costruire un’opera incentrata su una figura femminile completamente diversa da tutte le altre eroine delle sue opere precedenti. Per la principessa Turandot si inventò, infatti, un tipo di vocalità particolare, molto declamata e spesso in un registro estremamente acuto. Tutto questo per rappresentare al meglio la figlia, irraggiungibile, dell’Imperatore.
La dicitura sul frontespizio del libretto: “A Pechino al tempo delle favole”, è già un chiaro segnale di come sarà l’opera.
Puccini inizia a comporre l’opera nel 1921 e si butta a capofitto in questa avventura esotica. Per cominciare inserisce in orchestra molti strumenti a percussione, alcuni di derivazione etnica. Sono presenti timpani, triangolo, tamburo, gran cassa, piatti, vari tom, gong cinese, glockenspiel, xilofono, xilofono basso e le campane tubolari.
Campane tubolari
Poi si fa conquistare da alcuni aspetti della musica cinese. In particolare l’influenza di alcune melodie popolari di quel paese è del tutto evidente nella partitura.
Uno degli esempi più eclatanti è rappresentato da una melodia che ebbe modo di ascoltare a casa di un suo amico, il barone Fassini. Costui aveva acquistato in Cina un carillon che suonava questa canzone che vi faccio ascoltare col solo pianoforte.
Melodia cinese
È ricavata da una scala particolare, chiamata “pentatonica”. Si tratta, come suggerisce il nome, di una scala composta da soli cinque suoni. Ne ho parlato approfonditamente nella puntata n.136, dedicata a “Nuages” di Debussy.
La sonorità di questa scala, che richiama decisamente l’oriente nell’immaginario collettivo, è la seguente.
Scala pentatonica
La canzone popolare che utilizza questa melodia si intitola “Mo Li Hua” che dovrebbe significare “fiore di gelsomino”. Vi faccio ascoltare una versione moderna di questa canzone.
Mo Li Hua
Questo tema viene utilizzato già nel primo atto, quando c’è l’ingresso in scena di Turandot, che però non canta ancora in quanto farà sentire la sua voce solamente dal secondo atto.
Il suo ingresso è annunciato da un coro di voci bianche. Il testo composto su questa melodia è una sorta di invocazione a Turandot perché si palesi risvegliando così la natura a primavera. Questo tema musicale comparirà più volte, durante l’opera, sempre associato alla sua figura. È una donna di bellezza quasi soprannaturale perché viene dalla terra di Turan, regione della Cina dalla quale provengono tutte le ragazze più belle del paese. E la melodia ne rappresenta non solo la bellezza, ma anche il profumo, come poi dirà Calaf, il protagonista maschile. Probabilmente la dolcezza di queste note lascia intravvedere anche dei risvolti diversi in un carattere che spesso si manifesta in modo duro e altezzoso.
Questo è il testo del coro:
“Là sui monti dell’Est la cicogna cantò. Ma l’april non rifiorì, ma la neve non sgelò. Dal deserto al mar non odi tu mille voci sospirar: “Principessa, scendi a me! Tutto fiorirà, tutto splenderà!”
La sui monti dell’est
Cerchiamo ora di capire quali sono e che caratteristiche hanno i personaggi principali.
Innanzitutto c’è, ovviamente Turandot, figlia dell’imperatore cinese. Non vuole concedersi a nessun pretendente e il motivo lo scopriremo durante lo svolgimento della trama. Tutti gli aspiranti alla sua mano, ovviamente di sangue regio, devono sottoporsi al rito dei tre indovinelli e superarli. Nel caso non riuscissero nell’impresa devono porgere alla scure del boia “la superba testa”. Per inciso il nome del boia è Pu-Tim-Pao ed è un nome che suscita terrore nel popolo cinese.
Poi c’è Calaf, il principe tartaro, di cui nessuno conosce il nome, che si invaghisce di Turandot.
Altum, imperatore cinese, padre di Turandot.
Timur, re tartaro sconfitto ed in esilio, padre di Calaf.
Poi un personaggio, Liù, che nella fiaba di Gozzi non c’è, molto importante nell’economia della storia. È stato inserito per dare un tocco i modernità e attualità alla vicenda. Liù è l’antagonista femminile di Turandot. È una giovane schiava, in pratica la guida di Timur ormai divenuto cieco, ed è innamorata di Calaf. Si tratta di un personaggio del tutto antitetico rispetto a Turandot. Dolce e comprensiva, è disposta a tutto pur di favorire il suo signore. La sua vicenda, che si concluderà con l’estremo sacrificio , sarà la principale causa dei ripensamenti e dei dubbi che hanno probabilmente impedito a Puccini di completare il finale dell’opera.
Infine ci sono tre personaggi che sostituiscono le maschere, Italiane tra l’altro, presenti nella Turandot di Gozzi. Sono Ping, gran cancelliere, Pong, il gran cuciniere, e Pang, gran provveditore.
Si tratta di tre individui con un carattere abbastanza controverso, che muta nel corso della vicenda. All’inizio rappresentano quasi un momento ironico ma, via via, assumono connotati sempre più aggressivi, fino a diventare perfino crudeli nel terzo atto.
L’opera inizia, e questo è un classico pucciniano, senza overture. Puccini, infatti, fa entrare lo spettatore subito all’interno dell’azione.
L’inizio è affidato al mandarino che declama la legge in vigore a Pechino:
“Popolo di Pechino, la legge è questa. Turandot la pura sposa sarà di chi, di sangue regio, spieghi i tre enigmi che ella proporrà. Ma chi affronta il cimento e vinto resta. Porga alla scure la superba testa”.
Qui c’è già un piccolo problema per quello che riguarda la trama. La legge dice “chi di sangue regio”, ma nessuno conosce Calaf, nessuno sa il suo nome, e certo non si può sapere se sia di sangue regio. La cosa si da per scontata, ed essendo “Turandot” una fiaba ci può anche stare.
È interessante però notare come, durante tutta l’opera, ci sia un continuo alternarsi tra situazioni fiabesche e reali, il che costituisce un ulteriore motivo di interesse verso questo lavoro.
Puccini a Torre del lago
All’annuncio del mandarino segue un gran trambusto. Ad un certo punto qualcuno cade, è un vecchio, che una fanciulla aiuta a risollevarsi chiedendo anche soccorso alla folla. Arriva Calaf che riconosce, nel vecchio, il padre Timur. Questi racconta di essere stato sconfitto in battaglia e di trovarsi quindi in esilio sotto mentite spoglie. Confessa al figlio di essere stato aiutato da Liù, divenuta ormai sua guida.
In pratica Puccini, in un lasso di tempo che si aggira intorno ai sei minuti, ha già raccontato molto della storia. Una velocità narrativa non indifferente, degna di una moderna serie televisiva.
Musicalmente parlando l’inizio di Turandot è qualcosa di estremamente moderno. Tanto per cominciare il mandarino declama i suoi versi adoperando in pratica quasi solo tre note che suonano strane e anche un po’ sinistre all’orecchio visto la musica che le accompagna.
Suonate solo col pianoforte sono queste.
Note del Mandarino
Questo declamato è inserito in una musica che non sembra quasi essere stata composta da Puccini. Solitamente il compositore toscano è conosciuto ed apprezzato per le sue aperture melodiche. Qui ci troviamo, invece in una ambiente completamente diverso, dominato da accordi dissonanti e da una certa asprezza nel suono dell’orchestra, dove le percussioni giocano un ruolo importante.
Inizio dell’opera
Si tratta, come avete potuto ascoltare, di un recitativo anche abbastanza minaccioso.
Ma, ad un certo punto, e qui sta la magia, Puccini si ricorda di essere Puccini e, quando appaiono Timur e Liù tra la folla, troviamo un primo slancio melodico tipicamente suo.
Inizio seconda parte
Il padre riconosce il figlio e racconta:
“Perduta la battaglia, vecchio re, senza regno e fuggente, una voce sentii che mi diceva “vieni con me, sarò tua guida”. Era Liù”.
Calaf risponde “Sia benedetta”.
E Timur: “Ed io cadeva affranto, e m’asciugava il pianto e mendicava per me”.
Poi Calaf dice:
“Liù chi sei”.
“Nulla sono, una schiava, o mio signore”.
“E perché? Tanta angoscia hai diviso?”
Al che Liù ci fa capire lo spessore del suo personaggio e l’amore che prova per Calaf:
“Perché un di, nella reggia, mi hai sorriso”.
Da un punto di vista musicale quest’ultima frase di Liù è veramente struggente.
Inizio terza parte
Ho scelto questi tre momenti tratti dall’inizio dell’opera per far capire meglio i diversi sapori che ci sono in questa Turandot. Abbiamo una musica moderna, a volte dissonante, cruda e condita con spezie orientali, ma ci sono anche gli slanci melodici tipici di Puccini. Il tutto conferisce a questa composizione una veste originale ed intrigante.
È arrivato il momento di parlare delle caratteristiche, anche da un punto di vista psicologico, dei personaggi principali.
Cominciamo da Calaf, che dei tre, gli altri sono Turandot e Liù, è probabilmente quello meno interessante dal punto di vista dello spessore e del carattere.
È abbastanza tipico che i personaggi interpretati dai tenori, non solamente quelli pucciniani ma in generale nell’opera, dal punto di vista della levatura morale non reggano il confronto con le protagoniste femminili.
Calaf è estremamente cocciuto. Quando si mette in testa una cosa, in questo caso vuole conquistare Turandot, va diritto fino in fondo senza guardare in faccia nessuno. Si invaghisce prestissimo della principessa e nonostante tutti, il padre, Liù e perfino Ping Pong e Pang, cerchino di dissuaderlo dal cimentarsi con i tre enigmi, lui continua imperterrito a ripetere: ”Voglio Turandot”.
Cambia completamente idea solamente all’inizio si trova subito dopo i momenti che abbiamo ascoltato. Passa infatti dall’inveire contro Turandot per la cattiveria dimostrata nei confronti del principe di Persia che ha fallito la prova, dicendo :”Crudele. Che Dio ti maledica”, ad innamorarsene perdutamente, dopo averla vista, definendola “Bellezza divina, o meraviglia”. Da notare è che tutto questo accade nel giro di un minuto e 10 all’incirca, secondo le esecuzioni, dopo i quali arriva a dire al padre “Io soffro, padre, soffro” e gli comunica di voler affrontare la prova degli enigmi.
Inizio quarta parte
Dopo questo c’è un altro momento che, personalmente, mi ha sempre irritato un po’, pensando al carattere del personaggio.
Arriva subito dopo una struggente aria di Liù che lo esorta a desistere dal tentare la prova. Lei afferma che nel caso dovesse risultare sconfitto loro morirebbero sulla strada dell’esilio, il padre perderebbe un figlio e lei l’ombra di un sorriso.
Lui rimane quasi indifferente e risponde testualmente:
“Non piangere, Liù! Se in un lontano giorno io t’ho sorriso, per quel sorriso, dolce mia fanciulla, m’ascolta: il tuo signore sarà domani, forse solo al mondo… Non lo lasciare, portalo via con te!
Come dire: “ Io ci provo a conquistare Turandot, e se perdo tu, visto che mi ami, prenditi cura di mio padre…..”
Direi quel pelino egoista ed egocentrico.
Come è ovvio è quasi impossibile parlare di questo capolavoro in una sola puntata. Io cerco, per quanto possibile, di evitare di suddividere questi racconti in prima e seconda parte, anche se, in verità, l’ho appena fatto con le due puntate sui “Quadri di un’esposizione” di Musorgskij.
Chiedo quindi venia perché anche in questo caso ci sarà un secondo capitolo. Il materiale è tanto, Puccini merita tutta l’attenzione possibile e il piccolo contributo che posso dare per cercare di illustrare questo capolavoro ha bisogno di ulteriore spazio.
Vi chiedo quindi di pazientare fino alla settimana prossima.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.