Sandy days

Roberto Pogliani

Puntata numero centosessanta.

«Mi stesi a letto e non tardai a scivolare in una specie di sonnambulismo abitato dall’accordo perfetto di Mi bemolle maggiore, sottolineato da motivi melodici. Questi motivi melodici andavano accelerando, ma l’accordo perfetto di Mi bemolle maggiore, immutabile, sembrava voler dare un senso al mio incubo. […] improvvisamente mi resi conto che avevo trovato il preludio orchestrale del Rheingold».

(Richard Wagner)

La puntata di oggi è una diretta conseguenza di quella della settimana scorsa. Infatti, dopo aver parlato dell’album “In the Court Of The King Crimson”, dei King Crimson, mi sono chiesto a quale tipo di ascoltatore si rivolgesse, un tempo, quella musica così complessa e diversa da quanto andava per la maggiore in quel periodo. Ma, soprattutto, mi sono interrogato sul tipo di ascoltatore che oggi può fruire di una musica composta in modo così inusuale per le caratteristiche attuali della musica di consumo.

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Poi nei giorni scorsi mi è capitato di riascoltare un brano molto particolare, di grande successo, composto molti anni fa. È uno dei più rappresentativi di un gruppo famosissimo ancora oggi , anche se non più in attività.

E mi sono reso conto che l’approccio verso questo tipo di musica potrebbe essere più o meno lo stesso di quello richiesto quando si affronta una composizione della musica cosiddetta “classica”, con tutte le riserve che ho verso questa definizione.

E in effetto, ascoltando “Shine On You Crazy Diamond”, dei Pink Floyd, che è il brano in questione, ho trovato diverse analogie con un’altra composizione , scritta circa a metà dell’800 da Richard Wagner, il Preludio de “Das Rheingold”, in italiano “L’Oro Del Reno”.

Richard Wagner

Ovviamente non voglio affermare che le due composizioni siano simili, lungi da me il farlo. Vorrei solo sottolineare che il concetto alla base di entrambe si può ricondurre ad una medesima intuizione.

Cercherò quindi di spiegare il motivo che mi ha spinto a fare un accostamento così particolare e anche un po’ audace.

Ma tant’è, la musica è interessante anche perché si presta a innumerevoli sperimentazioni sia da parte di chi la compone che da quella di chi ne fruisce.

Questo per ribadire, per l’ennesima volta, come i generi musicali non siano poi così avulsi tra loro e lontani l’uno dall’altro.

Entrambi i brani di cui parlerò hanno in comune un senso di attesa, di preparazione, la ricerca di qualcosa che si sviluppa gradualmente,  per arrivare a sfociare in un climax, continuamente dilazionato.

Andiamo, però, con ordine.

Immagino che molti di voi conoscano il brano dei Pink Floyd, mentre il Preludio “L’Oro Del Reno”, suppongo sia un po’ più di nicchia dal punto di vista della popolarità.

Il preludio composto da Wagner è, come suggerisce il nome, il brano orchestrale introduttivo di un opera, “L’oro del Reno,  appunto. S tratta del primo di quattro drammi musicali che costituiscono la “tetralogia” intitolata “L’anello del Nibelungo”. La tetralogia è stata composta  da Wagner nel giro di ventisei anni, alla metà dell’800. Si articola in un Prologo, (L’oro del Reno) e in tre giornate: La Walkiria, Sigfrido e Il Crepuscolo degli Dèi.

La composizione, nel suo complesso si ispira al ciclo dei Nibelunghi e rappresenta un’opera d’arte totale paragonabile a capolavori come la Divina Commedia di Dante o L’Iliade di Omero.

Le opere che la compongono possono essere rappresentate sia singolarmente che nel loro insieme. In quest’ultimo caso sono necessarie quattro serate vista la complessità e la loro notevole durata.

Ma non preoccupatevi, in questa puntata parlerò, ovviamente, solo del Preludio della prima opera, la cui durata è molto accessibile. Siamo intorno ai quattro minuti e mezzo secondo le esecuzioni.

Per darvi un’idea di cosa rappresenti e di quale sia il significato di questa musica riporto quanto lo stesso Wagner ha scritto all’inizio del libretto per raccontare l’ambientazione di questo preludio. L’azione ha luogo nelle profonde acque del fiume Reno.

 “Chiarore verdastro, più luminoso sopra, più scuro in basso. Occupano tutta la parte alte acque fluttuanti, che scorrono senza sosta verso sinistra. Nel profondo i flutti si dissolvono in nebbiosa umidità sempre più sottile, in modo che lo spazio, a cominciare dal fondo e per l’altezza d’un uomo, sembri completamente libero dall’acqua, che sopra il fondo tenebroso scorre via come in banchi di nubi. Ovunque si ergono, dalla profondità, irte scogliere, le quali segnano lo spazio della scena. Tutto il suolo è un frantumato groviglio di punte, sì che in nessun luogo è completamente piano, e fa supporre giù in ogni parte più profonde voragini in densissima tenebra”.

La musica inizia con quello che sembra quasi un rumore di fondo. In realtà è una sola nota, che si definisce “pedale“, suonata dai contrabbassi, cui si aggiunge successivamente un’altra nota eseguita dai fagotti. La musica si sviluppa gradualmente creando attesa e una tensione che va, via via, aumentando.

Tenete presente tutto questo perché lo ritroveremo più avanti anche nell’altro brano.

Preludio inizio

Come immagino abbiate notato, tutto è immobile nell’attesa di qualcosa che dovrà, per forza, accadere.

Ad un certo punto entrano i corni che iniziano a suonare degli arpeggi ascendenti, sull’accordo di Mi bemolle maggiore, come immaginato da Wagner nella frase riportata all’inizio.

Suonano dapprima uno dopo l’altro per poi sovrapporsi. Sembrano richiami o forse, meglio, le onde che vanno e vengono nel letto del fiume Reno.

Entrata corni

Come più volte ho affermato è un peccato mortale interrompere certi brani. Questo, in particolare, è un crescendo senza soluzione di continuità che va colto, ovviamente nella sua interezza.

Lo scopo, però, è quello di farvi notare in che modo la tensione aumenta progressivamente. Ad un certo punto, dopo i corni, entrano i violoncelli che eseguono frasi più frenetiche, più veloci. Successivamente si aggiungono i violini, sempre con un andamento melodico incalzante. Il tutto mentre gli altri strumenti continuano imperterriti.

Violoncelli e violini

Poi entrano anche le viole. La tensione aumenta. Infine sopraggiungono i fiati. Tutto si accumula e l’energia creatasi deve, per forza trovare uno sfogo.

Quindi, finalmente, comincia la prima scena.

Finale Preludio

È evidente che ascoltare una brano di questo tipo richieda un’attenzione particolare. Bisogna farsi catturare, progressivamente, da questa musica che parte dal nulla e costruisce sovrapponendo strati ed elementi diversi, fino ad arrivare al massimo della tensione.

Questo modo di procedere è alla base anche del brano dei Pink Floyd, composto più di cento anni dopo rispetto a quello di Wagner.

Wish You Were Here

Si tratta della composizione più importante di uno degli album più famosi del gruppo, “Wish You Were Here”, uscito nel 1975.

È importante sottolineare l’anno di uscita del brano. I Pink Floyd venivano dal successo planetario riscosso due anni prima con la pubblicazione di uno degli album più rappresentativi e più venduti, della musica della seconda metà del 900, “The Dark Side Of The Moon”.

The Dark Side Of The Moon

Dopo aver raggiunto un traguardo così importante e una grandissima notorietà, sembravano aver smarrito la loro vena creativa, come ebbe a rilevare il chitarrista, David Gilmour:

«Fu un periodo molto difficile per noi. Tutti i nostri sogni d’infanzia si erano realizzati e avevamo pubblicato il disco che più aveva venduto al mondo. Le ragazze e i soldi non ci mancavano, e tutto quel genere di cose… fu difficile trovare gli stimoli per andare avanti, fu un periodo di grande confusione.»

L’idea creativa che li aiutò a superare la crisi arrivò quando decisero di incentrare il nuovo lavoro proprio sul concetto dell’assenza e della ricerca di qualcosa, o di qualcuno, che si era perso nel tempo.

“Shine On You Crazy Diamond” è il racconto di un’assenza. L’assenza è  quella di un loro amico e compagno, che aveva fondato il gruppo anni prima e che successivamente, per vicissitudini legate alla sua malattia mentale ne era stato allontanato: Syd Barrett.

Syd Barrett

Il brano comincia con un accordo che funge da pedale, nello specifico si tratta di un Sol minore. L’atmosfera, tra le due composizioni, quindi è simile, anche perché il tutto si sviluppa gradualmente aggiungendo progressivamente elementi.

La composizione, chiamarla canzone è infatti difficile, ha una durata notevole, ed è suddivisa in due sezioni. Le prime cinque parti, poste all’inizio dell’album, durano complessivamente circa tredici minuti. Le altre quattro si trovano alla fine del disco. Il tutto sembra quasi incastonare in una cornice le altre canzoni di “Wish You Were Here”.

Lo sforzo di attenzione e concentrazione richiesto all’ascoltatore è notevole e prolungato, anche perché, caso più unico che raro nel rock, la linea vocale entra dopo ben 8 minuti e 40 secondi. Ovviamente i Pink Floyd non hanno costruito questa composizione pensando alla musica classica, ma mi sembra evidente che esista un background di ascolti e di sensibilità ad unire mondi così diversi e apparentemente antitetici.

Richard Wright

Questo brano è anche frutto, tra le altre cose, di una grandissima prestazione tecnica, esecutiva e di composizione di Richard Wright, il tastierista del gruppo. Spesso la sua importanza è stata messa in secondo piano rispetto a quella dei due elementi più in vista, Roger Waters e David Gilmour, ma io penso che debba essere, giustamente, rivalutata.

Anche questo brano è un lungo cammino che attraverso un accumulo di elementi, e di tensioni, prepara l’ingresso della parte cantata.

Moog

All’inizio ci sono solamente le tastiere di Richard Wright, organo e “Moog“, l’antesignano dei moderni sintetizzatori. Tutto è fermo.

“Shine on” inizio

Su questo tappeto, dove nulla si muove a parte qualche frammento melodico suonato col Moog, ad un certo punto entra la chitarra di Dave Gilmour, dopo 2 minuti e 10 secondi.

entrata chitarra

Dopo questo momento in cui il brano sembra muoversi e decollare, spostandosi dall’accordo di Sol minore a quelli di Re e Do, minori anch’essi, la musica si ferma nuovamente e per circa una trentina di secondi ritorna il tappeto iniziale. Questo crea ulteriore attesa per quello che sarà uno dei momenti salienti dell’intero brano. Si tratta di quella frase di chitarra famosissima che immagino molti di voi conoscano. Quest’ulteriore attesa è frutto di grande intuizione e preparazione musicale.

Preparazione e frase chitarra

La frase è potentissima, pur essendo costituita da solo quattro note. Ma sono note che parlano, sono struggenti, evocano ricordi e fanno immaginare qualcosa che sarà.

Cerchiamo di capire cosa rende interessante questa frase.

In pratica l’effetto è quasi tutto a carico di una sola nota, l’ultima delle quattro. È una nota che non c’entra con quanto sentito fino a quel momento, ed è dissonante rispetto all’atmosfera creata.

Come detto il brano è in tonalità di Sol minore. Vi faccio sentire l’accordo di Sol minore e le note della scala usata, fino a questo momento, sia da Richard Wright che da David Gilmour, per creare le proprie frasi melodiche.

Accordo e scala

Adesso ascoltiamo l’accordo con la frase di chitarra. Notate come l’ultima nota, che è un MI naturale, quindi leggermente  più acuta rispetto a quella logica che sarebbe stata Mi bemolle, suoni estranea rispetto all’atmosfera creata.

Accodo e frase di chitarra

Basta questo tocco di classe, questa tensione, per creare quell’effetto di attesa e richiamo ancestrale verso qualcosa che è stato e non è più.

Riascoltiamola nella versione dei Pink Floyd che è decisamente meglio.

Frase di chitarra

Per arrivare all’entrata delle voci la strada è comunque, ancora lunga. Prima c’è un solo di chitarra molto bello e uno altrettanto interessante di Richard Wright.

Poi, dopo una preparazione così lunga e importante, ecco le voci e chiaramente l’effetto è notevolissimo vista l’attesa protrattasi per tanto tempo.

Il testo è dedicato, appunto, a quello che era il compagno di una volta, Syd Barrett.

Come nel preludio wagneriano la musica sfocia nella prima scena, qui si può dire che la scena è rappresentata dall’entrata delle linee vocali. L’impatto è fortissimo sia musicalmente che da un punto di vista testuale.

“Remember when you were young?
You shone like the sun

Shine on, you crazy diamond”.

“Ti ricordi quando eri giovane?

Brillavi come il sole.

Continua a brillare, diamante pazzo”.

Prima di ascoltarla volevo porre l’attenzione su un paio di cose.

Nel momento in cui il testo dice “Shine on, you crazy diamond”, viene utilizzata una sequenza di accordi con in bassi che discendono. Questo richiama quella figura retorica musicale della quale più volte ho parlato in queste puntate, il “Basso di lamento”. È una figurazione che i compositori utilizzano da secoli ad indicare i sentimenti che si ripiegano su se stessi.

Con il pianoforte questi bassi discendenti suonano così.

Accordi su Shine on You….

Ancora più interessante è la musica che sostiene questo punto del testo:

“You were caught in the crossfire
Of childhood and stardom
Blown on the steel breeze
Come on, you target for faraway laughter
Come on, you stranger
You legend, you martyr, and shine”

“Sei stato preso nel fuoco
incrociato dell’infanzia e della celebrità
Soffiato dalla brezza d’acciaio
Vieni, bersaglio di risate lontane
Vieni, straniero
Tu leggenda, tu martire, e risplendi”.

In questo caso la discesa è ancora più stretta. Il basso esegue tutte le note cromatiche (semplificando sia i tasti bianchi che i neri) tra il Sol e il Mi bemolle, per poi risalire. Tra l’altro i primi quattro accordi, suonati in questo modo sono molto comuni sia in alcuni brani di musica classica  che di jazz,  e anche nel rock. È la stessa progressione di canzoni come “Stairway To Heaven” del Led Zeppelin o “Something” di George Harrison.

Questa è la successione di accordi.

Discesa cromatica dei bassi

Direi che è il caso di ascoltare questo momento. Le voci iniziano dopo la fine del solo di chitarra. C’è un ultimo momento di sospensione e poi eccole.

Entrata delle voci e finale

“Hai raggiunto il segreto troppo presto,

e hai pianto per la luna.

Continua a brillare, diamante pazzo”.

Come immagino abbiate notato molti sono gli elementi in comune tra questi due brani che rimangono, ovviamente, del tutto diversi tra loro.

Lo spirito che li lega è però lo stesso e questo, secondo me, può aiutare un ascoltatore che si trova di fronte a composizioni di generi così diversi. Penso che con un po’ di attenzione, di voglia, e con un minimo di sforzo, si possano apprezzare entrambe, visto che si tratta, a loro modo, di due capolavori.

C’è un aneddoto che rende la la realizzazione di “Shine on You Crazy Diamond” ancora più interessante.

Syd Barrett nello studio di Abbey Road

Mentre i Pink Floyd erano nello studio di Abbey Road per registrare proprio questo brano si presentò un ragazzo strano. Era grasso e quasi completamente calvo. Nessuno sapeva chi fosse e tutti di domandavano cosa ci facesse li.

Poi, ad un certo punto, Richard Wright disse a Roger Waters: “Guarda, quello li è Syd”. Era proprio Syd Barrett, il loro compagno e cofondatore del gruppo, che era praticamente irriconoscibile. Syd Barrett si fermò in studio qualche ora. I Pink Floyd gli fecero ascoltare il brano che stavano componendo, dedicato al lui, e gli chiesero cosa ne pensasse.

“Mi sembra una musica un po’ vecchia”.

Poi se ne andò e sparì dalla vita pubblica per sempre, preso nei meandri della sua malattia mentale che era stata, anni prima la causa della sua fuoriuscita dal gruppo.