Un album che ha rivoluzionato il modo di intendere il ritmo nella musica jazz.

Puntata numero centoquarantaquattro.

“Dave Brubeck è riuscito a sopravvivere alla popolarità. Dico questo perché chi si occupa di jazz è spesso colpito da una curiosa forma di snobismo per la quale, appena un artista raggiunge un pubblico più vasto della consueta ristretta cerchia di appassionati, perde automaticamente ogni interesse. Ed è un’idea davvero sciocca. Brubeck, forse più di ogni altro, ha dimostrato che un’artista può rivolgersi ad un pubblico enorme senza perdere un briciolo di originalità”.

(Goddard Lieberson compositore e presidente della Columbia Records – 1959)

Ci sono sempre stati, nella Storia della Musica, momenti particolari nei quali, quasi per una sorta di favorevoli congiunzioni astrali, accadono cose che determinano lo sviluppo futuro di un determinato genere musicale.

Per quanto il jazz uno di questi momenti è da collocarsi nell’anno 1959.

Alla fine degli anni 50 la musica jazz viveva un momento di rilevante importanza all’interno del panorama cultural-musicale degli Stati Uniti. Era un genere di grande successo e le vendite dei dischi, ed i numerosi affollati concerti nei locali, lo dimostravano ampiamente.

Durante il 1959 uscirono sul mrcato alcuni album destinati ad indicare nuove strade per il futuro di questo genere di musica.

Eccone alcuni:

  • Miles Davis pubblica “Kind of Blue”, (puntata n. 132), pietra miliare e album più venduto nella storia del jazz
  • Charles Mingus produce “Mingus Ah Um”, uno dei suoi lavori più importanti.
  • Ornette Coleman dà alle stampe “The Shape of Jazz to Come”, il cui titolo è tutto un programma “La forma del jazz che deve venire”
  • Il Dave Brubeck quartet pubblica “Time Out”, che prospetta un nuovo modo di lavorare sul ritmo nella musica jazz.

È appunto “Time Out” l’argomento di questa puntata.

Il Dave Brubeck quartet è un “combo”, così vengono definiti i piccolo gruppi jazz, nato nel 1951. Subisce nel corso degli anni, come accade a molti gruppi jazz, vari avvicendamenti di musicisti, ma nel suo periodo d’oro, iniziato nel 1958 e culminato con la pubblicazione di “Time Out”, presenta la seguente formazione:

  • Dave Brubeck pianoforte
  • Paul Desmond  sax alto
  • Eugene Wright contrabbasso
  • Joe Morello batteria
Dave Brubeck quartet

Come detto “Time Out” viene pubblicato nel 1959 ma, come molti dischi importanti, la sua storia comincia prima, precisamente un anno prima.

Verso la fine degli anni 50 il jazz cominciava ad aprirsi alle suggestioni provenienti da generi musicali diversi, nati in paesi lontani, molto dissimili rispetto agli U.S.A. Una di queste  influenze, destinata a diventare molto evidente all’inizio del decennio successivo, è quella esercitata dalla Bossa Nova brasiliana, che affascinerà molti tra i jazzisti ed i cantanti più importanti di quegli anni.

Nel 1958 il Dipartimento di Stato americano attuò un’iniziativa intelligente che dovrebbe essere presa d’esempio anche dalle autorità nostrane preposte alla cultura. Decise di promuovere, a livello mondiale, una forma d’arte tipicamente americana, che in quegli anni aveva un’importanza notevole negli Stati Uniti, ma non era altrettanto conosciuta all’estero: il jazz, appunto.

Vennero ingaggiati una serie di musicisti, tra i quali il Dave Brubeck quartet, per delle tournée europee ed asiatiche allo scopo di diffondere la musica americana e favorire lo scambio culturale tra i vari paesi.

Queste tournée si svolsero soprattutto al di là di quella che era chiamata “la cortina di ferro” che divideva il blocco atlantico da quello posto sotto l’influenza principale dell’Unione Sovietica.

I paesi presi in considerazione furono Germania, Danimarca, il Regno Unito, poi Polonia, Turchia, Afghanistan, India e altri.

Fu un’occasione irripetibile per molti jazzisti di confrontarsi con culture musicali ed artistiche così lontane e diverse dalla loro.

Dave Brubeck, musicista colto e preparato, si fece influenzare tantissimo soprattutto dall’aspetto ritmico che era preponderante in queste musiche.

Questa fascinazione si riverbera tantissimo in tutti i solchi, allora si producevano solo LP ovviamente, di “Time Out”.

Dave Brubeck

Parlando del Dave Brubeck quartet qualche critico lo ha definito come un mostro a tre teste, tre individui dalla personalità spiccata e a volte contrastante, e il quarto, il contrabbassista Eugene Wright, che aveva il compito di fare da collante tra loro.

Il leader del gruppo era ovviamente Dave Brubeck.

Com’è usuale, e nella migliore tradizione, iniziò fin da piccolo ad avvicinarsi alla musica. Durante i suoi studi accademici rivelò spiccata predisposizione per lo studio del contrappunto e dell’armonia, pilastri fondamentali della musica colta europea. Rischiò anche di essere espulso dalla scuola quando i suoi maestri si resero conto che, a causa di gravi problemi alla vista che lo accompagneranno per tutta la vita, non riusciva a leggere gli spartiti.

La sua preparazione classica si rivelerà fondamentale nella sua produzione musicale anche, e soprattutto, per ciò che riguarda “Time Out”.

Paul Desmond

Abbiamo poi Paul Desmond, un musicista originalissimo con un suono morbido e avvolgente. Preferiva le ”ballad”, cioè i brani lenti, rispetto a quelli più mossi. Il suo stile improvvisativo era melodico e riflessivo, e il carattere ironico, soprattutto autoironico.

Più volte affermò di essere “Il più lento contraltista dell’anno”, dipingendo un ritratto di se stesso con frasi come:” Ero già fuori moda anche quando ero un perfetto sconosciuto”.

Il suo legame con Dave Brubeck era strettissimo, e il pianista aveva per lui profondo rispetto ed ammirazione.

«Per me il lirismo di Paul Desmond non è mai stato eguagliato. Nelle sue melodie c’è sempre un filo conduttore, e i suoi assoli mostrano costantemente una grande intelligenza, combinata con una grande emotività, ed è difficile trovare entrambe le cose nella stessa persona.»

Joe Morellol

Ma se si vuole fare un lavoro sul ritmo, e “Time Out” è principalmente un album incentrato sul ritmo, bisogna disporre di un batterista con i fiocchi. La batteria infatti, nel jazz, è il principale strumento deputato a sostenere il ritmo.

Joe Morello era proprio il batterista adatto.

Iniziò a suonare all’età di sei anni, non con la batteria, bensì col violino, dedicandosi così alla musica classica. Debuttò, pensate, a nove anni esibendosi  nel concerto per violino e orchestra di Felix Mendelssohn, con la Boston Symphony Orchestra, cosa veramente rimarchevole.

Jascha Heifetz

Ma all’età di quindi anni ebbe l’occasione di ascoltare dal vivo il famoso violinista Jascha Heifetz e capì che non sarebbe mai riuscito ad eguagliare la bellezza di quel suono. Abbandonò quindi il violino per dedicarsi alla batteria. Il suo background di studi si rivelò però fondamentale perché imparò ad affrontare con molto agio i cambiamenti di metro ritmico, che aveva appunto appreso suonando la musica colta del 900.

Della sua bravura e dell’importanza all’interno del gruppo, anche, e specialmente, in questo album, era perfettamente conscio lo stesso Dave Brubeck:

“«Tutti i batteristi del mondo ricorderanno Joe Morello come uno dei più grandi musicisti. Il suo assolo in Take Five continua a essere ascoltato in tutto il pianeta».

Come detto una delle principali novità di questo album sta proprio nel particolare approccio al ritmo.

Fino agli anni 50, infatti, nel jazz veniva utilizzato, per la stragrande maggioranza dei brani, un ritmo in quattro quarti. A volte si potevano trovare anche ritmi in tre movimenti, tipici del valzer, ma generalmente il quattro quarti era la regola. Del resto questo è il ritmo utilizzato, e a volte abusato, ancor oggi, anche in quasi tutte le canzoni di musica leggera, al punto che gli americani lo definiscono come il “common time”.

Ancor oggi gli artisti o gruppi che compongono i loro brani facendo ricorso a ritmi diversi sono una netta minoranza. Due dei più significativi, da questo punto di vista, sono i “Radiohead” e il gruppo, quasi spin off, “The Smile“, dei quali ho parlato  rispettivamente nelle puntate n.50 e 104.

A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni su cosa sia il ritmo e come possa presentarsi con modalità diverse.

Perdonatemi pertanto, se cerco di spiegarlo in modo abbastanza semplice, ma è necessario per poter poi parlare di questo album.

Come detto il ritmo più comune è quello in quattro quarti. È costituito da una serie di impulsi raggruppati da un accento che cade, appunto, ogni quattro. Ogni gruppo di quattro così formato, viene definito “battuta di quattro quarti”.

Un esempio di battute in quattro quarti, è questo.

Per la precisione sono quattro battute di quattro quarti ciascuna.

4 battute in 4 quarti

Se invece raggruppiamo i battiti con l’accento forte ogni tre, che è appunto il ritmo tipico del valzer, avremo questo risultato. Queste sono quattro battute in tre quarti.

4 battute in 3 quarti

Durante la tournée nell’est europeo, particolarmente in Turchia, Dave Brubeck si rese conto che i musicisti usavano spesso un metro ritmico non proprio usuale per i jazzisti. Si tratta di un ritmo in nove movimenti che aveva però un andamento particolare. Solitamente nella musica occidentale un ritmo in nove viene suonato in modo regolare ed è formato da tre gruppi da tre note ciascuno. In pratica un 3 + 3 + 3.

Velocizzando un po’ il risultato, per noi occidentali, è questo.

Queste sono due battute da nove, ognuna con l’accento ogni tre.

2 battute di nove movimenti suddivise in gruppi di tre

Ma, come dicevo, quello che Dave Brubeck ascoltò era un ritmo in nove totalmente diverso.

I battiti, infatti, erano raggruppati in modo diverso, 2 + 2 + 2 + 3.

Questo rende il ritmo molto più movimentato rispetto alla staticità insita nel nostro modo di suddividerlo regolarmente ogni tre movimenti.

In questo esempio, che ricalca uno dei brani del disco, vi faccio ascoltare questo ritmo suonando tre battute suddivise ognuna  2 + 2 + 2 +3 e, alla fine, una battuta regolare 3 + 3 + 3

Ritmo base di “Blue Rondò a la TurK”

Dave Brubeck chiese ai musicisti turchi perché suonassero il ritmo in questo modo. Risposero che quel ritmo era importante per loro come lo era il blues per gli americani. Questo significava che era la base costitutiva per gran parte della loro musica.

Brubeck ha raccolto questa idea ritmica così diversa dal solito facendola diventare il motore del brano di apertura dell’album, che si intitola “Blue Rondò a la Turk”. È un titolo che unisce elementi di  culture diverse. È quasi un rondò, cioè una forma classica europea, suonato su una struttura blues, tipica della tradizione jazzistica americana, con un ritmo di provenienza turca.

Lo stesso musicista ha raccontato questo incontro:

“Ero in Turchia e, a piedi, mi dirigevo a una stazione radio in cui dovevo essere intervistato. M’imbattei in un gruppo di musicisti di strada che suonavano un brano in 9/8, ma non suddiviso in 3+3+3, come di consueto, bensì in 2+2+2+3. Così mi dissi che, al ritorno a casa, avrei provato a scrivere un pezzo basandomi su quel ritmo. Ecco come nacque l’idea di Blue Rondò a la Turk».

Questo approccio ritmico è evidentissimo fin dall’inizio perché il brano si sviluppa da subito su un ciclo di 4 battute che si ripete. Le prime tre sono costituite dal 2 + 2 + 2 + 3 e la quarta dal 3 + 3 + 3.

Il risultato, fantasmagorico per quegli anni, anche perché il brano è molto veloce, è questo.

Blue Rondò a la Turk

Si tratta, è evidente, di un approccio ritmico del tutto diverso rispetto alle consuetudini del jazz di quegli anni.

Ciò che rende ancor più interessante il brano  è che nell’assolo di Paul Desmond, che si sviluppa su una struttura   blues, durante il primo giro troviamo un’alternanza di questo ritmo con il più canonico quattro quarti, che diventerà poi il metro ritmico utilizzato nel resto dell’assolo. Il bello è che questo “common time”, finisce per acquisire così un sapore del tutto diverso.

Il momento è questo.

Solo di Paul Desmond

Qualcuno potrebbe pensare che il risultato sia un po’ cervellotico. In realtà “Blue Rondò a la Turk”, insieme a “Take Five” è stato inciso anche su un 45 giri che ha avuto un grande successo.

Anche l’intero album “Time Out” ha avuto un notevolissimo riscontro di vendite. È stato infatti il primo album jazz a raggiungere il milione di copie di vendita. Nelle vendite complessive è stato poi ampiamente superato da “Kind of Blue” di Miles Davis ma, in ogni caso, è stato il primo grandissimo successo commerciale del jazz.

Nel secondo brano del disco, “Strange Meadow Lark” , l’approccio ritmico è, diciamo così, più normale. Ma la lunga introduzione di pianoforte è molto libera e chiaramente risente della formazione classica di Dave Brubeck. Sembra quasi un preludio romantico che poi sfocia in qualcosa di più standard quando entra il gruppo.

L’inizio però è questo.

Strange Meadow Lark

Ovviamente il brano di maggior successo dell’intero album, e una delle composizioni jazz più famose e conosciute a livello mondiale, immagino noto anche alla maggior parte di voi, è la terza traccia della prima facciata: “Take Five”.

Il titolo è già tutto un programma. “Take five” letteralmente significa “prendi il cinque” e in effetti il brano si basa su un ritmo del tutto inusuale per il jazz fino ad allora, il “cinque quarti”.

La composizione, contrariamente a quanto si può pensare, non è stata scritta da Dave Brubeck, bensì è una creazione di Paul Desmond.

Lui stesso spiegò, in una breve nota scritta alla Columbia Records, la casa discografica, l’idea alla base di questa composizione:

“Take Five è un rapido schizzo in 5/4, inteso soprattutto come siparietto a beneficio del pentagonistico assolo del mio batterista preferito, Joe Morello. Il contributo di Joe alla versione registrata è purtroppo assai più breve di ciò che lui stesso è capace di fare dal vivo, ma basta a rendere l’idea”. 

Joe Morello

Lo spunto partì da un ritmo suonato dal batterista al quale Dave Brubeck sovrappose quella che si definisce una “vamp”, cioè una figura ritmica costantemente ripetuta tesa a sottolineare il movimento in cinque. Sulla struttura così creata Paul Desmond inventò la melodia.

Questo ritmo, benché strano e irregolare, suona all’orecchio molto fluido. Cioè è essenzialmente dovuto al modo rilassato  e “swingante” col quale viene eseguito dai membri della band.

Per migliore comprensione bisogna specificare che questo ritmo in cinque non ha un solo accento ogni cinque movimenti, ma ogni battuta è raggruppata in 3 + 2. È proprio questo a conferire al tutto una grande fluidità. Se ascoltate la parte di pianoforte questa suddivisione, in 3 movimenti più 2, risulta evidente.

Il consiglio che vi do, una volta preso confidenza con l’andamento ritmico è di far caso al morbido fraseggio del sax di Paul Desmond, che suona in modo lirico e rilassato su un ritmo difficile come questo. Il suo lavoro sulla dinamica è estremamente interessante. Molte sono infatti le note suonate pianissimo, quasi di sfuggita. L’orecchio dell’ascoltatore viene, a volte, ingannato  perché sembra percepire qualcosa che non si è sicuri ci sia stato o meno. Tecnicamente queste si chiamano “ghost notes”, note fantasma, ulteriore elemento che caratterizza lo stile di questo grande musicista.

“Take Five” inizio

Ad un certo punto inizia l’assolo di Joe Morello, che si sviluppa in modo veramente originale e interessante. Il batterista comincia con brevi frasi ritmiche che elabora un pò alla volta. Joe Morello propone, in pratica un discorso, utilizzando i tamburi come propri interlocutori.

Il risultato è uno degli assolo di batteria tra i più strutturati e accattivanti di quel periodo. È una modalità che è stata presa ad esempio, nei periodi successivi, da molti altri batteristi.

“Solo” di Joe Morello

Anche le restanti tracce dell’album presentano soluzioni ritmiche personali ed originali. “Three to Get Ready”, ad esempio è basato sull’alternarsi di due battute in tre quarti con due di quattro quarti.

“Kathy’s Waltz” è altrettanto singolare perché pur essendo, come suggerisce il titolo, un valzer, inizia con un ritmo in quattro quarti e solo in un secondo tempo approda ad un più consono, e tradizionale, tre quarti.

Altri brani utilizzano invece un ritmo in sei movimenti.

Il risultato è un album che è quasi un compendio di come il ritmo possa essere usato creativamente anche nel jazz.

Il successo di “Time Out” è stato clamoroso e ha costituito una sorpresa per la stessa casa discografica. Si tratta di un album che trasgredisce alcune regole non scritte sul cosa si dovrebbe fare per produrre un album di successo.

Ad esempio In quegli anni un disco jazz doveva contenere obbligatoriamente almeno uno “standard”, cioè un brano famoso preso da un musical o da film di successo. In “Time Out” le composizioni sono tutte originali, sei di Dave Brubeck e una, “Take Five”, di Paul Desmond.

Dave Brubeck

Altra ingrediente che si dava per scontato era l’uso del canonico quattro quarti che facilitava l’approccio al ballo e quindi un utilizzo su vasta scala dell’album stesso. E abbiamo visto che il quattro quarti in questo album lo troviamo raramente.

Per finire la foto di copertina solitamente doveva contenere un immagine dell’artista o del gruppo.  La splendida copertina di questo disco invece è opera di un grafico americano, Sadamitsu Neil Fujita, di origine giapponese, autore, tra l’altro, anche della cover di “Mingus Ah Um” del quale accennavo più sopra. Si tratta, come potete vedere, di un’immagine astratta.

Tutto questo è stato possibile anche grazie al produttore di questo capolavoro il cui nome è Teo Macero, lui stesso musicista, che ha prodotto, successivamente, anche alcuni degli album più innovativi di Miles Davis tra la fine degli anni 60 e i primi 70.

Miles Davis e Teo Macero

“Time Out” è un’ulteriormente testimonianza del fatto che  quando degli artisti credono realmente in ciò che vogliono proporre, e sono consapevoli della validità di ciò che fanno, i risultati arrivano.

L’originalità ha sempre pagato e si spera che possa continuare a pagare anche in futuro.