Nascono lacrime in un oceano salato

Vanessa Covini

Spesso nella musica, come nella vita, il viaggio è più importante della meta.

Puntata numero centosette

Il giornalista e critico musicale John Rockwell nel suo libro “All American Music” ricorda una notte magica negli anni 70 in cui Phil Glass e il suo ensemble suonarono in uno studio di SoHo, un quartiere di New York:

La musica danzava e pulsava con una vitalità straordinaria con i ritmi meccanici le figurazioni ribollenti. Era amplificata ad alto volume e lunghe note lamentose  uscivano rombando dalle enormi finestre scure e riempivano il desolato quartiere industriale. Il volume era così alto che ballerini Douglas Dunn e Sara Rudner che stavano passeggiando su Woorster Street si sedettero sulla scaletta esterna di una casa e si godettero il concerto da lontano. Un branco di adolescenti si scatenò in una danza estatica tutta sua. Dall’altra parte della strada, dietro una finestra, si intravedeva la sagoma di un sassofonista che improvvisava un accompagnamento impercettibile, come in una cartolina spedita della bohème del Greenwich Village degli anni 50. Quella sera era bello essere a New York.”

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Questa volta è proprio il caso di dire che…. ”una Mollica tira l’altra”.

L’idea per questa puntata mi è venuta, infatti, la settimana scorsa mentre stavo completando quella su John Williams e le sue colonne sonore. C’è un altro compositore molto famoso ed importante che ha caratterizzato la seconda metà del 900, tutt’ora vivente come John Williams, che ha composto, a sua volta, alcune importanti colonne sonore.

Sto parlando di Philip Glass.

Philip Glass

Ovviamente la sua importanza nella storia della musica non riguarda solo il fatto che abbia composto alcune colonne sonore, tutt’altro. Si tratta infatti di uno dei compositori più interessanti e carismatici della seconda metà del secolo scorso. Una figura iconica, anche grazie alla popolarità internazionale, che ha vissuto , e vive tutt’ora, la musica come arte inserita perfettamente nel suo tempo e nei meccanismi della società cui appartiene.

Abbiamo già parlato di lui un bel po’ di tempo fa, nella puntata n. 49, a proposito di “Passages”, il disco che ha prodotto, a metà degli anni 90, assieme al grandissimo musicista indiano Ravi Shankar. E’ un lavoro che ha rappresentato un “ trait d’union” tra la musica e la cultura occidentale e quella orientale.

Ravi Shankar

Oltre a essere stato uno dei più importanti rappresentanti di quella corrente musicale che viene indicata come “minimalismo”, dal quale rivendica di essersi però staccato, ha fatto delle incursioni estremamente interessanti anche nel campo delle colonne sonore.

Per capire il suo stile compositivo è pertanto necessario accennare, seppur brevemente, a quelle che sono le caratteristiche del minimalismo, corrente dalla quale è partito.

Il Minimalismo utilizza elementi melodici semplici e scarni, ma non banali. Questi frammenti  tendono a ripetersi in modo abbastanza continuativo e ipnotico. Presentano però sottili cambiamenti, appena percettibili che, progressivamente, trasformano lo spunto melodico iniziale facendolo diventare qualcosa di abbastanza diverso. Questo accade spesso senza che l’ascoltatore si renda esattamente conto di quando è cominciato il cambiamento.

E’ una musica coinvolgente e quasi ipnotica. Non ha grossi slanci melodici o repentini cambiamenti al suo interno. Ti porta però dentro al suo mondo un po’ alla volta. Come dico spesso agisce come un pifferaio magico che ti incanta e ti costringe a seguirlo.

Un’altra delle caratteristiche di questa musica è il particolare lavoro che i compositori fanno sul ritmo. Vengono utilizzati frequentemente dei cambiamenti del metro ritmico stesso oppure piccoli sfasamenti nelle ripetizioni delle frasi. Questo favorisce la percezione di un senso fluttuamento costante. Anche l’attenzione al suono e, conseguentemente, la ricerca timbrica rappresentano elementi caratteristici di questo stile.

Philip Glass ha cominciato a comporre seguendo seguendo questa corrente, per sua stessa ammissione, appunto dopo aver conosciuto a Parigi, negli anni 60, Ravi Shankar. Grande è stata infatti la sua fascinazione per la musica indiana, soprattutto per quello che riguarda l’approccio al ritmo.

Una caratteristica comune a molti brani composti secondo questo stile è quello della durata. E’ ovvio che la ripetizione continua di cellule melodico-ritmiche richiede tempi abbastanza lunghi. Ascoltare queste composizioni vuol dire essere disposti a mettersi in viaggio, spostandosi tra un luogo e l’altro. E’ un viaggio effettuato non usando un mezzo come l’aereo che ti catapulta subito al punto di arrivo.

Questo è un viaggio da fare in auto o in treno, con mezzi cioè che ti permettono di vedere i mutamenti progressivi del paesaggio prima della destinazione finale.

A volte nella musica, come nella vita, il viaggio stesso è più importante della meta.

Per avere un quadro più completo di questo artista bisogna sottolineare le collaborazioni che Philip Glass ha attuato con musicisti sia della scena pop-rock, come David Bowie, che di quella cosiddetta “ambient”, come Brian Eno. Ha anche utilizzato alcune melodie, come quella di “Heroes” di David Bowie, per comporre parti delle sue sinfonie. È sempre stato aperto alla contaminazione con stimoli musicali diversi da quelli strettamente accademici.

Io volevo soffermarmi, in particolare, su due delle colonne sonore da lui composte.

La prima è quella per un film uscito nel 1982 che magari non è conosciutissimo da molti di voi. Il regista è Godfrey Reggio ed è estremamente intrigante già dal titolo, difficile sia da scrivere che da pronunciare,” Koyaanisqatsi”. Si tratta di un vocabolo della lingua “Hopi”, parlata da una minoranza etnica dell’Arizona nord-orientale. Il suo significato potrebbe essere “vita in tumulto”, oppure “vita squilibrata”.

Il film è senza dialoghi. Ci sono solo immagini  e musica. L’intento, vista la mancanza di una trama precisa, è di rappresentare lo sviluppo della nostra civiltà, o presunta tale, così come lo conosciamo. Questo lo rende ancora estremamente attuale anche ai nostri giorni visto il crescente interesse per l’ambiente e per la ricerca di un modo di vivere sostenibile da un punto di vista ecologico.

Ovviamente la musica rappresenta un elemento molto significativo in una pellicola di questo tipo.

Già dal brano di apertura abbiamo un’idea precisa di come si svilupperà la musica di Glass. C’è infatti una sonorità di organo, abbastanza asciutta, che esegue una frase melodica discendente continuamente ripetuta. A questa frase si aggiunge, ad un certo punto, una voce maschile, che intona, su una sola nota, a mo’ di mantra, il titolo del film. Non è però una voce “normale”. Si tratta infatti di un basso profondo che canta una delle note più gravi che la voce umana possa intonare, un Re2. L’effetto è contemporaneamente ieratico ed ipnotico e anche un po’ inquietante, se vogliamo.

Koyaanisqatsi

È una musica che ti prende e ti circuisce, quasi.

Un altro momento tipico e anche topico, in questa colonna sonora lo troviamo proprio alla fine del percorso di questo film, nei cinque minuti finali dell’ultimo brano. Qui incontriamo un altro degli stilemi compositivi di Glass, l’utilizzo degli  arpeggi sugli accordi. Ne parleremo tra un po’ ma prima volevo farvi ascoltare il brano. Qui abbiamo anche un momento che dovrebbe ricordarvi qualcosa, per lo meno a me lo ricorda. Non voglio dirvelo perché lo scoprirete ascoltandolo.

Il brano si intitola “Prophecies” e l’ascolto parte a 4 minuti dalla fine.

Prophecies

La sapienza compositiva e contrappuntistica di Philip Glass deriva anche dagli studi da lui compiuti negli anni 60 a Parigi con Nadia Boulanger probabilmente l’insegnante di musica più importante di tutto il 900. Ha avuto come allievi sia  artisti  di estrazione classica come Daniel Barenboim, Leonard Bernstein, Elliot Carter, Aaron Copland, George Gershwin, che musicisti più vicini ad altri mondi sonori come Herbie Hancock, Quincy Jones, Astor Piazzolla, per citarne alcuni.

Nadia Boulanger

Come dicevo una delle tecniche compositive di Glass riguarda il lavoro sugli arpeggi, come vedremo anche nella colonna sonora di cui parleremo tra un attimo.

Un arpeggio è un modo particolare di suonare gli accordi.

Un accordo, lo abbiamo già visto,  è costituito da un insieme di almeno tre suoni. Può essere suonato in vari modi, ma i principali, sono tre.

Il modo più semplice è quello cosiddetto “a blocchi”. Si tratta di eseguire tutte le note contemporaneamente. Questo si verifica quando un pianista “mette giù” tutte le dita o quando un chitarrista suona tutte le corde della chitarra nello stesso momento.

Questo è un accordo minore suonato “a blocchi”.

accordo

Per movimentarne un po’ la staticità si possono alternare all’accordo stesso delle note di basso che aumentano l’impulso ritmico.

accordo con bassi

Ovviamente i modi per dare ritmo sono innumerevoli e questo è solo un esempio abbastanza basilare.

Glass utilizza spesso gli accordi arpeggiati. Arpeggiare un accordo significa eseguire le note dell’accordo una dopo l’altra sia in senso ascendente, dal grave all’acuto, che discendente.

L’accordo di prima se viene arpeggiato suona in questo modo.

accordo arpeggiato

Se per arricchire un po’ adoperiamo le due mani facendole procedere per moto contrario, cioè una dall’acuto a grave e l’altra viceversa e le mettiamo insieme otteniamo un risultato simile a questo.

arpeggi per moto contrario

Questo lavoro sugli arpeggi, ovviamente molto più elaborato, è alla base di molte composizioni di Philip Glass, e lo troviamo anche nel lavoro di cui parleremo adesso.

Si tratta forse della sua composizione  più conosciuta, la colonna sonora del film del 2002,  “The Hours”, diretto da Stephen Daldry e basato sull’omonimo romanzo di Michael Cunningham, vincitore del premio Pulitzer.

La storia si dipana su tre linee temporali diverse. Una parte si svolge nel 1923 e riguarda Virginia Woolf. Un’altra si riferisce al 1949 e l’ultima è ambientata nel 2001. Ogni periodo ha un’attrice come protagonista e il trittico  meraviglioso dei ruoli principali è composto da Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep.

In questa musica tutto sembra semplice all’apparenza. In realtà, ad un ascolto approfondito si può scoprire che non è assolutamente così.

Prendiamo il brano che da il titolo a tutto il lavoro, intitolato, ovviamente, “The Hours”.

Comincia con tre accordi molto semplici ma la cosa più importante, che vorrei farvi notare, è l’aspetto ritmico. C’è, fin da subito, un’ambiguità tra l’unità ritmica, che è in tre, e la suddivisione del movimento, che è in due.

Ve lo faccio ascoltare prima solo col pianoforte così è più facile capirlo.

Inizio solo col pianoforte

Questa ambiguità tra il due e il tre sarà la caratteristica di tutto il brano. L’inizio reale del brano è molto meno marcato, ovviamente, anche perché è suonato con gli archi, e l’atmosfera è molto fluttuante.

The Hours inizio

Al minuto 1 e 24” questa ambiguità ritmica diventa ancora più evidente. C’è quasi una sovrapposizione di due ritmi diversi. L’accompagnamento, infatti, continua con la suddivisione del movimento in due (Ta ta – ta ta – ta ta) mentre la parte melodica esegue degli arpeggi in tre (Ta ta ta -ta ta ta- ta ta ta). Tecnicamente si definisce “tre su due”

Lo ascoltiamo anche in questo caso prima col pianoforte.

Adesso ascoltiamolo nel brano.

Poi al minuto 3 e 28” c’è un cambiamento più netto. Abbiamo un improvviso slancio melodico eseguito dapprima dal pianoforte e ripreso poi dagli archi che sembra portare il brano “da un’altra parte”.

Intorno al quinto minuto troviamo un altro stilema compositivo tipico di Glass. Alla fine di una sezione nella quale il ritmo è in quattro quarti abbiamo un repentino cambio in tre quarti per una ventina di secondi, con successivo ritorno al tempo in quattro. Questo crea tensione ritmica e mantiene vivo l’interesse perché non si riesce a prevedere, esattamente, dove la musica si appoggerà. Notevole è anche la presenza, non appena il ritmo ritorna in quattro, di accenti melodico-ritmici in contrasto che cercano di destabilizzare la compattezza ritmica appena raggiunta.

cambiamenti di metro ritmico

In questo caso non si tratta di un solo pifferaio magico ma siamo in presenza di tutta una famiglia di pifferai nella quale ogni componente cerca di “tirare” l’ascoltatore dalla propria parte.

Bisogna però, come sempre, ascoltare con attenzione ed essere disposti ad entrare in un mondo musicale fatto di sfumature, contorni poco definiti ma, proprio per questo, estremamente intriganti.

Mi scuso, ovviamente, per avervi fatto ascoltare a pezzettini un brano che andrebbe seguito dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità, per poter entrare nel mondo che ci fa intravvedere.

Per cercare di rimediare volevo lasciarvi con un pensiero di Philip Glass che rappresenta un’ulteriore delucidazione riguardante la sua poetica, e che suona estremamente attuale:

Io scrivo per un pubblico ideale, e per me, il pubblico ideale è quello che vuole ascoltare sempre qualcosa di nuovo.

 A mio parere esistono essenzialmente due categorie di compositori: quelli che inventano nuovi linguaggi e quelli che si limitano a riciclare delle formule preesistenti. Queste due tipologie si ritrovano sia nel mondo della musica classica sia in quello della musica pop.

Ma le eccezioni esistono in tutti e due i campi. Artisti come David Byrne, David Bowie, Laurie Anderson, non si limitano a usare delle formule, ma hanno sempre cercato di innovare il linguaggio musicale che utilizzano.

Ci sono invece moltissimi compositori classici che scrivono per mezzo di formulette. Io però non capisco perché lo facciano.

Se si decide di usare delle formule tanto vale mettersi a scrivere musica pop e fare un sacco di soldi.

 La motivazione a usare delle formule è comunque la stessa, e spesso anche i risultati sono gli stessi in termini di banalità e prevedibilita’.

 A me interessa inventare, non riprodurre tanto per avere successo”