Lo sguardo viola

Loredana Lottici

Una delle canzoni più iconiche degli ultimi cinquant’anni riproposta da un’interprete d’eccezione.

Puntata numero centodiciannove.

Dianne Reeves ha, come Sarah Vaughan, le risorse di una cantante lirica che ha scelto il jazz. La sua voce è chiara e robusta. È uno strumento che celebra se stesso attraverso la sua pura potenza. È una delle più grandi cantanti jazz viventi”. (Stephen HoldenNew York Times)

Dianne Reeves può avvolgere la sua voce attorno a una melodia come pochi altri cantanti jazz attuali. Prende le note alte, quelle basse e tutto il resto, mentre accarezza ogni frase con calore e gioia palpabili”. (Billboard)

Qualche tempo fa, riascoltando un disco che ho sempre trovato molto interessante, mi è capitato di riflettere sul diverso modo che il pubblico dei vai generi musicali, ha di reagire quando si trova di fronte ad un’esecuzione diversa dal solito di un brano conosciuto.

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Mi spiego meglio. Il pubblico della musica classica o lirica è abituato da sempre a confrontarsi con esecuzioni diverse dei brani che conosce. Il motivo principale, non l’unico, è dato dal fatto che gli autori delle composizioni proposte sono praticamente tutti deceduti da tempo. Di conseguenza le varie opere vengono presentate, di volta in volta, da diversi interpreti il cui scopo è quello di avvicinarsi il più possibile alle intenzioni del compositore. E i compositori possono essere del periodo barocco, o classico, o romantico o del 900. Quindi la certezza di ottenere quella che è l’interpretazione, diciamo così, ideale, nessuno la possiede. Non si può, infatti, conoscere esattamente quali erano le intenzioni dei vari autori. Ovviamente più si percorre a ritroso la linea del tempo più decifrare correttamente quello che è scritto sugli spartiti diventa complesso e richiede notevoli interpolazioni da parte degli interpreti.

Un grande interprete: Glenn Gould

Quindi le numerose versioni di una determinata composizione hanno tutte diritto di cittadinanza., e possono essere apprezzate o meno secondo i gusti e le personali conoscenze degli ascoltatori.

Il pubblico del jazz reagisce in modo simile. È da sempre abituato a confrontarsi con svariate esecuzioni del medesimo brano anche se ciò avviene con modalità un po’ diverse rispetto alla musica classica. L’interesse di questo pubblico, infatti, è ascoltare la versione personale dell’interprete e non tanto l’idea di chi ha composto, in origine, il brano.

Bobby McFerrin e Chick Corea due grandi autori e interpreti jazz

Da questo punto di vista gli amanti del rock o del pop che dovrebbero  avere una mentalità più aperta, si rivelano, paradossalmente, più conservatori e tradizionalisti.

Spesso infatti sono legati ad una versione  particolare di una composizione e tutte le volte che un artista che non sia l’autore cerca di proporla in modo diverso, tranne eccezioni, trova spesso un’accoglienza abbastanza fredda, per non dire scettica. Questo perché esiste la tendenza a pensare che un brano musicale sia qualcosa di immutabile  nel tempo.

Tori Amos autrice ed interprete

Le cose invece sono, in realtà, abbastanza diverse.

Intanto bisogna dire che non può esistere un’unica versione di una determinata composizione. Quello che noi ascoltiamo  utilizzando i vari mezzi di riproduzione, vinili, CD, MP3 o streaming dalle varie piattaforme, ha la stessa funzione che hanno le fotografie.  Rappresenta, cioè, l’ istantanea  di un momento, di un determinato periodo. Infatti ogni volta che un brano viene proposto, anche semplicemente per il fatto che l’esecuzione è un’attività umana, il risultato sarà diverso, vuoi per la velocità, la strumentazione, la dinamica, il numero degli esecutori. Le variabili sono numerosissime.

In sostanza in musica non esiste la versione definitiva, e questo è abbastanza chiaro per il pubblico della classica o del jazz.

L’altro aspetto fondamentale, che per alcuni è il più duro da accettare, è che  l’autore non è detto sia anche il miglior interprete della propria composizione. 

Perché comporre ed eseguire sono due attività abbastanza diverse che richiedono abilità specifiche. Per chiarire il concetto si può fare un parallelo con la drammaturgia letteraria.

Penso sia chiaro a tutti  che quasi nessun poeta o scrittore sia in grado di recitare la propria commedia, romanzo, poesia, come lo farebbe un attore che impiega tutto il proprio tempo a perfezionare appunto l’arte della recitazione. Saper scrivere  e saper interpretare quanto scritto sono attività che richiedono competenza diverse.

Al Pacino

Tornando alla musica quando nel rock o nel pop un cantante , o gruppo, ripropone una canzone di cui non è l’autore si parla di “cover”. Ho già parlato delle cover in due puntate quasi all’inizio di questo percorso, più di due anni  fa, e vi invito a scoprirle, o riscoprirle.

Ci sono poi casi particolari, come quello di cui parlerò oggi, in cui una cantante jazz tra le più conosciute, pubblica un disco affrontando un repertorio costituito, per la maggior parte, da brani pop, rock e anche folk. Generi cioè completamente diversi da quello che di solito questa interprete frequenta.

Si tratta di un album intitolato “Bridges”, pubblicato nel 1999 da Dianne Reeves.

Non è un caso che sia questo il titolo. “Bridges” vuol dire ponti. Oltre a essere il titolo di una canzone inserita nell’album , composta da un bravissimo musicista brasiliano, Milton Nascimento, è anche un invito a superare le distanze tra generi diversi senza fossilizzarsi su uno solo, e a essere curiosi.

Milton Nascimento

Dianne Reeves è nata nel 1956 ed è ancora in piena attività. Come detto è una delle cantanti jazz più amate e di successo della sua generazione. Ha una discografia vastissima nella quale hanno parecchia importanza anche i dischi registrati dal vivo, perché è proprio di fronte al pubblico che esprime al massimo il suo potenziale. Viene da una famiglia nella quale la musica ha sempre avuto un ruolo di primaria importanza. Pertanto ha cominciato a suonare e cantare fin da piccola. Non   solo i suoi genitori erano musicisti, ma anche molti parenti stretti suonavano o suonano tutt’ora. Uno dei suoi cugini è, ad esempio George Duke, famosissimo tastierista nonché produttore altrettanto noto, che, tra l’altro, ha prodotto proprio questo album.

Dianne Reeves

Il disco si apre con un brano intitolato “In Your Eyes”. È una canzone di Peter Gabriel tratta da “So” il suo quinto album, pubblicato nel 1986. Come alcune delle composizioni di quel disco è molto ritmica e ha un sound originale cha ha reso famoso Peter Gabriel, a tutt’oggi uno degli artisti più iconici e originali del panorama musicale.

Questa è la sua versione.

In Your Eyes Peter gabriel

Si tratta di un brano ottimamente composto e suonato molto bene. Anche l’arrangiamento è notevole e ha delle sonorità ancora molto fresche e attuali, nonostante sia stato realizzato a metà degli anni 80, ulteriore testimonianza della grandezza di questo artista.

Dianne Reeves con i suoi collaboratori, arrangiatori  e musicisti di estrazione jazzistica, ha affrontato una canzone di questo tipo, abbastanza impegnativa dal punto di vista dell’impatto ritmico e sonoro, scegliendo una strada personale e convincente.

Ha lavorato sia sull’atmosfera generale che  sul ritornello proponendo un’idea ritmica abbastanza diversa da quella dell’autore. Si tratta di una scelta quasi contrappuntistica tra la parte melodica e i bassi che la sostengono mentre eseguono anche la pulsazione ritmica. È un risultato complesso da ideare e realizzare che risulta però molto godibile e accattivante all’ascolto.

In Your Eyes – Dianne Reeves

Come avete potuto notare si tratta di una versione completamente diversa.

Lo scopo di questi ascolti non sarà, ovviamente, quello di stabilire quale sia la versione migliore. Per me è importante raccontare come anche un brano di questo tipo possa essere pensato e presentato in modo diverso. Entrambe le esecuzioni sono interessanti e valide. Ovviamente ognuno può scegliere la preferita o, magari, come sarebbe auspicabile, apprezzarle entrambe.

In ogni caso l’idea di arrangiamento presente nella versione di Dianne Reeves è veramente notevole.

Un disco di questo tipo, come è ovvio, ha suscitato anche perplessità da parte di alcuni soloni della critica jazzistica, che hanno rilevato come in questo album la parte arrangiata sia prevalente rispetto a quella improvvisata e questo, secondo loro, non è tipico del jazz. Ma, ripeto, il titolo di questo album spiega  le intenzioni degli esecutori, cioè creare ponti tra generi diversi. Ovvio che l’ascoltatore deve essere disposto ad attraversare questi ponti anche se non è sempre facile intuire cosa si può trovare dall’altra parte.

Nel disco sono presenti molte cover di brani famosi. Due, in particolare sono di autori importanti. Una è un brano di Joni Mitchell intitolato “River” e l’altra è, come dicevo proprio “Bridges” del brasiliano Milton Nascimento.

Ma il momento secondo me più interessante, quello che può dar adito a riflessioni abbastanza intriganti, è la riproposizione di una canzone molto famosa di Leonard Cohen,Suzanne”. Si tratta di un brano che il cantautore e poeta canadese ha inserito nel suo primo album, del 1967.

Fare una cover di un brano simile è un’operazione veramente rischiosa, da molti punti di vista.

Innanzitutto “Suzanne” è una canzone folk e ha molte delle caratteristiche di questo genere. Una delle principali è che il testo è, chiaramente, più importante della musica. La parte emotivamente più coinvolgente è data, appunto dalle parole, e la musica è completamente al servizio di queste. Di conseguenza la linea melodica, come vedremo tra un po’, ha uno sviluppo abbastanza limitato e passa quasi in secondo piano.

Un aspetto di grande importanza è quello riguardante la veste sonora, che risulta abbastanza scarna. Ci sono praticamente quasi solo due strumenti, una chitarra acustica e la voce. Proprio la voce ha una sonorità particolare. Il timbro  caldo e l’andamento quasi cantilenante sono caratteristiche vincenti di questa canzone.

Altro elemento fondamentale è dato dalla ripetitività. Non ci sono vere e proprie strofe e ritornelli. I vari blocchi si susseguono, con piccole variazioni, in modo continuo e quasi ipnotico.

Tutti questi elementi rendono estremamente difficile, per un’interprete e per dei musicisti jazz agire su una tessitura di questo tipo. Da un punto di vista strettamente  musicale il brano sembra, quindi, non offrire molte possibilità di essere sviluppato in modo diverso e personale.

Suzanne Verdal

La canzone è stata ispirata dalle frequentazioni di Leonard Cohen presso la casa della ballerina Suzanne Verdal durante le quali gli veniva offerto del tè con fette di arancia. Il testo unisce le sensazioni di questi incontri con le fantasie scatenate nell’autore dalla visita ad una piccola chiesa dei marinai che si trovava vicino alla casa di Suzanne, nei pressi di Montreal.

Come avverrà anche in canzoni successive Leonard Cohen usa in pratica alcune metafore bibliche per raccontare questo rapporto un po’ ideale, un po’ reale e un po’ sognato. Il racconto  contiene molte immagini sfuggenti e oniriche. Appunto per questa ricchezza lessicale e di esposizione la canzone è stata ripresa anche da Fabrizio de André che ne ha fornito una traduzione quasi letterale con un’ambientazione sonora molto simile a quella di Cohen.

Questo è l’inizio del testo tradotto:

Suzanne ti ha portato
nel suo posto presso il fiume,
e ora ascolti andar le barche
ora puoi dormirle accanto.
Sì lo sai che lei è un po’ matta
ma per questo sei con lei.
E ti offre il tè e le arance
arrivate direttamente dalla Cina.
E proprio mentre stai per dirle
che non hai amore da offrirle
lei è già sulla tua onda
e fa che il fiume ti risponda
che da sempre siete amanti”.

Come accennavo le parole vengono intonate su una melodia fatta di pochissime note che continuano a ripetersi. Sono quattro o cinque quelle fondamentali. Ogni tanto la linea melodica si alza ma, appena sembra spiccare il volo, ripiega su se stessa e ritorna dove era partita. Questo crea un andamento altalenante che culla l’ascoltatore portandolo in un mondo sonoro particolare, dominato da una voce carezzevole e ipnotica.

Suzanne – Leonard Cohen

È una canzone che ti prende, ti culla e ti porta nel suo mondo. Un mondo estremamente poetico.

Ma, come avete potuto notare, da un punto di vista squisitamente musicale gli spunti offerti risultano piuttosto scarni.

La scelta di fondo fatta da Dianne Reeves, dall’arrangiatore e dai musicisti è stata quella di rispettare questo brano cercando di arricchirlo senza stravolgerne il senso, realizzando però una versione che è radicalmente diversa.

La prima particolarità la troviamo subito all’inizio. L’introduzione, infatti, è eseguita da un pianoforte che si muove pochissimo sul quale si appoggia una melodia fatta di pochi suoni suonata dal sax soprano di Kenny Garrett. Il risultato è estremamente evocativo.

Suzanne – Dianne Reeves

È tutto suonato in modo molto delicato ma, ovviamente, anche più incisivo, in alcuni punti, rispetto alla versione di Cohen.

Kenny Garrett

Una delle caratteristiche peculiari è che ogni strofa presenta elementi leggermente differenti. Ad esempio la seconda si sviluppa in senso più ritmico rispetto alla prima. Il tutto però è sempre suonato con molta attenzione e quasi “in punta di piedi”.

Seconda strofa

Poi nella terza strofa Dianne Reeves fa delle piccole variazioni sulla linea melodica prendendosi un po’ di libertà in più, sempre con molto gusto ed eleganza.

La versione finisce riproponendo l’atmosfera sognante dell’inizio guidata dal sax soprano, come a chiudere il cerchio espressivo.

Suzanne – finale

Si tratta, come avete potuto ascoltare, di scelte completamente diverse. Laddove Leonard Cohen si rivela quasi un incantatore con la sua riproposizione di un’atmosfera quasi sempre uguale a se stessa, Dianne Reeves caratterizza ogni strofa in modo leggermente diverso, utilizzando anche, dove la melodia lo suggerisce, un crescendo dinamico.

Quello che, secondo me, è importante sottolineare è che entrambe le versioni hanno diritto di essere prese in considerazione. Questo vale non solo per “Suzanne” ma anche per le altre cover presenti nel disco. Tutte infatti sono eseguite con amore, attenzione e rispetto. Lo scopo degli esecutori è dare importanza all’oggetto, cioè la canzone, e non far risaltare la propria bravura come spesso accade. Questo è fondamentale. Gli interpreti sono al servizio del brano che stanno eseguendo e non del proprio ego.

Dianne  Reeves è secondo me, da questo punto di vista, da ammirare. Affrontare una canzone come questa, che è nella memoria collettiva da più di cinquanta anni, può far tremare le vene ai polsi. È un’operazione rischiosa. Si può proporre, per poco coraggio e fantasia, qualcosa di praticamente uguale, o, all’opposto, caricare troppo l’esecuzione, snaturando l’essenza di un brano così caratteristico.

Questo disco è, invece, l’ennesima dimostrazione di come, a volte, gli artisti siano più avanti rispetto al pubblico e propongano strade diverse e nuovi modi di vedere le cose. Soprattutto invitano ad una maggior apertura mentale. Perché la musica è una materia viva e non può essere considerata qualcosa di statico e immutabile.

Come sosteneva il grandissimo Miles Davis in una frase che dovrebbe far riflettere quotidianamente artisti e pubblico:

“ Chiunque voglia continuare ad essere creativo lo può fare solamente attraverso il cambiamento”.

Miles Davis