“Anche allo specchio non ci si vede”

David Klippel Arden

“Si spera sempre di andare uno verso l’altro ma, in realtà, non ci si incontra mai.”

Puntata numero centoquarantanove.

“L’Europa è in fiamme.  Dalle ceneri sorgerà un nuovo ordine di cose, o, meglio, l’antico ordine apporterà la felicità ai nuovi regni».

Queste parole sono state pronunciate da Klemens von Metternich, cancelliere tedesco, per spiegare cosa è stato, e cosa ha rappresentato,  il “Congresso di Vienna”, tenutosi negli anni 1814-15, nel castello di Schönbrunn, nell’omonima cittadina austriaca.

E proprio in questa città, in un clima di restaurazione, di repressione e di violenza, con il conseguente crollo degli ideali portati avanti dalla rivoluzione francese, è nato, ha vissuto ed è morto Franz Schubert 1797 – 1828). È morto solo un anno dopo Beethoven che pure era nato quasi trent’anni prima di lui.

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La sua vita è durata solamente trentun anni molti dei quali trascorsi nel clima tremendo che si stava instaurando a Vienna proprio a causa della restaurazione.

Schubert ha vissuto in prima persona questo momento tragico diventando un dissidente che viveva ai margini della società.

A causa delle leggi in vigore non riuscì nemmeno a sposare l’amore della sua vita Therese Grob, figlia di un mugnaio. Lei , infatti, era di una classe sociale superiore e il matrimonio tra persone di classi sociali differenti era bandito. Schubert, che era poverissimo, tentò in tutti i modi di elevare il proprio status ed il proprio reddito. Fece anche domanda di insegnamento in una scuola di musica, presentandosi una lettera di raccomandazioni del suo maestro, il famoso Antonio Salieri. Purtroppo la sua richiesta venne respinta e fu costretto ad abbandonare definitivamente le speranze di poter sposare la sua amata.

Therese Grob

Da quel momento visse un’esistenza dissoluta, poverissima, che lo vedeva spesso frequentare i bassifondi di Vienna. Una condotta  a causa della quale si ammalò anche di sifilide.

In pratica divenne quasi il prototipo dell’artista romantico.

Franz Schubert

Ha vissuto sempre nella stessa città di Beethoven ma i due erano completamente diversi sia da un punto di vista artistico che per le idee che professava.

Tanto il primo era legato agli ideali dell’illuminismo, che si traducevano perfettamente nella sua musica, tanto Schubert apparteneva, a tutti gli effetti, al secolo successivo diventando un precursore del Romanticismo.

Questa diversità si riflette non solo nella musica ma anche nel suo pensiero filosofico. In una lettera del suo epistolario ebbe a scrivere:

“Fantasia sei il tesoro più prezioso degli uomini. Fonte inesauribile alla quale attinge l’artista come lo scienziato. Rimani fra noi anche se pochi ti rispettano e ti onorano. Preservaci da quel mostro scheletrico ed esangue che chiamano Illuminismo”.

Questa frase è del 1824, anno in cui vedeva la luce la Nona Sinfonia di Beethoven che, tra le altre cose, è proprio un inno agli ideali illuministi di fraternità, uguaglianza e unione tra i popoli. I due non potevano essere più diversi.

Schubert si è cimentato in molti generi musicali ma, probabilmente,  i risultati più eclatanti li ha raggiunti con la musica da camera.

È interessante notare come raramente, nella sua carriera, si sia esibito in concerti pubblici. Forse se ne contano solamente due, con l’ultimo dei quali, tenuto nel 1828, riuscì a comperarsi, per la prima volta, un pianoforte tutto suo.

La sua attività musicale si svolgeva prevalentemente nelle case di amici o di nobili, in quelle famose riunioni serali che venivano chiamate “Schubertiadi”, nelle quali dilettava gli astanti eseguendo al pianoforte soprattutto Lieder, ma anche sonate, trii e musica in genere per piccoli ensemble strumentali. L’atmosfera intima e raccolta di queste serate era quella più vicina alla sua sensibilità.

I Lieder sono un tipo di composizione molto caro a Schubert visto che ne ha scritti più di 600.

Il Lied, singolare di Lieder, è una composizione strettamente connaturata alla cultura germanica. Il termine è praticamente intraducibile in italiano. Spesso viene tradotto come canzone ma, in realtà, si tratta di due cose abbastanza diverse.

L’organico previsto dal Lied è molto ridotto, quasi sempre solo voce e pianoforte. Anche la forma è abbastanza semplice visto che la struttura è composta da due o tre parti che spesso vengono ripetute.

Molti tra i più importanti musicisti tedeschi hanno affrontato questo tipo di composizione. Oltre allo stesso Schubert, che in alcuni periodi,  ne scriveva anche sei o sette al giorno, anche Schumann, Mendelssohn, Brahms , Liszt, Wagner, Mahler, Richard Strauss,  Schoenberg si sono cimentati nella scrittura di lieder, che hanno essenzialmente due caratteristiche.

Innanzitutto la parte del pianoforte non è quasi mai un semplice accompagnamento della voce, come spesso accade nelle canzoni moderne, ma ha un ruolo  attivo, quasi paritario. È in pratica un personaggio che dialoga con la voce stessa. Questo contribuisce ad esaltare lo sviluppo drammaturgico del brano, come vedremo in questa puntata, sottolineando alcuni momenti e proponendone altri.

L’altro aspetto fondamentale riguarda i testi. Quasi sempre sono opera di poeti, spesso tedeschi, è questo contribuisce ad elevarne il valore letterario.

Schubert era solito scegliere con grande cura le poesie che avrebbe poi musicato. Utilizzava quelle che stimolavano maggiormente la sua fantasia e la sua emotività, fornendo gli spunti che riteneva più adatti alla composizione della musica.

Nei suoi lieder si verifica una perfetta compenetrazione tra testo e musica. La parola poetica evoca la melodia e ne è, a sua volta, esaltata.

Ho già parlato di Schubert e dei suoi lieder un po’ di tempo fa, nella puntata numero 57, che riguardava il suo capolavoro “ La Morte e la Fanciulla”. Si tratta di un lied per voce e pianoforte dal quale lo stesso compositore ha tratto un quartetto d’archi che è un vertice assoluto della musica da camera.

Il racconto di oggi verte, invece, su un altro Lied, molto famoso. È un piccolo gioiello composto nell’ultimo periodo della sua vita. Fa parte di una raccolta di 14 lieder, pubblicata postuma, intitolata dall’editore Schwanengesang (Canto del cigno). Il quarto si intitola Ständchen (Serenata). È molto breve, intorno ai quattro minuti, ma si tratta di un capolavoro.

Il primo abbozzo di questa composizione è stato scritto da Schubert sul retro del menù di una locanda viennese, a dimostrazione della  febbrile attività che è sempre stata una costante della sua vita.

In questo brano la voce rappresenta l’innamorato che esprime i propri pensieri e il pianoforte gli fa l’eco ripetendo spesso l’ultima parte della frase. Lo strumento così commenta quanto appena affermato dal protagonista il quale vive una situazione di incertezza, tipica di chi è preso dall’amore. Questo alternarsi di dubbi e speranza è tradotto magistralmente in musica dal continuo passare della tonalità tra il maggiore e il minore, procedimento che ritroviamo spesso nelle composizioni di Schubert. Lo spostarsi tra questi mondi sonori così diversi dà all’ascoltatore sensazioni emotive chiaramente contrastanti.

L’autore del testo è il poeta tedesco Ludwig Rellstab, contemporaneo di Schubert anche se è morto molti anni dopo, Tra l’altro è lo stesso che avrebbe, il condizionale è d’obbligo, dato il nome alla sonata “Chiaro di Luna” di Beethoven.

“I miei canti sommessi

ti implorano nella notte.

Laggiù nel bosco silenzioso,

mia cara, vieni a me!

 Mormorando, le sottili cime degli alberi

stormiscono al chiaro di luna.

L’ostile origliare del traditore

non temere, mia amata.

Senti gli usignoli cantare?

Ah, loro ti implorano,

con suoni di dolci lamenti

ti implorano per me.

 Capiscono i desideri del cuore,

conoscono le pene d’amore,

commuovono con suoni argentini

ogni tenero cuore.

Fatti toccare il cuore anche tu,

mia cara, ascoltami!

Ti aspetto trepidante!

Vieni, fammi felice!”

Questo lied, così famoso e amato, è stato oggetto di numerose trascrizioni. Ci sono versioni per voce maschile e pianoforte, voce femminile e pianoforte, per voce e orchestra, per strumenti solisti. Esiste anche una bellissima trascrizione fatta da Franz Liszt, per solo pianoforte, di cui parlerò più avanti.

Il brano parte in tonalità minore con un ‘introduzione di pianoforte alla quale segue, immediatamente  la voce.

Ständchen inizio

Da questo momento il pianoforte non si limita a riprendere, come fosse un’eco, la melodia vocale, ma interviene in modo solistico sottolineando un cambiamento d’atmosfera in questo modo.

piano da solo

Per darvi l’idea dei vari arrangiamenti costruiti su questo brano, nella versione che ho scelto in questo punto entra un’altra voce. Non si tratta di una voce umana bensì di quella di un clarinetto che prende la melodia creando un effetto veramente molto interessante, dimostrando come la linea melodica sia estremamente cantabile, adatta anche ad essere eseguita con uno strumento dal timbro così caldo come quello del clarinetto.

L’entrata dello strumento avviene subito dopo l’intervento del pianoforte che avete appena ascoltato.

Clarinetto

A questo punto la musica subisce un’impennata. Tutto diventa più frenetico nel momento in cui il testo declama:

“Fatti toccare il cuore anche tu,

mia cara, ascoltami!

Ti aspetto trepidante!

Vieni, fammi felice!”

Il protagonista, o la protagonista in questo caso, è preso dall’incertezza tipica del sentimento amoroso. “Avrà un lieto fine? MI vorrà o meno?”. La musica sottolinea mirabilmente questo alternarsi di dubbi e speranza. Il finale è veramente intrigante a causa del ripetuto passare dal maggiore al minore. Il tutto si conclude poi in maggiore come a sottolineare che, in amore, alla fine vince la speranza.

Finale

Indubbiamente è un brano molto coinvolgente anche  da un punto di vista melodico. Purtroppo, come dicevo, è stato pubblicato solo dopo la morte dell’autore.

La fama di questo lied è dovuta anche ad una trascrizione fatta qualche anno dopo da Franz Liszt, compositore e noto virtuoso del pianoforte.

Franz Liszt

Liszt ha trascritto circa una cinquantina di brani de Schubert. Il suo scopo era quello di far conoscere a più gente possibile il nome ed il lavoro del compositore viennese che, durante la vita, non ha mai goduto di grande fama.

Liszt ha preservato molti dei dettagli e delle caratteristiche di questi lieder. In questo modo le trascrizioni arrivano a costituire delle sfide impegnative, da un punto di vista tecnico, per gli esecutori. Il problema più grande è ovviamente cercare di riprodurre, su uno strumento così particolare , a corde percosse, come il pianoforte, delle linee vocali pensate per qualcosa di completamente diverso, come la voce umana.

Contrariamente ad altri pianisti del suo periodo Liszt non ha mai considerato queste trascrizioni come un modo per dare sfoggio delle proprie abilità virtuosistiche.

Nella puntata della settimana scorsa ho parlato di come, nel periodo barocco, spesso i musicisti prendessero melodie e brani di altri autori elaborandoli per farli diventare qualcosa di personale. Ebbene nel periodo romantico la prassi della trascrizione era molto comune. I musicisti spesso si cimentavano nell’adattamento di un determinato brano su uno strumento diverso da quello che l’autore originario aveva utilizzato.

Questo favorì la diffusione dell’attività musicale. Le trascrizioni per pianoforte del repertorio, ad esempio, sinfonico od operistico, erano uno dei principali veicoli per la diffusione di questi brani anche presso i dilettanti e gli amatori. In questo modo le composizioni venivano portate a conoscenza dei frequentatori dei salotti borghesi ed avevano la più ampia diffusione possibile.

La trascrizione che Liszt ha fatto di Ständchen è molto bella ed è entrata nel repertorio di moltissimi pianisti. Ne potete trovare molte versioni.

Una, in particolare, mi ha colpito. È di una pianista georgiana, naturalizzata francese, Khatia Buniatishvili, e la potete trovare facilmente su YouTube.

Khatia Buniatishvili

È particolare perché si tratta di un “bis” di un concerto per pianoforte e orchestra. Immaginatevi la situazione. Questa pianista ha appena finito di eseguire una composizione tecnicamente molto impegnativa come un concerto per pianoforte e orchestra. Il pubblico chiede il bis e lei decide di eseguire una versione di Ständchen  molto lenta. Il controllo totale del pianoforte le permette di ottenere una sonorità meravigliosa nella quale la dinamica si presenta con mille sfumature. L’attenzione al particolare è ai massimi livelli.

Vi consiglio di prendervi del tempo per ascoltarla con la dovuta attenzione.

Avrei voluto proporvene solo alcuni frammenti ma è un’esecuzione talmente coinvolgente che è un peccato mortale interromperla.

Trascrizione per pianoforte

Un brano bellissimo e un’interpretazione direi magistrale. Penso che, secondo me, rappresenti alla perfezione quello che era il pensiero sia di Schubert e di Liszt, con un continuo alternarsi di emozioni e stati d’animo.

Schubert più volte ha espresso il proprio sentire riguardo al suo essere nel mondo e al suo modo di vedere i rapporti tra le persone. Non sempre aveva una visione positiva delle cose. Del resto, questo brano traduce compiutamente l’ideale romantico dell’amore, inteso come qualcosa di bello ma doloroso e sofferto allo stesso tempo e  spesso, se non sempre, difficilmente raggiungibile.

“Si spera sempre di andare uno verso l’altro ma, in realtà, non ci si incontra mai.”

“Nessuno sente il dolore di un altro, nessuno capisce la gioia di un altro. Le persone immaginano di potersi raggiungere l’un l’altro. In realtà si passano solo accanto”.

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