La meta è partire

Elisabetta Renolfi

“Lo strumento musicale più sensibile è l’anima umana. Il successivo è la voce umana. Bisogna purificare l’anima fino a quando non comincia a suonare. Un compositore è uno strumento musicale e, allo stesso tempo, un esecutore di quello strumento. Lo strumento deve essere in grado di produrre il suono. Bisogna iniziare con quello, non con la musica”  (Arvo Pärt)

Puntata numero centotrentaquattro.

“C’è la necessità di concentrarsi su ogni suono, in modo che ogni filo d’erba sia importante quanto un fiore“.

Il viaggio che faremo in questa puntata è completamente diverso rispetto a molti di quelli che abbiamo intrapreso fino ad ora.

Se avete presente il racconto della settimana scorsa riguardante “Le Nozze di Figaro” di Mozart, con la sua musica così piena, scoppiettante, sanguigna con i numerosi  cambi di dinamica e di atmosfera, qui siamo in un mondo completamente diverso.

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Vi consiglio di mettervi seduti comodi perché per questo viaggio è meglio ricavarsi uno spazio temporale di tranquillità, all’interno di tutti quei momenti frenetici che la vita di oggi ci costringe ad affrontare. Sarebbe il caso, inoltre, di avere un buon impianto audio o delle buone cuffie, perché la musica di cui parlerò è piena di piccole sfumature, di nuances molto delicate e va ascoltata con estrema attenzione per poterne cogliere tutti gli aspetti.

Il tutto comincia in un piccolo paese posto vicino all’attuale Russia, l’Estonia.

Qui, nel 1935, in una cittadina vicina alla capitale Tallin, nasce Arvo Pärt. Ed è proprio nel conservatorio di Tallin che, negli anni 50, studia musica e composizione con un maestro, Heino Heller ,  che incide profondamente sul suo modo di affrontare non solamente la musica ma anche le cose della vita.

La descrizione che Arvo Pärt fa del suo maestro è illuminante:

“Mi è difficile dire se mi ha impressionato maggiormente il suo modo di insegnare o l’umanità che da lui si irradiava. Come insegnante era aperto a tutti i movimenti artistici più moderni e permetteva che gli studenti seguissero il proprio cammino. Una volta disse che la capacità di forgiarsi un proprio linguaggio sonoro e lo sviluppo della personalità dello studente erano il suo obbiettivo principale”.

Arvo Pärt

In queste illuminanti frasi dovrebbero riconoscersi tutti i maestri, di qualsiasi forma d’arte si parli, ma non solo, direi di qualsiasi insegnamento questi maestri siano portatori.

Sono, ovviamente del tutto d’accordo con queste affermazione anche se fino a pochi giorni fa ne ignoravo l’esistenza. La cosa che più mi fa piacere è che esprimono un concetto simile a quanto ho sostenuto all’inizio di questo percorso, più di due anni e mezzo fa, nella puntata introduttiva. Li spiegavo come lo scopo di questi racconti sia proprio quello di aiutare gli ascoltatori a crearsi un proprio modo di approcciare la musica. Un modo indipendente, ovviamente, dai miei gusti personali che magari traspaiono dalle varie puntate. In definitiva un modo di vivere la musica che sia attento e consapevole.

Con un maestro di questo tipo è abbastanza naturale quindi che Arvo Pärt sia cresciuto con una mentalità molto aperta.

All’inizio, negli anni 50, il suo stile compositivo era in linea con le istanze che andavano per la maggiore in quel periodo: la dodecafonia, la musica elettronica che cominciava a prendere piede, oppure tecniche particolari come il collage musicale.

Ben presto però si rese conto che quella strada non lo avrebbe portato da nessuna parte. Si rifugiò quindi in un silenzio compositivo molto lungo, quasi dieci anni, cercando una via per capire quale avrebbe potuto essere, musicalmente, lo sviluppo del proprio lavoro. Paradossalmente, ma nemmeno tanto, trovò la strada per il futuro rivolgendosi al passato. Si mise a studiare la musica dei secoli precedenti. Non solo quella barocca ma ancor prima quella del Rinascimento per arrivare fino al Canto gregoriano. Lo scopo di questo studio a ritroso era quello di eliminare dalla propria musica tutto ciò che riteneva superfluo, per cercare di raggiungere il nocciolo della materia musicale, liberandola da tutte le sovrastrutture.

Per lui fu illuminante lo studio del Canto gregoriano che scoprì come musica pura, scevra da tutti quegli elementi come le sequenze di accordi, la ricerca timbrica e sonora, l’orchestrazione, che avrebbero caratterizzato tutta la produzione musicale dei secoli seguenti.

Fu proprio con questo mondo sonoro in mente che creò un proprio stile compositivo cui diede il nome di “Tintinnabuli”.

Si tratta di un termine che deriva la latino “tintinnabulum”, campanello, sonaglio. È un modo di comporre che risulta semplice e lineare all’ascolto a dispetto di una certa complessità dal punto di vista strutturale. È un complessità che spesso l’ascoltatore non coglie perché colpito dall’atmosfera generale della composizione.

Si tratta della sovrapposizione di due parti musicali. La prima, generalmente più acuta, è la voce che porta la linea melodica, in modo molto tonale, per usare un termine tecnico. In pratica è una voce che adopera quasi esclusivamente le note di una determinata scala facendo spesso ritorno alla nota più importante della stessa.

La seconda linea si muove suonando degli accordi nella loro versione più semplice quella composta da tre suoni sovrapposti, ovvero le triadi. Questi accordi vengono spesso suonati in modo arpeggiato cioè con le tre note in sequenza.

Accordo di Fa maggiore

Per chi si sta già spaventando voglio dire che gli accordi sono alla base del nostro sistema musicale. Tutte le canzoni che ascoltate si basano su una struttura di accordi che spesso sono fatti di sole tre note.

Per fare un esempio un accordo che si rivelerà fondamentale per il brano di cui parlerò più avanti è quello di Fa maggiore, composto dalle note Fa – La- Do che, con le tre note eseguite contemporaneamente, suona così

Accordo di Fa maggiore

Queste tre note possono anche essere suonate arpeggiandole, cioè in sequenza, in questi modi.

accordo arpeggiato

Con questo sistema compositivo, il “Tintinnabuli”, Arvo Pärt ha la possibilità di usare le note in modo consonante creando linee melodiche del tutto personali senza incorrere in dissonanze eccessive. Ciò ha garantito alle sue composizioni un certo successo presso il pubblico che le identifica come una musica “classica” di genere più piacevole e facile all’ascolto rispetto alle altre correnti del 900 che risultano spesso dissonanti e molto complesse da approcciare.

In sostanza  Pärt ha ripreso schemi della musica dei periodi più antichi e li ha fatti propri in un modo completamente nuovo. Il risultato è una musica che da un lato cambia costantemente, mentre dall’altro sembra completamente statica.

In questo senso ha alcuni punti di contatto col Minimalismo del quale ho parlato più volte. A tal proposito, se volete, potete leggere le puntate dedicate a Philip Glass alfiere di questo tipo di musica, come la numero 49 riguardante il suo disco “Passages” composto insieme a Ravi Shankar e la numero 107 imperniata sulla sua colonna sonora del film “The Hours”.

Nella musica di Arvo Pärt possiamo anche trovare delle similitudini stilistiche con la composizione di Henryk Gòrecki “Symphony of Sorrowful Songs” della quale ho accennato nella puntata n.123, dedicata a Beth Gibbons,  con quel suo mondo apparentemente statico ma, in realtà, in continua evoluzione.

Per darvi un’idea del panorama sonoro che Arvo Pärt ha cominciato ad esplorare dopo i suoi quasi dieci anni di silenzio compositivo, vi faccio ascoltare una sua composizione abbastanza famosa. In questo brano lo stile “tintinnabuli” comincia a svilupparsi anche se, in questo caso, non è ancora facile da individuare. Comunque alcuni elementi che caratterizzeranno da quel momento il suo modo di copmporesu cominciano a prendere forma e ad essere riconoscibili. Il brano, del 1976, è dedicato al grande compositore inglese del 900 Benjamin Britten e si intitola “Cantus in memoriam Benjamin Britten”.

Cantus in memoriam Benjamin Britten

Da questo ascolto è facile rendersi conto di come questa musica richieda un’attenzione e una partecipazione particolare all’ascoltatore. Si tratta infatti di una sonorità avvolgente, quasi ipnotica, che porta in una dimensione altra rispetto a quella in cui ci si trova.

Una delle composizioni più famose di Arvo Pärt,  che ha garantito al compositore estone successo e fama internazionali, è datata 1978 e si intitola “Spiegel im Spiegel”, specchio nello specchio.

Il favore che questo brano ha ottenuto presso il pubblico occidentale costrinse  Pärt a lasciare, con sua moglie, l’Estonia l’anno dopo perché non era più benvoluto in patria, soprattutto dal regime sovietico.

Si trasferì quindi a Berlino dove ha vissuto per circa trent’anni prima di ritornare, una decina di anni fa, in Estonia. Tra i vari incontri che ebbe nella città tedesca importante fu l’amicizia con Manfred Eicher, boss dell’etichetta discografica ECM divenuto famosissimo per aver pubblicato il disco di piano jazz più venduto di sempre, quel “Köln Concert” di Keith Jarrett (puntata n.74) venuto alla luce anche grazie all’impegno e alla presenza di questo grande produttore.

Nonostante la fama e il crescente successo di pubblico Arvo Pärt è sempre rimasto un muisicista abbastanza solitario. La sua musica è probabilmente la più eseguita tra quella di tutti i compositori contemporanei eppure raramente ha cercato pubblicità e non ha mai frequentato i salotti bene o gli ambienti che “contano”.

“Spiegel im Spiegel” sembra quasi rappresentare, da questo punto di vista, il riflesso perfetto del carattere e della personalità del suo autore.

È una composizione che presenta un panorama musicale molto calmo, quasi immobile. Questo crea un forte contrasto col mondo frenetico che ci circonda e con la vita che conduciamo ogni giorno.

Inoltre è un brano esemplificativo dello stile “tintinnabuli”. Si tratta, infatti, di un duo per violino e pianoforte. Come è facile intuire al violino è affidata la parte della linea melodica mentre il pianoforte suona le triadi, cioè la seconda linea.

La parte di pianoforte consta quasi esclusivamente di arpeggi sulle triadi con note di durata molto inferiore rispetto a quelle del violino.

Vi faccio ascoltare solamente la parte di pianoforte, isolata, in modo da cogliere più facilmente la sonorità di questi arpeggi incessanti che continuano dall’inizio alla fine. Notate anche la nota grave che viene suonata ogni tanto, un Fa, che ribadisce quale è il centro tonale del brano.

Parte del pianoforte

La parte del violino è totalmente diversa. Innanzitutto le note sono tutte molto più lunghe rispetto a quelle del pianoforte. Inoltre le frasi melodiche sono basate esclusivamente sulla scala di Fa maggiore che ha questa sonorità con la quale potete cominciare a familiarizzare.

Scala di Fa maggiore

Il violino esegue una linea melodica ascendente sulla scala seguita da una linea discendente sempre sulla stessa scala, e così di seguito. C’è però un altro aspetto importante da sottolineare. La prima linea melodica consta di due note (Sol – La) e la linea melodica discendente anch’essa è costituita da due note (Si bemolle -La). La seconda linea ascendente è fatta di tre note (Fa – Sol- La) come quella discendente che segue (Do – Si bemolle – La). La terza linea è fatta di quattro note, sempre in sequenza sulla scala, e anche la relativa discendente e così via.

Suonate al pianoforte le prime due linee sono le seguenti.

Prime linee melodiche. esempio al pianoforte

Altro aspetto importante è che tutte le frasi, sia  ascendenti che discendenti finiscono sulla nota La che secondo l’autore rappresenta un :”tornare a casa dopo essere stati lontani”.

Un’altra significativa annotazione di Pärt è che la parte di pianoforte accompagna quella melodica del violino “ad ogni passo come un angelo custode”. Questo a testimonianza della grande religiosità del compositore e del fatto che l’aspetto spirituale rappresenta una componente molto importante della sua musica.

Questo brano ci fa entrare in un mondo particolare, ovviamente se siamo disposti ad accoglierlo. Non bisogna aspettarsi grandi sorprese o soluzioni improvvise ed eclatanti. È una forma di ascolto che aiuta a guardarsi dentro cercando un momento di riflessione, alla ricerca di quella serenità che dovrebbe far parte della nostra natura e che spesso non siamo capaci di cogliere.

A dispetto del suo apparire semplice questa composizione costituisce, in realtà una grande sfida. È una sfida per gli esecutori perché, avendo un andamento lento, richiede un grande controllo sull’emissione di ogni singola nota che deve avere il giusto peso rispetto alle altre. Tutto ciò che è ridondante dev’essere messo da parte. Non ci deve essere ego da parte degli esecutori. Quello che conta è la purezza del suono che viene esaltata se l’esecuzione viene portata avanti in modo corretto. Nella versione che vi farò sentire, ad esempio, la violinista, Tasmin Little, suona praticamente senza vibrato con un suono cristallino e puro.

L’ultima cosa che volevo farvi notare è che il meccanismo delle melodie ascendenti e discendenti si inverte ogni tre frasi. La terza frase è dapprima discendente e poi ascendente. Seguono altre due, prima ascendenti e poi discendenti, poi un’altra inversione. Si procede così fino alla fine con le ultime melodie che sono di nove note e che vanno a chiudere il brano.

Spiegel im Spiegel per violino e piano

La durata è mediamente di otto minuti circa, a seconda delle esecuzioni, ed è una composizione con un’atmosfera veramente affascinante.

Tra l’altro sia l’autore che molti degli esecutori hanno creato delle versioni per diverse combinazioni strumentali: viola e pianoforte e violoncello e pianoforte sono tra le più comuni.

“Spiegel im Spiegel” è stato utilizzato anche in alcuni spettacoli di balletto e in numerosi film e documentari a ulteriore testimonianza del favore che ha sempre incontrato presso il pubblico.

Una frase di Arvo Pärt ci fa capire quanto sia importante per lui questa musica e l’ambiente sonoro che crea:

“C’è la necessità di concentrarsi su ogni suono, in modo che ogni filo d’erba sia importante quanto un fiore“.

Questa affermazione racchiude l’essenza di una musica che può essere abbastanza inusuale ma della quale, secondo me, abbiamo estremamente bisogno per ritrovare un contatto anche con noi stessi. A dispetto della sua apparente semplicità è in realtà abbastanza complessa e riesce a nutrire anche il nostro animo. Non è solamente qualcosa di superficiale come la musica d’atmosfera di certe correnti “new age”.

Il fatto che Arvo Pärt si sia rivolto al passato per scoprire una strada verso il futuro lo possiamo dedurre anche da questa sua recente affermazione dalla quale traspare anche la sua forte spiritualità:

“Se prendiamo in considerazione un lasso di tempo di 2000 anni ci accorgiamo che l’animo umano si è modificato molto poco. Perciò ritengo che i testi sacri siano sempre molto attuali. In questa prospettiva non ci sono differenze significative tra  ieri, l’oggi e il domani, poiché alcune verità continuano a durare”.

Io vorrei invitarvi a prendervi del tempo per lasciarvi “portare” in questo viaggio.