“L’eterna clessidra dell’esistenza viene capovolta nuovamente e tu con essa, piccolo granello di polvere”. (Friederich Klopstock)
Puntata numero centoquarantacinque.
Nel 1904, in riferimento a un’esecuzione trionfale della “Seconda Sinfonia” di Mahler, diretta dallo stesso autore, il compositore Ernest Bloch scrisse:
“Non dimenticherò mai l’atteggiamento del pubblico all’uscita dal concerto: non discuteva, non teorizzava, non sezionava! No, aveva appena vissuto la vita, aveva appena rievocato le sue gioie e le sue pene, i dolori e le speranze”
Penso che le parole del compositore svizzero, naturalizzato statunitense, rappresentino pienamente l’effetto che può produrre l’ascolto di questo capolavoro assoluto di Gustav Mahler.
La puntata di oggi è una di quelle che, ogni tanto, definisco particolari.
La settimana scorsa, cercando una via di scampo dalla dittatura televisiva festivaliera sanremese, ho rivisto con grande piacere su YouTube, il filmato di un concerto straordinario tenutosi nell’agosto del 2003 a Lucerna. In quell’evento l’orchestra del festival dell’omonima città ha eseguito, sotto la direzione del grandissimo e compianto Claudio Abbado, appunto la seconda sinfonia di Mahler, denominata “Resurrezione”. L’effetto, su di me, è stato dirompente.

Di Gustav Mahler ho già parlato alcune volte. Nella puntata n. 29 mi sono concentrato sul movimento finale della sua Terza Sinfonia, mentre la n.88 era incentrata sulla sua Nona Sinfonia.
È abbastanza evidente come questo compositore risulti uno tra i miei preferiti, e a lui sono particolarmente legato.
È relativamente facile ammirare geni assoluti come Mozart, Bach o Beethoven. Mahler, nato nel 1860 e morto nel 1911, non era come loro. Ha costruito la sua musica con fatica, con grande amore, dedizione e professionalità. Tutta la sua musica, pensate, è stata composta, si può dire, nei ritagli di tempo. La sua attività principale, infatti, era un’altra. È stato uno dei più grandi direttori d’orchestra del suo periodo.

L’estate era il momento dell’anno durante il quale poteva comporre. Libero dai suoi impegni come direttore poteva dedicarsi, in quei mesi, anima e corpo alla composizione.
Bisogna sottolineare il fatto che le sue due carriere, quella di direttore d’orchestra e di compositore hanno avuto sviluppi completamente diversi.
Come direttore ha avuto da subito un grande successo. Ha occupato posti di rilievo guidando importanti orchestre in molte città europee e non solo: Praga, Lipsia, Budapest, Amburgo, Vienna e New York.
Era amatissimo e stimato. Brahms, ad esempio, affermò che proprio grazie alla direzione di Mahler, aveva finalmente capito l’importanza e la bellezza del “Don Giovanni” di Mozart.
La sua carriera come compositore, invece, non fu altrettanto fortunata. Lo stesso Brahms ebbe a stroncare alcune sue composizioni giovanili.

Anche la sua prima sinfonia, denominata “Il Titano”, il cui debutto avvenne a Budapest nel 1899, fu accolta malissimo dal pubblico e soprattutto dalla critica, al punto che Mahler aveva timore ad uscire di casa per paura di essere sbeffeggiato.

Oltre a questi insuccessi nella vita di Mahler ci furono anche, in quel periodo, alcune disgrazie famigliari. Il padre, la madre e una sorella morirono, infatti, in rapida successione. Mahler si ritrovò ad essere l’unico tutore dei quattro fratelli minori.
Nonostante questo, subito dopo aver finito la composizione della Prima Sinfonia, cominciò a scrivere quello che poi sarebbe stato il primo movimento della sua Seconda.
In realtà, all’inizio, pensava fosse un brano a se stante. Lo intitolò “Totenfeir”, rito funebre, perché rappresentava la morte dell’eroe della sua prima sinfonia. Lo stesso Mahler scrisse a tal proposito:
“ Siamo accanto al feretro di una persona amata. La sua vita, le sue lotte passano ancora una volta dinanzi al nostro spirito. È l’eroe della mia prima sinfonia che porto alla tomba”.

Mahler è un compositore che ha sempre cercato il massimo. Per lui una sinfonia doveva essere come il mondo, abbracciare tutto. Di conseguenza le sue sono composizioni monumentali che possono anche suscitare timore nell’ascoltatore che le affronta.
A maggior ragione si può dire che la sua Seconda Sinfonia non sia solamente una composizione musicale. È anche un lavoro filosofico il cui ascolto può svelare verità profonde a ognuno di noi. In pratica è un viaggio intensissimo e drammatico dal buio alla luce. È stupefacente come, in questa partitura, la separazione tra il buio e la luce non risulti mai netta. La parte oscura contiene comunque una tensione verso l’alto, mentre quella luminosa ha quasi sempre, tranne alla fine, la tendenza a dissolversi verso il basso. Come a significare che la vita non è mai divisa nettamente in momenti positivi o negativi ma tutto è interconnesso e in divenire.
Il titolo “Resurrezione” rappresenta un invito, rivolto a ciascuno di noi, alla redenzione, attraverso l’arte, e a rifondare la nostra anima.
È un ascolto che, soprattutto per quello che riguarda l’ultimo movimento, che è quello di cui parlerò nello specifico, rappresenta un’esperienza quasi mistica. Seguendo queste note ci si può rendere conto della potenza e dell’effetto che la musica ha su di noi e sul nostro animo.

Come detto, questa sinfonia è un’opera monumentale. L’orchestra è gigantesca ed è composta da 125 musicisti che suonano 140 strumenti. C’è anche una banda fuori scena. Abbiamo inoltre due voci soliste più il coro. È la sinfonia più lunga composta fino a quel momento. La sua durata, divisa in cinque movimenti, è di circa 80 minuti. In particolare il primo e l’ultimo sono molto estesi. Il quinto in particolare, con i suoi circa 35 minuti, è lungo quasi come l’intera “Sinfonia Dal Nuovo Mondo” di cui ho parlato nella puntata scorsa.
Si tratta quindi di un lavoro estremamente complesso la cui composizione è durata, con molte pause, ben sette anni. Molti sono stati infatti gli elementi che hanno ostacolato l’attività compositiva di Mahler. Uno, in particolare, merita la nostra attenzione.
Dopo aver composto, a Lipsia dove era direttore musicale del teatro cittadino, il primo movimento, Mahler ebbe un incontro con un’autentica eminenza grigia della musica tedesca: il direttore d’orchestra Hans Von Bulow.

Questi era un personaggio davvero carismatico. Aveva diretto, ad esempio, la prima esecuzione del “Tristano e Isolde” di Wagner e, con i suoi concerti, aveva contribuito a far conoscere Brahms e le sue sinfonie. Aveva inoltre grande stima per Mahler come direttore d’orchestra.
Proprio approfittando di questa stima, che era reciproca, Mahler gli fece sentire in anteprima il primo movimento della sua seconda sinfonia. Il tutto avvenne in una sala prove del teatro.
La scena fu la seguente, Mahler al pianoforte e Hans Von Bulow dietro di lui. Durante l’esecuzione Mahler si girò e vide Von Bulow con le mani sulle orecchie. “Maestro, qualcosa non va?”. “No, no, continua pure”, fu la risposta.
Mahler terminò l’esecuzione e, girandosi, chiese un parere al suo collega.
La risposta fu raggelante:
“Caro Mahler, se questa è musica io non capisco niente di musica. In confronto alla sua partitura il “Tristano e Isolde” (che era una partitura rivoluzionaria) sembra Haydn”.
L’effetto di questa bocciatura fu devastante. Mahler smise in pratica di comporre per quasi cinque anni, dedicandosi solo alla sua attività di direttore d’orchestra.
Poi, nel 1983, affittò una casa su un lago vicino a Salisburgo, dove si fece anche costruirre uin casotto per poter comporre in tutta tranquillità.

In questo modo riuscì, dopo cinque anni, a proseguire nella composizione della sua sinfonia, scrivendo i tre movimenti centrali.
Ora non è possibile, per ragioni di tempo e spazio, parlare sia del primo movimento che dei tre seguenti. Ci sarebbe stato materiale per più di due puntate. Il motivo principale, però, è che desidero farvi arrivare subito al quinto movimento che, secondo me, è il vero culmine di questo lavoro.
Vi accenno solamente che il quarto movimento, intitolato “Urlich” (luce primordiale), è un lied, eseguito da un contralto, la cui bellissima melodia ha un andamento e una solennità tipiche di Mahler.
Nonostante la ritrovata vena Mahler non aveva ancora le idee chiare su come concludere questa sinfonia. Ritornò quindi ad Amburgo per riprendere il suo consueto lavoro. Ma un evento inatteso gli offrì lo spunto per completare ila composizione.
In quell’anno morì proprio Hans Von Bulow.
I suoi funerali furono un grande evento pubblico al quale parteciparono molte autorità, tra le quali anche Gustav Mahler. Durante la cerimonia funebre un coro di fanciulli intonò un canto il cui testo era tratto da una poesia di un poeta tedesco del 700, Friederich Klopstock, intitolato “Resurrezione”.

Nessuno sa esattamente che melodia cantassero questi ragazzi, ma il testo colpì l’immaginazione di Mahler che, tornando a casa, capì di aver trovato la chiave di volta per portare a termine la propria sinfonia.
“Risorgerai. Alzati di nuovo, mia polvere.
Ciò che hai combattuto, ciò che hai amato ora è tuo.
Non sei nato per il nulla. Ciò che è stato creato è destinato a soccombere.
Ciò che soccombe si alzerà nuovamente.
L’eterna clessidra dell’esistenza viene capovolta nuovamente
e tu con essa, piccolo granello di polvere”.
Quindi l’estate successiva, sette anni averla iniziata, Mahler riuscì finalmente a concludere questa monumentale composizione.
L’ultimo movimento è quasi una sinfonia nella sinfonia. Questo non solamente per la sua durata, ma perché il percorso dall’oscuro alla luce, che aveva caratterizzato tutto il primo movimento, ricomincia dall’inizio.
La musica sembra descrivere il giudizio universale. La terra trema sotto la spinta delle percussioni. Le tombe si aprono. Le anime iniziano la loro marcia nel tentativo di raggiungere la luce, seguendo i richiami degli ottoni, fuori scena, che le chiamano a raccolta.

L’inizio è devastante con un fortissimo orchestrale che risveglia le anime dei morti. Successivamente compare un tema ascendente che sembra quasi rappresentare una scala che porta verso il cielo.
Subito dopo un gruppo di corni fuori scena sintona un richiamo, verso l’aldilà, costituito da un alternarsi di due note. Si crea così un effetto di lontananza estremamente evocativo.
Poi subentra il tema, famosissimo, del “Dies Irae”. L’orchestrazione che ha scelto Mahler, per rendere questo momento, è molto particolare. Il suono è composto dall’unione di tre strumenti flauto, oboe e clarinetto, che eseguono il tema in pianissimo all’unisono, accompagnati dal pizzicato degli archi.
Poi, ad un certo punto compaiono dei frammenti melodici. È una frase spezzata costituita da due note soltanto che, tra l’altro, sono le stesse dell’inizio proprio del “Dies Irae”. Questa melodia rappresenta la pena e lo sforzo del vivere, alla ricerca del superamento della propria condizione di sofferenza e infelicità. Poi l’intreccio melodico si infittisce quasi a rappresentare la moltitudine delle voci delle anime.
Segue un momento meraviglioso nel quale gli ottoni eseguono un corale basato sempre sulla melodia del “Dies Irae”. La musica poi si sviluppa verso l’acuto con l’entrata della tromba che porta la melodia ancora più verso la luce
E quasi a ribadire l’impossibilità di staccarsi dalla terra e dall’oscurità, abbiamo un’entrata clamorosa delle percussioni che rende il clima scuro e tetro, enfatizzato anche dagli ottoni. La strada verso la resurrezione sembra così ancora lunga e perigliosa.
Poi da dietro le quinte riprendono i richiami dei corni e della tromba. Ma questa volta preludono all’ingresso del coro.
Immaginate gli spettatori che assistono alla performance. Il coro, molto numeroso, è seduto fin dall’inizio della sinfonia, immobile, e, trascorsa più di un’ora, non ha ancora intonato una sola nota.
Ebbene è proprio il coro a suggellare gli ultimi quindici minuti di questo capolavoro e a renderlo qualcosa di grandioso.

A questo punto faccio riferimento al filmato di cui parlavo all’inizio. Nell’auditorium di Lucerna il coro è seduto più in alto rispetto all’orchestra. Soprani e contralti sono vestiti di bianco mentre tenori e bassi di nero. Tutti sono immobili. Quando cominciano a cantare sono senza spartito davanti. Si fa fatica a capire chi canta veramente perché le bocche si muovono pochissimo. Questa è una meravigliosa intuizione di quello stupendo direttore d’orchestra che è stato Claudio Abbado.
Il tema che il coro intona è quello della resurrezione ed è veramente un momento da pelle d’oca.
Se non avete la possibilità di ascoltare tutta la sinfonia potete anche concentrarvi sull’ultimo movimento. Se anche i 35 minuti vi sembrano troppi vi prego di non perdere gli ultimi quindici. È qualcosa che, secondo me, vi resterà veramente attaccato addosso e vi emozionerà, spero, quanto ha emozionato me.
È in questi frangenti che ci si può rendere conto di come le arti, e la musica nello specifico, riescano a regalarci emozioni di totale intensità, per le quali vale veramente la pena vivere. Qui Mahler riesce a colpirci nel profondo del nostro essere e del nostro sentire, privandoci di qualsiasi barriera protettiva.
Dopo i richiami dei corni ci sono altri strumenti che sembrano risvegliare le anime, in modo sempre più insistente. Poi, dopo un momento di stasi, dal silenzio totale entrano le voci in pianissimo.
Dopo un momentaneo ritorno nelle tenebre queste anime riusciranno finalmente a liberarsi e a conquistare la luce, o Dio, per chi è credente.
È interessante notare come Mahler non fosse un credente. Era un ebreo che ha dovuto convertirsi al Cristianesimo per poter continuare a lavorare. Ha sempre cercato Dio, durante la sua vita, senza mai trovarlo.
Questo ultimo movimento però trasuda religiosità, o spiritualità, se volete, senza pari.

Purtroppo non mi è possibile, per motivi di copyright, allegare il link di YouTube del filmato. Vi invito però, caldamente, a prenderne visione, visto che potete trovarlo facilmente. È una performance straordinaria, sia dell’orchestra che del coro. Su tutti spicca la figura di un Claudio Abbado già provato dalla tremenda malattia che lo porterà alla morte una decina di anni dopo questo concerto. È un documento meraviglioso che suggella un’interpretazione di tutto rispetto. Chiaramente ognuno di voi può avere la propria interpretazione di riferimento ma l’immagine di questo finale con il volto di Abbado e quello dei coristi, dei solisti e dell’orchestra che eseguono questa musica è qualcosa che non si può spiegare logicamente. Ci riconcilia con la vita e con l’umanità il sapere come l’uomo sia capace di comporre, ed eseguire, simili meraviglie.
Le ultime parole intonate dal coro sono state scritte dallo stesso Mahler:
“Con ali che mi sono conquistate mi librerò in un ardente slancio d’amore verso la luce che nessun occhio ha mai penetrato. Morirò per vivere. Risorgerai, si risorgerai mio cuore. Ciò che tu hai vinto ti porterà a Dio”
