Caleffi, Nannelli, Scacchi
“La musica del popolo è come un fiore raro e delizioso che cresce in mezzo alle erbacce invadenti”. (Antonín Dvořák)
Puntata numero centocinquantaquattro
“Nelle melodie dei neri d’America ho potuto trovare tutto ciò che serve ad una grande e nobile scuola di musica. Esse sanno essere patetiche, tenere, appassionate, malinconiche, solenni, religiose, vigorose. Non vi è nulla, in tutta la varietà del comporre, che non possa essere detta con questi temi”.
Le ultime tre puntate hanno avuto come protagoniste tre canzoni di musica pop-rock che, in virtù delle loro caratteristiche, difficilmente si possono confinare solamente nel campo della musica leggera. Sono canzoni che, se ascoltate attentamente, possono anche solleticare le aspettative di chi vuole ottenere dalla musica qualcosa che non sia solo un semplice divertimento ma anche un occasione per nutrire l’animo e l’immaginazione.
Queste canzoni possono costituire anche un viatico per affrontare ascolti, diciamo così, più Impegnativi.
È stato naturale, pertanto, provare a rovesciare la prospettiva, vedere cioè se esistono composizioni di musica cosiddetta classica costruite in maniera tale da avvicinare un pubblico non avvezzo a seguire questo tipo di musica, con delle caratteristiche che le possano rendere particolarmente accattivanti.
Ovviamente composizioni di questo tipo ce ne sono parecchie. Ne ho già parlato ad esempio nella mollica n. 43 dedicata a due movimenti della bellissima suite “The Planets” di Gustav Holst.

Ma se c’è un brano di musica cosiddetta classica, con tutte le riserve che ho su questa definizione, che ha avuto da sempre un grande successo popolare al punto da essere considerato tra i più adatti ad avvicinare il pubblico ad un ascolto diverso rispetto a quello solitamente proposto dalla musica leggera, questo è senz’altro la Sinfonia n.9 detta “Sinfonia dal Nuovo Mondo “ di Antonín Dvořák.

I motivi del successo e della popolarità di questa sinfonia sono molteplici. Innanzitutto uno degli aspetti da sottolineare è che Dvořák, come tutti i grandi compositori, e gli artisti in generale, non faceva distinzioni di genere. Sapeva unire la cultura popolare a quella più colta. Questa sinfonia è un perfetto esempio di commistione tra le suggestioni offerte dalla musica delle popolazioni afroamericane e dei nativi americani, e la maestria compositiva di un musicista proveniente dalla tradizione musicale europea.
Il risultato di tutto ciò è che, a fronte di una complessità di struttura e di composizione questa sinfonia tradisce una facilità di ascolto in quanto gli elementi principali, i temi e le melodie, sono vicini alla nostra sensibilità e ci arrivano immediatamente. Questo risultato è il frutto dell’esperienza che il compositore ha fatto a stretto contatto con la musica e la cultura delle popolazioni americane.

Dvořák è stato un compositore boemo la cui attività si è sviluppata principalmente nella seconda metà dell’800 essendo nato nel 1841 e morto nel 1904. Fu uno dei più importanti rappresentanti di quel fenomeno che va sotto il nome di “Scuole nazionali” sviluppatosi nella seconda metà dell’800. Con questa definizione vengono raggruppati compositori di paesi come la Cecoslovacchia, la Norvegia, la Finlandia, la Russia e la Spagna che miravano a rivalutare e far emergere le tradizioni musicali della propria terra in contrapposizione con l’egemonia culturale e musicale portata avanti nel corso dei secoli precedenti dai tre paesi diciamo così preponderanti dal punto di vista musicale, Germania, Francia e Italia.
Questo spiega la grande attenzione che Dvořák ha sempre avuto sia per la musica popolare della sua nazione d’origine sia per quella di un paese che è stato per qualche anno la sua dimora, gli Stati Uniti.
Nell’ultimo decennio dell’800 la sua fama e la popolarità erano notevoli. Era anche direttore del conservatorio di Praga, il che gli consentiva di vivere agiatamente.

Proprio in virtù della sua fama ricevette, nel 1893 un’allettante offerta di lavoro. La fondatrice del conservatorio di New York Jeanette Thurber, moglie di un ricco commerciante, gli offrì la direzione dello stesso conservatorio offrendogli uno stipendio di 15000 dollari l’anno, praticamente venti volte in più rispetto a quello che lui percepiva dal conservatorio di Praga.

Una volta giunto in America, Dvořák si interessò immediatamente alla musica sia degli afroamericani che a quella delle popolazioni native, con lo stesso amore e rispetto che aveva, in patria, per la musica della sua terra. La frase che ho citato all’inizio è estremamente significativa al riguardo. Più volte ha chiarito il proprio pensiero spiegando il suo modo di rapportarsi ad un cultura così nuova per lui:
“È lo spirito delle melodie nere e degli indiani d’America che mi sono sforzato di ricreare nella mia nuova Sinfonia. Non ho usato neanche una di quelle melodie. Ho semplicemente scritto dei temi caratteristici incorporando in essi le qualità della musica indiana, e usando questi temi come mio materiale li ho sviluppati servendomi di tutti i moderni mezzi del ritmo, del contrappunto e del colore orchestrale»
Questo dimostra ancora una volta come i grandi non siano soliti fare distinzioni di genere. Del resto anche musicisti che verranno dopo Dvorak come Ravel, Bartok o Charles Ives, per fare qualche nome, non avranno certo remore a fondere la musica diciamo così accademica con quella di derivazione più popolare.

Pertanto tutti i temi e le melodie presenti in questa sinfonia intitolata “Dal Nuovo Mondo”, in quanto composta durante il soggiorno americano, sono originali. L’unico tema che molti sostengono lui abbia mutuato da uno spiritual è il secondo del primo movimento, del quale parlerò più avanti.
In definitiva Dvořák ha saputo introiettare la cultura popolare, senza scimmiottarla, inserendola nella propria composizione. Per fare questo ha utilizzato anche stilemi tipici della musica popolare come, ad esempio, le scale pentatoniche. Si tratta di scale, delle quali ho già parlato in altre puntate costituite, come suggerisce il nome, da soli cinque suoni, contrariamente a quelle a noi più comuni, che ne hanno sette.

Altro elemento vincente della composizione e la riproposizione, che l’autore pratica costantemente, dei temi e delle melodie più importanti, seppur modificandoli di volta in volta, come vedremo. Ciò aiuta indubbiamente l’ascoltatore ad orientarsi. In questo modo si ha sempre una sensazione di familiarità con il materiale che ci viene via via presentato, perché nella sua essenza l’abbiamo già ascoltato precedentemente. Così oltre a favorire l’ascolto si crea anche un’unità e una forte coesione formale all’interno della composizione.
Questa sinfonia, l’ultima scritta da Dvořák, è in quattro movimenti per una durata complessiva di circa quaranta minuti, che non è eccessiva per quello che riguarda le sinfonie composte in quel periodo.

Cominciamo adesso ad addentraci nella musica.
L’indicazione di velocità per quello che riguarda il primo movimento è la seguente: “Adagio-Allegro molto”.
L’introduzione è lenta e ha un carattere misterioso. La musica sembra vagare alla ricerca di uno spunto, di un tema. Compaiono infatti frammenti di melodie che risultano però incompiuti. All’inizio le frasi vengono proposte dagli archi per essere riprese dai legni. Segue un’improvvisa esplosione ritmica che costituisce un anticipo di quanto troveremo spesso. Lo slancio ritmico costituisce infatti una delle caratteristiche fondamentali dell’intera composizione. Il tutto prelude all’esposizione del primo tema che arriva subito all’inizio dell’allegro.
Cominciano gli archi, adagio e piano.
Dopo una lunga sezione di passaggio, stranamente più corposa rispetto all’esposizione del tema, si arriva al secondo tema del primo movimento. Questo è il tema che ha sempre suscitato ampio dibattito tra i musicologi. Alcuni, infatti, affermano sia l’unico, tra tutti quelli della sinfonia, ispirato chiaramente ad uno spiritual della tradizione afroamericana intitolato “Swing Low Sweet Chariot”.
È uno spiritual il cui autore è conosciuto perché si tratta uno schiavo liberato alla metà dell’800, di nome Wallace Willis.
Il tema viene proposto col flauto.
Per chiarezza vi faccio anche ascoltare lo spiritual che sarebbe all’origine di questo tema. Ho scelto una delle svariate versioni che si possono trovare, affinché possiate farvi un’idea.
La parentela, in ogni caso, mi sembra abbastanza lontana.
Direi che, al proposito, possiamo fidarci delle parole dello stesso Dvořák che vi ho già proposto più sopra:
”Non ho usato neanche una di quelle melodie. Ho semplicemente scritto dei temi caratteristici incorporando in essi le qualità della musica indiana”.
Penso che questo tema sia una perfetta esemplificazione di quanto da lui affermato.
Il secondo movimento porta come indicazione “Lento”.
Si tratta non solo di uno dei momenti più belli della sinfonia ma anche di uno dei movimenti lenti più significativi della storia della musica in generale.
Il compositore ha tratto l’ispirazione da un libretto, regalatogli sempre dalla signora Thurber, riguardante la storia dei nativi americani, intitolato “The song of Hiawatha” dell’americano Henry Longfellow. In particolare questo secondo movimento farebbe riferimento ai funerali della sposa del protagonista della vicenda.

All’inizio sentiamo gli ottoni che eseguono un corale solenne. Il tutto prelude alla meravigliosa melodia che Dvořák ha affidato ad uno strumento particolare.
Si tratta del corno inglese, in pratica il fratello maggiore dell’oboe dal quale differisce esteticamente per la curvatura presente all’imboccatura dello strumento. Vi ricordo, come detto altre volte, che non appartiene alla famiglia dei corni e che non è nemmeno di origine inglese. Fa parte infatti della famiglia dei legni come oboe, clarinetto, fagotto e flauto.

Il suo suono è estremamente evocativo e, se possibile, ancora più pastorale e agreste rispetto a quello dell’oboe.
Questa melodia rappresenta quasi un miracolo di bellezza nella sua semplicità. È stata composta utilizzando pochissime note all’interno di una scala pentatonica, tipica della musica popolare di mezzo mondo, compresa quella nativa americana.
È un ulteriore esempio di come, sovente, non sia importante la quantità di mezzi a disposizione, quanto il sapere adoperare bene quelli che si hanno.
Volevo farvi ascoltare anche la parte finale di questo movimento che è molto intrigante. Subito dopo la ripresa, sempre da parte del corno inglese, il tema passa ad un trio d’archi, con l’orchestra che praticamente si svuota. È affascinante come il tutto venga ora eseguito inframezzato da frequenti pause, che sembrano tradire incertezza. Pare che gli strumenti non sappiano come continuare, o da che parte andare. È un altro momento estremamente intenso da un punto di vista emotivo.
Indubbiamente un capolavoro.
Il terzo movimento, come spesso avviene nelle sinfonie, è uno Scherzo.
L’incipit ricorda molto da vicino l’inizio dell’analogo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven.
Questo è Beethoven
Questo è Dvořák.
Al di là di questa similitudine lo “Scherzo” di questa sinfonia è un movimento veramente ricchissimo. Tra le altre cose, mentre lo si ascolta ci si può rendere conto di quanto i compositori moderni di colonne sonore siano debitori nei confronti di Dvořák. Molte sono le atmosfere che ricordano la musica di film, ad esempio western americani, degli anni 50 e 60. Ma anche la musica di film recenti ha tratto spunto da questo movimento. Uno su tutti “La Minaccia Fantasma” della saga di “Star Wars” la cui musica, composta da John Williams, ricorda molto le atmosfere create dal compositore boemo ormai più di centotrent’anni fa.
Questo movimento è un festival del ritmo, sempre vivacissimo, con accenti che continuano a spostarsi all’interno delle battute utilizzando un modo di procedere tipico della musica afroamericana.
All’inizio abbiamo una frase eseguita a canone velocissimo tra flauti e clarinetti. Questo canone è attraversato da improvvise incursioni della sezione d’archi che ricordano delle folate di vento. Il tutto viene poi ripetuto con l’aggiunta dei corni che eseguono una frase di note più lunghe in controtempo.
È un inizio scoppiettante che vale la pena ascoltare con attenzione.
Ad un certo punto il brano vira in tonalità maggiore. Qui compare un tema che sembra trarre ispirazione proprio dalle praterie americane. È una sonorità familiare perché l’abbiamo ascoltata in molti film western e ci sembra di cavalcare a fianco di John Wayne.
La melodia viene proposta prima dalla sezione dei legni.
Poi tutto sembra dissolversi. Si cambia completamente atmosfera e lascio scoprire a voi quando. Vi dico solo che Dvořák ci trasporta, dalle praterie americane, direttamente in Europa dentro un valzer viennese. È un cambiamento veramente sorprendente.
Volevo brevemente accennare all’ultimo movimento, “Allegro con fuoco” che, probabilmente è il più famoso di tutti e quattro.
Qui Dvořák ripresenta, elaborandoli, quasi tutti i temi esposti nei vari movimenti della sinfonia. Sembra, passatemi l’assurdità, un’overture al contrario. In pratica è una sorta di riassunto di quello che abbiamo ascoltato durante tutta la composizione. È un movimento ritmico anche questo e il suo inizio immagino vi possa ricordare qualcosa che è stato composto molto più recentemente.
Sembra abbastanza evidente come John Williams abbia tratto da qui l’ispirazione per la colonna sonora del film “Lo Squalo”.
Dopo questo inizio gli ottoni eseguono un tema da cui, secondo me, hanno preso spunto, a piene mani, molti compositori di colonne sonore di film di carattere epico.
Come dicevo all’inizio, questa sinfonia è una delle composizioni che più aiutano ad avvicinarsi alla cosiddetta musica classica. Lo dico anche per esperienza diretta. Questa è stata una delle musiche che mi hanno maggiormente stimolato a entrare in un mondo molto diverso da quello che ero solito frequentare musicalmente.
È una sinfonia che esprime mirabilmente tutta l’attenzione e la considerazione che Dvořák aveva per la musica popolare. Considerazione che si evince anche da molte sue affermazioni, tra le quali una mi piace moltissimo:
“La musica del popolo è come un fiore raro e delizioso che cresce in mezzo alle erbacce invadenti. Migliaia di persone lo superano, mentre altre lo calpestano. È quindi probabile che perisca prima di essere visto dall’unico spirito discriminante che lo apprezzerà. Ma il fatto che nessuno si sia ancora alzato per trarne il massimo vantaggio non prova che non ci sia nulla”.
