Monica Nervi
““Gli artisti veramente superiori giudicano senza pregiudizi di scuole, di nazionalità, di tempo. Se gli artisti del nord e del sud hanno tendenze diverse, è bene che siano diverse”. (Giuseppe Verdi)
Puntata numero centoquarantacinque.
“Io vorrei che il giovane quando si mette a scrivere, non pensasse mai ad essere né melodista, né realista, né idealista, né avvenirista, né tutti i diavoli che si portino queste pedanterie. La melodia e l’armonia non devono essere che mezzi nella mano dell’artista per fare della Musica. E se verrà un giorno in cui non si parlerà più né di melodia né di armonia né di scuole tedesche, italiane, né di passato né di avvenire, allora forse comincerà il regno dell’arte”. (Giuseppe Verdi)
Immagino molti di voi sappiano che la scorsa settimana, esattamente il 7 dicembre, si è tenuta, come da tradizione al “Teatro Alla Scala” di Milano, la serata di inaugurazione della stagione operistica 2025.
Il titolo scelto per la “prima” di quest’anno è stato “La Forza del Destino” di Giuseppe Verdi.
Quello del 7 dicembre è sempre stato un momento di grande importanza sociale e culturale per l’Italia e non solo. Il Teatro Alla Scala è infatti uno dei più importanti al mondo. Fino alla metà del secolo scorso era forse il più rinomato, ora diciamo che è tra i primi.

L’evento, come avviene da un po’ di anni a questa parte, è stato trasmesso in diretta televisiva dalla RAI con ottimi risultati di ascolto, a quanto sembra. Questo è senza dubbio un fatto molto rilevante, che costituisce una sana iniezione di positività e speranza all’interno di un panorama musicale nostrano che ultimamente non brilla certo per eccelsa qualità.
L’evento, come prevedibile, ha scatenato il popolo degli appassionati, in discussioni anche accese, sui vari social media. Molti i pareri contrastanti tra chi ha trovato lo spettacolo eccezionale, chi appena accettabile, chi addirittura scarso. Alcuni hanno elogiato cantanti e orchestra. Altri hanno espresso al riguardo pareri negativi sostenendo come “non ci siano più i cantanti di una volta”.
Quello che fa sorridere è che queste prese di posizione sono le stesse che agitano le discussioni tra gli appassionati di musica pop, rock o leggera che, a loro volta, sostengono come oggi non ci sia più musica valida come quella degli anni 60, 70 , 80 o 90.

Anche alcuni melomani, evidentemente, sono rimasti legati indissolubilmente a figure del passato come la Tebaldi o la Callas, Corelli o Di Stefano. Per questi appassionati le performance dei propri beniamini di un tempo sono irripetibili e, conseguentemente, per loro, i cantanti di oggi sono, al confronto, piuttosto scarsi.
A questi appassionati rispondevano altri sostenendo ironicamente che forse anche gli spettatori degli anni 50 o 60 argomentavano nello stesso modo, magari rimpiangendo gli spettacoli degli anni 20 o 30.
Tutto ciò è un’evidente testimonianza che gli appassionati di musica, di qualsiasi genere, hanno sempre più spesso uno sguardo rivolto al passato che, a volte, può offuscare e condizionare quello sul presente.

Questi diversi punti di vista, ovviamente, non si possono liquidate così su due piedi solo con un sorriso, ma meritano un approfondimento che magari sarà l’oggetto di una prossima puntata . Sono argomenti che vanno trattati con delicatezza e cognizione di causa, cercando di essere il più obbiettivi possibile per non cadere in facili generalizzazioni.
È importante, in ogni caso, che di questo evento si sia parlato e se ne sia discusso parecchio. Quello che dispiace un po’ è che magari tutto questo interesse per l’opera in televisione, in genere sia limitato alle settimane precedenti e immediatamente successive alla prima della Scala, e che successivamente tutto cada un po’ nel dimenticatoio.
Questo è un peccato perché se il pubblico è riuscito a seguire, appassionandosi, uno spettacolo come un’opera lirica della durata di quattro ore, penso sia anche pronto per altri eventi similari nell’arco dell’ anno, secondo me.
Del resto il pubblico italiano, magari non esattamente lo stesso, riesce a sorbirsi una settimana di tour de force televisivi per il Festival di Sanremo, con trasmissioni giornaliere di durata decisamente superiore a quella di un’opera. Penso che tra i due tipi di evento, da un punto di vista qualitativo, non ci sia confronto. Lascio a voi intendere quale, per me, sia più significativo.

Del resto l’opera lirica, o melodramma, è sempre stato un tipo di spettacolo estremamente importante e popolare in Italia soprattutto durante l’800. Mentre nelle altre nazioni europee, oltre alla musica lirica, aveva una grande importanza anche la musica, diciamo così, strumentale, sia orchestrale che da camera, in Italia, praticamente nel XIX secolo la musica prodotta è stata quasi esclusivamente quella operistica.
Il pubblico amava questo tipo di spettacolo. I teatri erano pieni e i giovani compositori, se volevano guadagnarsi da vivere erano praticamente obbligati a comporre musica operistica. In questo modo l’opera lirica è diventata una vera e propria industria che coinvolgeva molte categorie: impresari, gestori dei teatri, editori, musicisti. Di conseguenza questo tipo di spettacolo, oltre a rappresentare la cultura italiana nel mondo, ha avuto anche un ruolo importante, sempre nell’800, nell’affermazione di un’identità nazionale, proprio durante il periodo risorgimentale.

All’interno di questo panorama Giuseppe Verdi si rivela un artista di primaria importanza, anche perché la sua storia ha attraversato tutto l’800. È nato infatti nel 1813 ed è morto nel 1901.
Di lui e di una delle sue opere più importanti “La Traviata” ho parlato nella puntata n. 114.
“La Forza del Destino” non è uno dei suoi melodrammi più rappresentati ma è, senza dubbio, tra i più interessanti.
In questa puntata non voglio parlarvi né di questa opera in generale, né voglio fare una recensione riguardante la “prima” della Scala. Desidero invece focalizzare l’attenzione sull’Overture, o meglio sulla Sinfonia introduttiva dell’opera stessa. Si tratta, a mio avviso, di una delle composizioni strumentali tra le più significative non solo tra quelle verdiane, ma in generale. È musica di grande bellezza che , generalmente, ha un notevole impatto sul pubblico. Spesso viene eseguita anche da sola, svincolata dall’opera, come del resto era volontà dello stesso autore.
Quando Verdi inizio a comporre La Forza del Destino non lavorava ad un’opera da circa due anni. Il suo lavoro precedente, “Un Ballo in Maschera”, era, infatti, del 1859.
Il debutto di quest’opera venne nel 1862 a San Pietroburgo, a testimonianza della grande popolarità di cui godeva il compositore anche oltre le Alpi.

L’opera ebbe da subito un buon successo anche se suscitò alcune perplessità. Soprattutto il finale fu oggetto di critiche a causa delle morti di tutti i principali protagonisti uno dei quali, Alvaro, si toglie la vita.
Questo causò dei ripensamenti in Giuseppe Verdi. Anche l’amicizia che aveva con Alessandro Manzoni contribuì a fornirgli una nuova idea per il finale che divenne così più accettabile per il pubblico. L’opera venne quindi rivista e presentata, in questa seconda edizione, nel 1869 al Teatro alla Scala. Fu un evento molto importante perché rappresentò il ritorno del compositore nel teatro milanese dopo molti anni.
L’Overture o la Sinfonia iniziale così come Verdì la definì , fu scritta proprio per questo secondo debutto. Nella prima stesura infatti era presente solamente una breve introduzione strumentale, molto meno significativa.
In generale Verdi era convinto che la tradizione musicale italiana fosse soprattutto rivolta al canto, quindi del tutto diversa rispetto a quella, più spiccatamente strumentale, dei paesi centro europei. Per questo motivo la sua attenzione verso la musica per orchestra è sempre stata limitata nelle sue opere, tranne in alcuni casi. Non tutte le sue creazioni infatti, sono dotate di overture, che lui chiamava, alla maniera di Bellini, Rossini e Donizetti, sinfonie.

Nel caso di quest’opera la sinfonia è in forma libera com’era consuetudine per i brani introduttivi delle opere nella seconda metà del XIX secolo.
Si trattava di brani che avevano lo scopo di introdurre il pubblico alle melodie e ai temi importanti dell’opera. In questo modo era più semplice, per il pubblico, riconoscere, quando i cantanti le intonavano, le melodie che aveva già potuto ascoltare all’inizio della rappresentazione. Tutto questo favoriva la memorizzazione e sviluppava una familiarità che garantiva una migliore fruizione dell’opera stessa. Giuseppe Verdi, da grande uomo di teatro qual era, conosceva questo modo di procedere alla perfezione.
Tutto ciò non era consuetudine nel secolo precedente. Se prendiamo, ad esempio, “Le Nozze di Figaro” di Mozart (puntata n.133) non troveremo, nell’overture nessuno dei temi che caratterizzeranno le più importanti pagine musicali dell’opera stessa.

In questa sinfonia verdiana sono presenti, invece, alcune delle melodie più significative di tutta l’opera.
È importante sottolineare come La Forza del Destino cambi spesso tono musicale, durante ,lo svolgimento della trama.
Sono presenti il tono drammatico, quello lirico, a volte quello ironico e perfino un tono religioso. Quest’ultimo è abbastanza inusuale nelle opere verdiane in genere scevre da implicazioni riguardanti il rapporto con la fede.
Queste diverse modalità si riverberano nella sinfonia che presenta, al suo interno, situazioni emotive dissimili tra loro.
Esiste comunque qualcosa che lega, come un “fil rouge”, diciamo così, tutto il brano. Si tratta del tema principale dell’opera, che viene definito il tema del destino o dell’inquietudine di Leonora. Esso appare, in varie forme e variazioni, durante l’intera composizione.
Verdi, in quest’opera, usa in modo costante alcuni motivi ricorrenti. Non si possono definire veri e propri “leit motiv” come quelli di Wagner. Hanno piuttosto la funzione di creare dei richiami di memoria nel pubblico.

All’inizio del brano ascoltiamo tre strappi, subito ripetuti, eseguiti dai tromboni che hanno una duplice funzione.
La prima, più nobile, è quella di richiamare il senso del destino e della sua ineluttabilità. La seconda, più banale ma non meno importante, era di far capire al pubblico, che andava a teatro per divertirsi, mangiare e quant’altro, che lo spettacolo stava cominciando anche se le luci erano ancora accese.
Questi tre strappi servivano mirabilmente ad entrambi gli scopi.
L’indicazione di tempo, cioè di velocità, presente sulla partitura è “Allegro agitato e presto”. Questo da l’idea della frenesia che caratterizza l’inizio perché, subito dopo gli interventi massicci degli ottoni, arriva il tema del destino. È costituito da brevi frasi frenetiche che si ripetono stampandosi immediatamente nella mente di chi ascolta. Il colore è scurissimo. Tutti gli archi suonano nel registro grave. La tonalità è minore e gli unici strumenti che accompagnano queste frasi sono i tromboni, le viole e i contrabbassi. L’inquietudine è palpabile.
Scusate se, al solito, lo faccio sentire a piccoli pezzi ma è importante spiegare alcune cose.
Come avete sentito il tema, all’inizio, è suonato dagli archi nel registro grave. Poi i violini lo eseguono ad un’altezza maggiore mentre i bassi lo propongono quasi al contrario, con delle piccole frasi discendenti che vi indicherò in questo ascolto.
Alcuni hanno visto in quest’inizio un vago richiamo, non tanto alla melodia del primo movimento della “Quinta” di Beethoven, quanto a quel tipo di sensazione emotiva. Questo è dovuto principalmente alle frasi continuamente ripetute, specialmente quella eseguita dagli archi gravi in senso discendente.

Dopo circa un minuto dall’inizio l’atmosfera muta completamente.
Cambia la velocità, che diventa più lenta ed è indicata come “Andantino”. Verdi ci presenta un secondo tema, suonato da oboe, clarinetto e flauto all’unisono, cioè che eseguono le stesse note. Il flauto viene utilizzato nel suo registro più grave per enfatizzare ulteriormente il colore scuro, e quasi pensieroso, del tema stesso.
La cosa intrigante è che, sotto questa melodia, i violini accennano nuovamente il primo tema, che esercita la sua funzione di collante tra le varie parti, nonché quella, altrettanto importante, di contribuire a creare tensione.
Il secondo tema proposto è quello del pentimento di Alvaro, uno dei tre protagonisti insieme a Leonora, la sua amata, e al fratello di lei Don Carlo. È lo stesso che ascolteremo nel quarto atto nel duetto appunto tra Alvaro e Don Carlo.
Nella sinfonia ci viene presentato così.
Facendo un salto in avanti e vediamo come questo tema, che sottolinea il pentimento di Alvaro, venga utilizzato nel quarto atto, nel duetto con Don Carlo. Prima lo troviamo in veste strumentale per essere poi ripreso dal cantante.
Ma ttorniamo alla sinfonia.
Subito dopo la pausa di sospensione, che tiene il pubblico nell’attesa di ciò che sta per accadere, si cambia ancora atmosfera.
Il tema successivo ha un carattere, potremmo dire, religioso. Riflette il desiderio di consolazione di Leonora, ma ne descrive anche la profonda agitazione interiore.
Per la prima volta si passa in tonalità maggiore. I violini suonano “pianissimo“, sostenuti da un tremolo veloce delle viole. Nessun altro strumento è presente. La combinazione del cambio di tonalità, di velocità e dell’orchestrazione più leggera, sembra preludio a un momento di serenità, ma…… il primo tema è sempre in agguato. La frase che sentiamo in secondo piano, infatti, viene suonata via via da un numero sempre maggiore di strumenti. Questo produce un aumento progressivo del volume nonostante tutti suonino in modo abbastanza contenuto.
Questo tema lo si ascolta nell’importante aria “ Madre pietosa Vergine” che Leonora canta nel secondo atto. Lo troviamo in particolar modo nel verso “Deh non abbandona, signor, per pietà”.
Scusate se vi faccio tornare indietro alla sinfonia perché dopo il pieno orchestrale abbiamo la riproposizione del secondo tema, quello del pentimento di Alvaro. Viene eseguito però in modo completamente diverso. Un clarinetto solo suona la prima frase, seguito da un oboe e successivamente dal flauto. questa volta i in un registro più acuto.
Subito dopo ci viene presentato un nuovo tema seguito dal clarinetto, accompagnato dalle arpe e dal pizzicato degli strumenti gravi degli archi.
Questo tema eseguito dal clarinetto ha una natura quasi consolatoria. Si tratta della melodia che caratterizzerà parte del duetto tra Leonora e il Padre Guardiano, responsabile del convento dove lei vuole ritirarsi, che la accoglierà misericordioso. È la prima volta che la protagonista prova un senso di pace e sicurezza dopo anni di tormenti causati dall’angoscia e dal rimorso.
Mi rendo conto come non sia facile seguire questi salti tra la sinfonia e i vari punti dell’opera ma il tutto serve a darvi un’idea di come Verdi abbia costruito la sinfonia a posteriori, utilizzando proprio questi temi.
Subito dopo questa melodia consolatoria abbiamo un momento orchestrale molto denso cui segue quello che assomiglia ad un corale religioso, bellissimo, che serve ad introdurre la parte finale della sinfonia. È un corale che vede come protagonisti gli ottoni.
Il brano finisce con quello che è, forse, l’unico momento di serenità. C’è un’atmosfera più leggera, ripresa e sottolineata da tutta l’orchestra in modo enfatico. Ed è un finale, se vogliamo, tipicamente teatrale.
A testimonianza dell’apertura mentale e artistica di questo enorme musicista c’è una frase che lui ha pronunciato:
“Gli artisti veramente superiori giudicano senza pregiudizi di scuole, di nazionalità, di tempo. Se gli artisti del nord e del sud hanno tendenze diverse, è bene che siano diverse”.
