“Le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte”.

(Francesco De Gregori)

Puntata numero centotrentasette.

“Da anni accumulo idee. E poi le scrivo su qualche foglietto. Spesso le perdo o le dimentico, quindi quelle che restano sono sicuramente le più significative.”

“Le canzoni cambiano nella testa di chi le ha scritte, molto più velocemente che non nella testa di chi le ascolta.”

“Se non avessi conosciuto le canzoni di Fabrizio De André, non avrei mai cominciato a scrivere le mie”.

(Francesco De Gregori)

Esattamente a metà degli anni 70, nel 1975, la RCA, etichetta discografica di grande importanza in quel periodo, pubblica un disco destinato a diventare uno dei più rappresentativi, non solo della canzone d’autore, ma della musica leggera italiana di ogni tempo.

Il disco si intitola “Rimmel” il cui autore, come è facile immaginare, è Francesco De Gregori.

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Questo album è importante per molti motivi.

A me è capitato di riascoltarlo, recentemente, dopo molto tempo, e, per l’ennesima volta, ne sono rimasto stupito e piacevolmente emozionato. Ed è interessante notare come ogni volta che accenno al pianoforte l’introduzione del brano che da il titolo al disco, “Rimmel” appunto, molte persone lo riconoscono immediatamente e cominciano a cantarlo. Questo dimostra quanto questa canzone sia entrata nella memoria collettiva e faccia ormai parte di un patrimonio culturale comune.

Francesco De Gregori anni 70

Le tracce contenute nell’album sono nove ma, in realtà, la durata complessiva non arriva ai trenta minuti. Altra particolarità sono le note di copertina estremamente scarne. Non ci sono credits e il produttore è ignoto. Sono indicate ovviamente le canzoni una delle quali, “Pablo”, è stata scritta insieme a Lucio Dalla. Per quello che riguarda i musicisti oltre al gruppo italo-inglese “Cyan”, peraltro non dei più famosi al tempo, compaiono i nomi di Roberto Della Grotta e Mario Schiano che hanno suonato rispettivamente il contrabbasso e il sassofono nella traccia “Le Storie di Ieri”.

All’epoca della pubblicazione De Gregori aveva solamente ventiquattro anni ed era più noto agli addetti ai lavori che al grande pubblico, nonostante il discreto successo del brano “Alice” di qualche anno prima.

La sua casa era il Folkstudio di Roma, una fucina di talenti che aveva contribuito a promuovere la cosiddetta “scuola romana” dei cantautori.

Bisogna infatti precisare che in quegli anni, oltre alla musica rock e al “Progressive” che andavano per la maggiore, divenne rilevante anche il fenomeno dei cantautori, cioè artisti che oltre a comporre  musica e testo interpretavano anche le loro canzoni.

In Italia c’era grande fermento da questo punto di vista. Oltre alla scuola romana erano rilevanti quella genovese, nata qualche anno prima, e la nascente scuola bolognese.

Ai cantautori veniva richiesto, da critica e pubblico, un impegno sociale e politico molto rilevante che doveva trasparire dai loro testi.

“Rimmel” fu uno degli album più bersagliati da una certa critica di quegli anni. De Gregori venne infatti accusato di produrre, in questo album, testi disimpegnati e leggeri.

Viene da sorridere amaramente pensando a quanto, in quegli anni,  critica e  pubblico si scagliassero violentemente, la prima usando la penna, il secondo anche cercando a volte lo scontro fisico durante i concerti, contro tutti quegli artisti che “tradivano” gli ideali del movimento.

Concerto al Parco Lambro di Milano giugno 1975

Oggi siamo al paradosso opposto. La critica musicale, o presunta tale,  è del tutto prona e ha il solo compito di incensare sempre e comunque qualsiasi artista di successo, soprattutto i mostri sacri che sono sulla scena ormai da decenni. È difficilissimo trovare una voce fuori dal coro che cerchi di spiegare come sia abbastanza normale per certi cantanti sulla breccia da anni avere una flessione creativa e che alcuni album usciti recentemente non siano evidentemente all’altezza delle loro passate produzioni.

Per fare un esempio di quanto la situazione sia cambiata basta leggere la critica che un importante giornalista, Giaime Pintor, scrisse su una rivista del settore molto importante, “Muzak”, quando “Rimmel” venne pubblicato.

Il titolo era ”De Gregori non è nobel, è rimmel”.

“È evidente, peraltro, che l’evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto di De Gregori in un kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i baci Perugina. Chi osasse citare il decadentismo italiano, peggio quello francese, l’ermetismo o Garcia Lorca o persino Dylan nel caso di “Buonanotte fiorellino” o di “Piccola mela”, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura. E nemmeno Prévert, sebbene sia il più vicino a queste melensaggini, può essere un riferimento citato senza ridere.»

Anni dopo De Gregori stesso spiegò il suo punto di vista riguardo a “Buonanotte fiorellino”.

“Venni subito accusato, era il ’75, di essere sdolcinato, piccolo borghese, perché bisognava scrivere le canzoni che parlavano al ‘movimento’. Io invece avevo fatto questa storiella d’amore. In realtà era proprio il contrario: era una caricatura della sdolcinatezza mentre raccontava  una storia dolorosa perché era la fine di una relazione con annessi sangue, sudore e lacrime, però con quel ‘un-za-za, un-za-za’ che accompagnava il testo. L’ho fatto apposta. Fiorellino! Monetina! Ho usato tutte le parole più zuccherose che mi venivano in mente. E, come previsto, quella canzone finì per provocarmi parecchi guai”.

Sempre a proposito di questa canzone De Gregori ha dichiarato di essersi ispirato ad un brano di Bob Dylan intitolato “Winterlude”, presente nell’album “New Morning”. La somiglianza con “Buonanotte fiorellino”, come potrete verificare tra poco è abbastanza evidente.

Winterlude

Anche la canzone di De Gregori ha un ritmo in tre quarti, tipico del valzer, e immagino molti di voi la conoscano.

Buonanotte fiorellino

Come dicevo molti sono i motivi che rendono importante questo album.

L’aspetto principale, secondo me, è che queste canzoni sono, dal punto di vista testuale, altrettante poesie. Spesso sono criptiche, a volte ermetiche con un significato sfuggente. Sono costituite da dettagli, immagini a volte vivide, a volte, sfuocate. Non spiegano mai, ma ti immergono direttamente all’interno della storia .

Di conseguenza nel corso degli anni si sono sprecate le interpretazioni riguardo ai nomi, fatti e personaggi presenti nei brani. Tutte le canzoni sono state oggetto di analisi per cercare di capire a chi e a che cosa si riferisse l’autore.

De Gregori, in ogni caso, ha sempre smentito tutte le possibili illazioni sui protagonisti veri o presunti di queste canzoni. Per quello che riguarda appunto “Buonanotte fiorellino” c’è una leggenda metropolitana che ritiene sia dedicato ad un amore di De Gregori perito in un incidente aereo. Leggenda più volte smentita dallo stesso autore.

“Rimmel” non è un disco politico nel senso stretto del termine. Non si può negare, comunque, che abbia un taglio sociale che era attuale allora e, per certi versi, forse ancor di più oggi.

Basti pensare ad una canzone come “Pablo”, l’unica con una dedica precisa a M.P. cioè Marco Pannella il leader dei radicali che si fece carico, in quegli anni, di importanti battaglie per l’emancipazione sociale e dei costumi in Italia.

Come detto è stata composta in collaborazione con Lucio Dalla. Il protagonista è un immigrato in Svizzera, ed è una storia di morti bianche. Contiene frasi che sono ormai diventate slogan di uso comune in certe situazioni: ”Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo”, oppure “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”.

L’inizio è particolare. In pratica si tratta quasi di un “recitativo” di ispirazione operistica, con un cantato intonato su poche note sostenuto da due accordi di organo elettrico, che serve da introduzione alla canzone vera e propria.

Pablo inizio

A dimostrazione della particolarità delle scelte stilistiche di arrangiamento e del gusto del duo De Gregori-Dalla, bisogna notare come dopo il ritornello la canzone riprende, in pratica, l’atmosfera iniziale. Si tratta di una scelta artistica significativa ed originale che difficilmente oggi verrebbe proposta da qualsiasi autore. Questo ritorno all’inizio è anche caratterizzato da un testo il cui significato, a tratti, non è facilmente comprensibile.

Pablo seconda parte

Altra scelta stilistica particolare riguarda la sonorità scarna e quasi esclusivamente acustica del disco in generale. C’è molta chitarra acustica, un pianoforte, spesso un contrabbasso in luogo del basso elettrico, e la batteria, a volte, viene suonata con le spazzole. Tutto questo, in anni dominati dalla musica rock, è ulteriore dimostrazione di consapevolezza e voglia di fare le cose secondo il proprio gusto. La scelta di De Gregori di produrre da solo il disco  è dovuta proprio al desiderio di far suonare le canzoni secondo le proprie indicazioni e non secondo le tendenze di moda come, probabilmente, un produttore esterno avrebbe chiesto.

Saltando un po’ di palo in frasca, spero mi perdonerete, una delle canzoni per me più intriganti di questo album è l’ultima, “Piano bar”. In parte perché, essendo un musicista, ho avuto alcune esperienze di colleghi che rispondono alle caratteristiche del personaggio protagonista del brano. Ma il vero motivo è che, secondo me, in questa canzone non si parla solo di un pianista di piano bar ma di un certo tipo di persona che possiamo trovare spesso nella nostra vita:

“Uno scudo bianco in campo azzurro
È la sua fotografia.
Chiunque lo conosca bene
Può chiamarlo senza offesa
Uomo di poca malinconia.
È un pianista di piano bar.
Vende a tutti tutto quel che fa,
Non sperare di farlo piangere
Perché piangere non sa”.

A questi seguono due versi che ho sempre amato tantissimo:

“Nella punta delle dita poco jazz
Poche ombre nella vita”.

Come dire qualcuno che ha poca inventiva, scarsa capacità di mettersi in gioco e di affrontare le cose con personalità. E il fatto di avere poche ombre nella vita non ha solamente una connotazione positiva perché significa anche avere poche luci e condurre un’esistenza abbastanza piatta e scevra di emozioni.

Anche in questo caso il verso iniziale riferito allo “scudo bianco in campo azzurro” ha dato adito alle più varie interpretazioni. Alcuni hanno pensato che la canzone  fosse dedicata ad un politico molto importante in quegli anni visto che lo scudo bianco era il simbolo del partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana. Altri hanno individuato in questo pianista un amico e collega di De Gregori, cioè Antonello Venditti. Al solito tutte queste illazioni sono sempre state smentite dall’autore.

Piano bar

Ovviamente il momento clou dell’album è rappresentato proprio dal suo inizio, dalla canzone intitolata, appunto, “Rimmel”.

È un brano con una fortissima personalità, dotato, tra l’altro, di due incipit vincenti. Uno riguarda la musica che, come detto, lo rende subito riconoscibile già dai primi accordi di pianoforte. L’altro si riferisce al testo. Francesco De Gregori comincia infatti l’album buttando l’ascoltatore subito all’interno della storia, dell’atmosfera generale, senza alcuna preparazione:

“E qualcosa rimane
Fra le pagine chiare e le pagine scure.
E cancello il tuo nome dalla mia facciata,
E confondo i miei alibi e le tue ragioni,
I miei alibi e le tue ragioni
”

Questi versi lasciano intuire  come complesso ed enigmatico potrà essere lo sviluppo della storia. In realtà qui si racconta la fine di un amore ma i protagonisti non vengono descritti e gli indizi sono pochi, avvolti da immagini evocative ma non sempre definite.

Da un punto di vista musicale la canzone è abbastanza semplice. Se avete presente quanto detto nella scorsa puntata riferito alla tonalità di un brano e all’erosione di questo sistema ad opera di Debussy, in questo caso invece siamo totalmente e perfettamente in tonalità di DO. Detto banalmente si adoperano solamente i tasti bianchi del pianoforte. In realtà il ritornello è in una tonalità diversa ma si tratta della, diciamo, “sorella” minore, che è il LA minore ma, senza scendere troppo in particolari, le note usate sono sempre quelle.

Ma al di la di questa apparente semplicità ci sono alcune soluzioni veramente interessanti tese a dimostrare come De Gregori abbia fatto propria quella definizione usata nel 700 che stabilisce come “La poesia debba essere signora della musica”. Cioè la musica deve piegarsi alle esigenze del testo.

Di questo ci possiamo rendere conto subito già nel terzo verso “e cancello il tuo nome dalla mia facciata”. Infatti questa canzone che ritmicamente è in un tranquillo quattro quarti, comune a quasi tutte le canzoni, si adatta alle esigenze di questo verso un po’ complesso inserendo una battuta di cinque quarti. Ad un ascolto distratto si può non rendersene conto ma questa è la dimostrazione di quanto De Gregori sia stato attento a far prevalere le esigenze del testo forzando appunto la musica a seguirlo.

Andando per ordine l’introduzione così iconica del brano con queste misure di pianoforte, quasi il biglietto da visita di “Rimmel”, è la seguente. Vi conterò, per comodità la misura in cinque quarti.

Rimmel inizio con parlato

Adesso ve lo faccio riascoltare senza il mio commento perché vale la pena di gustarsela così com’è, senza troppi dettagli tecnici.

Rimmel inizio

Anche dal punto di vista strutturale si tratta di una canzone semplice. È infatti costituita da un’introduzione, segue una strofa, un’altra strofa, il ritornello, un inciso strumentale uguale all’introduzione, una strofa e un altro ritornello. Si tratta della classica struttura della canzone italiana di musica leggera.

È interessante notare come nelle strofe successive nel terzo verso non abbiamo più la misura di cinque come nella prima ma la musica si piega lo stesso al testo perché in tutte le strofe, in quel punto, abbiamo una battuta di quattro più una di due.  Un esempio lo abbiamo nella seconda strofa nel verso “e un futuro invadente fossi stato un po’ più giovane”.

Tutto questo denota un utilizzo intelligente della musica e delle sue risorse perché è ovvio che nelle canzoni, soprattutto quelle dei cantautori, il testo rimane l’elemento che ha la priorità.

Molte sono, in questo brano, le suggestioni. Un’immagine ricorrente è quella riferita al gioco delle carte. La ritroviamo ben tre volte.

“Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente, ma uno zingaro è un trucco”. Il probabile riferimento è a un episodio veramente avvenuto quando De Gregori si trovava a casa di De André, in Sardegna, dove sembra che qualcuno gli abbia predetto il futuro tramite le carte.

Ma ancora “i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo che puoi nascondere o giocare come vuoi”.

Per finire con “ Santa voglia di vivere, e dolce venere di rimmel. Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi se per caso avevo ancora quella foto…”. In questo caso il riferimento al trucco mnemonico usato dei giocatori “come quando fuori piove”, adottato per ricordarsi la successione dei semi, “cuori, quadri, fiori e picche” è abbastanza evidente.

Lo stesso titolo della canzone rappresenta una suggestione importante. Rimmel è si un trucco usato dalle donne per abbellirsi ma, come tutti i trucchi, nasconde e altera le sembianze. In questo caso nasconde la fine di un amore. È qualcosa che sembra ma, in realtà, non è. Questa fine è sancita dal ritornello:

“Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo.
E la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro ancora
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
Li puoi nascondere o giocare come vuoi,
O farli rimanere buoni amici come noi”.

Come detto il ritornello parte con un accordo di La minore, tonalità sorella di quella di Do, e anche questo è un escamotage  tipico della forma canzone che ha lo scopo di rendere il ritornello ancora più efficace.

Ritornello

De Gregori riempie la canzone di immagini, di segni, di frammenti di questo amore che si è dissolto e in pratica nulla si viene a sapere dei protagonisti, di quello che è successo. Non racconta ma ti fa immaginare le cose. Raffigura delle situazioni che l’ascoltatore deve elaborare per conto suo. Questa è la cosa veramente interessante. Chi si confronta con questa canzone deve prodursi in un ascolto attivo per cercare di capire, di intuire e comprendere i protagonisti e la lor vicenda.

“Bisogna mettersi nei panni di uno che aveva ventitré, ventiquattro anni. La vita di un ragazzo di quell’età è quanto mai gioiosa, piene di domande e risposte. Adesso chiedersi chi ha lasciato chi è difficile. Posso dire diplomaticamente che non ha importanza. Ma in quella canzone non c’è una sola figura femminile. Può essere difficile da credere, ma è un insieme di situazioni, di storie, di sentimenti, di smarrimenti”.

Se posso permettermi vorrei darvi il consiglio di riscoprire o, per chi non lo conoscesse, di scoprire questo album,  e questa canzone in particolare. Rappresentano infatti qualcosa di estremamente diverso rispetto alla musica che siamo abituati a frequentare oggi. Si tratta di un concentrato di soluzioni musicali, ogni canzone infatti ha le sue caratteristiche specifiche di sonorità e arrangiamento. Soprattutto però si possono trovare idee, suggestioni e immagini con le quali vale veramente la pena di confrontarsi.

Francesco De Gregori non è ovviamente solo un poeta e un musicista. È anche molto attento a tutto quello che accade oggi intorno e  al proprio mestiere e dentro al mondo musicale contemporaneo.

“Spesso fare il cantante non viene considerato un lavoro. I commenti che senti sono del tipo “sempre meglio che lavorare”. A parte che non è così, e non vorrei più sentire di queste cose, ci si dimentica sempre che oltre ai cantanti c’è chi fa promozione, chi stampa i dischi, chi monta i palchi, chi si occupa delle luci. Ci sono moltissime persone che lavorano in questo settore, ed è indispensabile rispettarle e tutelarle. Quando la musica va in crisi non patiscono solo i cantanti che vendono meno dischi, ma soffrono tutti quelli che lavorano intorno a loro”.

Poi c’è un suo pensiero che ci invita ad avere un rapporto diverso con le canzoni, anche con quelle cui siamo più legati. Ci suggerisce di non tenerle chiuse in una teca per rispolverarle di quando in quando, ma di farle vivere insieme a noi costantemente:

“Il problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle così come le ha trovate trent’anni fa sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte”.