Ciak…si muove

Gianfranco Garofalo

“Trovo che i temi siano splendidi, pieni di ispirazione, doni di Dio veri e propri.” (Leonard Bernstein)

Puntata numero centotrenta.

“Ero su un treno, e all’improvviso ho sentito, e persino visto sulla carta, la costruzione completa della “Rhapsody in blue”, dall’inizio alla fine. L’ho sentita come una sorta di caleidoscopio musicale dell’America, del nostro vasto crogiolo, del nostro entusiasmo nazionale, della nostra follia metropolitana. Quando arrivai a Boston, avevo una trama precisa dell’opera, distinta nella sua sostanza effettiva”. (George Gershwin)

In realtà il suo vero nome era Jacob Bruskin Gershowitz. Era figlio, infatti, di immigrati ebrei scapparti da San Pietroburgo.

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George Gershwin è stato uno dei più grandi compositori del 900. Senza dubbio il più prolifico autore di canzoni.

Di lui ho già scritto soprattutto in due occasioni. La prima nella puntata numero 20 riguardante il suo brano probabilmente più famoso, quel “Summertime” composto per la sua opera più importante “Porgy and Bess”.

Anche nella puntata numero 79 riguardante il “Concerto  per pianoforte in sol” di Maurice Ravel ho avuto modo di parlare di lui.

George Gershwin

Gershwin, infatti, è quello che si potrebbe definire un compositore “crossover”. Il suo percorso di studi è stato abbastanza accademico anche se non regolare. Questo lo ha portato a cercare di unire, nelle sue composizioni,  la fascinazione per il jazz e la musica nera americana, e l’amore per la musica “colta” europea. I suoi rapporti di amicizia con Maurice Ravel e Arnold Schönberg testimoniano, infatti, il suo grande amore per la musica europea evidente in molti dei suoi brani.

Chiese più volte a Maurice Ravel di poter diventare un suo allievo di composizione. Al riguardo abbiamo un aneddoto, della cui autenticità peraltro non si è del tutto sicuri, secondo il quale Ravel gli avrebbe risposto:

“Perché vuoi essere un Ravel di serie B quando puoi essere un ottimo Gershwin di serie A”

In pratica “non cercare di snaturare le tue caratteristiche compositive che sono la tua arma vincente”.

Maurice Ravel e George Gershwin a New York

In famiglia non era il solo ad occuparsi di musica. Anche suo fratello Israel, meglio conosciuto come Ira, è stato uno dei più importanti parolieri del 900. Il sodalizio fra i due fratelli, così dotati dal punto di vista creativo, ha dato origine ad alcune delle  canzoni che poi sono entrate a far parte del repertorio, cosiddetto degli “standards”, che costituiscono il background culturale di molti musicisti e cantanti americani, e non solo, che si rispettino.

George e Ira Gershwin

Il suo essere così prolifico, come autore di canzoni, gli deriva probabilmente anche dai primi lavori svolti. All’inizio si guadagnava da vivere come “dimostratore di canzoni”, un lavoro che oggi non esite più. Suonava infatti nei negozi per far ascoltare ai clienti le canzoni dell’editore cui faceva riferimento. In questo modo si trovò a padroneggiare la tradizione della forma canzone e della cultura americana.

Il suo marchio di fabbrica è sempre stata, infatti, la raffinatezza. Nei suoi brani convivono il jazz, gli accordi, molto complessi, di chiara ispirazione classica, e spesso sono canzoni che tradiscono una certa ironia che le rende particolarmente accattivanti.

Gershwin era anche un virtuoso del pianoforte. Non amava improvvisare ma, tecnicamente, non aveva nulla da invidiare ai più grandi pianisti del periodo.

Il suo senso della melodia è stata una delle sue caratteristiche fondamentali. Molte sue canzoni sono, infatti, entrate da subito nell’immaginario collettivo. Una delle più importanti è, senza dubbio, “The Man I Love”, divenuta cavallo di battaglia di molte interpreti, come dimostra questa notevole versione della grandissima Ella Fitzgerald. La struttura di questo brano è una delle più classiche della canzone americana, A A B A.

The Man I Love

In pratica tutta la musica di Gershwin prende ispirazione dal teatro musicale. Ha infatti composto una decina di musical e alcune operette. Il vertice della sua produzione rimane, probabilmente, l’opera “Porgy and Bess”, una delle più importanti del secolo scorso.

Sempre da un musical è tratto questo brano, completamente diverso dal precedente, che dimostra la versatilità di questo grandissimo compositore. Il titolo è “I Got Rhytm” ed è divenuto un famosissimo standard jazz. Fu composto originariamente per lo spettacolo “Girl Crazy” nel quale compaiono altri brani noti come “Embraceable You” e “But Not For Me”.

“I Got Rhytm” è un “up tempo” ovvero un brano veloce e per questo viene utilizzato anche come palestra dai grandi improvvisatori che dimostrano la loro abilità tecnica nel destreggiarsi su un giro di accordi che si sviluppa così rapidamente. Anche in questo caso la struttura è A A B A anche se, in realtà, L’ultima A è leggermente più lunga delle altre pertanto sarebbe più corretto definirla A A B A’.

La versione che vi propongo è cantata da un duo particolare composto da un grande interprete navigato come Tony Bennet e dalla più giovane ma altrettanto talentuosa Diana Krall.

I Got Rhytm

Per concludere questa breve e del tutto incompleta carrellata su alcuni dei più grandi successi di questo importantissimo compositore volevo farvi ascoltare un brano cantato, anche in questo caso, da Ella Fitzgerald in duo con Louis Armstrong, intitolato “They Can’t Take That Away From Me”.

È una melodia che, secondo me, molti riconosceranno. Anche in questo caso la struttura è A A B A’ vista la differente lunghezza dell’ultima A.

Nella prima esposizione del tema Ella Fitzgerald canta la linea melodica mentre Armstrong contrappunta con la sua tromba. Nella seconda riproposizione è lo stesso Louis Armstrong ha farsi carico della parte vocale.

They Can’t Take That Away From Me

Esattamente 100 anni fa, il 12 febbraio 1924, si tenne, a New York, la prima di una delle composizioni che hanno contribuito ad aumentare la fama e la notorietà di George Gershwin, la “Rhapsody in Blue”, di cui parlerò in questa puntata.

La nascita di questa brano è stata tormentato perché, in realtà, Gershwin non aveva intenzione di comporlo. L’idea venne, infatti, a Paul Whiteman, direttore di un’orchestra jazz, che conoscendo Gershwin e apprezzandone le capacità, gli commissiono una composizione che mettesse insieme due mondi così diversi come quello del jazz e della musica classica.

Paul Whiteman

Gershwin però rifiutò dicendo che non aveva tempo. Ma, con suo grande stupore, all’inizio di gennaio dello stesso anno, trovò, sul giornale,   l’annuncio del concerto che si sarebbe tenuto il 12 febbraio. Si mise quindi febbrilmente all’opera facendosi aiutare, per quanto riguarda l’orchestrazione, da un grandissimo musicista come Ferde Grofé, che tra l’altro aveva lavorato anch’egli per l’orchestra di Paul Whiteman.

La sera della prima era presente il pubblico delle grandi occasioni. In sala, tra gli altri, sedevano il grande pianista e compositore russo Sergej Rachmaninov, il celebre direttore d’orchestra Leopold Stokowsky e probabilmente anche Igor Stravinskij.

Il successo, da subito, fu clamoroso.

È una composizione che, fin dal titolo, tradisce la sua natura. La “Rapsodia” è una forma che non segue una struttura fissa. È un po’ particolare perché si presenta come un insieme di temi che possono essere anche abbastanza diversi tra loro. Questo conferisce alla composizione un aspetto quasi di improvvisazione. Si tratta, in pratica, di una sequenza di episodi diversi che spesso vengono giustapposti tra loro senza sviluppo.

Questo aspetto è stato uno dei motivi del grande successo presso il pubblico, ma anche la causa di qualche critica che alcuni colleghi di Gershwin, soprattutto quelli con un background classico, hanno rivolto alla composizione.

Leonard Bernstein

Famosa, al riguardo, è un’analisi che fece, anni dopo, Leonard Bernstein quando affermò:

“ La Rapsodia  in Blu è una successione di episodi diversi messi assieme con una colla leggera di acqua e farina. Comporre, dopo tutto, è cosa assai diversa dallo scrivere motivi di canzoni. Tovo che i temi, o i motivi, siano splendidi, pieni di ispirazione, doni di Dio veri e propri, almeno quattro di essi. E non è dir poco per un pezzo che dura un quarto d’ora. Sono perfettamente armonizzati, di proporzioni impeccabili, orecchiabili. I ritmi sono sempre giusti. Sono tutti di qualità come i suoi migliori motivi di musical. Ma non basta mettere insieme quattro motivi e chiamare il pezzo una composizione. Ciò che ha di buono  però tanto buono da risultare, semplicemente, irresistibile.”

In pratica Bernstein, pur rilevando le difficoltà di Gershwin nel padroneggiare una forma di questo tipo, non ha potuto non riconoscere la brillantezza dei temi e il loro fascino. Ricordiamo peraltro la fretta nello scrivere il brano e la giovane età  al momento della composizione, 26 anni, che giustificano una certa mancanza di coesione formale. Col proseguire della carriera Gershwin dimostrò peraltro grandi passi avanti anche da questo punto di vista.

Ma vi furono anche recensioni estremamente positive.

 Il critico musicale Olin Downes scrisse sul «New York Times», all’indomani della prima esecuzione:

“Questa composizione mostra lo straordinario talento di un compositore giovane con obiettivi che vanno al di là di quelli del suo genere, lottando con una forma di cui egli è lontano dall’essere padrone. Nonostante tutto ciò egli si è espresso in modo significativo e, nel complesso, altamente originale“.

La durata della “Rapsodia” si aggira intorno ai 17, 18 minuiti a seconda dell’esecuzione. È una composizione che pone al pianista che l’affronta, insieme all’orchestra, il problema di unire due linguaggi, quello classico e il jazz, abbastanza diversi tra loro. A questo proposito l’esecuzione che ho scelto di farvi ascoltare è molto significativa.

Al pianoforte siede un grandissimo pianista jazz di cui ho parlato spesso, soprattutto nella puntata n. 53 dedicata a Cantaloupe Island, Herbie Hancock, mentre alla direzione della “Los Angeles Philharmonic Orchestra” c’è un giovanissimo e talentuoso Gustavo Dudamel.

È una versione che potete trovare tranquillamente su YouTube dalla quale traspare una grande interazione tra questi due grandissimi musicisti. Da rilevare soprattutto il divertimento di Dudamel nell’ascoltare le variazioni e la particolare pronuncia che, in alcuni punti, Herbie Hancock lascia trasparire.

Gustavo Dudamel e herbie Hancock

L’inizio del brano è famosissimo, probabilmente uno dei più famosi di tutti i tempi. C’è un clarinetto, da solo, che porta la melodia da una nota grave ad una acuta utilizzando quello che viene definito un “glissando”.

Per spiegare, più o meno, di che si tratta  potete immaginarvi di spostarvi da un piano all’altro di un’abitazione utilizzando non le scale ma l’ascensore che vi permette di salire senza soluzione di continuità. Il “glissando” viene utilizzato per passare da una nota all’altra toccando, in pratica, tutte le frequenze che stanno in mezzo, e si può eseguire su strumenti che non hanno i tasti, come gli archi, gli strumenti a fiato. o la voce. La spiegazione, ovviamente, non è delle migliori ma serve a darvi un’idea senza entrare troppo nell’aspetto tecnico.

Tra l’altro l’idea di questo glissando iniziale, che fa scivolare la melodia, fu del clarinettista che eseguì il brano la prima sera. Da allora questa soluzione interpretativa è entrata nella prassi comune e l’inizio viene sempre eseguito così.

Inizio

Per darvi un’idea della commistione di generi il secondo tema è una melodia che unisce mondi diversi. Sembra quasi una samba suonata a Cuba e vi prego di scusare l’assurdità di questa affermazione. Ritmicamente è molto coinvolgente e affonda le radici nella musica popolare non solamente dei neri americani, ma anche della popolazione di lingua latina e brasiliana. Il risultato così è scoppiettante.

Secondo tema ritmico

È una composizione estremamente vigorosa che richiede una tecnica pianistica non facile da padroneggiare. A tal proposito vi faccio ascoltare un pezzettino dal quale traspare chiaramente l’intenzione di Gershwin di “portare” il pianista verso il mondo del jazz. Da questo punto di vista l’interpretazione di Herbie Hancock è veramente stellare perché suona lo “swing” alla sua maniera, che è estremamente efficace.

momento swing

La “Rhapsody in Blue” mette costantemente in risalto l’abilità tecnica del pianista perché e piena di momenti in cui lo strumento suona praticamente da solo.

Ma il successo del brano è dovuto anche, come dicevo, alla bellezza e importanza dei temi.

A questo riguardo quello più famoso e più cantabile è l’ultimo tema, il quinto. Sembra veramente preso da una delle canzoni di maggior successo di Gershwin. Viene suonato dall’intera orchestra con un effetto grandioso e indimenticabile per chi lo ascolta.

Quinto tema cantabile

A ribadire la complessità di questa composizione caratterizzata dalla presenza di momenti e sapori completamente diversi, dopo un tema così melodico troviamo un momento in cui il pianoforte sembra quasi suonare dei ritmi latini. Esegue infatti, con una tecnica quasi chitarristica, una serie di note ribattute e l’effetto che ne deriva è ancora una volta coinvolgente.

momento “chitarristico”

George Gershwin purtroppo ci ha lasciato giovanissimo, nel 1937, a soli trentanove anni.

Ci sono due frasi, pronunciate da suoi colleghi appartenenti a mondi musicali differenti, che sintetizzano molto bene la sua opera è la sua personalità.

Una è di Duke Ellington :

”  George Gershwin scriveva musica al di là delle categorie”.

L’altra invece è del grande compositore e innovatore della musica del 900 Arnold Schönberg, suo amico e anche compagno di tennis che, il giorno dopo la morte, dichiarò:

“George Gershwin era uno di quei rari tipi di musicisti per i quali la musica non è più una questione di maggiore o minore abilità. La musica per lui era l’aria che respirava, il cibo che lo nutriva, la bevanda che lo ristorava. La musica era ciò che lo faceva sentire e la musica era la sensazione che esprimeva. Un’immediatezza di questo genere è data solo ai grandi uomini”.