Il nostro viaggio nel tempo continua…..

Puntata numero centoquarantuno.

“La mia musica deve essere una riproduzione artistica del linguaggio umano in tutte le sue migliori sfumature. Cioè, i suoni del linguaggio umano, come le manifestazioni esterne del pensiero e del sentimento devono, senza esagerazioni o violenze, diventare musica vera e accurata”. (Modest Musorgskij)

Il nostro viaggio nel tempo attraverso L’Europa si è interrotto la settimana scorsa a Newcastle, in Inghilterra, nel 1971. L’ultimo brano di cui ho parlato è stato quello con la versione di “Gnomus”, tratta da i “Quadri di un’esposizione”  di Musorgskij, eseguita dal trio Emerson Lake & Palmer.

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Torniamo adesso nel 1874 a San Pietroburgo.

Modest Musorgskij

Il quarto brano della suite ideata dal compositore russo per onorare la memoria del suo amico, l’architetto e pittore Viktor Hartman, ha come titolo originale in italiano “Il Vecchio Castello”.

Si tratta di un quadro musicale del tutto diverso da “Lo Gnomo”. È un brano lento, evocativo e suggestivo, pervaso anche da un certo alone di malinconia. Si basa su particolare ritmo di danza, una “siciliana”. È una danza lenta, solitamente in tonalità minore.

L’elemento portante è rappresentato da una nota che si ripete continuamente, fornendo l’impulso ritmico, per tutta la durata del brano. Si tratta di un Sol# eseguito dai bassi del pianoforte. È la nota che da il nome alla tonalità sulla quale è costruito tutto il “Castello“.

Ve la faccio sentire solo col pianoforte in modo la possiate individuare meglio successivamente. Notate anche il ritmo che è in sei movimenti, continuo e cullante.

Pedale di Sol#

Un’altra caratteristica importante è che le melodie proposte si incastrano, per così dire, una nell’altra l’altra quasi senza soluzione di continuità.

Alla breve introduzione segue infatti il tema principale. Poi viene riproposta l’introduzione seguita nuovamente dal primo tema che viene sviluppato in modo più articolato.

Vecchio Castello

Immagino abbiate notato la presenza costante del pedale, che caratterizza tutta la composizione e che ci accompagna per mano in un mondo completamente diverso rispetto a quello de “Lo Gnomo”.

Maurice Ravel

Spostiamoci adesso nel 1922 e osserviamo come Ravel, sublime orchestratore, fornisca una nuova veste sonora a questo “castello”. La sua ricerca dei colori e dei timbri più adatti a rendere l’atmosfera è, al solito, estremamente accurata.

Fagotto

L’introduzione viene affidata al fagotto che, con la sua sonorità ancestrale, rende perfettamente l’atmosfera, facilitando l’entrata del tema principale. Proprio l’esposizione del tema, e questo è un’altra idea geniale di Ravel, viene affidata ad uno strumento particolare, non usuale nella musica cosiddetta “classica”. Si tratta di un componente della famiglia dei sassofoni, un “sax contralto” per la precisione. È uno strumento usato prevalentemente nel jazz, musica che in quegli anni stava diventando sempre più importante nell’America del nord. Questo da l’idea di quanto Ravel, di cui ho parlato principalmente nella puntata n. 79, fosse attento  a tutto quello che accadeva intorno a lui e alle suggestioni musicali che gli arrivavano anche da lontano. Non dovete però pensare ad una sonorità aggressiva come quella che solitamente questo strumento ha nella musica jazz. In questo brano il timbro è molto morbido e si fonde perfettamente con l’atmosfera preparata dal fagotto che lo precede e del corno inglese che seguirà alla fine del tema.

Sax contralto

Questa è l’introduzione pensata da Ravel e notate come le scelte timbriche enfatizzino l’atmosfera quasi crepuscolare del brano.

“Vecchio Castello” orchestrazione di Ravel

Tutte le volte che ascolto questa versione ho l’immagine di un pittore che sceglie sulla sua tavolozza i colori per rendere al meglio un’idea e un’emozione.

Volevo farvi inoltre notare un momento, che in genere si trova verso il terzo minuto. Qui la melodia viene affidata al flauto e al clarinetto cui fanno seguito alcuni accordi abbastanza dissonanti. È un’altra soluzione timbrica molto interessante.

“Vecchio Castello” orchestrazione Ravel seconda parte

A questo punto viene lecito chiedersi come, nel 1971, gli EL&P, abbiano reso quest’atmosfera così rarefatta ed intrigante.

La scelta operata dal trio è in realtà radicalmente diversa, e il senso musicale viene completamente stravolto. È l’unico caso, per quello che riguarda le versioni del gruppo dei brani di questa “suite”, in cui lo spirito della composizione è del tutto diverso rispetto all’originale. Ascoltando quello che su “Pictures at an Exhibition” viene indicato come “The Old Castle”, cioè “ Il Vecchio Castello” non troverete nulla di quanto avete appena ascoltato. Il brano è veloce, e viene introdotto da una serie di effetti sonori ottenuti manipolando il “Moog” e l’organo elettrico “Hammond”. In realtà assomiglia maggiormente ad una composizione intitolata “Tank”, degli stessi EL&P, tratta dal loro primo disco.

Keith Emerson All’organo Hammond

Per trovare un richiamo al “Vecchio Castello” bisogna andare al brano successivo :”Blues Variation”. Si tratta di una serie di variazioni, improvvisate su una struttura blues, che prendono spunto proprio dal tema originale, quello, per intenderci, suonato dal sax alto nella versione di Ravel. Questo dà a Keith Emerson la possibilità di esprimere il proprio virtuosismo proprio all’organo elettrico “Hammond”.

Il tutto è estremamente godibile, un po’ irriverente , se vogliamo, ma, a mio avviso, interessante ed efficace.

Blues Variation

Dopo questo bagno nel rock-blues, genere al di la da venire ai tempi di Musorgskij, torniamo proprio dal compositore russo.

Dopo un “quadro” molto spumeggiante e con un’atmosfera leggera, “Il mercato di Limoges”, si arriva al numero otto di questa suite e ci troviamo, letteralmente, proiettati nelle catacombe. Questo è infatti , in latino, il titolo: “Catacombae”.

Si tratta di un altro momento veramente originale.

In pratica vengono a mancare molti degli elementi che noi riconosciamo come fondamentali nella musica. Non c’è praticamente ritmo e la melodia è assente. Il timbro del pianoforte è molto scuro. Gli accordi vengono suonati in modo pesante con una durata che, soprattutto all’inizio, viene lasciata a discrezione dell’esecutore. Uno dei pochi elementi riconoscibili lo abbiamo dal quarto accordo in poi quando compare, nei bassi del pianoforte, una discesa cromatica. È una figurazione che si può rapportare al famoso “basso di lamento”, tipico del periodo barocco di cui abbiamo più volte parlato.

Musorgskij, tra l’altro, è uno dei primi ad utilizzare, in modo così persistente, il pianoforte anche nel registro grave. Nelle basse frequenze, infatti, spesso i suoni, quando sono sovrapposti uno all’altro, si mescolano, quasi a confondersi tra loro. Il clima, come il titolo suggerisce, diventa così scurissimo. Il tutto però suona incredibilmente moderno e affascinante.

“Catacombae”

la durata è inferiore ai due minuti. È incredibile pensare che tutto questo sia stato concepito e realizzato, esattamente centocinquanta anni fa.

Subito dopo si comincia a muoversi, in queste stesse catacombe. Il brano successivo “Cum mortuis in lingua mortua” viene così introdotto, in una nota, dallo stesso Musorgskij, :

“Lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca; questi si illuminano dolcemente all’interno“.

Si tratta proprio di una “Promenade”. Il compositore inserisce infatti il famoso tema conduttore di tutta la suite, presentandolo però in una forma un po’ stravolta e allucinata. La melodia viene accompagnata da un persistente tremolo eseguito dalla mano destra che rende il brano molto difficile, tecnicamente, da eseguire.

Il tema della “Promenade” acquisisce così un sapore totalmente diverso.

“Cum mortuis in lingua mortua”

Ravel, cinquanta anni dopo, fa eseguire all’inizio il tema ai legni, mentre i violini si incaricano di produrre il tremolo. Successivamente la sezione grave degli archi riprende la melodia rendendo la “passeggiata” ancora più cupa ed inquietante.

“Cum Mortuis” orchestrazione Ravel

È un ulteriore esempio di quanto la musica, nelle mani di un musicista esperto e creativo, possa avere una grande rilevanza drammaturgica anche senza il bisogno di parole. Entrambe le versioni, infatti, rendono perfettamente evidente il clima e l’atmosfera di questa passeggiata così lugubre.

Verso la fine però Ravel ci fa uscire, da queste catacombe, utilizzando sonorità più leggere come quella dell’arpa, facendoci intravvedere, per un attimo, la luce.

“Cum Mortuis” orchestrazione ravel finale

In realtà si tratta di un inganno perché subito dopo ci ritroviamo nella capanna della strega Baba Yaga.

La musica rende questa momento di tensione utilizzando due tecniche, diciamo così, abbastanza classiche. Vengono sfruttati infatti i semitoni, cioè note molto vicine tra loro, e i silenzi  tra le brevi frasi ritmiche. Ascoltando questo inizio nell’orchestrazione di Ravel non si può non pensare che questo abbia influenzato John Williams nella composizione del tema principale della colonna sonora de “Lo Squalo”.

All’inizio sono presenti brevi strappi ritmici, separati da silenzi. Seguono frasi insistite ed incalzanti degli archi gravi che, proprio per la loro ripetitività, rafforzano ulteriormente la tensione. Poi i fiati espongono il tema principale.

“Baba Yaga” Ravel

Viste le caratteristiche, questo brano è risultato estremamente appetibile ed interessante agli occhi, e alle orecchie, degli ELP che, cinquant’anni dopo Ravel, ne hanno dato una versione abbastanza fedele dal punto di vista tematico. È un’esecuzione grintosa, di grande impatto, che sfrutta la potenza sonora di un gruppo rock. L’organo esegue quasi tutte le frasi melodiche coadiuvato, a volte, dal basso elettrico che ha una funzione melodica oltre che ritmica. La batteria di Carl Palmer sostiene il tutto ritmicamente con grande efficacia.

“Baba Yaga” ELP

È interessante notare come gli ELP inseriscano, prima della ripresa finale del tema, un brano di loro composizione intitolato “The curse of Baba Yaga”, “La maledizione di Baba Yaga”. In questo numero sviluppano i temi di Musorgskij inserendo anche una parte cantata, preludio a quanto accadrà successivamente.

L’ultimo quadro di questa suite ha, come il precedente, un titolo originario in russo: “Il Grande Cancello di Kiev”.

Si tratta di un finale epico, festoso. È anche la pagina più classica dal punto di vista formale e, probabilmente, la meno innovativa tra tutte quelle della composizione.

Tecnicamente si tratta quasi un “rondò”. Abbiamo infatti un tema principale (A) che viene continuamente riproposto inframezzato da altri temi. La forma pertanto risulta A B A C A.

In questo caso la scelta di orchestrazione di Ravel è classica. Per eseguire il tema principale, che ha un andamento lento e solenne, viene utilizzato il suono imponente degli ottoni. E anche il nostro orecchio, dopo tanto peregrinare, si sente, per così dire, a casa, grazie ad un tema estremamente cantabile. Da notare anche il cambio d’atmosfera che sopraggiunge col secondo tema, molto introspettivo, esposto da clarinetti e fagotti.

Il tutto comincia con la “coda” malefica di Baba Yaga.

“Il Grande Cancello di Kiev” orchestrazione Ravel
Greg Lake

La cantabilità di questo tema  ha colpito, anche gli ELP che, sempre cinquant’anni dopo, hanno fatto una scelta audace ma perfettamente logica, inserendo nel brano, per l’appunto, una parte cantata. È Greg Lake che si incarica di esporre vocalmente la melodia con un risultato, a mio avviso, degno di nota. È un modo intelligente di reinterpretare questo momento. Notate anche come il secondo tema venga eseguito dal solo Keith Emerson all’organo “Hammond”.

“The Great Gate of Kiev” ELP

Il nostro viaggio nel tempo e nello spazio, con il continuo saltare avanti e indietro lungo cento anni e tre luoghi, finisce qui.

finale

Facciamo però l’ultimo balzo indietro per andare a ritrovare Musorgskij che ha reso nel modo che potete ascoltare nel file audio qui sopra, questo “corale” che descrive la grande porta di Kiev. È la  conclusione della  suite dedicata al suo grande amico venuto a mancare prematuramente.

La perdita colpì il compositore profondamente come si può rilevare da questo passaggio di una lettera da lui scritta successivamente. È una frase che deve farci riflettere sul modo col quale spesso viviamo i rapporti umani, e sull’importanza del riconoscere le persone che sentiamo vicine:

“E poi il fatto importante è che noi siamo capaci di capire che un amico è in pericolo soltanto quando ne udiamo i gemiti o quando sta ormai per morire”.

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