Via di Uscita

Monica Nervi

Il “Don Giovanni” mi ha condotto in un mondo di bellezza artistica dove dimorano solo i geni più grandi. (P Tchaikovsky).

Puntata numero centocinquantasei.

«L’antivigilia della prima, ultimata la prova generale, Mozart disse a sua moglie che quella stessa notte avrebbe scritto l’ouverture. Preparasse quindi un punch, restando poi accanto a lui per tenerlo sveglio. Costanza, per assecondarlo cominciò a rievocare delle fiabe, come la lampada di Aladino, Cenerentola e Ali Babà, il che fece ridere molto il maestro. Ma il punch gli aveva aumentato il sonno, ed egli si assopiva appena lei cessava di raccontare, tornando invece alle sue carte quando Costanza riprendeva a parlare. Ad un certo punto, però, visto che il lavoro non procedeva, lei gli disse di fare un sonnellino, promettendogli di svegliarlo dopo un’ora. Senonché Mozart si addormentò così profondamente che Costanza non ebbe il coraggio di chiamarlo prima di due ore. Erano le cinque del mattino e il copista era convocato per le sette. Alle sette l’ouverture era pronta».

Questo è quanto scrisse Costanza, moglie di Mozart, a proposito della composizione dell’Ouverture del “Don Giovanni”, una delle opere più innovative che siano mai state scritte.

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Don Giovanni è uno di quei personaggi, come Don Chisciotte, o Faust , o Ulisse, che sono usciti dalla letteratura per entrare a far parte della nostra vita di tutti i giorni. È diventato anche un appellativo che utilizziamo spesso nei nostri discorsi, riferito a qualcuno che conduce una vita licenziosa.

La nascita di questo mito si può far risalire ai primi decenni del 600. Si parla di Don Giovanni, per la prima volta, in un dramma del frate spagnolo Tirso de Molina, intitolato “El Burlador de Sevilla”. Burlador significa seduttore, ingannatore, esattamente ciò che si intende ancor oggi quando, riferendosi a qualcuno, lo si definisce un Don Giovanni. In pratica un uomo perennemente ossessionato dal desiderio di possedere una donna e sempre pronto a corteggiare qualsiasi rappresentante del genere femminile, per soddisfare la sua brama di conquista.

È interessante rilevare come questo mito, quando venne preso in considerazione da Mozart e dal suo librettista Lorenzo Da Ponte per farne il soggetto principale di un’opera, era in fase di netto declino. Se non fosse stato per Mozart noi, probabilmente, non ne saremmo mai venuti a conoscenza.

Proprio Mozart e Da Ponte hanno infatti contribuito notevolmente a rilanciare l’immagine di questo personaggio, facendola arrivare fino ai giorni nostri. E lo hanno fatto attraverso un opera che, per il  filosofo danese Kierkegaard non soltanto è la migliore di tutte le opere ma è “qualitativamente diversa da tutte le altre”.

“Don Giovanni” è la seconda opera, del cosiddetto “trittico italiano”, composta da Mozart insieme al poeta Lorenzo Da Ponte. La prima è stata “Le Nozze di Figaro”, di cui ho parlato nella puntata n. 133, e la terza la misteriosa e molto moderna “Così fan tutte”.

Teatro Nazionale di Praga

Il debutto del “Don Giovanni” avvenne il 29 ottobre del 1787, a Praga, con straordinario successo. Mozart veniva dalla composizione de “Le Nozze di Figaro” che aveva avuto, a Vienna, un riscontro abbastanza tiepido. A Praga, invece, che era quasi la sua città adottiva,Il pubblico aveva accolto l’opera con calore. L’entusiasmo con cui quella che era la terza città dell’impero, dopo Vienna e Budapest, accolse il “Figaro” è testimoniato dallo stesso Mozart in una lettera ad un suo amico:

“Guardavo con piacere come la gente avesse trasformato tutta la musica del mio Figaro in contradanze e allemande. Ballavano così intimamente soddisfatti. Non si parla d’altro che di Figaro. Non si suona, ne si soffia, ne si canta o si fischia altro che Figaro. E non si va a nessuna opera altro che a Figaro. Eternamente Figaro. Certo è un grande onore, per me”.

Fu proprio il teatro nazionale di Praga a commissionare a Mozart la composizione di un’opera nuova. Mozart e Da Ponte scelsero, come soggetto, appunto il “Don Giovanni”.

Lorenzo da Ponte, veneto di nascita, è stato un poeta molto intrigante, nonché un prete decisamente libertino. Costretto a fuggire da Venezia, in quanto accusato di condotta disdicevole per la sua abitudine, simile a quella di Casanova, di indulgere nei piaceri della carne, soprattutto con donne sposate, si rifugiò a Vienna nel 1781.

Lorenzo Da Ponte

Lui stesso racconta, nelle proprie memorie scritte a New York dove si era recato molti anni dopo, come trascorse i mesi immediatamente precedenti alla prima del Don Giovanni. Stava scrivendo, contemporaneamente, tre libretti d’opera, per tre diversi compositori. In particolare la notte scriveva il “Don Giovanni” per Mozart, ed era, come lui stesso a afferma,” come leggere l’inferno di Dante”. Il mattino era alle prese con “L’Arbore di Diana”, del compositore spagnolo Martin Y Soler, e gli pareva di “studiare Petrarca”. Durante la sera lavorava per Antonio Salieri al rifacimento del libretto francese di “Tarare” e questo “era il mio Torquato Tasso”.

A Praga “Don Giovanni” replicò il successo del “Figaro”. Ma non andò altrettanto bene a Vienna qualche mese dopo. L’accoglienza fu, infatti, abbastanza tiepida. Mozart e Da Ponte cercarono correre ai ripari rimaneggiando alcune parti e aggiungendone altre, come vedremo più avanti. Ma il pubblico non si entusiasmò. Un amico riferì a Mozart quanto disse l’Imperatore:” L’opera è divina. È forse più bella di “Figaro” ma non è cibo per i denti dei miei viennesi”. Il compositore, tranquillo, rispose “Lasciamo loro il tempo di masticarlo”.

È incredibile come i ritratti di Mozart siano spesso molto diversi tra loro

Mozart aveva ragione. Nel corso di pochi anni l’opera fu completamente digerita non solo a Vienna, ma anche in molte città europee. Le sue melodie e le arie venivano cantate ovunque. Molti importanti musicisti come Beethoven, Haydn, Rossini, Wagner o Richard Strauss hanno dimostrato grande ammirazione per questo lavoro. Anche importanti letterati si sono prodotti in entusiastici apprezzamenti. Goethe, ad esempio, scrisse: “Il Don Giovanni è un’opera unica nel suo genere. La morte di Mozart ci ha distrutto ogni speranza di udire mai più qualcosa di simile”.

Il “Don Giovanni” porta come sottotitolo “Il dissoluto punito” e viene definito un “dramma giocoso“.

In realtà Mozart, che era solito tenere un personale catalogo dei suoi lavori, lo considerò come “opera buffa”, genere del quale, in effetti, ha tutte le caratteristiche.

L’opera buffa era uno spettacolo estremamente popolare alla fine del 700, al punto da soppiantare quella che fino ad allora era ritenuto l’intrattenimento per eccellenza, cioè “l’opera seria”.

“Don Giovanni” è, in ogni caso, un’opera buffa sui generis. Infatti comincia con un tentativo di stupro da parte di Don Giovanni nei confronti di Donna Anna. Prosegue con l’assassinio del padre di Donna Anna, sempre ad opera di Don Giovanni, per finire con la morte del protagonista che, non pentendosi delle sue malefatte, viene precipitato all’inferno.

Vi lascio immaginare l’effetto che ebbe, sul pubblico di fine XVIII secolo, una vicenda così moderna e senza precedenti.

A differenza delle “Nozze di Figaro”, in cui sono molti i personaggi protagonisti, qui il mattatore assoluto è sempre Don Giovanni. Anche quando non è in scena tutti gli altri fanno riferimento a lui, e da lui dipendono. È un personaggio sempre in movimento. Pur essendo il protagonista principale canta solo tre brevissime arie, di cui una vestendo i panni del suo servitore, Leporello. Il suo tentativo di sedurre quante più donne possibile è incessante. È interessante però notare come, in realtà, tutti i suoi tentativi di conquista vengano frustrati sul più bello. Puntualmente accade qualcosa che  impedisce la realizzazione dei suoi piani.

Ma cominciamo ad entrare un po’ in questo mondo mozartiano così meraviglioso e pieno di sorprese. Tutti i personaggi, Don Giovanni, Donna Anna, Donna Elvira, Leporello, Masetto e Zerlina, in realtà rappresentato le varie tipologie dell’animo umano. Passioni, desideri, slanci positivi, meschinità e debolezze, li agitano costantemente. Hanno quindi caratteristiche nelle quali ognuno di noi può riconoscersi. Forse l’unico a risultare un po’ atipico è Don Ottavio, il fidanzato di Donna Anna, come vedremo più avanti.

Il clima generale dell’opera è costituito da un continuo alternarsi di momenti seri con quelli più leggeri.

Questo susseguirsi di situazioni diverse è mirabilmente descritto fin dall’ouverture che presenta caratteristiche che la rendono dissimile, ad esempio, da quella delle “Nozze di Figaro”.

Quest’ultima non contiene nessuno dei temi e delle melodie che poi si svilupperanno durante l’opera. Il suo andamento frizzante e movimentato è, più che altro la rappresentazione della figura di uno dei protagonisti, il paggio Cherubino, irrequieto e pronto a ficcarsi sempre nei guai.

L’ouverture del Don Giovanni, invece, sembra descrivere non solo le caratteristiche del personaggio principale, ma espone soprattutto molti dei temi e delle situazioni emotive che si ritroveranno durante l’intera opera.

Ad esempio proprio la musica dell’inizio ricalca quella usata nella scena finale nella quale appare la statua del Commendatore, il padre di Donna Anna, ucciso, dallo stesso Don Giovanni, nel duello nelle prime fasi dello sviluppo della vicenda.

Come ho già raccontato, la leggenda narra che Mozart abbia composto l’ouverture la notte prima del debutto. Il copista arrivò a casa sua alle sette di mattina. Prese la partitura ancora fumante, facendone delle copie che consegnò agli orchestrali ancora fresche di inchiostro. Non fu possibile pertanto fare alcuna prova. Mozart stesso si complimentò successivamente con i musicisti che eseguirono l’ouverture praticamente a prima vista, direttamente la sera della prima.

Come detto questo brano è caratterizzato anch’esso dall’alternarsi di situazioni emotive differenti. È strutturato in parti distinte. La prima è seria, drammatica, in tonalità minore ed ha un andamento di velocità moderato. Segue la parte più leggera, a volte quasi scanzonata,  in tonalità  maggiore e in tempo più veloce.

Tutto questo favorisce indubbiamente lo spettatore che ha così modo di entrare, fin da subito, nel clima di questo dramma giocoso.

L’incipit è grandioso. È costituito da due accordi suonati con dinamica molto forte, separati da pause che creano tensione.

Incipit

È un inizio devastante, imponente. Stabilisce immediatamente quale sarà il clima generale di gran parte dell’opera.

Subito dopo questi due accordi ritroviamo una figurazione della quale ho più volte parlato nel corso di queste puntate. Si tratta del famoso “basso di lamento”. In pratica è una sequenza di note discendenti affidata, in questo caso, agli strumenti gravi della sezione degli archi. È uno stilema utilizzato più volte dai compositori, fin dal periodo barocco, per indicare un dolore che si richiude su se stesso.

Al basso di lamento segue una frase sincopata dei violini, la stessa che ritroveremo alla fine dell’opera quando la statua del Commendatore si presenterà al cospetto di Don Giovanni.

Poi sono presenti una serie di accenti, suonati da flauti, oboi e fagotti, che ci fanno intendere come tutta l’ouverture sarà dominata da frequenti sbalzi di dinamica tra il forte e il piano. Questi repentini cambiamenti di volume servono a sottolineare  la complessità e la mutevolezza dell’animo umano ma anche il rapido susseguirsi di scene con caratteristiche diverse, vera cifra stilistica di tutta l’opera.

Ora ascoltiamo tutta la prima parte dell’ouverture.

Ouverture inizio

Dopo di che, per accentuare il clima veramente teso di quest’inizio, ci sono delle rapide scale ascendenti e discendenti, suonate dai violini, che contribuiscono ad aumentare la tensione. In particolare la parte ascendente viene eseguita con dinamica forte mentre quella discendente in piano. Il tutto ci fa presagire qualcosa di terribile e minaccioso, cosa che puntualmente si verificherà.

Scale ascendenti e discendenti

Dopo di questo, improvvisamente, comincia la seconda parte, l’Allegro.

C’è un primo tema eseguito dai violini che sembra rappresentare l’aspetto più leggero e libertino del carattere di Don Giovanni. A questo tema rispondono gli strumenti a fiato, i legni e i timpani, in modo perentorio.

Inizio allegro

Poi c’è un altro momento interessante costituito da quello che sembra essere un dialogo tra gli strumenti a fiato da una parte e i violini dall’altra. I fiati pongono in modo perentorio una domanda e gli archi rispondono in modo più delicato, quasi femminile.

Dialogo

Quest’ouverture, così drammatica all’inizio, poi si sviluppa in modo più leggero e spumeggiante, ed è stata concepita da Mozart come strettamente legata all’opera. Non  deve considerarsi un brano a se stante, come accade talvolta per altre ouverture. Non termina in modo roboante o d’effetto alla ricerca dell’applauso del pubblico. Confluisce, invece, direttamente nella prima scena con la comparsa, sul palcoscenico, del servitore di Don Giovanni, Leporello, che descrive la sua condizione di servo della quale non è per nulla contento.

Come detto quest’ouverture richiama alcuni dei temi più significativi che verranno poi ripresi durante lo svolgimento della vicenda. In particolare anticipa quello che accadrà alla fine, con la comparsa della statua del Commendatore.

Facciamo quindi un salto proprio al finale dell’opera per vedere cosa succede.

Don Giovanni, per sfuggire a chi gli sta dando la caccia, si rifugia presso il cimitero. Qui trova la statua del Commendatore e in modo spavaldo la invita, la sera stessa, a  cena.

Rientrato a palazzo comincia a bere e gozzovigliare come al solito, libertino com’è. Incredibilmente si presenta proprio la statua. Questo è il dialogo che ne segue.

La Statua
Don Giovanni, a cenar teco m’invitasti,
e son venuto.

Don Giovanni
Non l’avrei giammai creduto.
Ma farò quel che potrò! Leporello,
un’altra cena fa’ che subito si porti!

Leporello
Ah, padron, siam tutti morti!

Don Giovanni
Vanne, dico…

La Statua del Commendatore
Ferma un po’.
Non si pasce di cibo mortale
chi si pasce di cibo celeste.
Altre cure più gravi di queste,
altra brama quaggiù mi guidò!

Don Giovanni
Parla dunque: che chiedi, che vuoi?

La Statua del Commendatore
Parlo, ascolta, più tempo non ho.

Don Giovanni
Parla, parla, ascoltando ti sto.

La Statua del Commendatore
Tu m’invitasti a cena,
il tuo dover or sai.
Rispondimi: verrai tu a cenar meco?

Scena della statua

Segue il punto in cui la statua la statua chiede a Don Giovanni di decidersi.

finale scena

Don Giovanni
A torto di viltade tacciato mai sarò!

La Statua del Commendatore
Risolvi!

Don Giovanni
Ho già risolto.

La Statua del Commendatore
Verrai?

Leporello
Dite di no, dite di no!

Don Giovanni
Ho fermo il core in petto:
non ho timor, verrò!

La Statua del Commendatore
Dammi la mano in pegno!

Don Giovanni
Eccola! ohimè!

La Statua del Commendatore
Cos’hai?

Don Giovanni
Che gelo è questo mai!

La Statua del Commendatore
Pentiti, cangia vita!
È l’ultimo momento!

Don Giovanni
No, no, ch’io non mi pento! Vanne lontan da me!

La Statua del Commendatore
Pentiti, scellerato!

Don Giovanni
No, vecchio infatuato!

La Statua del Commendatore
Pentiti… Pentiti!

Don Giovanni
No!… No!…

La Statua del Commendatore
Sì!

Don Giovanni
No!

A questo punto Don Giovanni precipita all’inferno.

È una scena estremamente emozionante, da brividi, nella quale sono presenti molti temi che erano già stati esposti nell’ouverture.

Questo finale fu talmente sconvolgente per il periodo che, per la ripresa del Don Giovanni a Vienna qualche mese dopo, venne aggiunto un ulteriore finale. Si tratta quasi, e sottolineo quasi, di un lieto fine, per alleviare un po’ il clima. Tutti i protagonisti, dopo la dipartita di Don Giovanni, traggono la conclusione morale di una vicenda destinata comunque a cambiare le loro vite per sempre.

Questo ulteriore finale, aggiunto per andare incontro alle esigenze del pubblico viennese, oggi, nelle produzioni più moderne, viene sovente tralasciato e si preferisce concludere l’opera nella versione di Praga.

Ovviamente sono molti i sapori e i colori che caratterizzano il “Don Giovanni”.

Volevo quindi lasciarvi con uno dei momenti più melodici e delicati. Si tratta di un’aria cantata da Don Ottavio, l’eterno fidanzato di Donna Anna, ce era stata vittima del tentato stupro iniziale.

Don Ottavio è, probabilmente, il personaggio meno interessante, da un punto di vista psicologico, di tutta l’opera. Non è dotato di grande personalità, ne di carattere. Si comporta più da cavalier servente, con Donna Anna, che da fidanzato. Del resto Donna Anna passa l’intera opera, forse proprio per questo, a cercare di procrastinare, il più possibile, un matrimonio che, evidentemente, non le interessa poi così tanto.

Ebbene proprio per questo personaggio, la cui vocalità è quella di tenore, Mozart e Da Ponte hanno composto una delle arie più belle, aggiunta proprio per la ripresa viennese.

Il motivo è presto detto. L’Imperatore, infatti, amava particolarmente la voce del tenore che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Don Ottavio a Vienna. Mozart, sempre attento alle esigenze del regnante, decise di accontentarlo componendo quest’aria intitolata “Dalla sua pace”.

Rispetto all’andamento frenetico e scoppiettante di tutta la vicenda questo è un momento di stasi e di riflessione che ferma, per un attimo, l’azione scenica. Probabilmente è poco giustificabile, da un punto di vista drammaturgico, ma è talmente bello da far passare in secondo piano ogni ulteriore considerazione.

“Dalla sua pace, la mia dipende.
Quel che a lei piace, vita mi rende.
Quel che le incresce
Morte mi dà.
Morte, morte mi dà.
S′ella sospira Sospiro anch’io.
È mia quell′ira, quel pianto è mio.
E non ho bene, s’ella non l’ha”.

Dalla sua pace

Come ha rilevato, in maniera mirabile, Massimo Mila:

“La grandezza del Don Giovanni sta proprio nella miracolosa coesistenza di comico e tragico. Lasciatevi sfuggire la misura sovrumana del dramma, e non avrete capito niente. Ma lasciatevi sfuggire la comicità della sua natura formale, e non avrete capito niente lo stesso. Guai a privilegiare una delle due facce”.

Con Don Giovanni, Mozart ha aperto una finestra sul mondo. Una finestra sul futuro facendoci vedere come siamo, come amiamo, come ridiamo, come giochiamo, come scherziamo e come soffriamo. Tutti i suoi personaggi sono estremamente reali e tremendamente attuali. Ognuno di noi può riconoscersi in loro.

È quindi un’opera di una modernità sconvolgente.

La sua grandezza è stata riconosciuta anche da un grandissimo musicista come Pyotr Ilyich Tchaikovsky:

“La musica del Don Giovanni è stata la prima musica ad avere su di me un effetto realmente sconvolgente. Mi ha condotto in un mondo di bellezza artistica dove dimorano solo i geni più grandi”.