“Non c’è teoria. Devi solo ascoltare. Il piacere è legge“. (Claude Debussy)

Puntata numero centotrentasei.

La Natura è un tempio dove incerte parole

mormorano pilastri che sono vivi,

una foresta di simboli che l’uomo

attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano

tendono a un’unità profonda e buia

grande come le tenebre o la luce

i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino,

vellutati come l’oboe e verdi come i prati,

altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine – così

l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino

a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi

“Corrispondenze” Charles Baudelaire )

Questa poesia, questo capolavoro, di Baudelaire ci può aiutare, voi ed io, ad entrare in un mondo musicale fatto di sfumature, colori, sensazioni e immagini, il mondo di Claude Debussy.

Nel corso di questi racconti più volte abbiamo incontrato il compositore francese. In particolare nella puntata n.90 ho parlato di quel suo grande capolavoro che è “Clair de Lune”.

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Debussy,  vissuto tra la fine dell’800 e i primi decenni del XX secolo, è stato un compositore estremamente elegante, fantasioso, molto ricercato da un punto di vista sonoro ed estremamente francese come stile e carattere.

Viene spesso accostato agli impressionisti nonostante lui abbia sempre rifiutato questa contiguità.

Charles Baudelaire

In realtà la sua corrente di riferimento più probabile è il Simbolismo. Amava molto poeti come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Mallarmé. È stata proprio questa sua fascinazione per il Simbolismo a spingerlo a cercare e sperimentare un nuovo linguaggio musicale, diverso da quello che andava per la maggiore in Francia in quegli anni.

Per i simbolisti infatti la realtà non va mai individuata nell’oggettività delle cose, bensì nelle idee. Importantissimo è quello che si percepisce con l’animo e questa è proprio l’essenza  della produzione di Debussy. La sua è una musica che suscita analogie, non può raccontare cose. Il suo compito è quello di favorire l’intuizione, l’immaginazione di chi ne fruisce.

La musica infatti, come più volte ho detto, è un’arte che, per le sue caratteristiche, non può dare dei significati perché non ha un campo semantico ben definito. Spetta all’ascoltatore crearsi un proprio percorso per cercare dentro alla musica ciò che viene solamente disvelato senza essere mai chiarito del tutto.

Claude Debussy

L’influenza che Debussy ha esercitato sulla musica francese, e più in generale, su quella europea è stata rilevante. Fu uno dei fautori, infatti, del passaggio tra la musica del Romanticismo a quella di fine secolo e inizio 900. In quel periodo tutto il sistema che aveva retto la musica occidentale fino ad allora cominciò ad essere messo in discussione da alcuni compositori e Debussy, come vedremo più avanti, è stato uno dei primi a eroderne le fondamenta mettendolo in crisi.

Le analogie tra il Simbolismo e la sua musica sono notevoli anche nel brano oggetto di questa puntata, “Nuages”, tratto da una sua composizione molto famosa i “Nocturnes”.

Si tratta di una composizione per quattro voci soliste, coro e orchestra, divisa in tre movimenti: “Nuages” (nuvole), appunto, Fêtes, (feste)e Sirènes (sirene).

La prima cosa da puntualizzare è che in questo caso il termine “Notturni” non si riferisce esattamente alla forma del Notturno inteso come una delle più popolari e importanti dell’800. Esso racchiude un significato più generale che fa riferimento, ad esempio, a tutte le varie impressioni e agli effetti speciali di luce che questo termine, così suggestivo, evoca.

I “Nocturnes” sono stati composti tra il 1897 e il 1899.

È interessante rilevare come nell’opuscolo originale del concerto tenutosi agli inizi del 900 Debussy raccontava le analogie del brano con “l’aspetto immutabile del cielo con il movimento lento e malinconico delle nuvole, che si estinguono in un grigio dalle tinte morbide di bianco”.

È importante questo “che si estinguono in un grigio dalle tinte morbide di bianco” perché i colori del brano sono estremamente sfumati e non sono presenti grandi sbalzi di dinamica. Come si può notare ci sono frasi musicali che passano da un determinato gruppo di strumenti ad un altro producendo un cambiamento che sembra appena accennato, ma in realtà si rivela molto importante e suggestivo.

Sempre dalle note introduttive si evince l’amore di Debussy per un’altra forma artistica in grado di influenzare la sua poetica. Lui amava moltissimo alcuni pittori tra cui  Toulouse-Lautrec,  Gauguin  o William. Turner. Anche la musica in tutti i “Nocturnes” dipende dalla luce, racconta un mistero, risente delle sensazioni visive provate dall’osservazione delle nuvole.

“Al cuore della Luce” – William Turner

Accennavo prima al suo ruolo nel processo di trasformazione del nostro sistema musicale con la conseguente erosione del concetto di “tonalità”.

Senza entrare troppo nel dettaglio, perché non voglio fare un discorso per addetti ai lavori, è importante chiarire alcuni aspetti.

Il nostri sistema musicale si basava, fino alla fine dell’800 su rapporti gerarchici molto stretti tra suoni. Nelle varie composizioni ci sono sempre state note con un’importanza maggiore rispetto ad altre. Sono le note che contribuiscono a formare il cosiddetto “centro tonale”, la “casa” cui tutto deve fare riferimento.

Spesso si sente dire, ad esempio “questo brano è in tonalità di Do, o Fa, o Mi bemolle”. Ciò significa che quelle note rappresentano il riferimento di tutte le altre che gravitano, di conseguenza, intorno a loro.

Se prendiamo, ad esempio, un brano in tonalità di DO, questo brano avrà come riferimento la scala di DO maggiore. È una successione di note, che immagino molti di voi conoscano, che vanno da un DO alla stessa nota più acuta, che tecnicamente ha una frequenza doppia.

Magari questa scala l’avete cantata alle elementari con l’ausilio di qualche volonterosa maestra. Le note sono le seguenti: DO – RE – MI – FA – SOL – LA – Si cui si aggiunge la ripetizione del DO più acuto.

Il suono è questo

Scala di DO

È abbastanza evidente come il DO sia la nota principale. Ne esistono comunque anche altre di grande importanza. Una di queste, ad esempio, è la settima nota, SI, che si trova immediatamente prima del DO acuto e che, di solito, ha il compito di portare tutte le melodie nella “casa madre”, cioè il DO.

Debussy ha cominciato ad utilizzare delle scale costruite in modo diverso e, soprattutto, con un diverso numero di note. Questo fatto è stato in parte conseguenza della fascinazione che il compositore ha avuto per la musica extraeuropea con la quale era venuto in contatto qualche anno prima. Ricordiamo che a Parigi, nel 1889, si tenne la famosa esposizione universale per la quale venne costruita la Tour Eiffel. La capitale francese divenne un crogiuolo, non solo economico, ma anche di culture diverse per la presenza dell’arte, della musica e della pittura delle popolazioni extraeuropee. Quindi alcune novità introdotte da Debussy derivano anche dalla conoscenza e dall’interesse mostrato per la musica di paesi lontani che, ovviamente, ha caratteristiche completamente diverse da quella cosiddetta “colta” europea.

C è la notazione inglese per la nota DO (Do Re Mi Sol La Do)

Una delle prime scale che ha introdotto è stata quella “pentatonica” che, come suggerisce il nome è costituita da cinque suoni. In questa scala mancano, ovviamente, due suoni e uno di questi è proprio il SI. Questo contribuisce a diminuire la forza di attrazione del DO verso le altre note ed il suono di questa scala, abbastanza diverso da quella cui siamo abituati, è il seguente.

Scala Pentatonica

Come avete potuto notare la sonorità richiama qualcosa di poco europeo al punto che molti definiscono questa scala come “cinese” perché rievoca quel tipo di immaginario.  In realtà sono molte le etnie che la utilizzano.

Scala esatonale, detta anche a toni interi /Whole Tone) composta dalle note DO RE Mi Fa# Sol# La °

Un’altra successione di note molto particolare che Debussy ha utilizzato parecchio è la “scala esatonale”. È costituita da sei suoni e la caratteristica principale è che sono tutti equidistanti tra loro. Questo rende molto più incerta l’attrazione della nota DO sulle altre perché in pratica tutte le note assumono la stessa importanza. Il concetto di “casa” diventa quindi molto vago. La sonorità della scala esatonale è questa.

Scala esatonale

Soprattutto in “Nuages”, che è il brano del quale parlerò in particolare, Debussy utilizza anche la scala “ottofonica” che, chiaramente è composta da otto suoni. I rapporti di distanza tra le varie note sono, in questo caso, completamente diversi da quelli della scala di DO. Il suono è estremamente particolare ed evocativo.

Scala ottofonica

Tutto questo “pippotto” sulle scale, che non voleva essere troppo tecnico, era per cercare di rendere più chiaro il fatto che con l’utilizzo di queste successioni di suoni tutto il materiale musicale diviene più sfumato. Le relazioni tra le varie note si fanno più incerte e il centro tonale perde gran parte della sua forza di attrazione. Se nella musica di Debussy percepite un senso di vaghezza, di incertezza, di poca stabilità e sicurezza ciò deriva, in parte, dall’utilizzo di questi mezzi espressivi che creano una musica che non “significa” ma accenna senza svelare. Spetta all’ascoltatore interpolare i dati mancanti e crearsi un proprio percorso all’interno di queste suggestioni.

Cominciando ad entrare nello specifico di “Nuages” volevo innanzitutto mettere un po’ le mani avanti.

All’inizio vi farò ascoltare piccoli frammenti, interrompendo spesso il brano. Prometto però di proporre, in un secondo tempo, tutto il passaggio in questione senza interromperlo. Questo per cercare di spiegare un po’ quello che succede in questa composizione.

Dal punto di vista della forma” Nuages” è un po’ complesso perché non corrisponde alle forme tipiche della musica ”colta” europea. Diciamo che, con un po’ di approssimazione, la forma potrebbe essere A – B – A’.

In pratica c’è un tema per la parte A e uno per la B.

Il tema della A si compone, a sua volta, di due sezioni che continuano a ripetersi. Ad ogni ripetizione tra le due sezioni troviamo però una parte di sviluppo che diventa, di volta in volta, sempre più importante.

Il tema A con la sua prima sezione compare subito all’inizio del brano suonato, in questo caso, da clarinetti e fagotti, componenti della famiglia dei legni

Prima esposizione della prima sezione del tema A

Come avete potuto notare è breve ma molto significativo ed indicativo dell’atmosfera che caratterizzerà il brano. Subito dopo viene esposta la seconda sezione del primo tema. Questa è composta da una frase, suonata dal corno inglese, che ha la caratteristica di ripetersi sempre praticamente uguale ogni volta che viene proposta durante tutto il brano. In pratica quasi un richiamo immutabile. È una frase molto concisa che suona così

Prima esposizione seconda sezione del tema A

È evidente la grande cura nella scelta dei colori orchestrali. Ho dimenticato di dire che il corno inglese, contrariamente a quello che il nome potrebbe suggerire, non è un corno e non è di origine inglese . Appartiene alla famiglia dei legni e risulta simile all’oboe dal quale si differenzia per il registro più grave, per le dimensioni, e per l’imboccatura che è ricurva rispetto a quella dritta del suo, diciamo, fratello più piccolo. Il suo suono è uno dei più importanti di questo brano e ci accompagnerà dall’inizio alla fine.

Dopo la prima esposizione il tema A, come detto, viene subito riproposto ma, in questo caso, sono i violini ad eseguirlo più o meno uguale. La sonorità che ne risulta però è ovviamente molto diversa, più tersa e leggera.

Seconda riproposizione con i violini

La prima sezione, come averte potuto sentire ha un momento di sviluppo prima di arrivare alla riproposizione della seconda sezione sempre col corno inglese che suona in pratica la stessa cosa. C’è però l’aggiunta di un piccolo ma importante colore. Sono due note eseguite, questa volta, dai corni francesi, quelli di ottone, veramente a forma di corno, che danno un colore leggermente diverso a questa riproposizione.

Seconda riproposizione seconda sezione con note dei corni
Corno francese

Si tratta di piccole sfumature che rappresentano però magistralmente i movimenti delle nuvole anch’essi molto sfumati e mai decisi. Purtroppo osservare le nuvole è un’attività che non facciamo molto spesso ed è un vero peccato.

A questo punto, come promesso, vi faccio ascoltare tutto il brano fino a questo momento.

Inizio di Nuages

Dopo di questo la riproposizione del tema del corno inglese viene sostenuta da un accompagnamento ritmico suonato in “pizzicato” dagli archi. L’effetto che ne risulta è molto probabilmente influenzato dalla conoscenza della musica extraeuropea cui Debussy guardava, come detto, con molto interesse.

Secondo il tipo di esecuzione questo passaggio si trova intorno al minuto 3 e 10”, 3 e 20”.

Accompagnamento in pizzicato

Altro momento particolare lo abbiamo quando la prima parte del tema A viene riproposta solamente da due oboi accompagnati da una viola che suona una melodia di sostegno. Tutta l’orchestra si ferma e rimangono solo questi tre strumenti, ed è un momento intrigante.

Due oboi e una viola

È una musica che ti attrae, ti porta nel suo mondo, ti costringe a seguire i suoi impulsi sonori. L’attenzione deve essere ai massimi livelli per cercare di cogliere tutte queste sfumature di colore.

Arriviamo quindi al secondo tema B.

Si tratta di una melodia diversa da tutto quello che abbiamo sentito finora senza essere però in pieno contrasto con l’atmosfera generale. Del resto non potrebbe esserlo, vista la natura del brano.

Viene proposto da un flauto e da un’arpa che utilizzano una delle scale di cui parlavo prima: la scala pentatonica. Questa sonorità particolare risulta abbastanza evidente se ponete attenzione. Successivamente il tema viene ripreso da un violino solo, per essere concluso nuovamente da flauto e arpa. Qui non si tratta, come è stato fino a questo punto, di sfumature dello stesso colore, ma è uno squarcio di una tonalità abbastanza diversa, che ci fa vedere le cose da un’angolazione nuova.

Tema B flauto e arpa

Il brano quindi si avvia alla conclusione. Le due sezioni del primo tema vengono presentate in modo via via frammentato andando quasi a dissolversi verso il finale. Il tutto si chiude in un “pianissimo” sempre più misterioso ed evocativo, e non poteva essere altrimenti.

finale Nuages

È ovvio che se si prova ad ascoltare questa composizione in auto, in giro per la città con le cuffiette, o sui mezzi di trasporto, non si riuscirà non solo a coglierne tutti gli aspetti ma, probabilmente, non si sentirà quasi nulla. Del resto anche se guardiamo distrattamente le nuvole le percepiamo solo come degli ostacoli per la luce del sole e ci perdiamo la loro natura cangiante e multiforme.

“Nocturnes”, come dicevo si compone di tre movimenti.

Il secondo “, Fêtes”, come il titolo suggerisce ha un andamento più vivace soprattutto ritmicamente.

Il terzo “,Sirènes”, ha una particolarità. Probabilmente, per la prima volta, un coro, in questo caso di sole voci femminili, viene utilizzato in modo totalmente nuovo. Le voci non cantano parole ma emettono soltanto dei suoni vocalizzati che richiamano, appunto, il canto delle sirene. È un espediente che verrà ripreso, un paio di decenni dopo, da Gustav Holst nella sua suite “The Planets” ( puntata n.43). Nell’ultimo movimento “Neptune”, il pianeta a quel tempo ritenuto più lontano, proprio nei momenti finali c’è l’entrata di un coro femminile che, anche in questo caso, emette solamente delle vocali che rendono il finale della suite estremamente evocativo.

finale

Visto che ho iniziato questa puntata con un componimento  di Baudelaire, volevo concluderla con una altra poesia. È di un poeta più vicino a noi sia come periodo, ci ha lasciati circa 25 anni fa, che come luogo, visto che è italiano:

“Vanno, vengono,
Ogni tanto si fermano
E quando si fermano, sono nere come il corvo.
Sembra che ti guardino con malocchio.

Certe volte sono bianche
E corrono
E prendono la forma dell’airone o della pecora
O di qualche altra bestia.
Ma questo lo vedono meglio i bambini
Che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Vengono, vanno, ritornano
E magari si fermano tanti giorni
Che non vedi più il sole e le stelle.
E ti sembra di non conoscere più il posto dove stai.

Vanno, vengono
Per una vera, mille sono finte
E si mettono lì, tra noi e il cielo
Per lasciarci soltanto una voglia di pioggia”.

Il poeta in questione è Fabrizio De André che, insieme al suo collega Mauro Pagani, all’inizio di un album molto importante dell’inizio anni 90 ha scritto questi versi dedicandoli alle nuvole.