“Quando hai una bella idea le liriche si scrivono da sole”. (Paul McCartney)
Puntata numero centocinquantadue.
“Eravamo giovani, poco più che ventenni, e avevamo avuto un certo successo. Avevamo la velocità della giovinezza, e la voglia di sperimentare tipica di quell’età”.
Questo, raccontato da Paul McCartney qualche anno dopo, è stato lo spirito col quale i Beatles hanno affrontato, negli ultimi mesi del 1965, la registrazione del loro sesto album, “Rubber Soul”.
La puntata odierna è, evidentemente, diretta conseguenza di quella della settimana scorsa. Infatti le dichiarazioni fatte da Brian Wilson, leader dei Beach Boys, mi hanno spinto a riascoltare, dopo tanto tempo, questo album dei quattro di Liverpool. A suo parere, infatti, grande è stata l’influenza esercitata su di lui dall’ascolto di “Rubber Soul“, nell’ideazione dell’album “Pet Sounds”.
“Rubber Soul” rappresenta, in pratica, il punto di svolta nella carriera dei Beatles. È il passaggio tra la prima e la seconda fase, che sarà foriera delle loro più importanti canzoni che tanto hanno influenzato la musica pop-rock nei decenni successivi.
Alla fine del 65 la carriera del gruppo era al top. La band aveva già due film all’attivo e i quattro erano appena ritornati dalle trionfali tournée negli U.S.A. grazie alle quali avevano definitivamente conquistato anche le platee oltre oceano. Nei due anni precedenti, inoltre, avevano avuto al loro attivo 19 dischi d’oro, di cui 18 numeri uno nelle classifiche mondiali.

Durante il loro soggiorno in America erano anche entrati in contatto con la musica di un artista, allora emergente, ma già estremamente importante, come Bob Dylan. E questa influenza si farà sentire, proprio a cominciare da Rubber Soul. Significativa al riguardo un’affermazione proprio di Paul McCartney:
”Penso che Bob Dylan abbia cominciato ad influenzarci, in quegli anni”.

Proprio in quei mesi i Beatles maturarono la convinzione che era giunto il momento di cominciare a modificare lo stile compositivo sia per la musica che, soprattutto, per quello che riguardava l’approccio ai testi. Le liriche del gruppo fino ad allora erano state spesso molto meno importanti rispetto alla musica, nelle loro canzoni. L’idea fu quella di cominciare a raccontare storie che fossero meno ovvie, parlando di situazioni più sfumate, non facilmente decifrabili, che lasciassero spazio all’immaginazione. In Rubber Soul in effetti, forse per la prima volta, i testi risultano intriganti e significativi anche da un punto di vista narrativo.
Grazie al successo conquistato in quegli anni ebbero a disposizione lo studio della EMI per molto tempo e poterono lavorare alla realizzazione dell’album in tutta tranquillità. Questo era , per loro, una novità assoluta. Il risultato fu un disco costituito da 14 canzoni, tutte originali, nessuna cover.

A proposito del loro modo di comporre è opportuno specificare alcune cose.
I Beatles sono sempre stati famosi perché nelle loro canzoni la melodia vincente viene spesso presentata all’inizio del brano. I loro incipit sono, a volte, clamorosi e rimangono scolpiti nella mente di ascolta fin dal primo momento. Infatti, soprattutto all’inizio della loro carriera, è difficile parlare di veri e propri ritornelli nelle loro composizioni.
Il loro modo di scrivere si rifaceva spesso ad uno schema, del quale ho parlato più volte, tipico della canzone e degli standard americani di jazz. È una forma che di può tradurre in questo modo: A A B A. Si tratta di un giro di 32 battute, diviso in sezioni di 8 ciascuna, dove a lettera uguale corrisponde linea melodica uguale, ovviamente con diverso testo.
Lennon e McCartney, ma soprattutto quest’ultimo, erano soliti utilizzare questa forma perché il padre di Paul era, a sua volta, un musicista che amava molto il jazz. Gli ascolti fatti durante la giovinezza hanno di conseguenza influenzato il modo di comporre dei due. Ed è del tutto evidente come negli standard jazz, che sfruttano questo schema formale, la melodia vincente, quella che caratterizza tutto il brano, sia spessissimo esposta fin dall’inizio, nelle sezioni A. La sezione B, in gergo chiamata “middle eights”, cioè le otto (battute) di mezzo, contiene spesso un momento melodico transitorio il cui scopo, principalmente, è di riportare l’attenzione dell’ascoltatore sulla melodia principale.

La dimostrazione di questo è che le parti B dei brani della prima produzione dei Beatles risultano, generalmente, molto meno melodiche e accattivanti rispetto alle parti A, spesso geniali e immediatamente riconoscibili. Anche in Rubber Soul ci sono esempi di questo modo di procedere.
È importante sottolineare come le canzoni dell’album siano state composte tutte durante la lavorazione dello stesso. Solo in un caso è stata presa e rielaborata un’idea di Paul McCartney, che lui aveva composto qualche tempo prima.
Altro elemento significativo è rappresentato dall’impegno mostrato dai quattro in tutte le fasi della registrazione. Hanno, ovviamente, composto e suonato le canzoni, ma anche curato le sonorità, con conseguente ricerca di nuove soluzioni compreso l’utilizzo di strumenti inusuali, come vedremo. Si sono inoltre interessati alla fase di registrazione e missaggio delle varie tracce curando il rapporto ed il bilanciamento tra i suoni. Ovviamente tutto questo è stato fatto con la supervisione del loro produttore, il famosissimo George Martin, che tutti considerano il quinto “beatle”.

Va sottolineato che George Martin ha avuto un ruolo importante, in questo album, anche dal punto di vista esecutivo, ma di questo parlerò più avanti.
A questo punto concedetemi una considerazione più in generale.
Se pensiamo a quegli anni non possiamo non riconoscere che fossero caratterizzati da una grande creatività. Gruppi come i Beatles, i Rolling Stones, i Beach Boys o cantautori come Dylan per fare solo alcuni esempi, contribuivano ad arricchire una scena musicale sempre in fermento e alla ricerca di nuove soluzioni compositive. È una situazione che, qualche anno fa, Noel Gallagher, degli Oasis, ha descritto e giustificato, secondo me, in modo interessante.
Gallagher che ovviamente non ha vissuto quel periodo visto la sua età, ha sostenuto che quei musicisti erano così creativi perché non avevano niente e nessun modello da poter copiare. La musica che c’era prima, a parte il rock and roll degli anni 50, da cui alcuni di loro hanno mutuato qualcosa, non era musica per i giovani. Si sono dovuti inventare completamente uno stile ed un modo di procedere originale. Nei decenni successivi questa creatività è andata progressivamente diminuendo perché comunque i musicisti e gli autori avevano una storia alle spalle, e idee, e soluzioni cui attingere.
È evidente come ci siano successivamente stati numerosi artisti la cui avventura creativa può contraddire queste considerazioni ma, in linea generale, penso che l’affermazione di Noel Gallagher abbia un fondo di verità inconfutabile.

C’era anche una positiva rivalità tra i gruppi in quegli anni. Sempre Brian Wilson ha affermato più volte:
” Ero così geloso dei Beatles. Siamo stati rivali ma ci siamo stimolati a vicenda”.
Rubber Soul, questo album così fondamentale, non solo per la carriera dei Beatles, si apre con una canzone che, in realtà, è abbastanza leggera e disimpegnata. Questa apertura disincantata fa il paio, e scusate l’ennesima analogia, con quella di Pet Sounds.
In questo caso si tratta di “Drive My Car”.

L’idea originale fu di Paul McCartney il quale però non riuscì a trovare da subito soluzioni interessanti per il testo. Lo stesso Lennon gli fece notare come i primi versi fossero, in realtà, abbastanza brutti. Dopo una giornata di lavoro insieme a casa di John trovarono una soluzione soddisfacente che comprendeva, tra l’altro, il famoso verso “Beep, beep yeah” ideato per imitare il clacson di un’auto.
Il testo è ispirato al modo di vivere americano, in particolare a Los Angeles. Tra l’altro il titolo, il cui significato letterale è “guida la mia macchina”, è un modo gergale usato nel blues e rappresenta un’allusione sessuale.
L’influenza della musica che avevano ascoltato in America si sente soprattutto nelle frasi ritmiche suonate dalla chitarra di George Harrison e dal basso di Paul McCartney. Queste linee si rifanno infatti allo stile cosiddetto “Motown” dal nome di una delle più importanti etichette discografiche americane di musica nera.
Ma dopo un inizio così allegro e ritmato, arriva subito il primo brano veramente significativo di Rubber Soul.
La seconda canzone è, infatti, la famosissima: “Norwegian Wood”.
L’importanza di questo brano è dovuta a molteplici fattori.
Immagino sappiate che quasi tutte le canzoni dei Beatles sono state firmate dalla coppia Lennon-McCartney. Il contributo compositivo di George Harrison all’inizio è stato molto scarso poi diventato man mano più significativo qualitativamente ma, a livello quantitativo, non è certo paragonabile a quello dei due suoi colleghi. Per quanto riguarda Ringo Starr il suo apporto alla composizione delle canzoni è stato veramente risibile e, tranne rari casi, si è limitato, per alcune canzoni, al ruolo di co-autore.
Ebbene la paternità di Norwegian Wood, peraltro firmata dal duo Lennon-McCartney, è stata oggetto di discussione tra i due, soprattutto dopo lo scioglimento del gruppo. Lennon, infatti, ha spesso sostenuto che l’idea del pezzo fosse quasi completamente sua. Aveva infatti cominciato a comporre la canzone mentre era in vacanza, con George Martin e la sua prima moglie, sulle alpi svizzere.

Il brano racconta di una scappatella extra coniugale dello stesso John Lennon che era solito indulgere in attività di questo tipo. Ovviamente la storia è narrata in modo che non si possa capire esattamente chi sono le persone coinvolte e il testo risulta, nel suo svolgimento, un pò oscuro e abbastanza intrigante.
Norwegian Wood è una delle prime canzoni dei Beatles in cui il testo e la musica hanno, in pratica, medesima importanza.
Per quello che riguarda la musica bisogna innanzitutto considerare che il ritmo è del tutto inusuale per i quattro di Liverpool. Si tratta infatti di un ritmo in sei movimenti, tipico delle canzoni folk americane comprese, soprattutto, quelle di Bob Dylan. Questo avvalora la tesi dello stesso McCartney che ho riportato più sopra.

Poi è una delle canzoni nelle quali vengono sperimentate nuove sonorità. Protagonista quasi assoluto, dal punto di vista sonoro, è in fatti il sitar, strumento principe della musica indiana e del tutto inconsueto per quella pop europea. Quasi sicuramente è la prima volta che il suono di un sitar compare in una canzone moderna, ed è stato suonato da George Harrison.
La leggenda narra che il chitarrista, dopo aver visto, durante le riprese del film “Help”, alcuni musicisti indiani suonare questo particolare strumento, si sia innamorato del suo suono. Incuriosito dal fatto che quegli stessi musicisti nominavano in continuazione Ravi Shankar, importante musicista indiano del quale ho parlato nella puntata n.49, si recò in un negozio londinese per acquistare un sitar. Era uno strumento, a suo stesso dire, abbastanza scadente. Ma cercò, fin da subito, di prendere confidenza col suono e col la tecnica esecutiva. Questo segnò l’inizio del suo rapporto privilegiato non solamente con lo stesso Ravi Shankar, che conoscerà tempo dopo, ma anche con la musica e la cultura indiana che caratterizzeranno gli sviluppi successivi della sua carriera, soprattutto da solista.

A proposito di questo e della voglia di sperimentare tipica del gruppo, c’è un’affermazione molto significativa di Ringo Starr:
“Eravamo aperti a tutto quando George arrivò portando il sitar. Puoi entrare in studio anche con un elefante, a patto che sia in grado di emettere una nota musicale. Tutto può essere utile.”
La canzone, dopo l’esecuzione iniziale della melodia da parte della chitarra acustica, vede proprio il sitar prendere la parte principale creando una sonorità veramente unica.
la pubblicazione del brano ha rappresentato quasi uno shock per molti musicisti. Si potrebbe quasi parlare di primo esempio di “World Music”, un genere che diventerà popolarissimo nei decenni successivi.
Sempre Brian Wilson al riguardo ha affermato: “Il sitar in Norwegian Wood mi ha letteralmente scioccato”.
Per quanto concerne la forma, la canzone ha una struttura A B A, con ogni parte che dura otto battute. La parte A, quella che contiene la melodia principale, è in tonalità maggiore, precisamente MI, mentre la parte B vira in tonalità, sempre di MI, ma minore. Questo è un’ulteriore dimostrazione della perizia compositiva del duo Lennon-McCartney. Solitamente nella parte B, che nelle canzoni normali viene chiamata ritornello, ci si aspetterebbe un’apertura melodica brillante. In questo caso la melodia introdotta è notevole ma, in qualche modo, quasi ripiegata su se stessa. Questo, tra l’altro, è in perfetta sintonia con lo sviluppo della storia raccontata.
Del resto anche l’incipit testuale è notevolissimo: “I once had a girl, or should i say, she once had me”. Cioè “Una volta avevo una ragazza o, dovrei dire, era lei ad avere me”.
La ragazza invita lui a casa sua e gli mostra l’arredamento fatto tutto di legno norvegese. Questa è quasi una presa in giro e si riferisce all’abitudine molto comune in Inghilterra in quel periodo di arredare le case con legno vero o, anche, con finto legno, chiamato scherzosamente legno norvegese.
La storia prosegue nella parte B con lei che gli chiede di fermarsi e di sedersi ma lui nota che non ci sono sedie. Si accomoda quindi sul tappeto chiacchierando e bevendo vino. Parlano fino alle due di notte. Poi lei gli fa notare, ridendo, che è ora di andare a dormire perché il mattino dopo deve lavorare. Lui, sorpreso, dice che non deve lavorare l’indomani e lei lo fa dormire in bagno.
Il colpo di scena finale, a detta di entrambi, è stata un’idea di Paul. Il protagonista si sveglia al mattino e si vendica per essere andato “in bianco” accendendo un fuoco e bruciando tutto l’appartamento.
“So i lit a fire, Isn’t it good, Norwegian wood?”
A proposito della realizzazione di questa canzone bisogna anche aggiungere che il tecnico del suono, Norman Smith, presente durante tutte le sessioni di Rubber Soul, affermò che la registrazione del sitar fu un incubo. Lo strumento infatti aveva tantissime risonanze. A volte era troppo fuori e copriva gli altri strumenti, altre spariva, e il suono si perdeva. Dovettero quindi inventarsi una speciale tecnica di ripresa microfonica per poterlo registrare. Ovviamente in quegli anni la tecnica di registrazione multitraccia era molto primitiva, e le possibilità di sovraincisioni estremamente contenute. Per darvi un’idea oggi, col digitale, il numero delle tracce sovrapponibili è praticamente illimitato e dipende solo dalla potenza di calcolo del computer utilizzato.
Questa è un’ulteriore testimonianza di quanto in quegli anni tutti, musicisti e tecnici, fossero costretti a fare di necessità virtù. Dovevano spessissimo inventarsi delle soluzioni nuove perché non esistevano prassi consolidate da seguire, e tutto era in divenire.
Dopo la pubblicazione di questo brano anche la musica indiana cominciò a essere apprezzata dal pubblico occidentale. I Beatles stessi se ne fecero paladini, andando a loro volta in India, e approfondendo, chi in maniera più sincera come Harrison, chi più superficialmente, la cultura e la filosofia di quel paese.
Gruppi come Rolling Stones, I Byrds, o il cantautore Donovan, tra gli altri, furono influenzati da questa nuova moda musicale.

Ci fu però qualcuno che, secondo quella che potrebbe anche essere una leggenda metropolitana, contenente comunque un fondo di verità, non fu affatto contento dell’uscita questa canzone.
Si tratta proprio di Bob Dylan che si infastidì non poco ritenendo che Lennon e McCartney avessero preso un po’ troppo spunto dal suo modo di scrivere le canzoni, per comporre Norwegian Wood. Le sue critiche riguardarono sia l’utilizzo del ritmo in sei, tipico per lui ma del tutto estraneo ai Beatles, sia l’approccio alla costruzione melodica.

Rispose quindi, da par suo, utilizzando, per così dire, le stesse armi. Nell’album che fece uscire l’anno dopo, “Blonde on Blonde”, c’è infatti una canzone che costituisce quasi una parodia di Norwegian Wood. Si tratta di “4th Time Around”, un brano simile, come andamento a quello dei Beatles. Il testo però, com’è nella tradizione di Dylan, è ancora più criptico.
Al di là di tutto è interessante rilevare come artisti di questo calibro prendessero spunti uno dall’altro, imitandosi, stimolandosi e magari anche copiandosi a vicenda.
A proposito di “4Th Time Around” lo scrittore Sean Wilentz così ha descritto il risultato finale: “ Sembra di sentire Bob Dylan, che imita John Lennon, che imita Bob Dylan”.
Molte sono le canzoni iimportanti presenti in questo album, oltre a Norwegian Wood.
“Michelle”, ad esempio è stata principalmente composta da Paul McCartney. La melodia deriva da quella di un brano che lo stesso Paul suonava anni prima quando era invitato alle feste dei suoi coetanei. Lui era solito spacciarsi per un ragazzo francese nella speranza di poter conquistare più facilmente le ragazze col fascino dell’esotico. Da questo deriva la famosa frase, in francese del testo, “Michelle, ma belle, sont les mots qui vont tre bien ensemble”, verso che poi viene riproposto anche in inglese.
Altra canzone interessante è “Girl”, attribuibile quasi totalmente a Lennon, che costituisce quasi la sua risposta a “Michelle”. Il testo fa riferimento ad una ragazza immaginaria che rappresenta un ideale di donna in un momento di crisi del suo matrimonio. Molti hanno visto in questa canzone quasi un’anticipazione di quello che lui poi troverà nella figura di Yoko Ono.
Oltre alle due belle canzoni firmate da Harrison, “Think For Yourself“e “If I Needeed Someone” abbiamo anche “In My Life”.
È un brano del quale abbiamo già parlato nella puntata n.59. Verso la fine c’è una parte strumentale suonata dallo stesso George Martin al pianoforte costruita in modo molto interessante. In pratica lui voleva eseguire un fraseggio ispirato alle “invenzioni” di Bach. Non essendo però in grado di suonarlo correttamente alla giusta velocità, decise di dimezzare la velocità del nastro per rendere la cosa più facile. Quando poi riportò il nastro a velocità normale il suono ottenuto fu quello di un simil clavicembalo. Anche questo è un esempio di creatività e di un sfruttamento intelligente dei mezzi a disposizione.
Poi abbiamo “Nowhere Man”, che presenta forse uno dei testi più interessanti dell’album attribuibile anche questo a John Lennon.
Per quanto riguarda la musica all’inizio ci sono solamente le voci, senza strumenti, con una tecnica che si definisce “a cappella”. È, al solito, un incipit molto forte. Anche in questa canzone, inoltre, la parte A è in maggiore mentre la B in minore.
Il testo è stato composto una sera dallo stesso Lennon dopo un’intera giornata nella quale aveva inutilmente cercato idee per una canzone. La frustrazione di questo fallimento, le problematiche derivanti dal suo matrimonio che si stava avviando alla conclusione e la perdita di identità derivata dall’abbondante uso di sostanze stupefacenti, lo fecero sentire un “Nowhere man”.
“Ho pensato di essere un uomo inesistente, seduto su una terra inesistente”.
Anche in questo caso, parla di sé stesso in terza persona.
“È veramente un uomo inesistente,
Seduto in una terra inesistente
Che progetta dei piani inesistenti
Per nessuno.
Non ha un suo punto di vista.
Non sa dove sta andando.
Non è che assomiglia un po’ a te e a me?”
Mi piace chiudere questa puntata con una frase di Paul McCartney:
“Si fedele a te stesso”. Penso che questa frase si adattasse bene ai Beatles. Eravamo sempre molto fedeli a noi stessi, e penso che la nostra brutale onestà fosse importante. Continuare per la nostra strada, e dire davvero quello che pensavamo, in un certo senso ha dato ad altre persone nel mondo l’idea che anche loro potessero essere sinceri e cavarsela. È stata davvero una buona cosa.”

