Umberto Nannelli
“Io penso sempre di fare una musica che sia a sé stante come musica, che si affianchi ai film, non che si sottometta” (Nino Rota)
Puntata numero centotrentacinque.
“Al di fuori del mio lavoro la musica preferisco non sentirla. E’ come una voce ammonitrice che ti distrugge perché ti ricorda una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale sei stato escluso, esiliato. Fortunatamente conosco Nino Rota. Sono un suo amico, mi vuole bene. Ed è magra consolazione sapere che in questo Regno metafisico dalle leggi serene ed implacabili abbiamo un parente influente che possa intromettersi, in tutt’onore, prendervi per mano e, se lo desidera, riportarvi un giorno o l’altro”
(Federico Fellini)
Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di imbattermi in un filmato riguardante un’intervista registrata nell’ormai lontano 1975.La ripresa, di quello che sembra un salotto con un arredamento spartano, è in bianco e nero. Ci sono due poltrone. Sulla prima è seduta una giovane intervistatrice vestita molto sobriamente e con una certa eleganza. Sull’altra un signore cui vengono rivolte delle domande. Le risposte sono esaurienti e sempre pacate. Questo filmato è una finestra su un mondo che non esiste più. Sono passati solamente cinquant’anni ma sembra un’altra era geologica.
Ad un certo punto l’intervistatrice chiede al signore , che in realtà è un musicista, di raccontare la propria esperienza riguardo la partecipazione ad un incontro pubblico dell’editoria discografica e di come si fosse sentito, lui generalmente così schivo, in un ambiente così grande e rumoroso. Era nota la ritrosia del musicista ad apparire in pubblico soprattutto nelle occasioni mondane. La risposta, al solito pacata, mi ha colpito e ha suscitato in me un misto di tenerezza e ammirazione verso un artista così importante per la cultura italiana del 900:
“Quello che più mi ha colpito è stata la violenza degli altoparlanti al punto che non ho potuto resistere ad ascoltare le altre musiche. Ho dovuto ascoltare la mia per forza maggiore. Il mio impatto è stato violento. Prima di me, infatti, c’è stato il numero di un cantante pop americano che aveva eccitato, anzi addirittura drogato il pubblico che, ad un punto, non smetteva di fare un baccano inverosimile per continuare a drogarsi di questa musica fatta tutta di apparati elettronici. Credevo di non farcela ad inserirmi e di dover tornare in albergo”.

Probabilmente quel cantante sarà stato una rockstar americana visto che il rock andava per la maggiore in quel periodo.
Questo musicista, a contatto con un mondo così diverso dal suo, è stato uno dei più importanti del 900, nonché un fenomenale ambasciatore della cultura italiana nel mondo e risponde al nome di Nino Rota.
Nino Rota è nato a Milano nel 1911 ed è morto a Roma nel 1979.
È stato un bambino prodigio che veniva da una famiglia in cui la musica era molto importante. La madre, Ernesta Rinaldi, era un’ottima pianista e anche il nonno era un valente musicista.

Questo ambiente favorevole gli permise di avvicinarsi alla musica fin dalla più tenera età. A otto anni già suonava e a undici anni scrisse la prima composizione che lo introdusse nel mondo musicale dell’epoca. Si tratta di qualcosa di inusuale per un bambino di undici anni: un Oratorio per quattro solisti, coro e orchestra intitolato “L’infanzia di Giovanni Battista”.
La famiglia riuscì con grande attenzione e cura ad evitargli di diventare un fenomeno da baraccone, un bambino prodigio, prestando molta attenzione alla sua educazione. Venne mandato a studiare al conservatorio dove si diplomò in composizione.
Successivamente, a vent’anni si recò in America per perfezionarsi negli studi, invitato niente meno che da Arturo Toscanini.

Nino Rota è un musicista conosciuto principalmente per la sua attività di compositore di colonne sonore, ne ha scritte più di centocinquanta, un’attività che gli ha fruttato numerosi premi. Ha vinto infatti un premio Oscar, un Grammy Award, un Golden Globe, un David di Donatello, un premio Bafta e ben cinque Nastri d’argento. Un gigante, in pratica per la musica da film.
Ma durante la sua carriera non si è limitato alla composizione di colonne sonore o di musica al servizio di altre arti come la danza.
Ha scritto infatti musica sinfonica, musica da camera come quella deliziosa sonata per flauto e arpa della quale vi lascio il link YouTube alla fine di questo racconto , concerti per strumento solista e orchestra, musica sacra, opere e anche canzoni di musica leggera.

Universalmente è conosciuto, e riconosciuto, per la sua decennale collaborazione con il regista Federico Fellini, ma ha lavorato anche con altri mostri sacri della cinematografia. Tra questi Luchino Visconti, Francis Ford Coppola, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, per citarne alcuni.
In definitiva un musicista con una caratura artistica elevatissima.
È fondamentale rilevare come Nino Rota, in realtà, non abbia mai fatto distinzioni tra diversi generi e forme di musica. Per lui non esistevano confini. Non amava le classificazioni che solitamente dividono la musica in “colta”, “popolare”, “d’avanguardia” o “ leggera”. Affrontava questi mondi diversi con lo stesso stile e con una coerenza che ha mantenuto lungo tutta la sua carriera.
Il suo pensiero, al riguardo, è sempre stato molto chiaro:
“Non credo a differenze di ceti e livelli nella musica. Secondo me, la definizione di musica leggera, semileggera, o seria è fittizia. Il termine ‘musica leggera’ si riferisce solo alla leggerezza di chi l’ascolta, non di chi l’ha scritta. Nella musica per film o in altra musica, io metto sempre lo stesso impegno. È diverso soltanto il territorio tecnico in cui mi muovo”.
Questo suo affrontare generi diversi con lo stesso atteggiamento era una sua caratteristica precipua. Nino Rota agiva e si comportava, in pratica, come facevano i compositori del periodo barocco. Magari componeva di fretta per cui, a volte, modificava le proprie idee, adattando temi e melodie che aveva utilizzato in altre composizioni. Poteva citare brani di altri autori. Poteva autocitarsi in modo più o meno esplicito.

Questo suo modo di agire fu anche la causa della mancata assegnazione del premio Oscar per le musiche del “Padrino”, assegnazione che avrebbe ampiamente meritato. Le convenzioni dell’ Academy che consegna il premio Oscar stabilivano , e questo è valido ancor oggi, che le musiche premiate fossero originali. Ebbene il tema principale del film Rota lo aveva preso di sana pianta, modificando solo l’arrangiamento, dalla musica di un altro film che aveva composto svariati anni prima.

Non vinse quell’anno ma ottenne il premio successivamente per le musica del “Padrino parte II”. Fu quasi una sorta di riparazione visto che, a detta di molti, la musica di questo film, seppur interessante, non è all’altezza di quella del primo film della saga tratta dal libro di Mario Puzo.
Riferendosi al modo di comporre di Rota un suo collega ungherese, Miklós Rózsa affermò:
“Mi divenne chiaro come tanti temi da lui scritti per il repertorio operistico, sinfonico, cameristico prendevano vita diversa nelle sue colonne sonore, spesso all’insaputa dei registi stessi. Oppure che i motivi della sua musica seria appartenevano già a questo o a quel film più o meno noto. In sostanza Rota voleva dimostrarmi con la sua musica che per lui non esisteva alcun diaframma tra il comporre per il cinema e il comporre per la scena o la sala da concerto”.
Per poter passare dalla musica pura o assoluta a quella al servizio di altre arti o addirittura alle canzoni, Rota ha dovuto, e voluto, rendere la propria musica sempre fruibile e immediatamente recepibile e godibile da parte del pubblico. Per ottenere questo il suo modo di comporre è rimasto legato agli stilemi del passato, rifacendosi a volte a modelli quasi romantici. Il suo stile non ha mai risentito di tutte quelle novità, a volte clamorose e per certi versi destabilizzanti, che durante il 900 le avanguardie hanno introdotto nella musica per cambiarne e destrutturarne sia la forma che il contenuto.

Si è sempre mantenuto molto coerente. Questa scelta gli ha procurato critiche da parte di tutti quelli che non vedevano in lui un musicista al passo coi tempi e lo accusavano di essere, appunto, rivolto al passato. Si creò così una situazione abbastanza paradossale per la quale era considerato d’avanguardia per quello che riguarda la composizione delle colonne sonore e di retroguardia per tutta l’altra musica.
Anche Nino Rota fu vittima, come accadde anche con l’altro grandissimo compositore di musica da film che abbiamo avuto, Ennio Morricone, di un forte pregiudizio.. Entrambi infatti furono, per lungo tempo, guardati con sospetto e con aria di superiorità da molti colleghi e anche dai critici. Venivano infatti ritenuti colpevoli di scrivere musica di serie B, anche se nessuno, ovviamente, si permetteva di metterne in dubbio le capacità.
Ma lo stesso Rota si preoccupò di smentire questi soloni e di chiarire la sua posizione e il suo pensiero al riguardo:
“Io penso, anche nei film, di fare musica non cinematografica, nel senso comune di musica che commenti pedissequamente l’azione del film. Io penso sempre di fare una musica che sia a sé stante come musica, che si affianchi ai film, non che si sottometta. Che vi si adegui soltanto materialmente”.
Sono molti gli elementi che rendono particolare e affascinante la musica di Nino Rota. Uno di questi è l’utilizzo di una tecnica che compare spesso nei suoi temi, il “cromatismo”. Consiste nel passare da una nota all’altra suonando tutte le note che stanno nel mezzo e non solamente quelle della scala di riferimento, in pratica suonando tutti i tasti del pianoforte.

Proviamo a capire meglio di cosa si tratta prendendo ad esempio una sua canzone di musica leggera famosissima negli anni 60, che magari alcuni di voi non sanno sia di sua composizione. In questa canzone la melodia parte da una nota, fa un salto verso l’acuto, per ritornare poi alla nota di partenza, così.
Questo è l’esempio al pianoforte.
La parte discendente più logica, seguendo la scala sarebbe questa.
Si parte da una nota, si sale, e si torna seguendo la scala di riferimento. Rota invece, utilizzando il cromatismo, suona la melodia così.
Questo suonare tutte le note, in questo caso in fase discendente, da un senso di instabilità, di incertezza, e crea, ovviamente interesse.
Questa tecnica viene utilizzata da Nino Rota in svariate composizioni. Nella canzone di cui sto parlando, il cui testo è stato scritto da Lina Wertmuller, ed eseguita da una cantante molto famosa negli anni 60, Rita Pavone, il cromatismo si trova proprio all’inizio della melodia.
Come detto in precedenza il nome di Nino Rota è legato, a doppia mandata, con quello di un regista riminese, famoso in tutto il mondo: Federico Fellini.

Dal mio punto di vista la coppia artistica Nino Rota- Federico Fellini può stare tranquillamente al pari di altre coppie fondamentali per l’arte del 900. La loro importanza per la musica e il cinema è pari a quella, ad esempio, per la musica e il teatro del binomio Bertolt Brecht e Kurt Weill, oppure John Cage e Merce Cunnigham per quanto riguarda la musica e la danza.
Il loro incontro è stato qualcosa di veramente fuori dai canoni e sembra il frutto di una particolare combinazione astrale, conoscendo le caratteristiche di entrambi.
L’ignoranza di Fellini per la musica è nota e ne parla lui stesso nella dichiarazione che ho riportato all’inizio di questo racconto. Per lui la musica era qualcosa di ingombrante che tendeva ad eliminare dalla sua vita. Ad esempio assisteva ai concerti solo quando venivano eseguite le musiche di Rota e probabilmente lo faceva solo per cortesia ed educazione.
Dall’altro lato Nino Rota ha sempre visto il cinema come una forma artistica di livello inferiore. Spesso si addormentava durante la visione dei film anche di quelli per i quali aveva composto la musica.
Con queste premesse è veramente incredibile quello che questo binomio ha creato producendo alcuni dei più importanti capolavori dell’arte del 900.
Fellini quindi lasciava grande libertà a Nino Rota. Si fidava del suo modo di comporre e interveniva pochissimo nella fase di elaborazione delle musiche. Lo stesso Rota ebbe ad affermare più volte che il regista gli dava poche indicazioni, che a volte risultavano anche contradditorie. Praticamente aveva quasi mano libera nel comporre.

Nino Rota ha scritto le musiche per tutti i film di Fellini finché è rimasto in vita. Per citarne alcuni, “Lo Sceicco Bianco”, “I Vitelloni”, “La Strada”, “Le Notti di Cabiria”, “La Dolce Vita”, “Otto e mezzo”, “Roma”, “Amarcord”.
Un esempio dell’utilizzo del cromatismo nelle colonne sonore lo abbiamo nel tema principale di “Amarcord”. Ed è interessante notare come questo suo modo di comporre le melodie conferisca alle stesse un andamento particolare che crea percorsi a volte accidentati che arrivano comunque sempre alla logica conclusione. In questo modo però il viaggio si rivela molto più interessante.
La melodia del brano, suonata lentamente solo col pianoforte è questa.
Nella sua versione originale suona così.
Un altro aspetto evidente che si nota in questo brano è la grande capacità di orchestrazione da parte di Nino Rota
Orchestrare vuol dire scegliere gli strumenti più adatti a rendere una determinata frase musicale e anche il modo di accompagnarla. In questo caso si può notare come cambiando le combinazioni strumentali che eseguono il tema questo assuma, di volta in volta, colori e “sapori” diversi.

Del resto, come si dice nell’ambiente, Nino Rota “dava del tu” alla musica, non era solamente bravo, era un fuoriclasse.
Queta sua capacita di orchestrazione risalta moltissimo in un brano de “La Dolce Vita” nel quale suonano solamente gli strumenti a fiato dell’orchestra. La tecnica utilizzata si rifà a quella delle Big Band di jazz americane. Il tutto però viene accompagnato da un ritmo latino e questa commistione di suggestioni diverse rende il brano estremamente intrigante.

Come avete potuto ascoltare questa composizione è un capolavoro dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse sonore perché sfrutta i diversi colori che le varie sezioni orchestrali riescono a dare allo stesso tema.
Un altro esempio significativo , sia per l’uso del cromatismo che per la sonorità particolare ottenuta con un’orchestrazione che fa suonare l’orchestra quasi fosse una banda di paese, è il tema principale di un altro capolavoro sia come film che come colonna sonora, “8½”.

La melodia principale sembra semplice ma, in realtà, le note non sono mai esattamente quelle che dovrebbero essere. Sono sempre leggermente più acute o più gravi. Si tratta di appoggi cromatici che rendono la melodia difficile, ad esempio, da cantare correttamente. Se non si sta particolarmente attenti può capitare infatti di cantare delle note leggermente diverse alle quali manca quel carattere che invece è tipico di questa composizione.
La melodia, suonata come esempio solo col pianoforte, è questa.
A questo punto facciamoci trasportare da Nino Rota in questo mondo sonoro così caratteristico, allegro ma pervaso da una malinconia nemmeno troppo latente.
E anche in questo caso siamo nell’ambito della genialità.
Come dicevo in precedenza Nino Rota non è stato solamente un grandissimo compositore di colonne sonore, ma un grandissimo compositore a tutto tondo.
Per darvi un’idea della sua versatilità e della capacità di scrivere musica cosiddetta pura, non destinata cioè a commentare qualcosa o al servizio di altre arti, volevo farvi ascoltare un estratto dal “Concerto n.2 per violoncello e orchestra”. Si tratta del movimento lento, caratterizzato da un tema veramente struggente, quasi romantico nella concezione, che svela un altro aspetto della grandissima musicalità di questo compositore.
La capacità di passare con disinvoltura da un genere all’altro Nino Rota l’ha avuta anche grazie ai suoi maestri, tutti di grande esperienza ed umanità.

Tra questi bisogna menzionare il grande compositore Alfredo Casella, che aveva una mentalità estremamente aperta. Sovente invitava i suoi allievi a diventare prima di tutto buoni artigiani della musica, così come facevano i maestri di bottega del Rinascimento. Sua, ad esempio è questa affermazione:
“Giovani, imparate e, sino all’ultimo giorno, perfezionate l’arte vostra. Non vi proponete come meta il bello, né tanto meno il sublime. Ma mirate unicamente alla buona qualità ed alla perfezione assoluta del vostro lavoro. Il resto, compreso il bello ed eventualmente il sublime, verrà da sé”.

E a proposito di Nino Rota un altro maestro, tutt’ora attivo per fortuna, il grande direttore d’orchestra Riccardo Muti, ha fatto un’affermazione che mi ha molto aiutato a comprendere meglio il senso della musica e della poetica di questo grandissimo compositore:
“C’è nostalgia nella musica di Rota. Una specie di desiderio e di ricerca di qualcosa di perduto che si vorrebbe avere e non si trova. Ma c’è anche un senso del sorriso- È un sorriso non amaro ma è melanconico. Non è mai la grande risata volgare, aperta, solare. Rota non è mai solare. C’è sempre una sorte di nebbia intorno al sole”.
