La musica classica non serve solo a rilassarsi, tutt’altro.

Puntata numero novantanove

Gli piaceva correre lungo la tastiera e saltare da un capo all’altro di essa, premere con le dieci dita quante più note possibile, e proseguire in questo modo selvaggio fino a che per caso le mani non avessero trovato un punto di riposo“.

Questa frase è di Johan Nikolaus Forkel, considerato come il fondatore della moderna musicologia nonché primo biografo di Bach. Sono le parole con cui descrive il giovane compositore di Eisenach, fornendone così un ritratto abbastanza diverso dalla comune idea che tutti noi abbiamo di questo gigante della musica.

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Un comune modo di pensare riguardo la musica classica, uno dei luoghi comuni, dei miti da sfatare e che questo tipo di musica serva soprattutto per rilassarsi, per creare una clima, diciamo così asettico.  Spesso viene addirittura usata come “ambient music”, quasi ci trovassimo ad un happy hour, seppur di alto livello.

E soprattutto in un periodo come questo, durante le festività, navigando per esempio su YouTube si possono  trovare molti video con titoli accattivanti come : “10 brani di musica classica per rilassarvi” oppure “Musica classica per dormire o per la lettura” e così via.

Ora è indubbio che spesso molte composizioni che appartengono a questo genere di musica abbiano caratteristiche melodiche e ritmiche  particolarmente gradevoli all’ascolto. Se vengono ascoltate,  sarebbe meglio dire “sentite”, distrattamente si prestano ad essere usate anche come musica di sottofondo, mentre si svolgono altre attività. Ma anche nei brani  apparentemente più easy possiamo sempre trovare qualcosa che l’autore ha disseminato qua e là per tenere sveglia la nostra mente, per invogliarci a prestare un’attenzione non superficiale.

Questo è quello che differenzia la musica di spessore, diciamo così, da quella confezionata da chi vuole soltanto farne un prodotto commerciale. C’è sempre un indizio, un’idea da cogliere e sulla quale riflettere.

La musica, come tutte le arti del resto, sembra banale dirlo, è una rappresentazione dell’animo umano nella sua totalità. E’ stata composta, e lo è tutt’ora, da uomini e donne che amavano, gioivano, soffrivano, si disperavano, si arrabbiavano anche. E tutti questi sentimenti sono presenti nella musica dei grandi compositori, come in quella dei meno grandi.

Anche in musica abbiamo l’equivalente dei bellissimi dipinti che rappresentano paesaggi bucolici,  dei chiaroscuri dei ritratti del Caravaggio, dei girasoli di Van Gogh che sembrano una cosa ma se li guardi attentamente si rivelano altro, dell’urlo di Munch che ti scuote le viscere, dell’apparente semplicità dei naif o dell’astrattismo dei lavori di Kandinsky, uno che aveva, ad esempio, un rapporto molto stretto e viscerale con la musica.

Urlo di Munch

L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”.

E’ una delle frasi più significative del pittore russo e, ovviamente, riguarda anche la musica.

 Per  tutti questi motivi  volevo andare, in questa puntata un po’ particolare, controcorrente  rispetto a quello che si può ascoltare preferibilmente sui mezzi di comunicazione di massa o sulle varie piattaforme in questo periodo di festa. Volevo  proporvi, in accordo col titolo, dei momenti, diciamo  “heavy”, come si possono trovare anche nella musica cosiddetta classica. Sono, ovviamente, solamente alcuni esempi. Lo scopo non può essere quello di proporre una carrellata esaustiva, perché non basterebbero  ne una mollica, ne una forma di pane, ma ci vorrebbe tutta la panetteria per questo, e forse non sarebbe nemmeno sufficiente. E’ un viaggio, un piccolo viaggio, attraverso gli ultimo tre secoli, durante il quale troveremo anche autori insospettabili da questo punto di vista.

Ovviamente tenete presente che, soprattutto per quello che riguarda il periodo barocco,  vale quanto affermato da Mozart.  Lui sosteneva che la musica, anche nei suoi momenti più intensi e crudi, non dovesse mai offendere l’orecchio ma risultare sempre piacevole. Ovviamente nei secoli successivi, e soprattutto nel XX,  le cose cambieranno radicalmente, e del resto non poteva essere altrimenti.

La citazione fatta all’inizio riguardante il giovane Bach che si divertiva a “premere con le dieci dita quante più note possibile e proseguire in questo modo selvaggio” si riferiva in particolare ad un brano che tutti voi, immagino conosciate.

Organo a canne

Si tratta della “Toccata e Fuga in Re minore”, dalla quale partiamo.

E’ una composizione giovanile di Bach. Il termine “Toccata” all’inizio indicava un brano dedicato a strumenti come il liuto. Successivamente ha trovato la sua fortuna soprattutto su strumenti a tastiera come l’organo o il clavicembalo. Nel caso specifico si tratta, ovviamente, di una composizione per organo a canne come quelli che potete trovare in chiesa..

La “Toccata” in genere serve come preludio ad un altro tipo di composizione, in questo caso una “Fuga”. Il suo impianto è quasi sempre improvvisativo. A volte il suo scopo era, banalmente, quello di aiutare l’organista a scaldarsi le mani prima dell’esecuzione quando questa doveva avvenire, , magari durante l’inverno, in una di quelle magnifiche cattedrali tedesche male riscaldate.

Spesso quindi si trattava quindi di improvvisazioni che successivamente venivano fissate su uno spartito.

In questo caso stiamo parlando di una Toccata famosissima. Se la si ascolta attentamente ci si può rendere conto di come l’aspetto melodico e timbrico sia veramente qualcosa di potente. Fate anche caso alla bellezza del riverbero naturale presente nella cattedrale in cui è stata fatta la registrazione.

Toccata e Fuga in Re minore

Abbiamo già parlato di questo brano nella puntata n. 59 riflettendo sull’influenza che la musica di Bach ha avuto su molti autori sia di musica leggera che rock. Sono innumerevoli le riproposizioni, in tutti i vari generi di musica rock, di questo brano che è divenuto uno dei più famosi composti da Bach. E come avete potuto ascoltare si tratta di una composizione molto “massiccia” che non può certo funzionare come musica da ambiente.

Ma se è logico associare all’organo a canne da chiesa una musica molto di impatto, non lo è altrettanto se ci riferiamo ad altri strumenti, solitamente dolci e delicati come, ad esempio, gli archi.

Sempre nel periodo barocco abbiamo però Antonio Vivaldi, che già nella sua composizione di maggior successo , “Le Quattro Stagioni” e in particolare nel terzo movimento del concerto dedicato all’estate, utilizza gli strumenti ad arco in modo non del tutto usuale.

Caricatura di Vivaldi

“Le Quattro Stagioni” rappresentano uno dei primissimi esempi di musica a programma, cioè di composizioni che vogliono avere un carattere descrittivo. Tutti i concerti di questa raccolta sono preceduti e accompagnati, infatti, da sonetti la cui attribuzione è incerta anche se molti studiosi ritengono siano dello stesso Vivaldi. Questi componimenti descrivono sensazioni e immagini riferite alle stagioni che poi il compositore ha cercato di riproporre attraverso la musica.

In particolare questo terzo movimento, che parla di una tempesta, è accompagnato dai versi:

Ah che pur troppo i suoi timor son veri
Tuona e fulmina il cielo grandinoso
Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri”.

Questa è l’idea di un temporale estivo che Vivaldi aveva agli inizi del 700. Notate come gli archi, pur eseguendo qualcosa di melodico e accattivante, siano adoperati in modo anche abbastanza energico e aggressivo.

Estate

Ma una composizione molto significativa, a questo riguardo, sempre di Vivaldi, è quella riguardante la sua versione di un classico della musica barocca del quale abbiamo parlato proprio nella scorsa puntata, : “La Follia.

In una delle ultime variazioni  gli archi vengono usati con sonorità molto crude ed incisive, non usuali nel periodo barocco. Queste variazioni vanno ascoltate attentamente per rendersi conto di come Vivaldi sia riuscito a ricavare, dalla sua tavolozza, colori molto forti, indipendentemente dagli strumenti usati.

Consiglio di prepararsi all’impatto perché, nonostante si tratti solo di archi, è un brano molto “heavy”. Sembra di ascoltare Jimi Hendrix che incontra un gruppo di metallari molto arrabbiati perché hanno per le mani solo strumenti acustici.

Follia di Spagna – variazioni

In questo caso la convinzione di Mozart, della quale abbiamo parlato, sembra vacillare. Senz’altro questa composizione non ferisce l’orecchio ma, diciamo così, lo mette abbastanza alla prova.

Facciamo, a questo punto, un salto temporale fino agli inizi dell’800.

Nel 1815 un giovanissimo Franz Schubert compone un Lied intitolato “Erlkönig”, in italiano “Il Re degli Elfi”.  I Lieder sono composizioni per voce e pianoforte molto popolari nei paesi di cultura tedesca. Ne abbiamo parlato nella puntata n. 57 dedicata appunto ad uno dei Lied di Schubert, La Morte e la Fanciulla”.

“Il Re degli Elfi” racchiude temi molto cari al Romanticismo come la notte, la natura, il soprannaturale e, soprattutto, la morte.

I versi narrano di un padre che cerca di portare il proprio figlio moribondo, con una precipitosa cavalcata notturna, presso il vicino villaggio per prestargli soccorso. Il figlio, durante la corsa, afferma di vedere il re degli elfi che lo invita, dapprima dolcemente a seguirlo. Spaventatissimo si rifiuta e il re degli elfi decide di ricorrere alla forza per perseguire il suo scopo. La cavalcata prosegue sempre più frenetica fino alla destinazione quando il padre si rende conto che il figlio è già morto tra le sue braccia.

E’ un brano molto complesso, soprattutto per quello che riguarda la parte pianistica. Questo aspetto, tra gli altri, ha affascinato qualche tempo dopo un grandissimo virtuoso di questo strumento, come Franz Liszt, che lo ha riproposto per solo pianoforte.

Questa versione mette a dura prova la tecnica di qualsiasi esecutore ed è, in ogni caso, una composizione molto energica. Da notare soprattutto la mano sinistra che imita la cavalcata frenetica mentre alla destra è affidato il compito di tracciare le linee melodiche di tutti e tre i personaggi.

Il Re degli Elfi

E’ un brano bellissimo che va ascoltato sia in questa versione che in quella per voce e pianoforte di Schubert, il cui riferimento è il numero di catalogo D 328.

Franz Liszt

Ovviamente il secolo per antonomasia nel quale la musica ha spesso assunto un carattere molto veemente, forte, a volte crudo e non sempre piacevole secondo i canoni estetici classici, è il XX.

 Questo periodo storico che, soprattutto nella sua prima metà è stato uno dei più problematici e, per certi versi, peggiori della storia dell’umanità, ha influenzato tutte le arti, musica compresa, che hanno risentito di una situazione sociale, politica e culturale non certo idilliaca.

Uno dei brani più rappresentativi non solo dell’inizio del secolo ma di tutta la storia della musica è, senza ombra di dubbio il “Sacre du Printemps” di Stravinskij del quale parleremo tra un attimo.

Nello stesso periodo, cioè prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un compositore inglese, Gustav Holst, compose una suite intitolata “The Planets”. L’organico orchestrale previsto dalla composizione è, in linea coi tempi, veramente gigantesco. Ci sono, ad esempio, sedici suonatori di strumenti ad ancia, i cosiddetti legni, quindici ottoni, la famiglia degli archi è notevolmente rafforzata e il numero complessivo degli orchestrali è veramente considerevole.

Il primo brano di questa suite è esemplificativo. E’ molto conosciuto e si intitola “Mars” e sottotitolo “il portatore della guerra”.

Una delle cose che si possono notare ascoltando questa suite, e questo primo movimento in particolare, è quanto questa musica sia stata “saccheggiata” sia come idee che come citazioni letterali, da molti compositori di musica da film.

Si possono trovare, ad esempio, spunti che fanno parte delle musiche di “Star Wars”, oppure “Star Trek” oppure della saga di “Harry Potter”. Per quello che riguarda in particolare “Star Wars” la cui colonna sonora è stata composta da John Williams, “Mars” è stata senza ombra di dubbio una grande fonte di ispirazione. Verso il finale del brano, infatti, c’è un passo che è stato citato quasi letteralmente per uno dei film della saga.

Già dall’inizio si può capire quanto questa musica sia frenetica e portatrice dell’idea di guerra.

Mars da The Planets

La potenza dell’orchestra, in questo caso, è veramente devastante e se volete saperne di più la puntata di riferimento è la numero 43.

Arriviamo ora alla composizione forse più significativa da questo punto di vista che è, come accennato prima “Le Sacre du Printemps” di Stravinskij.

Il “Sacre” rappresenta uno dei momenti più significativi non solo del XX secolo ma di tutta la storia della musica. La traduzione in italiano è, purtroppo , orrenda, “La Sagra della Primavera”. E’ un titolo che sa di salsicce e salamelle vendute ad un festa di piazza. Sarebbe molto più opportuno chiamarla “Il Rito della Primavera”, ma tant’è.

Coreografia del “Sacre”

Per la prima volta, nella musica occidentale, il ritmo diventa la componente principale e ne abbiamo parlato in modo approfondito in ben due puntate, le numero 8 e 9.

Per capire il clima generale basta ascoltare questo estratto che si intitola “La Glorificazione dell’Eletta”. Qui ritmo, dinamica, e sonorità particolari sono di una potenza e bellezza impressionanti.

Sacre du Printemps

Questo è solamente un assaggio del clima che si respira in questa meravigliosa composizione nella quale sono presenti anche momenti più soft che, visto il loro numero esiguo, acquisiscono ancora più risalto e importanza.

E’ qualcosa di veramente grandioso e non saremmo mai abbastanza grati a Stravinskij per aver creato quest’opera d’arte.

Non cadete però nell’errore di pensare che questa aggressività si possa ottenere solamente utilizzando grandi orchestre.

C’è un compositore,  del quale abbiamo parlato nella puntata n. 24 a proposito del suo meraviglioso secondo movimento del terzo concerto per pianoforte, l’ungherese Bela Bartok che vi può subito far cambiare idea.

Bela Bartok

Nella sua musica, anche grazie alle radici culturali legate alla sua terra, , il ritmo è una componente estremamente importante. Tra le sue composizioni più significative e unanimemente riconosciute come fondamentali nella musica del secolo scorso ci sono i sei quartetti per archi.

Il quartetto d’archi costituisce l’organico classico della musica da camera. E’ composto da due violini, una viola e un violoncello cioè strumenti generalmente utilizzati anche in virtù del loro suono caldo e morbido che dipende molto dal materiale di cui sono fatti, il legno.

Bartok ha saputo utilizzare questo organico traendone combinazioni e sonorità molto aggressive ed aspre. Un esempio è l’ultimo movimento del suo “Quartetto n.4” nel quale la sonorità di questi strumenti è quasi irriconoscibile.

Bartok – Quartetto n.4

Ovviamente non è stato l’unico ad utilizzare il quartetto d’archi in questo modo. Anche un altro compositore suo coevo, il russo Dmitrij  Šostakovič, in uno dei suoi quartetti, il numero otto, ha utilizzato gli strumenti ad arco in un modo similmente aggressivo. Vi invito caldamente ad ascoltarlo, sempre se questa puntata ha suscitato in voi un po’ di interesse per questo aspetto così poco usuale e conosciuto della musica classica.

Ma visto che, in fondo in fondo, siamo buoni è che questa è l’ultima puntata dell’anno, volevo salutarvi e farvi gli auguri con un brano che rappresenta l’esatto opposto rispetto a quelli che abbiamo ascoltato finora

Finale – Vivaldi “Inverno” secondo movimento

Si tratta del secondo movimento del concerto dedicato all’inverno tratto da “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi. C’è un violino, accompagnato dal pizzicato degli altri archi, che viene utilizzato in un modo più canonico rispetto a quanto vi ho presentato fino ad adesso. La melodia che esegue è meravigliosa e da l’idea della neve che scende lenta e soffice. E’ estremamente adatto sia alla stagione  che per accompagnare gli auguri di buon anno che vi faccio di cuore.

Per concludere vi regalo quest’affermazione di Stravinskij che  descrive mirabilmente il ruolo e il compito di chi utilizza la musica per comunicare sensazione ed emozioni:

Abbiamo un dovere nei confronti della musica, inventarla”.