Notte stellata

Vincent Van Gogh

“Ogni forma artistica ha le sue regole che possono essere superate, ma prima vale la pena di padroneggiarle”

Puntata numero centotrentotto.

“L’arte è sempre più importante dell’artista, restituisce un’immagine migliore dell’essere umano che di solito ha i suoi pregi e difetti”.

“Bisogna avere il coraggio di non affezionarsi troppo alle cose che ci attraversano nella vita. Bisogna non confondere la coerenza con l’ostinazione. La coerenza è relativa al tempo in cui vivi”.

“Il mio obbiettivo è quello di imprimere un’immagine che ho io del mondo, non su una pellicola ma su un disco”.

“Qualunque sia la mia generazione io preferisco venire da un’altra”.

(Michele Salvemini in arte Caparezza)

Mentre scrivevo la puntata della settimana scorsa su “Rimmel” di De Gregori mi sono chiesto chi potrebbe essere un artista italiano, in questi ultimi anni, interessante sia a livello dei testi che per quello che riguarda l’aspetto più strettamente musicale. Insomma un artista che, a mio parere, possa stare al passo con i mostri sacri della musica leggera e della canzone d’autore dei decenni passati. Il nome che mi è venuto subito in mente, anche se è completamente diverso, come personaggio, musica prodotta e modo di approcciare il lavoro, sia da De Gregori che da altri importanti autori e cantautori, è quello di Caparezza.

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Ad alcuni di voi potrà sembrare strano questo accostare Caparezza, come autore, ad alcuni artisti che sono nella “Hall of Fame” della musica leggera italiana. Se avete un po’ di pazienza, però, cercherò di spiegarvi perché, secondo me, è un personaggio così interessante, intrigante, e i motivi per i quali è importante parlarne e, soprattutto, ascoltarlo.

Caparezza

Il mio incontro, musicale, con lui risale a circa una ventina di anni fa, quando fu pubblicato il suo secondo album intitolato “Verità Supposte”. All’interno di questo disco c’è una canzone, della quale parlerò tra poco, che mi ha colpito fin dal primo ascolto.

Ma procediamo con un po’ di ordine.

Caparezza nasce, artisticamente parlando, negli anni 90 con un altro nome d’arte, Mikimix.

All’inizio è come un qualsiasi ragazzo, lui è del 1973, che cerca di farsi strada nel mondo della musica e dello spettacolo anche senza avere quello che si dice il “sacro fuoco”. La sua passione principale erano, in realtà, i fumetti ma, come lui stesso ha ammesso, non essendo in grado di disegnare in modo soddisfacente, decise di dedicarsi alla musica. È interessante notare come in tempi recenti abbia comunque onestamente affermato: “Anche se non sapevo cantare, ho scelto la musica”.

Come Mikimix ha partecipato ai festival di Castrocaro e, successivamente, di Sanremo senza però riuscire mai a sfondare. Ebbe un certo successo all’estero, soprattutto in Francia ma in patria era, in realtà, un perfetto sconosciuto.

Si sentiva però come un pesce fuor d’acqua perché sopportava a fatica di fare ciò che gli veniva chiesto dalla casa discografica. Non voleva fare canzoni al solo scopo di incontrare i gusti del pubblico.

“Dovevo fare musica di un certo tipo, destinata a piacere, piuttosto che esprimere una personalità. Questo ha creato un conflitto.”

Questa affermazione è importante per cominciare a decifrare la sua personalità artistica. In essa è presente la motivazione che lo spingerà a scrivere dei testi con contenuti completamente diversi negli anni successivi.

Da questo conflitto, da questa insoddisfazione, è, in pratica, nato Caparezza, nome che rappresenta la sua più evidente caratteristica fisica: la folta capigliatura riccia. Fin da piccolo veniva chiamato così, essendo lui pugliese, di Molfetta in particolare.

Di Caparezza, nato artisticamente negli anni 2000, mi piacciono molte cose.

Innanzitutto pur essendo annoverato nella schiera dei “rapper” non è mai stato un ortodosso del Rap, come lui stesso ha più volte affermato. I suoi interessi musicali spaziano tra vari generi, i cui sapori ritroviamo nella sua musica. Le canzoni infatti contengono spesso spunti derivanti dal rock, dal pop e anche dalla musica etnica o popolare.

“Ero uno che andava per la sua strada”.

Questo spaziare tra varie suggestioni musicali è uno degli elementi, come si sarà ormai capito da tutte queste puntate, che più mi interessa e affascina negli artisti in generale.

Inoltre Caparezza possiede un “modo di stare sul tempo” a mio avviso veramente notevole. Il suo approccio ritmico è sempre puntuale, preciso e rispettoso della metrica e degli accenti tonici delle parole. È notevolmente più efficace, a mio parere, di quello della maggior parte dei suoi colleghi italiani del Rap o dell’Hip Hop, che a volte hanno, proprio nell’approccio ritmico, il loro tallone d’Achille.

Altro elemento fondamentale, che si evince dalla lettura dei testi, è la sua preparazione culturale non comune. Molti sono i riferimenti a personaggi storici, poeti e letterati, a fatti di cronaca passati e presenti, a usi e costumi sia dei decenni scorsi che attuali. il suo amore per i fumetti trova riscontro nel ricorrente riferimento a personaggi e situazioni che appaiono soprattutto in quelli di origine giapponese. In questo senso ricorda, in parte, perdonate il paragone, Quentin Tarantino che utilizza le stesse fonti di ispirazione per alcuni dei suoi film, vedi la saga di Kill Bill.

La sua profonda conoscenza della lingua italiana si evince dall’uso di rime, assonanze, giochi di parole. Le canzoni spesso contengono termini che hanno un significato palese e uno nascosto. Questo mi riporta alla mente un altro artista, non in ambito musicale, che fa del virtuosismo linguistico il mezzo per affrontare, in modo a volte leggero e ironico, tematiche profonde: Alessandro Bergonzoni.

Alessandro Bergonzoni

Spesso infatti Caparezza arriva a esprimere, nelle sue canzoni concetti importanti, e a volte, scomodi con estrema “nonchalance”. Il suo ricorrere a voli pindarici letterari costringe talvolta l’ascoltatore a seguire quanto lui racconta con  un po’ di ritardo, senza riuscire a cogliere immediatamente tutte le potenzialità dei versi che ascolta.

Spesso riesce in due versi a riassumere concetti e immagini che ad altri autori richiederebbero un numero di parole indubbiamente maggiore. Il dono della sintesi è un’altra delle sue caratteristiche più interessanti.

In ventiquattro anni di carriera ha prodotto solo otto album, a testimonianza di quanto spesso ha affermato:

“Io scrivo solo quando sento di avere qualcosa da dire”.

Anche questo è una considerazione che lo rende apprezzabile.

Come detto ho conosciuto musicalmente Caparezza quando è uscito il suo secondo album, nel 2003. A colpirmi non fu tanto il singolo più famoso, quel “Fuori dal tunnel” nato come brano volto a criticare il cosiddetto “divertimentificio” a tutti i costi. Tra l’altro il significato del testo venne travisato al punto che la canzone, vista la melodia accattivante, finì per essere proposta proprio nelle discoteche come puro e semplice divertimento, . Questa è un’ulteriore dimostrazione del fatto che, a volte delle liriche contenenti allusioni finiscono per essere totalmente fraintese.

Verità Supposte

Il brano che ha attirato la mia attenzione al primo ascolto si intitola “Follie Preferenziali”.

Secondo me si tratta di una delle più belle canzoni contro la guerra, se non la più bella, composte negli ultimi decenni, sia per i concetti espressi sia, soprattutto, per il modo di esprimerli.

All’inizio il testo denuncia come le guerre non scoppino per motivi religiosi ma per questioni meramente economiche. Poi viene affrontato il tema del terrorismo e di come gli uomini si sacrifichino rendendo invalidi se stessi e gli altri per fanatismo religioso. Inutile dire come questi contenuti siano validi ancor oggi forse più di allora.

Musicalmente l’inizio è molto cupo, in linea con l’argomento. Poi il ritornello, come vedremo, si apre ad uno spunto melodico.

Follie Preferenziali

Dopo la strofa entra il ritornello che è interessante e particolare. Come accade in molti suoi brani, i ritornelli di Caparezza hanno andamenti melodicamente interessanti. Spesso, nelle sue canzoni, troviamo un gusto per la costruzione melodica che è tipicamente italiano.

La parte veramente intrigante di questo ritornello sta, ovviamente, nel testo. È notevole l’uso di verbi che solitamente fanno riferimento ad azioni violente connaturate al concetto di guerra, adoperati però in modo da sottolineare azioni completamente diverse, legate alla vita di tutti i giorni. Questo dimostra capacità, inventiva, intuizione ed un immaginario veramente di grande livello.

“Non vengo con te nel deserto,
scusami se diserto ma preferisco…
 Preferisco ammazzare il tempo,
preferisco sparare cazzate,
preferisco fare esplodere una moda,
preferisco morire d’amore,
preferisco caricare la sveglia,
preferisco puntare alla roulette,
preferisco il fuoco di un obiettivo,
preferisco che tu rimanga vivo
”.

Follie Preferenziali ritornello

Dopo questo ritornello la musica scende di dinamica e si asciuga un pò. Questo serve per sottolineare un gruppo di versi molto interessanti:

“Gli uomini versano il tributo di nostalgie

 per epoche che mai hanno vissuto.

 la bandiera e il saluto, o con noi o stai muto.

Questo è il terzo millennio, benvenuto!
Chiedo aiuto a Newton, Isacco, come cacchio si fa

 a sopportare fatti di ‘sta gravità?
Anacronistica, la verità che viene a galla,
esperto di balistica misurami ‘sta balla”

Follie Preferenziali terza parte

Caparezza è anche un artista eclettico perché non affronta solamente temi impegnati con forti risvolti sociali, ma ama anche prendere in giro se stesso e i propri ascoltatori con canzoni più leggere ma sempre pungenti.

Tipico al riguardo è il brano “Kevin Spacey”, tratto dal suo album “Il Sogno eretico” del 2011. Entrambi i titoli, come potete notare, sono tutto un programma.

Premetto che è una canzone scritta alcuni anni prima del processo mediatico cui l’attore statunitense è stato sottoposto da mass media e opinione pubblica, a cause di accuse infamanti che, dopo le sentenze di alcuni processi, si sono rivelate del tutto infondate.

Il ritornello di questo brano presenta anche frammenti dell’audio che di solito si sente durante le premiazioni degli Oscar del cinema o di altri premi, cioè il classico: “The winner is….”.

Di fatto Caparezza costruisce la canzone utilizzando una serie di titoli di film dei quali, come si dice oggi, spoilera il finale o il momento clou. Sono tutti film popolari e molto famosi. Tra questi “Fight Club” che è il primo della lista, poi  “American Beauty”, “Armageddon”, “I Soliti Sospetti” “ Il Codice Da Vinci”, ”Il Curioso caso di Benjamin Button”, e molti altri.

Kevin Spacey

Dopo un’introduzione musicale che ricorda le sigle usate dalle Major americane all’inizio dei film di loro produzione, Il gioco e lo scopo di tutta la canzone   vengono svelati subito fin dai primi versi.

“Non per la politica dovete odiarmi,

Non per la voce nasale.

Ma per questo pezzo.

Adesso avete un motivo, avete un motivo! (ah ah)”.

Poi prosegue con : “In Fight Club Edward Norton ha le turbe, non esiste nessun Tyler Durden”, per poi parlare di“Shutter Island” con di  Leonardo di Caprio e di tutti gli altri film.

Il testo di questa canzone è frutto di un notevole virtuosismo letterario e, fatto di non secondaria importanza, è anche molto divertente da ascoltare, , tranne per chi, ovviamente, non ha mai visto i film citati.

Kevin Spacey

Per non smentirsi, però, anche in questo brano Caparezza fa alcuni riferimenti pungenti e precisi mandando frecciatine che prendono di mira sia il nostro cinema che gli show televisivi che sfruttano la spettacolarizzazione del dolore. I versi, al solito, sono fulminanti:

«Bruce Willis in The Jackal muore,
Come il cinema col cinepanettone.

In Profondo Rosso l’assassino è la madre.
In Psycho Norman è l’assassino della madre.
Se ti interessa il genere ti basterà guardare
Porta a Porta, primo canale
».

Kevin Spacey II parte

Ma esiste anche, ovviamente, un Caparezza. più intimo e riflessivo, anche, penso, in seguito all’avanzare dell’età. E nel suo album “Museica” del 2014 c’è un brano struggente, “China Town” incentrato sull’elogio dell’inchiostro, cioè dello strumento col quale l’umanità ha per secoli fissato le idee i propri pensieri, almeno fino all’avvento dell’era digitale.

“China Town” è il luogo ideale e immaginario presso il quale tutti coloro che vogliono esprimersi attraverso la scrittura desiderano recarsi.

Dal punto di vista musicale la canzone risulta emozionante con un’atmosfera completamente diversa da tutto quello che avete sentito finora. C’è un pianoforte acustico che arpeggia accompagnando il cantato creando una sonorità che ci proietta subito in un’atmosfera un po’ retrò dal sapore nostalgico.

Questi i versi iniziali:

“Non è la droga a darmi la pelle d’oca ma, 

pensare a Mozart che in mano ha la penna d’oca, là, 

sullo scrittoio a disegnare quella nota, fa, 

la storia, senza disco, né video, né social”.

China Town

Sempre intimo e riflessivo è un altro brano tratto da “Exuvia”, album del 2021, intitolato “La scelta”.

Ludwig Van Beethoven

Lui stesso così ne spiega l’idea:

“Ho immaginato di trovarmi davanti ad un bivio, due sentieri che si diramano dal bosco, ciascuno sponsorizzato da un guardiano. Il primo è Beethoven, (chiamato in italiano Ludovico ndr.) un musicista che ha composto fino alla morte nonostante sia stato continuamente bersaglio delle avversità, nonostante una dannata otosclerosi gli abbia impedito di godere del proprio talento rendendolo sordo a 30 anni per esempio. Un’ostinazione, la sua, che mi ha sempre rincuorato durante le crisi creative».

 Beethoven mi ha sempre indicato la strada della consacrazione all’arte. Di diversa opinione è l’altro guardiano, Mark Hollis dei Talk Talk, (chiamato Marco), un personaggio scomparso di recente, che amo, ma che cerca di dissuadermi dal fare della musica la mia ragione di vita. O faccio il tour o faccio il padre, avrebbe detto durante un’intervista. Mark ha abbandonato i lustrini dello spettacolo nel pieno della sua ascesa, dedicandosi sempre più di rado alla sua carriera discografica. Adesso tocca a me fare la scelta giusta».

Per inciso di Mark Hollis e dei suoi “Talk Talk” ho parlato nella puntata n.71, riferita in particolare ad un brano che a me piace molto: ”I Believe in You”

Mark Hollis

L’introduzione della canzone è una sequenza di musica elettronica, tipica del periodo di maggior successo dei “Talk Talk”, gli anni 80. Subito dopo, però, compare un pianoforte acustico che ci fa viaggiare immediatamente verso il mondo di Beethoven con struggente nostalgia. All’inizio il testo parla anche dell’atteggiamento del padre che ne voleva fare, senza riuscirci, un bambino prodigio ricalcando le orme di Mozart. Beethoven, come sappiamo, aveva altre qualità musicali che esplosero prepotentemente superata l’adolescenza.

“Da grande suonerò la “Pastorale”
Ora sul piano resto curvo come un pastorale.
Mio padre è d’umore un po’ grigio, mi vuole prodigio
Ma sono solo un bambino e c’è rimasto male.
Padre, lascia stare l’alcool, ti rovini
Sei severo quando faccio tirocini.
Io sono romantico, ma pure tu
Mi vedi solo come un mazzo di fiorini.
Sono Ludovico, culto, mito
Donne mi scansano come avessi avuto il tifo.
Troppi affanni, a trent’anni ho perduto udito
Tu mi parli e mi pari un fottuto mimo.
Se la mettiamo su questo piano la mia vita ha senso
Se la mettiamo su questo piano.
Quindi prendo lo sgabellino e lascio la corda
Canto l'”Inno alla gioia”
Perché vedo l’abisso, ma su questo, plano

Scrivo mille lettere, faccio rumore
Lotto col silenzio, ma ce la farò
Tengo la mia musica, lascio l’amore.
Io sarò immortale, la mia amata no”

La Scelta

Per chiudere questa carrellata del tutto incompleta sulla poetica sia letteraria che musicale di Caparezza, volevo parlarvi di un altro brano che mi ha fulminato, come è accaduto con “Follie Preferenziali” fin dal primo ascolto.

È tratto anche questo dall’album “Museica” e si intitola “Mica Van Gogh”.

L’idea alla base questa canzone sta nel considerare quanto sia sbagliato vedere Van Gogh solamente come un pazzo. Il tutto viene argomentato giocando sul confronto tra la personalità, le abitudini, e le frequentazioni del pittore olandese con quelle di un tipico rappresentante, giovane ma non solo, della società odierna occupato in attività molto meno interessanti e del tutto futili.

Da un punto di vista musicale il brano ci presenta un altro amore di Caparezza, quello per un rock sanguigno e imponente. Il connubio tra rock e rap si rivela molto intrigante e sostiene magistralmente la potenza del testo.

Vi consiglio di ascoltarlo leggendo il testo, perché c’è un continuo, e frenetico, alternarsi tra l’analisi dei comportamenti di Van Gogh e quelli del “moderno” rappresentante della nostra società. Senza le liriche a fronte, si rischia di perdere alcune delle chicche che, tra i versi, ci vengono offerte.

“Prima di dare del pazzo a Van Gogh sappi che lui è terrazzo, tu ground floor.
Prima di dire che era fuori di senno, fammi un disegno con fogli di carta e crayon.
Van Gogh, mica quel tizio là, ma uno che alla tua età libri di Emile Zola
Shakespeare nelle corde, Dickens nelle corde.
Tu, leggi manuali di DVD Recorder.
Lui, trecento lettere, letteratura fine.
Tu, centosessanta caratteri, due faccine, fine.”

Poi un verso, secondo me, bellissimo:

“Lui, London, Paris, Anvers
Tu, megastore, iper, multiplex
Lui, distante ma sa tutto del fratello Teo
Tu, convivi e non sai nulla del fratello Tuo
”

“Mica Van Gogh” inizio

Poi il testo prosegue:

“Lui olio su tela, e creò dipinti
Tu olio su muscoli, e gare di body building.
Lui paesane, modelle, prostitute.
Tu passi le notti nel letto con il computer.
Lui ha talento lo sai
Tu è un po’ che non l’hai.
Lui scommette su di sé
Tu poker online.
Lui esaltato per aver incontrato Gauguin,
Tu esaltato per aver pippato cocaine.
Lui assenzio e poesia,
Tu senza poesia.
Lui ha fede
Tu ti senti il messia
”.

Mica Van Gogh II parte

Poi, ad un certo punto, la musica scende di intensità dinamica, prendendosi un respiro, e Caparezza sciorina dei versi che sono, per me, dei capolavori:

“Ok, Van Gogh mangiava tubi di colore ed altre cose assurde,
Probabilmente meno tossiche del tuo cheeseburger.
Allucinazioni che alterano la vista,
Tu ti fai di funghi ad Amsterdam
Ma ciò non fa di te un artista”.

Io amo soprattutto questi:

“Tu in fissa con i cellulari,
Lui coi girasoli
Girare con te è un po’ come quando si gira soli”.

Mica Van Gogh III parte

Ascoltando questo brano mi torna alla mente un’affermazione della poetessa Alda Merini, che riguardo le problematiche che hanno afflitto Van Gogh, e non solo lui ovviamente, non aveva dubbi nel sostenere:

“Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione. E ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo, coinvolge il mistero di un’inaudita sofferenza, che non è stata colta dagli uomini”.


finale
Alda Merini

Volevo chiudere questa puntata con un altro verso tratto da un brano dell’ultimo disco “Exuvia”, intitolato “La Certa”.

Qui Caparezza impersona la morte, guardandola da un’angolatura molto particolare e coraggiosa, soprattutto considerando che si tratta del testo di una canzone. Ancora una volta dimostra piena coscienza di sé e di ciò che ritiene importante narrare.

Il verso sintetizza quello che è un comune atteggiamento, nei confronti di questa “Certa”, in un modo conciso che non lascia spazio ad equivoci di sorta:

“La vita è un lampo e tu ci arriverai in ritardo, come fanno i tuoni”.