A Musical Overture

Vasilij Kandinskij

Un album che dimostra come, anche utilizzando le più moderne tecnologie, si possa creare musica di alto livello.

Puntata numero centodue.

Una strana arte, la musica. E’ vaga come un sogno e precisa come algebra”.

Guy de Maupassant

Ho parlato alcune volte, anche nella puntata della scorsa settimana ,  dedicata all’album “Hounds of Love” di Kate Bush, dell’importanza che, nella musica moderna, hanno avuto e tutt’ora hanno gli strumenti elettronici ed in particolare i sintetizzatori e i campionatori.

Sono strumenti che da almeno quarant’anni fanno parte “dell’armamentario” di moltissime band nei più svariati generi musicali. Possiamo quasi dire che, ad esclusione del rock duro e puro e della musica prevalentemente etnica, quasi tutti gli altri tipi di musica siano  caratterizzati, nel bene e nel male, dall’uso di queste “macchine”.

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Per quello che riguarda i campionatori, in realtà, vi ho raccontato solo una mezza verità, perché  ho parlato esclusivamente di alcune delle funzioni che questi complessi strumenti possono eseguire.

In pratica vi ho detto che campionare significa poter registrare un qualunque suono o rumore, sia emesso da uno strumento che presente in natura,  e  successivamente assegnare il relativo file  ad un tasto di una tastiera simile a quella di un pianoforte. In questo modo premendo quel tasto si può riprodurre il suono registrato.

Campionatore AKAI anni 90

Ovviamente questo si può fare associando a qualsiasi tasto qualsiasi suono. E’ evidente che in questo modo le possibilità creative per un musicista, una band o un qualsiasi ensemble musicale si ampliano notevolmente.

Questa però è solo una pare della verità. In realtà i campionatori, come è ovvio per tutte le apparecchiature elettroniche, con il passare degli anni si sono evoluti enormemente.

Rispetto ai primi prototipi non solamente la qualità audio del “campione” è notevolmente migliorata ma queste macchine permettono di catturare intere porzioni o frasi musicali da una sorgente qualsiasi. Si possono campionare sezioni di una canzone conosciuta e anche modificarle adattandole alle esigenze creative dell’artista che le sta utilizzando.

Sono molti i generi di musica nei quali questa pratica è diffusa al punto da diventare quasi fondamentale nella composizione delle canzoni.

Magari qualcuno potrà storcere il naso pensando che il tutto voglia dire semplicemente rubare pezzi qua e là ed assemblarli insieme. Vi assicuro che non è così. Come in ogni campo  la tecnologia, se usata da menti creative ed artistiche, è un supporto valido e importante. Ovviamente  musicisti dotati di scarso talento utilizzeranno queste risorse in modo banale ed elementare, ma non è assolutamente il caso del gruppo e dell’album di cui ci occuperemo oggi.

In musica l’assunto fondamentale è che tutti gli strumenti sono, per l’appunto, solo strumenti . Quello che conta è da chi, e soprattutto come, vengono usati.

La storia di oggi comincia, più o meno, a metà degli anni 80 del secolo scorso, a Bristol, una cittadina inglese a sud-ovest di Londra, vicino al Galles.

The Wild Bunch

Qui un gruppo di quattro artisti, due DJ e due performer, prevalentemente cantanti rap, si riuniscono in un gruppo che chiamano “The Wild Bunch”, il “Mucchio Selvaggio”. Creano un “Sound System” col quale animano delle serate musicali. Uno di loro, Robert “3D” Del Naya, di origini napoletane da parte di padre, è una figura realmente interessante. Alcuni sostengono, infatti, si tratti nientemeno che del famoso “street artist” Banksy, la cui identità è ufficialmente sconosciuta. Spesso infatti i due sono stati avvistati nello stesso luogo e il fatto che anche Del Naya sia a sua volta uno street artist, sembra avvalorare tale ipotesi.  In pratica, scherzando un po’, potremmo dire quasi una vicenda alla Superman e Clark Kent.

Robert 3D Del Naya

La musica di riferimento di “The Wild Bunch” era l’Hip Hop che in quegli anni stava vivendo un periodo di forte espansione. Ciò che loro proponevano aveva tutte le caratteristiche di questo genere, il modo particolare di stare sul tempo, i campionamenti di ritmi molto sincopati e le linee melodiche prevalentemente parlate. Ma l’essere inglesi garantiva loro anche un background diverso. Tra le loro influenze si contavano anche la musica reggae, il soul anni 70 e cosa del tutto particolare, una spruzzatina di Jazz.

Altro aspetto fondamentale era il campionamento di canzoni che non fanno parte della cultura nera americana. Il rock e la musica bianca rientravano, infatti, nei loro interessi.

Nel tempo emerge anche un’altra caratteristica. La velocità dei brani rallenta progressivamente. I battiti al minuto (bpm-beats per minute) infatti cominciano ad avere un “range” che va dai 60 ai novanta. Il risultato è una musica non ballabile. Il ritmo diventa ipnotico e avvolgente. Le linee vocali vengono quasi sussurrate, contrariamente a quanto avviene per l’Hip Hop. Infine la sonorità generale viene curata tantissimo e diventa quasi il loro marchio di fabbrica.

Tutte queste caratteristiche, e il successo ottenuto nelle loro uscite, favoriranno la trasformazione di questo “ensemble” in qualcosa di più stabile al punto che, agli inizi degli anni 90, il gruppo cambierà nome prendendo quello di “Massive Attack”.

Massive Attack

Nel 1991 pubblicano il loro primo LP intitolato “Blue Lines”.

E’ un esordio che sconvolge il panorama musicale di quegli anni. Si tratta di qualcosa di veramente innovativo ed originale. Il suono è inconfondibile e la loro musica, come capita sovente, viene subito etichettata. Nasce così il Trip Hop, genere che non rinnega le proprie origini ma propone qualcosa di realmente diverso e, soprattutto “inglese”.

Cominciamo quindi a prendere confidenza con questa musica.

Uno dei brani più significativi del loro primo album si chiama “Unfinished Sympathy”, e suona così.

Unfinished Sympathy

Da notare che le parti vocali sono estremamente importanti al punto da essere affidate a vocalist diverse per ogni album del gruppo. In “Blue Lines” la voce è quella di Shara Nelson.

Per capire l’utilizzo fatto della tecnica del campionamento è importante sottolineare che i Massive Attack non solo utilizzano le parti ritmiche dei brani che ritengono interessanti ma campionano anche linee melodiche.

Nell’esempio che avete appena ascoltato la linea vocale presente all’inizio è presa da un brano di un gruppo molto importante di Jazz-fusion degli anni 70 la “Mahavishnu Orchestra” del chitarrista John McLaughlin. La composizione, del 1976, si intitola “Planetary Citizen” e il campione vocale si trova all’incirca intorno al cinquantesimo secondo. Il genere è lontanissimo da quello dei Massive Attack il che testimonia la loro curiosità e l’interesse per i tipi di musica più vari.

Planetary Citizen

Se adesso riascoltiamo “Unfinished Sympathy”, potremmo riconoscere il campione e l’utilizzo che il gruppo ne ha fatto.

Unfinished Sympathy

E’ del tutto evidente come questo campione sia stato utilizzato in modo creativo ed inserito in una composizione originale che prevede un particolare arrangiamento di archi e un andamento ritmico del tutto diverso. Ancora una volta la tecnologia viene messa al servizio della creatività.

E’ interessante sapere che alcune copie di “Blue Lines” sono state, in realtà, pubblicate solo col nome “Massive”. In quel periodo era infatti scoppiata la Guerra del Golfo e qualsiasi riferimento alla guerra o a qualcosa di violento non veniva visto di buon occhio, compreso il termine “attack”. Solo alla fine delle ostilità il gruppo poté riprendere il nome originale.

Dopo un esordio così importante il gruppo pubblica, passati tre anni , il secondo album dal titolo “Protection”.

Sarà una pietra miliare di questo genere diventando un punto di riferimento per molti artisti del periodo.

Come era già capitato nel primo disco, nella title track di questo secondo album vengono campionate, oltre alle parti ritmiche, anche elementi fondamentali che danno un’impronta particolare alla composizione. Ad esempio alcuni accordi di chitarra elettrica vengono presi da una canzone del re del soul, James Brown,  il cui titolo è “The Payback”.  La parte di chitarra che viene campionata si trova all’inizio del brano.

“The Payback” di James Brown

Questi accordi sono stati inseriti nel brano “Protection” che, come potrete sentire ha un sapore completamente diverso rispetto a quello di James Brown, a ulteriore riprova della creatività del gruppo. In questo caso la voce è quella di Tracey Thorn.

Protection

Qualcuno potrebbe confondere questa musica, ascoltandola distrattamente, con generi sottofondo tipo “lounge music” o affini. In realtà la cura dei dettagli, la ricerca delle sonorità e la costruzione dei brani rendono queste composizioni molto significative e meritevoli di un  ascolto attento.

Un’altra perla di questo album è “Karmacoma”. Qui la tecnica del campionamento raggiunge vertici  di assoluto valore.

La parte ritmica è presa da una tipica produzione indiana di “Bollywood”. È un brano dei primi anni 90 di una cantante di nome Alka Yagnik.

Alka Yagnik

La vera chicca consiste però in una frase melodica che sembra quasi eseguita da uno strumento. In realtà, si tratta di una voce umana. E’ stata estrapolata da una delle puntate di una serie televisiva riguardante le popolazioni andine. In una di queste un nativo sfrutta una tecnica vocale nota come “diplofonia” che permette di eseguire due suoni contemporaneamente con la voce che solitamente è uno strumento monofonico. È una tecnica particolarissima resa famosa anche da un grande cantante italo-greco di nome Demetrio Stratos.

Demetrio Stratos

Se ascoltate attentamente il file che segue vi indico quando sono stati utilizzati questi due campioni nel brano Karmacoma.

Il punto più alto della produzione musicale dei Massive Attack arriva, secondo me, nel 1998 con la pubblicazione del loro terzo album, “Mezzanine”.

Questo disco rappresenta una svolta. Si perdono infatti le influenze soul e jazz in favore di un approccio più attento al rock bianco. Questo provoca frizioni  e alcune defezioni all’interno del gruppo. I Massive Attack rimangono in due ma la responsabilità di questo lavoro ricade quasi interamente su Robert “3D” Del Naya.

Elisabeth Frazer

Viene scelta come vocalist la cantante dei “Cocteau Twins”, Elisabeth Frazer, in possesso di un timbro vocale meraviglioso. Altro aspetto innovativo è l’inserimento di musicisti che suonano strumenti  reali che vengono utilizzati insieme ai campioni.

I brani di questo album rappresentano uin caleidoscopio di influenze diverse. Oltre ai campionamenti di musica black abbiamo quelli di musica rock o wave anni 80 tipo i “Cure”  i “Depeche Mode” o Siouxsie and the Banshees

Uno dei brani più importanti, “Angel”, ha alcuni momenti che lo avvicinano al rock e ha una tensione ritmico-melodica molto pronunciata. La linea di basso è potentissima e molto scura e la batteria aumenta di dinamica lentamente. Per contrasto il cantato è quasi un salmodiare ritmico. Il tutto contribuisce a creare un’atmosfera cupa ma al contempo, estremamente intrigante.

È incredibile come tutto questo album, registrato più di venticinque anni fa, suoni ancora molto moderno e attuale.

Questa è Angel.

Angel

Probabilmente il vero pezzo forte dell’album è “Teardrop”. Se complessivamente in questo disco  i Massive Attack usano un vocabolario “noir”, questo brano rappresenta quello che si potrebbe definire uno squarcio di luce.

Il livello di accuratezza qui è fenomenale. La dinamica, la scelta dei suoni, il timbro della voce, l’andamento ritmico morbido ma incisivo, sono portati ad un livello di perfezione assoluta.

Secondo me gli aspetti fondamentali sono due.

Il primo riguarda il suono generale. Il brano è stato composto lavorando sulla diversità delle frequenze. I bassi sono molto profondi, come la cassa della batteria e le note gravi del piano che hanno una sonorità massiccia. Contemporaneamente ci sono delle frequenze acute prodotte dalle bacchette della batteria sul bordo metallico del rullante e dall’arpeggio di tastiere che suona molto metallico e staccato. In pratica all’inizio abbiamo solo bassi e acuti, mancano le frequenze di mezzo. E’ una scelta che crea una sorta di  “buco sonoro” che serve a far  risaltare l’entrata della voce femminile che va ad occupare proprio quelle frequenze e quello spazio.

Infatti quando entra la voce meravigliosa di Elisabeth Frazer, col suo timbro sottile e delicato, l’effetto è spettacolare e tutte le scelte sonore fatte fino a quel momento trovano un senso compiuto.

Teardrop

L’altro aspetto per me notevole di questo brano è la maestria che i Massive Attack dimostrano nel saper togliere elementi, anziché aggiungerne, per creare tensione emotiva. Generalmente la modalità più ovvia con la quale procedere per dare intensità ad un brano è aggiungere elementi. Di solito si procede inserendo un tappeto di tastiere  o una sezione d’archi. A volte si introduce una chitarra o si chiede al batterista di enfatizzare il ritmo magari usando i piatti, si può aggiungere una seconda melodia e così di seguito.

In questa canzone si parte in modo scarno, con pochi suoni. Quando poi si aggiunge la voce l’attenzione dell’ascoltatore viene mantenuta togliendo elementi e impoverendo, a volte, la sonorità generale. E’ la stessa tecnica che si utilizza quando per far ascoltare ciò che si sta dicendo, invece di alzare la voce si fa esattamente l’opposto costringendo chi ascolta a prestare maggiore attenzione.

Questa è l’esemplificazione di tutto ciò.

Teardrop II

Un esempio eclatante di questo modo di procedere lo abbiamo al termine della linea vocale quando, dopo gli unici acuti di Elisabeth Frazer, la canzone invece di esplodere sembra racchiudersi su sé stessa. L’effetto è meraviglioso.

Teardrop III

Dopo l’album “Mezzanine” i Massive Attack produrranno altri due album in studio , “100th Window” ed “Heligoland” più la colonna sonora del film “Danny the Dog” del 2005. In pratica la loro produzione consta solo di cinque album con l’aggiunta di una colonna sonora. E’ comunque difficile trovare un gruppo che abbia mantenuto, durante la carriera, un livello qualitativo così elevato. Tutti gli album, infatti, sono estremamente interessanti e meritano un  ascolto attento e, passatemi il termine, “curioso”.

Massive Attack live

I Massive Attack sono l’esemplificazione di quanto sia importante essere originali nelle proprie proposte musicali. Hanno dimostrato come, al giorno d’oggi, la musica possa essere composta utilizzando  le tecnologie più all’avanguardia così come  strumenti tradizionali, elettrici ed acustici. Sono la prova che quello che conta sono gli uomini e gli artisti che usano questi strumenti e che è la creatività a fare la differenza.

Ascoltando la loro musica mi  sono ricordato di una frase dello scrittore francese Pascal Quignard:

“Quando passiamo il tempo a fare o ad ascoltare musica, qualcosa, nel tempo, cessa di passare.”