Molti di noi hanno avuto un Tom Frost nella vita.

Puntata numero centootto

Qualche giorno fa ho letto un commento riferito ad un brano musicale, su YouTube, che mi ha molto colpito:

“La musica è talmente potente che ti fa provare nostalgia per cose e situazioni che non hai nemmeno vissuto”.

Questa frase si può adattare perfettamente alla musica di uno dei più importanti e carismatici artisti del nostro tempo.

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È un cantautore, anche se questa definizione  è molto riduttiva, dal quale non si può prescindere per quanto riguarda la musica che generalmente viene chiamata leggera.

Per lui la definizione “genio e sregolatezza” calza a pennello. È l’espressione in musica di una cultura anarchico-libertaria comune a molti intellettuali americani degli anni 50-60 e oltre, da lui appoggiata non per convenienza bensì per profonda convinzione. Questa convinzione si rifletteva, soprattutto agli inizi, in uno stile di vita ai margini di quelle che erano le convenzioni sociali in voga nell’America del dopoguerra.

È un artista di culto che ha avuto un successo certamente non immediato. Pur avendo cominciato la carriera agli inizi degli anni 70 ha raggiunto infatti riconoscimento e fama internazionali solamente verso la metà degli anni 90.

Tom Waits

Il suo nome è Tom Waits, cantautore ma anche attore teatrale e cinematografico, autore teatrale e compositore di colonne sonore. La sua attività artistica si è quasi sempre svolta in un circuito indipendente e  alternativo rispetto al mainstream imperante negli U.S.A.

In Italia è considerato, senza ombra di dubbio, un artista di nicchia.  Nonostante ciò ha avuto un momento di fama anche da noi dovuto alla sua partecipazione, come attore, al primo film “americano” di Roberto Benigni, “Down by Law”, per la regia di Jim Jarmush, verso la fine degli anni 80.

Tom Waits – Roberto Benigni – John Lurie

Parlare di Tom Waits significa anche affrontare, per l’ennesima volta in queste puntate, il tema dell’incredibile importanza che, in musica, ha il suono.

Uno degli aspetti più caratterizzanti della produzione musicale di Tom Waits, prima ancora del tipo di musica o del significato delle liriche delle sue canzoni, è, infatti, il suono della sua voce.

È un suono penetrante, particolare e inconfondibile. La sua voce, infatti, ci sembra arrivare annerita dal fumo di mille sigarette e annegata nell’alcool di molte bottiglie di whiskey.

Definirla rauca o graffiante a volte è quasi un eufemismo. È una sonorità, senza ombra di dubbio, molto interessante ma che può suscitare in qualcuno anche un senso di fastidio perché è estremamente cavernosa e gutturale. Tutta la sua produzione ne è caratterizzata, con alcune eccezioni, come vedremo.

Narra la leggenda che per ottenere una sonorità di questo tipo si sottoponesse, soprattutto all’inizio della sua carriera ad un rito che prevedeva, prima di salire sul palco, l’utilizzo di grandi quantità di alcool e sigarette nonché sessioni di urla protratte per una decina di minuti. Onestamente non so dire se questa sia verità oppure una leggenda metropolitana. Sta di fatto, però, che la sua è una voce del tutto personale e indubbiamente inconfondibile, nel panorama della musica leggera.

Tom Waits nasce nel 1949 a Pomona, una cittadina californiana. Si trasferisce da piccolo con la famiglia dapprima a San Diego e successivamente a Los Angeles. Purtroppo i suoi genitori si separano durante la sua adolescenza ovviamente non senza contraccolpi per il piccolo Tom.

Vista la passione per la musica comincia da giovanissimo ad esibirsi in locali di secondaria importanza tra i quali la pizzeria dove lavora di giorno come cameriere e dove canta la sera accompagnandosi col pianoforte  e la chitarra.

Un bel giorno, come si usa dire, accade qualcosa che è in perfetta sintonia con quello che viene chiamato il “sogno americano”, qualcosa che, di solito, si verifica solo nei film.

Mentre si sta esibendo per la prima volta in un locale di una certa importanza, il “Troubadour”, solitamente frequentato da artisti di una certa fama, viene contattato da un produttore discografico di un’importante etichetta, la “Asylum Records”, che gli propone di incidere un disco.

Apro una piccola parentesi al riguardo. Questo è esemplificativo del fatto che una volta le case discografiche avevano, e questo accadeva anche da noi,  dei “talent scout” che giravano per i locali alla ricerca di artisti emergenti da scritturare.  Questo non accade più. Oggi le case discografiche si limitano a raccogliere i risultati di quello che viene proposto dai vari talent televisivi, a dimostrazione del loro scarso, per non dire nullo, interesse ad investire su personaggi che non abbiano già un riscontro di pubblico.

Joni Mitchell e David Geffen

L’incontro con questo produttore, di nome David Geffen,  frutta a Tom Waits  l’incisione del primo album per un’etichetta che aveva nella sua scuderia  artisti come Linda Rostadt, Joni Mitchell, Bob Dylan.

Il primo disco esce nel 1973 col titolo “Closing Time”.

Non sarà il suo più grande successo e, probabilmente, nemmeno il suo disco più importante. Altri sono i suoi lavori più universalmente riconosciuti e famosi. Tra questi “Blu Valentine” del 1978, oppure il trittico degli anni 80 “Swordfishtrombones” del 1983, “Rain Dogs” del 1985 e “Franks Wild Years” del 1987.

Ma “Closing Time” è l’album di cui vi parlerò oggi, per una serie di motivi importanti.

Uno di questi, forse il più significativo, è che al suo interno c’è una canzone che è la perfetta traduzione in musica di quel commento cui facevo riferimento all’inizio.

Per prima cosa c’è da dire che è singolare il fatto che un artista al suo esordio intitoli il primo disco “Closing Time” che vuol dire “orario di chiusura”. Questo da già un po’ l’idea del personaggio.

L’idea di fondo di Tom Waits era che questo album rispecchiasse il tipo di musica che lui faceva dal vivo. Amava molto il jazz e le atmosfere intime caratterizzate dalla voce accompagnata dal pianoforte. Ma il produttore che gli fu affiancato voleva anche introdurre venature folk e country in funzione di una maggior vendibilità del prodotto. Questo fatto causò qualche discussione riguardo alla direzione che il lavoro doveva prendere. Il risultato è un disco dai molti sapori. Vi ritroviamo del jazz, brani più country, venature di blues e folk e anche ballate intime guidate dalla voce e dal pianoforte.

Bisogna notare che la qualità vocale di Tom Waits è già perfettamente riconoscibile, molto calda e personale, ma non è ancora così rauca e graffiante come nei successivi lavori. Questo favorisce, a mio avviso, un approccio un po’ più soft a coloro i quali non lo conoscessero ancora.

Bisogna tenere sempre presente, man mano che si parlerà dei vari brani e soprattutto di quello oggetto di questa puntata, che quando ha inciso questo disco Tom Waits aveva solo ventiquattro anni. Questo rende le cose ancora più interessanti e fa veramente riflettere sulla sua maturità artistica, una maturità che risulta evidente anche un’analisi dei testi delle canzoni.

Il disco si apre con uno dei brani in cui i sapori country e folk sono più evidenti. Il Titolo è “Ol’ ‘ 55” e si rivelerà una delle canzoni di maggior successo di tutto il lavoro. Il motivo è anche dato dal fatto che questo brano è stato oggetto di una cover, un paio di anni dopo, da parte di uno dei gruppi più in voga sulla “west coast” americana in quegli anni, gli “Eagles”.

Eagles

Tom Waits non fu assolutamente contento di questa cover e espresse il suo disappunto in modo estremamente sarcastico e pungente:

Gli Eagles sono emozionanti come vedere la vernice che si asciuga. I loro album sono ottimi per tenere la polvere lontano dal piatto del giradischi”.

È un giudizio molto “tranchant” ma, in effetti, confrontando le due versioni ci si può forse rendere conto di quello che realmente intendeva Tom Waits.

La versione del brano introduttivo di “Closing Time”, “Ol’ ‘55”, una tipica ballad americana, è la seguente.

Ol’ ’55

Per quello che riguarda la sonorità generale possiamo dire che sembra quasi una presa del suono in diretta, enfatizzata dal conteggio presente all’inizio. Questo in realtà è un escamotage che poteva tranquillamente non esserci ma che è stato inserito per dare l’idea di un brano  registrato quasi dal vivo, come se il gruppo stesse suonando in un locale.

Gli Eagles hanno preso la canzone, l’ hanno per così dire, messa in lavatrice a 90 gradi togliendo tutte le imperfezioni, le sbavature e le sonorità più crude. Hanno anche utilizzato l’ ammorbidente confezionando un prodotto tipicamente “easy listening”. Il risultato è gradevole ma, com’è evidente, manca tutto il pathos della versione di Tom Waits.

Ol’ ’55 Eagles

Bisogna comunque considerare il fatto che rivisitare i brani di Tom Waits è un compito da far tremare le vene ai polsi. Quasi sempre le cover che sono state create non reggono il confronto con l’originale. Questo è capitato anche ad artisti di grande fama ed esperienza come Rod Stewart o Tim Buckley, il padre di Jeff Buckley, che ha affrontato il brano di cui ci occuperemo in particolare, “Martha”, tratto da questo album. La sua versione, a mio parere ovviamente del tutto opinabile, non è completamente riuscita.

Molto importanti, in tutte queste canzoni, sono, ovviamente, le liriche. Testimoniano infatti la profondità di pensiero e la maturità artistica di Tom Waits pur in giovane età.

Uno dei testi più significativi è quello di “I Hope i don’t fall in Love with You”, “ spero di non innamorarmi di te”.

I Hope i don’t fall in Love with You

Spero di non innamorarmi dite,

perché innamorarmi mi rende triste

mentre la musica suona e tu mi apri il tuo cuore

ho una birra in mano e ti sento chiamarmi

e spero di non innamorarmi di te

Poi, nel proseguo della storia all’interno di un locale:

E vedo che sei sola come me

Mi giro a guardarti e tu mi guardi a tua volta

Il ragazzo con cui stai si è alzato ed è andato via

E la sedia accanto a te è libera

E spero che tu non ti innamori di me”.

E verso la fine:

“È l’ora di chiusura e la musica sta finendo

L’ultima chiamata per un drink

Mi giro a guardarti e non ti trovo da nessuna parte

Cerco il tuo viso perduto

Immagino che farò un altro giro

E penso di essermi appena innamorato di te”.

Come accennavo precedentemente, nel disco sono presenti anche brani molto più jazzy come “Midnight Lullaby” o “Ice Cream Man”, “Little Trip to Heaven” o lo stesso “Closing Time”.

Per meglio assaporare l’atmosfera fumosa di un locale della west coast dell’inizio degli anni 70, volevo farvi ascoltare un brano di questo tipo. Si intitola “Virginia Avenue” e il sapore jazz  in questo caso è enfatizzato dalla sonorità di un contrabbasso e  dal colore di una tromba con la sordina che ricorda, vagamente, Miles Davis.

Virginia Avenue

In questo album sono presenti anche due brani quasi esclusivamente voce e pianoforte. Uno dei due è appunto “Martha”, una canzone veramente interessante.

A mio parere il testo è meraviglioso ed è incredibile sia stato concepito da un ragazzo di 24 anni.

Racconta di una telefonata che un uomo ormai anziano fa  a quello che è stato l’amore della sua vita. La maturità e l’accettazione della realtà e delle cose della vita sono veramente notevoli.

Questo è l’inizio:

“Operatore ( in pratica il centralino) vorrei un numero.

Sono passati così tanti anni.

Ricorderà la mia voce mentre io combatto le lacrime?

Hello, hello, è Martha? Io son o il vecchio Tom Frost.

Sto chiamando da molto lontano e non ti preoccupare per il costo della chiamata.

(in America in quegli anni si poteva addebitare il costo al destinatario)

Sono passati quarant’anni o più, Martha ti prego, ricordati.

E potremmo anche incontrarci per un caffè

Per parlare di tutto (l’amore evidentemente non tiene conto delle distanze)

Poi nel ritornello:

“Quelli erano i giorni delle rose, delle poesie e della prosa.

E Martha tutto quello che avevo eri tu

E tutto quello che tu avevi ero io.

Non c’erano domani e impacchettavamo i nostri dispiaceri

Per tenerli per i giorni di pioggia”.

Musicalmente è un brano abbastanza semplice. È reso interessante dalla presenza di un pianoforte leggermente scordato, quasi honky –  tonk, carico di un effetto di riverbero che lo rende più lontano rispetto alla voce, molto presente e in primo piano.

Il tocco di classe però lo abbiamo nel ritornello. Qui per enfatizzare il testo che è la parte più poetica e riguarda i momenti  più belli vissuti, Tom Waits sferra quasi un colpo basso all’ascoltatore. Il brano prende praticamente le caratteristiche di un valzer costringendo la memoria di chi ascolta a viaggiare tra i ricordi.

Questo è l’inizio del brano.

Martha inizio

Poi il testo prosegue:

“Io sono molto più vecchio e sarai molto più vecchia anche tu.

Poi un pensiero delicato

Come sta tuo marito, e come stanno i ragazzi?

Lo sai, sono stato sposato anch’io.

Sono contento tu abbia trovato qualcuno che ti fa sentire sicura,

Perché eravamo così giovani e pazzi,

Adesso siamo più maturi”.

Poi ancora il ritornello

Quelli erano i giorni delle rose, delle poesie e della prosa……”

Martha seconda parte

“Sono sempre stato così impulsivo e penso di esserlo ancora,

ma ciò che veramente importa è che allora ero un uomo.

Poi una frase molto toccante:

“I guess that our being together was never meant to be”

Che si può tradurre con

“Penso non fossimo destinati a stare insieme”

“Martha, Martha, ti amo non lo vedi?”

Il testo finisce con un’altra frase emozionante:

I remember quiet evenings trembling close to you

“Ricordo le quiete serate e io che tremavo vicino a te”

Martha finale

L’arrangiamento, come avete potuto notare, è estremamente scarno. Solo nei ritornelli compaiono degli archi, che però sono abbastanza discreti e proprio nell’ultimo inciso si sentono delle voci in sottofondo quasi a rappresentare i ricordi.

Ribadisco ancora che il testo è stato scritto a 24 anni ed è una riprova di quanto detto all’inizio. La musica ti fa provare nostalgia anche per situazioni che magari non hai nemmeno vissuto. Penso che molti nella propria vita abbiano avuto un Tom Frost in gioventù ma una telefonata del genere, quarant’anni dopo, pochi, secondo me, l’hanno ricevuta.

In ogni caso è un testo che arriva nel profondo e che apre i cassetti dei ricordi e delle emozioni, vissute o sognate.

Anche una vocalità del genere contribuisce ad aumentare l’effetto emotivo del testo.

Finale

Del resto, come ha affermato Neil Young, introducendo Tom Waits nella “Rock’n’Roll Hall of Fame”,…..”Abbiamo solamente cercato di descrivere un uomo che è indescrivibile”.

E se lo dice Neil Young……

Tom Waits è anche famoso per i suoi aforismi fulminanti e volevo lasciarvi con un paio di questi.

Preferisco un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizioni altrui”.

Il secondo che sembra  più leggero ma non so quanto lo sia realmente:

Un vero gentiluomo è qualcuno che può suonare la fisarmonica, ma non lo fa”.