In pratica il primo lavoro solista di quella che è stata la cantante dei Portishead. Un album intrigante e pienamente maturo.

Puntata numero centoventitré.

Il fardello della vita non ci lascerà soli E non è mai il momento giusto quando stai barattando il sole”.

Questo è un verso tratto  dalla canzone “Burden of Life”  inserita nell’ultimo album della cantante e autrice britannica Beth Gibbons intitolato “Lives Outgrown”.

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Penso che sia inutile girarci intorno ma il momento che sta vivendo la musica leggera in questi anni non è certamente uno dei migliori.

Siamo infatti sommersi da molti brani che si possono definire definire piacevoli , ammiccanti, spesso  estremamente orecchiabili.  La loro finalità  però sembra quella di essere solamente facili da ascoltare e abbastanza disimpegnati. In definitiva sono confezionati   in modo che il pubblico non si faccia eccessive domande o si ponga troppi  problemi.

Il fine ultimo di queste canzoni è, in pratica,  quello  di offrire un divertimento disincantato e, di conseguenza, abbastanza superficiale.

Ovviamente questa non è una novità perché anche in passato molte canzoni di musica leggera di successo avevano caratteristiche di questo tipo, E in questo non c’è nulla di male, lungi da me  affermare è il contrario . Il problema  però è che rispetto a qualche, diciamo, decennio fa è venuta a mancare una produzione musicale che pure in ambito leggero abbia dei contenuti un po’ più rilevanti sia per quello che riguarda i testi che per la musica,  che magari possa anche arricchire da un punto di vista emotivo e culturale l’ascoltatore facendolo divertire in modo un più, diciamo così, consapevole.

Certo ci sono produzioni musicali interessanti anche oggi ma bisogna andare a cercarsele , come si suol dire,  col lanternino, perché quasi tutti i mass media propongono brani “mainstream” e si limitano a seguire la corrente  senza quasi mai guidarla. Questo fenomeno è ancora più rilevante  nella la produzione musicale del nostro paese che  sembra soffrire maggiormente di questa corsa al disimpegno.

Tanto per fare un esempio è di queste settimane la notizia che per scrivere l’ultimo brano di una cantante italiana che oggi va per la maggiore, sono stati impiegati ben sette autori. Ora, secondo me, i casi sono due: o dallo sforzo di questi sette autori viene fuori un capolavoro. oppure lo scopo finale è quello di far corrispondere perfettamente la canzone a quelli che sono i canoni sia estetici che di costume che oggi  vanno per la maggiore.

Non vorrei però che questa lunga premessa sembrasse la solita tirata di un nostalgico. Infatti ho detto prima, e lo ribadisco, che anche oggi ci sono produzioni  musicali molto interessanti, di alcune  delle quali  ho parlato recentemente. Le puntate  riguardanti  Fiona Apple, Francesco di Giacomo, Billie Eilish , Nick Cave , o il trio “ The Smile” con il loro ultimo album “Wall of Eyes” ne sono esempi significativi.

Questo discorso però mi serve per porre l’attenzione su un album particolare, la cui musica è del tutto diversa da quella stereotipata di cui ho appena parlato. È stato pubblicato recentemente,  circa tre settimane fa. È un prodotto ovviamente commerciale, perché di questo si tratta, ma ha notevoli potenzialità anche da un punto di vista culturale perché offre spunti che possono soddisfare sia la pancia che il cuore e la mente di chi ascolta .

Beth Gibbons

Si tratta, come avrete capito dall’introduzione,  dell’ultimo album da solista , che poi in pratica , come vedremo , è anche  il primo, della cantante britannica Beth Gibbons il cui titolo  “Lives Outgrown”  significa “vite cresciute troppo”.

Beth Gibbons Si potrebbe definire un’artista un po’ di nicchia. Ha avuto infatti il suo periodo di maggior successo negli anni 90 perché era la cantante di uno dei gruppi più famosi di quegli anni: i “Portishead”.

Portishead

Questo nome deriva dalla cittadina dalla quale venivano alcuni componenti della band. Si tratta di una  località molto vicina a Bristol, patria, diciamo così di un altro gruppo molto importante in quegli anni i Massive Attack.

Sia i Portishead che i Massive Attack sono stati i principali alfieri di quel genere musicale importantissimo sviluppatosi negli anni 90 chiamato “Trip hop”.

È un tipo di musica del quale  ho  già parlato nella puntata numero 102  a proposito di quel meraviglioso album che si chiama “Mezzanine”, appunto dei Massive Attack.

La vita dei Portishead però, da un punto di vista discografico, non è stata ne molto lunga ne prolifica. In pratica in studio hanno prodotto solamente tre album. Il primo nel 1994 intitolato “Dummy”, il secondo, omonimo, nel 1997, “Portishead”, e il terzo, “Third”, undici anni dopo, nel 2008.

Beth Gibbons è stata una delle fondatrici di questo gruppo nonché la cantante in tutta la loro produzione.

I Portishead sono   un gruppo veramente importante e  il loro primo album “Dummy” ha avuto grandi riconoscimenti e  un successo internazionale di notevoli proporzioni. È un album che contiene molte hit tra le quali la famosissima “Glory Box”. Io però volevo farvi ascoltare un altro brano, tratto sempre da questo disco, intitolato “Roads”, dal quale risultano evidenti le caratteristiche vocali di Beth Gibbons, che poi ritroveremo in tutta la sua carriera.

All’inizio c’è una lunga introduzione a cura del piano elettrico, trattato con molto eco e riverbero, dopo di che entra la ritmica e, subito dopo, la voce.

Roads

Già da questo ascolto risulta evidente come la voce abbia un timbro sottile, quasi etereo, ma molto presente. È una sonorità che arriva direttamente al cuore. È una voce che non punta mai sullo sterile virtuosismo  tecnico, bensì sull’espressività.

Al di fuori dei Portishead  Beth Gibbons ha pubblicato, nel 2002,  un album insieme ad un altro autore, intitolato “Out of Season”.

È stata poi protagonista di un’operazione artistica veramente interessante che testimonia il suo essere un’artista poliedrica. Ha “prestato la voce” per l’esecuzione della parte vocale della “Sinfonia numero 3” di un compositore polacco contemporaneo, Henryk Gòrecki, durante una performance dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Radio Polacca, diretta da quel altrettanto  grandissimo compositore che è Krzystof Penderecki. Il titolo di questa sinfonia, in inglese, è “Symphony of Sorrowful Songs” la cui traduzione potrebbe essere “Sinfonia dei Canti Dolorosi”.

Beth Gibbons ha cantato in tutti e tre i movimenti di questa composizione. È un esperimento molto interessante perché la partitura richiede una vocalità da soprano, un registro che non corrisponde alle caratteristiche della sua voce. Beth Gibbons ha dovuto supplire a questo lavorando molto sulla parte espressiva riuscendo a rendere la linea vocale di questa sinfonia in modo veramente toccante.

Vi faccio adesso ascoltare un piccolo estratto dal terzo movimento. Vi consiglio, però, di ascoltare attentamente tutto questo lavoro perché è un brano nel quale bisogna entrare un po’ alla volta. Si tratta, infatti, di una musica che si ispira fortemente al “minimalismo”, genere del quale ho parlato più volte a proposito di Philip Glass (puntate 49 e 107). È una musica nella quale i cambiamenti avvengono lentamente e in modo impercettibile, il che crea un’atmosfera che irretisce l’ascoltatore quasi ipnotizzandolo.

Beth Gibbons canta in polacco e nel terzo movimento intona  una melodia tratta da una canzone popolare della Slesia, che parla di una madre in cerca del figlio, ucciso dai tedeschi durante una rivolta.

Il testo è il seguente:

Oh cantate per lui / gli uccellini canterini di Dio / poiché sua madre non riesce a trovarlo.
E voi, fiorellini di Dio / Che fioriate tutt’intorno / Che mio figlio possa dormire un sonno felice
.”

Symphony of Sorrowfull Songs – terzo movimento

È veramente qualcosa di ancestrale, che colpisce molto nel profondo.

Oltre a questo disco, negli ultimi vent’anni Beth Gibbons ha fatto abbastanza poco. Ha partecipato ad un brano di Kendrick Lamar, un rapper di fama internazionale, ha tenuto qualche concerto, e poco altro.

Possiamo quindi dire che il suo album “Lives Outgrown”, uscito nel maggio del 2024, sia, in pratica, il suo primo album da solista. Un album registrato alla soglia dei sessant’anni e questo è, indubbiamente, abbastanza strano.

Lives Outgrown

Si tratta di un lavoro, secondo me, estremamente interessante, sia da un punto di vista dei testi che da quello più strettamente musicale. Contiene infatti molti spunti di riflessione e risulta non solo bello da ascoltare ma anche in grado di nutrire il nostro animo, aumentando la  curiosità e la voglia di confrontarsi con stimoli diversi dal solito. Tutto questo pur rimanendo nell’ambito musica leggera, anche se l’aggettivo, di fronte a questo album, può rivelarsi alquanto velleitario.

Per quello che riguarda i contenuti il disco racconta , in pratica, una sorta di bilancio esistenziale, fatto appunto alla soglia dei sessant’anni. Gli argomenti sono vari e si rifanno, sostanzialmente, ai cambiamenti che la vita porta con se, all’ansia con la quale si affrontano le novità, alla paura della morte, all’aspettativa per qualcosa che ancora potrà arrivare. Sono presenti anche riflessioni su aspetti più tipicamente femminili come la maternità o il sopraggiungere della menopausa con tutte le problematiche relative.

Da un punto di vista più strettamente musicale questo album è caratterizzato da sonorità quasi tutte acustiche, con grande profusione anche di strumenti etnici abbastanza inusuali.

È un lavoro dominato dalle parti percussive che sono molto presenti anche perché, è questa è un’altra caratteristica fondamentale dell’album, spessissimo nelle varie canzoni vengono utilizzati metri ritmici diversi dal canonico quattro quarti, ma di questo parleremo più specificatamente presentando le varie canzoni.

Vi anticipo che sono presenti molti brani con un ritmo in tre o in sei. Si tratta di ritmi ancestrali che hanno lo scopo di creare un andamento circolare e, passatemi il termine, “cullante”. Non a caso   sono usatissimi, ad esempio, nelle ninne nanne, nelle filastrocche e in molte canzoni di derivazione popolare.

È interessante notare come le parti percussive,  vengano eseguite, a volte, anche con strumenti non proprio “canonici”. Si tratta in pratica, di oggetti d’uso comune,  utilizzati in modo da produrre suoni adatti a creare un ritmo.

Nonostante questo album sia stato preceduto dall’uscita di alcuni singoli rappresenta un viaggio che bisognerebbe percorrere dall’inizio alla fine. È importante, infatti, entrare dentro questa musica un po’ alla volta, perché solo così si potrà coglierne tutte le sfumature e le suggestioni.

La dimostrazione lampante di ciò è data dal fatto che la prima canzone “Tell Me Who Are You Today” forse, e questo è un paradosso, è quella meno interessante. Ha anche un’atmosfera un po’ cupa. Sembra quasi un piccolo test da superare, un ostacolo, che ci serve, come viatico, per entrare in un mondo sonoro del tutto speciale.

Infatti già il secondo brano, “Floating on a Moment”, è un piccolo gioiellino, in pratica il primo momento forte di questo album.

È una canzone che esplora i temi dell’incertezza, del passaggio del tempo. Parla della natura transitoria della vita. È pervasa da un senso di irrequietezza e dalla voglia di liberarsi dalle restrizioni della vita quotidiana.

Il testo è quindi molto pregno ma la musica ha invece un andamento  più leggero, potremmo dire quasi delicato. Si crea, pertanto, una situazione  di straniamento tra  parole e  musica che  rende il tutto estremamente coinvolgente. È un gioco che diventa chiarissimo nella parte finale nella quale il testo affronta il tema della morte in modo semplice, quasi adatto ai bambini. Infatti nel finale entra un coro dove ci sono anche voci di fanciulli che intona la frase: “Tutto ciò che abbiamo è il qui ed ora”.

Il testo così racconta:

Sto fluttuando sul momento. Non so per quanto.

Nessuno lo sa, nessuno può rimanere.

Tutti stanno andando non si sa dove. Tutti stanno andando.

Non fate errori. Tutti cercano, ma non possono fuggire.

Tutti stanno andando verso non si sa dove.

Troppo paurosi per essere liberi.”

Musicalmente parlando il brano è caratterizzato da un’introduzione di chitarra elettrica con un suono molto asciutto quasi, passatemi la contraddizione di termini,  acustico, senza apparenti effetti. Questo “riff” ritmico è impreziosito dall’intervento di un vibrafono. Poi, al primo minuto, inizia la melodia principale, sorretta da un arpeggio di chitarra a dodici corde.

Floating on a Moment

Successivamente, al minuto 3 e 50 entra il coro creando momento estremamente suggestivo.

Floating on a Moment – finale

Come avete potuto notare la vocalità di Beth Gibbons è sempre molto riconoscibile e personale. Non eccede mai in virtuosismi fini a se stessi ma va sempre diretta alla sostanza delle cose.

Molti sono, in ogni caso, i brani importanti in questo album.

Uno dei più interessanti è, senza dubbio, “Lost Changes”,  canzone che parla della trasformazione e del cambiamento interiore.

Hey, tu laggiù,
Cambia il tuo cuore invece di guardare.
Sentiti vivo, tieni duro.

L’amore cambia, le cose cambiano.
È ciò che cambia le cose.
Il tempo cambia.
Il cambiamento della vita

 È ciò che cambia le cose.”

Da un punto di vista musicale, a parte l’inizio che richiama un po’ una canzone dei Pink Floyd, tutto è giocato sul cambio di metro ritmico. Si passa dal canonico quattro quarti della strofa, ad un ritmo in sei nel ritornello, ed è un continuo alternarsi di questi due ritmi. Si crea così un senso di fluttuazione, di instabilità, e, appunto, di cambiamento anche musicalmente parlando.

Il tutto è supportato da un tappeto percussivo molto presente e incisivo.

Lost Changes

Un’altra canzone che a me piace molto è “Oceans”.

Anche qui abbiamo un ritmo in sei suonato sempre da strumenti acustici. Il testo parla della vita, della maternità e dell’invecchiamento:

Ma mi tufferò nell’oceano.
Sul pavimento raccoglierò il mio orgoglio.
E sentirò la lunghezza dell’emozione.
Sotto, senza più paura.
Posso nascondermi da tutte le risposte.
Mi sono perso nella marea proprio come se il paradiso fosse dentro.”

L’arrangiamento di questo brano è bellissimo. Con un termine che va molto di moda si potrebbe definire cinematico. Sembra essere, infatti, la colonna sonora di un film.

Oceans

Molti sono, in ogni caso, le canzoni estremamente interessanti.

Rewind”, ad esempio, è una di queste. Ha un’atmosfera tribale e percussiva, scandita dal ritmo in cinque movimenti, mentre la parte melodica che risente, chiaramente, di influenze arabeggianti.

Il testo è molto importante perché parla di quanto sta succedendo intorno a noi, del rapporto dell’uomo con la natura:

E la natura selvaggia non ha più nulla da dare.

Non ha senso. Questo posto è fuori controllo.

Sappiamo tutti cosa sta arrivando.

Tutto è andato troppo lontano.

Troppo lontano per tornare indietro”.

Anche “Beyond the Sun” è veramente intrigante. Presenta un’ambientazione etnica molto evidente  con l’intervento, ad un certo punto, di sonorità estremamente dissonanti che vanno poi a fondersi quasi magicamente in melodie molto più carezzevoli.

L’album si chiude con “Whispering Love”, brano dal carattere positivo. Anche qui troviamo in ritmo in sei scandito dall’arpeggio di una chitarra mentre un flauto si incarica di eseguire la melodia principale. È una melodia molto dolce che ci avvolge donandoci un senso di pace.

In pratica questa canzone è il degno suggello di un album molto significativo e, lasciatemi dire, coraggioso.

Whispering Love e finale

Le foglie dei nostri alberi della vita

Attraverso le quali brilla il solo estivo

I nostri alberi della saggezza

Dove la luce è così pura,

Oh quel sole dell’estate

Quando l’ora della luna si attarda

Attraverso la melodia della vita

Che si accorcia anch’essa

Oh amore che sussurri

Arriva dame, quando puoi.

E lontano dalla mente consapevole

Sdraiati su quei campi incolti

Dove i nostri cuori itineranti si aprono.

Dolce sussurro d’amore

Vieni da me, quando puoi”.