“La suprema felicità della vita è essere amato per se stessi, anzi, malgrado se stessi” (Victor Hugo)
Puntata numero centotrentanove.
“Sentite la gente cantare?
Canta la canzone di chi è arrabbiato.
È la musica del popolo che non sarà mai più schiavo.
E quando il battito del tuo cuore
Farà eco al battito del tamburo
C’è una vita che sta pe cominciare,
Quando arriverà domani.
Chi si unirà alla nostra crociata?
E chi sarà forte vicino a me?
Oltre le barricate c’è un mondo che tu puoi vedere.
Perciò unisciti alla lotta
Che ci darà il diritto di essere liberi.”
Così cantano gli studenti che lottano sulle barricate in una Parigi del 1832, durante la scena di un famoso spettacolo definito “Il musical che ha stupito il mondo”. Sto parlando, ovviamente, di “Les Miserables”, tratto dall’omonimo capolavoro di Victor Hugo.
A volte, non molto spesso in verità, capita che queste puntate prendano spunto da fatti di cronaca e di attualità. In questo caso si tratta di un evento estremamente importante, musicalmente parlando, che si terrà in alcune città italiane proprio nel corrente mese di novembre.
Tra pochi giorni, infatti, potremmo vedere in Italia uno spettacolo intitolato “ Les Miserables, The Arena Musical”, rappresentazione in forma di concerto del famoso, omonimo, musical. La produzione si annuncia veramente spettacolare. Ci saranno scenografie, video integrati, costumi e una grande orchestra. La compagnia, inglese, è composta da 110 persone tra attori, musicisti e personale tecnico.

Le repliche si svolgeranno in due importanti teatri, Il “Rossetti”, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia di Trieste, dal 7 all’11 novembre, e il TAM Teatro Arcimboldi di Milano, dal 14 al 24 novembre 2024.
È un evento che mi intriga parecchio perché a questo musical. sono legato per molti motivi.
Si tratta, infatti, di uno spettacolo grandioso. In pratica, come vedremo più avanti è un’opera moderna.
È stato uno dei primi che ho visto, circa 25 anni fa, a Londra. Fu un’esperienza indimenticabile. Rimasi affascinato dallo svilupparsi della vicenda, dalle scenografie, dai costumi e dall’incredibile bravura dei cantanti sia protagonisti che comprimari, dal suono compatto e potente dell’orchestra. La professionalità di tutta la rappresentazione fu eccezionale. Ricordo che mi colpì la pulizia del palcoscenico, completamente sgombro da qualsiasi supporto tecnico. Non si vedevano microfoni, ne monitor o cavi di qualsiasi tipo. L’audio era perfetto e si sentiva benissimo anche nei posti dove ero seduto io che non erano certo in una posizione ottimale.

Per ciò che riguarda il rapporto, non sempre idilliaco, che noi italiani abbiamo con il musical in generale, spettacolo che non fa parte della nostra cultura e tradizione, vi rimando alle due puntate nelle quali ne ho parlato. Mi riferisco alla n. 89 dedicata a ”The Phantom of the Opera”, e alla n. 23 imperniata sul film tratto dal musical “Jesus Christ Superstar”.
In questo racconto voglio concentrarmi esclusivamente su “Les Miserables”, spettacolo che richiede tutta l’attenzione possibile.
Per prima cosa bisogna dire che questo musical viene chiamato dagli inglesi “ Les Mis” perché il titolo in francese li mette parecchio in difficoltà per la pronuncia.
Come detto si tratta di un’opera moderna, perché ne ha molte caratteristiche.
Non c’è un’ouverture vera e propria che è sostituita da un Prologo, come vedremo. Troviamo però un’orchestrazione, di chiara ispirazione classica, fatta quasi esclusivamente con strumenti acustici. Anche le canzoni assomigliano alle arie operistiche. Le più importanti sono precedute da recitativi che fungono da introduzione, caratteristica mutuata dall’opera soprattutto quella barocca. L’azione e i dialoghi si svolgono esclusivamente cantando. Non esistono parti recitate. Non sono presenti balletti. I protagonisti hanno caratteri molto definiti e facilmente individuabili, che vengono enfatizzati dalle musica e dalle canzoni a loro dedicate. Sono presenti parecchi “leitmotiv”, melodie ricorrenti che rappresentano personaggi o situazioni. Ci sono momenti corali e, non ultimo, abbiamo i concertati, molto importanti, soprattutto come quello intitolato “One Day More“, alla fine del primo atto.

Per inciso il concertato è il momento nel quale alcuni dei protagonisti cantano contemporaneamente intonando ognuno la propria melodia e portando avanti il proprio pensiero.
va da sé che per costruire uno spettacolo di questo tipo c’è bisogno di una grande conoscenza dei meccanismi compositivi della musica e di un’inventiva melodica non comune.

Come si evince dal nome lo spettacolo è nato in Francia nel 1979, ideato da due autori transalpini. Il musicista si chiama Claude-Michel Schönberg, da non confondersi con il Schönberg, di nome Arnold, importantissimo compositore tedesco dedito a tutt’altro tipo di musica. Il nome dello scrittore, autore del libretto è Alain Boublil.

Fin dalla prima rappresentazione, avvenuta a Parigi l’anno dopo, il successo fu notevolissimo e tale da attirare l’attenzione di uno dei produttori di musical più importanti di quegli anni, Cameron Mackintosh, che decise di portare lo spettacolo a Londra. Per fare questo fu necessario cambiare la lingua del libretto e affidarne l’adattamento in inglese a Herbert Kretzmer.
Ovviamente questo spettacolo non è la trasposizione completa dell’opera di Victor Hugo, libro che in qualche edizione supera le mille pagine. È stata fatta una mirabile opera di riduzione incentrata soprattutto sulle vicende del protagonista Jean Valjean e del suo antagonista, il tremendo Javert capo della polizia francese.

Le vicende narrate si svolgono nel lasso di tempo che va dal 1815 al 1832. Si inizia con la liberazione “on parole”, cioè con l’obbligo di buona condotta, del galeotto Jean Valjean per finire con una delle prime rivolte studentesche a Parigi dove i ribelli cantano, fra l’altro, la canzone il cui testo ho riportato all’inizio.
Questo spettacolo contende a “The Phantom of the Opera” la palma del musical più rappresentato al mondo, con repliche in oltre 53 paesi e 439 città diverse.
Oltre a questo ha al suo attivo anche diverse edizioni discografiche. Nel 1995, per il decimo anniversario, ad esempio, si è tenuto alla Royal Albert Hall, un grande concerto intitolato “Les Miserables, the dream cast in concert”. Altra importante registrazione è quella per i 25 anni: “Les Miserables in concert: the 25th Anniversary”.

Quelle di novembre saranno le prime rappresentazioni italiane e rappresentano un evento, secondo me, imperdibile, ovviamente per chi può esserci in queste due città.
Cominciamo, a questo punto, ad entrare nel merito.
Lo spettacolo inizia, come detto, con un Prologo.
La scena si apre con i prigionieri ai lavori forzati. Tra loro sono presenti sia Jean Valjean che il suo antagonista Javert il cui scopo nella vita è dimostrare che chi ha sbagliato una volta è un miserabile e pertanto non può che sbagliare ancora. Questo è uno dei motivi ricorrenti nel dipanarsi della vicenda: la volontà del capo della polizia di riportare in galera Valjean.
È un inizio di dolore, di oppressione senza speranza. L’atmosfera viene magistralmente sottolineata dal testo:
“Guarda giù, guarda giù. Non guardarli negli occhi.
Guarda giù. Starai qui fino alla morte”.
Ad interrompere il momento corale si alzano alcune voci soliste con delle invocazioni cui il coro subito risponde:
“Il sole è alto e fa un caldo d’inferno”.
“Guarda giù, guarda giù. Sonio passati vent’anni e altrettanti ne dovranno passare”
“Dolce Gesù, ascolta la mia preghiera”
“Al dolce Gesù non importa”.
La musica rende in modo mirabile l’atmosfera facendo ricorso ad una tecnica particolare. Si tratta di un “pedale”, cioè una nota grave e continua, che tiene tutto il più fermo possibile. Il brano è basato su un giro di pochi accordi che hanno la nota del pedale in comune. La velocità è lenta ed il ritmo molto pesante.
Il pedale, suonato solo col pianoforte, è questo.
Su questo pedale si inserisce la melodia che sottolinea le parole “Look down, look down, don’t look them in the eyes”. Anch’essa è costituita da poche note ripetute che contribuiscono ad enfatizzare il clima di disperazione.
Sempre col solo pianoforte è questa.
Ovviamente, con l’orchestra ed il coro l’effetto è potentissimo. Notate le voci solistiche che si elevano da questo magma sonoro quasi come delle anime che cercano, invano, la luce. Questi cantanti sono, ovviamente, dei comprimari la cui qualità vocale è però notevole.
Ad un certo punto arrivano i due protagonisti principali per il ,loro primo incontro/scontro.
Il momento, uno dei primi topici dello spettacolo, dimostra quanto il compositore sia a conoscenza dei meccanismi drammaturgici della musica quando deve contribuire a sottolineare l’azione e il testo. L’importantissimo dialogo tra i due è serrato e coinvolgente. La musica segue e sottolinea il tutto utilizando una tecnica che assomiglia molto ad un “recitativo” di tipo barocco.
Javert è il primo ad intervenire:
“Adesso portatemi il prigioniero 24601” Lo chiamerà così, con disprezzo, per tutto lo spettacolo, perché per lui Valjean è la feccia della società.
“Il tuo tempo è arrivato e sei libero su buona condotta. Sai cosa significa?”
Valjean risponde:
“Si, vuol dire che sono libero”.
“No, significa che prendi il tuo passaporto giallo (il documento degli ex galeotti) sei un ladro.
“Ho rubato solo un po’ di pane”.
“No, hai svaligiato una casa”.
“Ho rotto una finestra perché la mia sorellina stava morendo di fame”.
“E tu morirai di fame ancora”.
In questa scena l’impatto emotivo è la cosa più importante. Devono risaltare da una parte la cattiveria di Javert, e dall’altra l’autodifesa di Jean Valjean. La musica è al servizio di tutto ciò e i protagonisti si sforzano di rendere nel modo più efficace possibile le parole del libretto.
Non so se avete fatto caso alla grinta e alla cattiveria con le quali Javert afferma:
“Five years for what you did (cinque anni per ciò che hai fatto), the rest because you tried to run. Yes 24601.( il resto perché hai cercato di fuggire) And I’m Javert ( e io sono Javert)”.
Il tutto è al servizio del testo che acquista in questo modo ancora più potenza espressiva.
I due personaggi cantano interpretando le parole, e non la melodia. Questa caratteristica è comune a tutti i grandi interpreti dei musical e non solo.

Come detto in precedenza molte sono le canzoni, o le arie, importanti.
Tra le più interessanti c’è quella di Fantine, una delle prime.
Fantine è la madre di colei che poi diventerà, alla sua morte, la figlia adottiva di Valjean, Cosette.
È un’operaia della fabbrica che Jean Valjean è riuscito ad avviare in una cittadina per dare lavoro anche alla povera gente. È però una ragazza madre, condizione disdicevole a quel tempo. Quando la cosa viene scoperta viene denunciata e arrestata e muore di stenti.

Racconta, in prima persona, la sua storia con una bellissima canzone preceduta da questo recitativo:
“C’è stato un tempo in cui gli uomini erano gentili.
Quando le loro voci erano dolci.
E le loro parole invitanti.
C’è stato un tempo in cui l’amore era cieco.
E il mondo era una canzone.
E la canzone era eccitante.
C’è stato un tempo, poi tutto è andato storto”.
La canzone si intitola “I Dreamed a Dream”, cioè “Ho fatto un sogno”.
In questo brano Claude-Michel Schönberg, utilizza uno degli stilemi più tipici della musica fin dal periodo barocco: il “basso di lamento”. Si tratta di una linea di basso che scende continuamente, tesa a sottolineare il ripiegarsi del protagonista su se stesso e sui propri sentimenti.
La progressione degli accordi riecheggia quella di un’altra composizione famosissima, il “Canone in Re” di Pachelbel del quale ho parlato ampiamente in una delle prime puntate, la numero 4, dedicata a “Life Goes On” di Tupac. Molti sono i compositori che hanno utilizzato questo schema armonico che, in questo caso, rende magistralmente l’atmosfera struggente del brano.
La progressione armonica e il basso discendente, suonati solo col pianoforte Hanno questa sonorità.
Il testo racconta:
“Ho fatto un sogno in un tempo passato,
Quando la speranza era alta e la vita valeva la pena di essere vissuta.
Ho sognato che l’amore non sarebbe mai finito.
Ho sognato che Dio sarebbe stato misericordioso.
Allora ero giovane e senza paura,
E i sogni erano fatti per essere vissuti.
Non c’era riscatto da pagare.
Nessuna canzone non cantata,
Nessun vino non assaggiato.
Ma le tigri sono arrivate di notte
Con le loro voci delicate come un tuono.
Hanno strappato la mia speranza
E trasformato il sogno in vergogna.
Ha dormito un’estate al mio fianco.
Ha riempito le mie giornate con infinita meraviglia.
Ha preso la mia giovinezza
E se n’era andato quando è arrivato l’autunno”.
Si tratta, come avete potuto ascoltare, di una delle arie più belle non solamente di “Les Miserables” ma dei musical in generale.
Volevo però parlarvi anche di altri due momenti particolari.
Il primo riguarda in concertato alla fine del primo atto, “One Day More”.
Tutti i protagonisti sono in prossimità delle barricate e ognuno canta la melodia che lo ha caratterizzato per tutto lo spettacolo, dapprima singolarmente, poi contemporaneamente agli altri. È un momento teatrale e musicale di grandissima potenza emotiva.
Il primo ad iniziare è Jean Valjean.
Nella parte finale tutti, personaggi principali e comprimari, si riuniscono cantando dapprima la propria melodia per poi intonarne tutti una comune sui seguenti versi:
“Domani scopriremo cosa il nostro Dio in cielo ha in serbo per noi.
Ancora un’altra alba. Ancora un altro giorno. Un giorno ancora”.
Vengono i brividi ascoltandolo così a pezzi, immaginatevi vederlo in teatro.
Altro momento topico è il suicidio di Javert che avviene quasi alla fine della vicenda.
La situazione è la seguente: Jean Valjean salva Javert, che era stato catturato dagli studenti, e lo fa fuggire lasciandolo libero. Tutto ciò per il poliziotto è inaccettabile. Si rende conto, infatti, che l’agire di tutta una vita, il suo inseguire quest’uomo cercando di riportarlo in prigione, sono del tutto vani perché Valjean è dotato di grande bontà d’animo. Non può più vivere in questa situazione che ribalta tutto ciò in cui ha sempre creduto.
Musicalmente è un brano serratissimo.
In pratica Javert sta parlando con se stesso:
“Chi è quest’uomo? Che razza di diavolo è?
Era finalmente la sua ora di mettere un sigillo sul mio destino
Tutto ciò che sarebbe servito era un colpo del suo coltello.
La vendetta era sua e mi ha restituito la mia vita”.
La musica è caratterizzata da un recitativo serratissimo durante il quale Javert ha un ultimo rigurgito di cattiveria:
Gli sputerò la sua pietà in faccia.
Non c’è niente al mondo che condividiamo.
O Valjean o Javert”.
È un altro brano capolavoro.
Quel “I spit his pity right back on his face” e cantato con estrema cattiveria.
Poi l’amara conclusion:
“Il mondo che ho conosciuto si è perso nell’ombra.
È lui che mi lascia in vita, oggi.
Quest’uomo riesce a uccidermi anche così.
Io sto cadendo e le stelle sono nere e fredde.
Mentre fisso nel vuoto di un mondo che non può reggere.
Adesso scapperò da quel mondo.
Dal mondo di Jean Valjean.
Non c’è un luogo dove posso andare.
Non c’è modo di andare avanti”.
Javert si getta nella Senna.
Tra l’altro questa scena è resa magistralmente anchedal punto di vista teatrale. Javert è su un ponte e si getta rotolando sul palco. Il ponte si alza e con l’aiuto delle luci, usate sapientemente, l’occhio dello spettatore viene completamente ingannato. Sembra, di fatto, che javert cada. In realtà è il ponte che si alza. Le luci disegnano sul palco un vortice che simula l’acqua della Senna, e lui viene risucchiato, uscendo in quinta.
Sentite l’impatto della musica in questo punto.
Non è possibile, ovviamente, raccontare tutto questo spettacolo in un puntata.
Molti sono i momenti indimenticabili come “On My Own”, la canzone di Eponine. Oppure “Master of the House”, il brano ironico dei coniugi Thenardier, il duo che gestisce la locanda dove lavorava Cosette. O “Do You Hear The People Sing”, il brano corale il cui testo ho riportato all’inizio. O ancora “Bring Him Home”, l’ultima canzone di Jean Valjean.

L’invito che rivolgo a voi, se potete ovviamente, è quello di andare a vedere lo spettacolo.
In alternativa su YouTube potete trovare sia versioni registrate, o filmati con i vari cast che si sono succeduti nel corso degli anni. Ci sono anche spezzoni del film prodotto circa dieci anni fa, con Anne Hathaway che interpreta Fantine e canta in modo struggente proprio “I Dreamed a Dream”.
In pratica se vi interessa capire come la musica, anche moderna, possa essere al servizio di una drammaturgia e di una vicenda articolata e avvincente, potete tranquillamente godere di questa composizione. È stata ideata da grandi artisti e da un musicista dotato di fantasia, tecnica e preparazione, come Claude-Michel Schönberg, coadiuvato, ovviamente, da liriche di primordine.
Magari non è importante ma “Les Miserables”, non so se si è capito……, è il musical che preferisco e che, ancor oggi, mi emoziona maggiormente.
