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Clemente Randone

“Di sprezzo degno se stesso rende chi, pur nell’ira, la donna offende” (Francesco Maria Piave)

Puntata numero cento quattordici

Se non temessi la taccia di utopista, sarei tentato di dire che per ottenere la possibile perfezione di un’opera musicale dovrebbe una mente sola essere autrice dei versi e delle note. Da questo concetto emerge chiara la mia opinione che due essendo gli autori, è d’uopo almeno che essi fraternizzino, e che se la Poesia essere non deve serva della Musica, non deve nemmeno esserne tiranna. Convinto di questa massima, ho sempre operato in conformità di essa ed i maestri con i quali ho diviso il lavoro furono sempre da me stesso interpellati all’oggetto”

Giuseppe Verdi

Durante queste puntate più volte ho parlato dell’Opera, intesa come forma di spettacolo. Alcune sono state dedicate al “Tristano e Isolde” (n.5) e al “Lohengrin”(n.91) di Wagner. Altre al “Flauto Magico”(n.47) di Mozart e a “Tosca” (n.19) di Puccini. Anche  opere del periodo barocco sono state oggetto di questi racconti come “Dido and AEneas”(n.72) di Purcell o “Les Indes Galantes” (n.95) di Rameau. Infine il racconto della scorsa  settimana è stato dedicato al capolavoro di Georges Bizet, “Carmen” (n. 113).

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Ebbene mi sono reso conto che, colpevolmente, in questo elenco è assente quello che, con tutta probabilità, è il più grande operista italiano nonché uno dei più importanti a livello europeo, e quindi mondiale. Le sue opere sono tra le più famose e più replicate nei teatri di tutto il mondo. Uno dei suoi lavori, “La Traviata”, risulta a tutt’oggi l’opera con più rappresentazioni a livello internazionale.

Ovviamente si tratta di Giuseppe Verdi.

Giuseppe Verdi

L’idea di parlare de “La Traviata” l’ho avuta la settimana scorsa mentre completavo la puntata dedicata a “Carmen “di Bizet.

Carmen

Perché anche Violetta, la protagonista de “La Traviata” è, come Carmen uno dei personaggi femminili più significativi, complessi e affascinanti di tutta la storia dell’opera.

In realtà i loro due caratteri sono completamente diversi.

Violetta

Tanto Carmen è ferma e incrollabile nel suo voler essere indipendente e libera da qualsiasi costrizione che le può derivare sia dall’amore che dalle convenzioni sociali, tanto Violetta subisce un mutamento profondo nel corso dell’opera. Passa infatti dall’essere una ragazza dedicata ai piaceri della vita, frivola e leggera, fino a diventare una donna che si sacrifica, rinunciando all’amore, così faticosamente raggiunto, per non danneggiare l’amato e la sua famiglia.

La conosciamo infatti nel primo atto dove canta praticamente il suo manifesto di vita:

“Sempre libera degg’io
Folleggiare di gioia in gioia.
Vo’ che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia.
Sempre lieta ne’ ritrovi.
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier”

Il suo  è un canto frizzante, pieno di virtuosismi vocali che sottolineano mirabilmente questo suo modo di essere. La convinzione di portare avanti il suo stile di vita vacilla solamente, per un attimo, quando l’idea di potersi innamorare di Alfredo comincia,, timidamente, a farsi strada.

Nel secondo atto  ha già ceduto a questo sentimento. Infatti vive, con Alfredo, da tre mesi lontano da Parigi e dalla sua vita precedente. Questa nuova Violetta si scontra però con la morale borghese, rappresentata dal padre di Alfredo. È una morale che vuole impedire il rapporto tra i due  perché danneggia la rispettabilità della famiglia visti i suoi trascorsi non del tutto edificanti. Violetta finisce per subire il ricatto e rinuncia al suo amore.

Violetta e il padre di Alfredo

Nel terzo atto infine è una donna matura che affronta la malattia che la sta conducendo alla morte con estrema dignità. Perdona infatti sia Alfredo che suo padre per tutto il male che le hanno recato e augura al suo amato di potere essere felice, in futuro anche con un nuovo amore.

È un percorso di maturazione personale e psicologico che probabilmente ha pochi eguali in tutta la storia dell’opera lirica.

Per capire però il clamoroso successo e il favore di pubblico che “La Traviata” ha ottenuto, dopo un iniziale parziale fallimento, bisogna fare alcune considerazioni.

L’opera lirica, o melodramma, è stato un tipo di spettacolo estremamente importante e popolare in Italia durante l’800. Mentre nelle altre nazioni europee oltre alla musica lirica aveva una grande importanza  anche la musica, diciamo così, strumentale, sia orchestrale che da camera, in Italia, praticamente nel XIX secolo la musica prodotta è stata quasi esclusivamente quella operistica.

Il pubblico amava questo spettacolo, i teatri erano pieni e i giovani compositori, se volevano guadagnarsi da vivere erano praticamente obbligati a comporre musica operistica. In questo modo l’opera lirica è diventata una vera e propria industria che coinvolgeva molte categorie: impresari, gestori dei teatri, editori, musicisti. Di conseguenza questo tipo di spettacolo, oltre a rappresentare la cultura italiana nel mondo, ha avuto anche un ruolo importante nell’affermazione di un’identità nazionale durante il periodo risorgimentale.

All’interno di questo panorama Giuseppe Verdi si rivela un artista di primaria importanza.

La sua figura ha attraversato tutto l’800. È nato infatti nel 1813 ed è morto nel 1901.

Molto probabilmente è il compositore italiano più conosciuto e apprezzato nel mondo, di tutti i tempi. Forse negli ultimi anni questa sua posizione è stata in parte “minacciata” da Antonio Vivaldi ma, senza ombra di dubbio, le melodie verdiane sono famose e sono amatissime a livello internazionale. Questo è testimoniato dal fatto che le conoscono non solamente i melomani, ma ormai fanno parte del background culturale e musicale anche di persone che non hanno mai frequentato un teatro. Penso sia difficile trovare qualcuno che ignori alcune arie come “La donna è mobile”, tratta dal “Rigoletto“, oppure una delle più importanti de “La Traviata” come “Amami Alfredo”.

“La Traviata”, il cui libretto è stato scritto da Francesco Maria Piave, ha debuttato nel marzo del 1853 al teatro “La Fenice” di Venezia.

Francesco Maria Piave

Come spesso accade, la prima non fu certamente un successo. Alcuni parlano di un fiasco colossale e questa convinzione è stata alimentata anche dallo stesso Verdi.

In una lettera scritta ad un suo collega, ad esempio, afferma:

La Traviata, ieri sera, fiasco. La colpa è mia o dei cantanti? Il tempo giudicherà».

Oppure in una missiva indirizzata al suo editore, Ricordi:

Sono dolente doverti dare una triste notizia, ma non posso nasconderti la verità. La Traviata ha fatto fiasco. Non indaghiamo le cause. La storia è così».

Oppure in un’altra lettera:

 «La Traviata ha fatto fiasco, un fiascone. E quello che è  peggio, hanno riso…».

In realtà,  a quello che raccontano le cronache, non fu certamente un successo ma nemmeno un fiasco clamoroso. Il pubblico però rimase indubbiamente colpito e scioccato dalla trama.

Il soggetto dell’ opera, in verità, è, infatti, abbastanza scabroso, soprattutto per l’epoca. Questo non tanto per l’ambientazione contemporanea, ispirata ad un libro di Alexandre Dumas figlio, “la Dame aux Camélias”,   che mette sotto una luce non proprio positiva la borghesia del periodo. Ciò che scandalizzò gli spettatori fu il fatto che la protagonista, Violetta, è in pratica quella che oggi si potrebbe definire una escort. Certo, una escort di lusso, ma pur sempre una prostituta. Questa fu la principale causa della tiepida accoglienza riservata alla “prima”.

La stessa cosa è accaduta anche per “Carmen”. Ma entrambe le opere, poco tempo dopo il loro debutto, hanno spiccato il volo, un volo che non è ancora finito ai nostri giorni.

“La Traviata” comincia, com’è logico, con un’overture. Il primo tema potrebbe quasi rappresentare l’idea di un “deja vu”. È come se Violetta, sul suo letto di morte, ricordasse l’inizio della vicenda. Questa melodia, infatti, sarà ripresa da Verdi all’inizio del terzo atto,  momento in cui la malattia di Violetta ha ormai preso il sopravvento. È un tema che si può associare all’idea della vita che sta, pia piano, perdendosi. Subito dopo l’esposizione viene proposta la melodia famosa di ”Amami Alfredo” e Verdi cesella questi due momenti, completamente diversi, così:

Overture

Una considerazione sulla quale tutti concordano è la capacità, fuori dal comune, di Giuseppe Verdi di scrivere melodie vincenti che, per così dire, si stampano nella memoria già al primo ascolto.

Le sue opere contengono molte arie caratterizzate da una notevole immediatezza melodica. Un esempio eclatante è, in Traviata, appunto “Amami Alfredo” che rimane impressa nella mente subito dopo il primo ascolto.

Alfredo

Altro elemento da rilevare è che in Traviata il protagonista maschile, in questo caso Alfredo, come è comune a molti personaggi interpretati da tenori nel melodramma ottocentesco, non è propriamente molto furbo. Non è un’aquila. . Ad esempio non si rende conto che la causa della fuga di Violetta, nel secondo atto, è l’arrivo di suo padre anche se la tempistica dello svolgersi degli avvenimenti rende la cosa palese. Soprattutto rispetto a Violetta fa anche una figura piuttosto meschina dal punto di vista dello spessore umano

Il suo principale merito è quello di dare il via, all’inizio dell’opera, alla trasformazione di Violetta. Nella festa che si tiene in casa della donna, dove sono presenti molti signori dell’alta borghesia, lui è l’unico a parlare a lei d’amore in modo sincero. Ed è la prima volta che Violetta ascolta parole simili. L’aria di Alfredo è molto toccante e diventerà fondamentale anche in altri momenti della vicenda.   Soprattutto nel terzo atto, dove verrà ripresa, come vedremo, per un breve ma significativo istante.

Il titolo dell’aria è “Un di felice ed eterea

Un dì felice, eterea,
mi balenaste innante,
e da quel dì, tremante,
vissi d’ignoto amor.
Di quell’amor ch’è palpito
dell’universo intero,
misterioso, altero,
croce e delizia al cor”.

A questo Violetta risponde in modo molto frivolo:

Ah, se ciò è ver, fuggitemi,
solo amistade io v’offro:
amar non so, né soffro
un così eroico amor”.

Il suo canto è leggero, sembra una libellula che vola via.

Un di felice eterea

In questo momento Violetta è ancora una cortigiana che vuole vivere la sua vita e alla quale non interessa, o sembra non interessare, l’amore.

Ma la profferta di Alfredo fa breccia, per un attimo, nel suo animo. Nella famosissima aria alla fine  dell’atto, “Sempre libera degg’io folleggiar di gioia in gioia”, nella quale, parlando con se stessa ribadisce la sua volontà di vivere in un certo modo, appare già il germe del cambiamento. Verdi lo sottolinea in modo molto interessante.

Sempre libera

Come è evidente si tratta di un’aria estremamente impegnativa dal punto di vista vocale. Richiede un soprano molto agile. E la cosa più interessante è che si tratta di una vocalità completamente diversa rispetto a quella necessaria nel secondo e nel terzo atto che hanno uno svolgimento più drammatico.

A proposito di quest’aria va segnalato un altro aspetto importante.

Ovviamente i cantanti sono sempre stati le “primedonne” dell’opera. Il pubblico amava e ama spudoratamente i virtuosi del canto. Questo spesso spingeva i protagonisti, soprattutto nell’800, ad apportare delle piccole modifiche alla partitura allo scopo di mettere in risalto le proprie qualità vocali. Sovente i finali di alcune arie presentano degli acuti, non scritti dai compositori, allo scopo di strappare l’applauso.

Un esempio lo abbiamo proprio nel finale di “Sempre libera”.

Ve lo faccio ascoltare prima come lo ha scritto Verdi.

“Sempre libera” finale senza acuto

Molte interpreti femminili modificano questo finale inserendo una nota acutissima per dare un’ulteriore prova di virtuosismo canoro.

Un esempio di quest’aria con la nota aggiunta è questo.

“Sempre libera” finale con acuto

Verdi detestava quest’usanza e spesso esprimeva in modo evidente il proprio dissenso. Ancor oggi, a volte, possiamo trovare versioni di arie verdiane, e non solo, eseguite con questo tipo di modifiche.

Uno dei momenti più famosi dell’opera lo abbiamo nel secondo atto quando Violetta, dopo l’incontro col padre di Alfredo, scrive una lettera al suo amore per comunicargli l’addio.

Giunge Alfredo che, pur sapendo che il padre è nelle vicinanze, al solito  non capisce quanto sta accadendo. Violetta frena a stento le lacrime. È il momento del famoso “Amami Alfredo”.

Lo vedi? ti sorrido
Sarò là, tra quei fior presso a te sempre.
Amami, Alfredo, quant’io t’amo. Addio

“Amami Alfredo”

Senza raccontare tutta la trama, passiamo direttamente al finale.

Violetta è ammalata e sta morendo.  Sia Alfredo che il padre capiscono gli errori commessi e accorrono al suo capezzale riconoscendo la statura morale e umana di Violetta. Lei li perdona e dimostra il suo amore incondizionato e disinteressato per Alfredo invitandolo a rifarsi una vita dopo che lei sarà morta:

“Prendi, quest’è l’immagine de’ miei passati giorni; a rammentar ti torni colei che sì t’amò. Se una pudica vergine degli anni suoi nel fiore a te donasse il core, sposa ti sia, lo vo’. Le porgi questa effigie, dille che dono ell’è di chi nel ciel tra gli angeli prega per lei, per te”

Finale

A questo punto sembra che la situazione stia precipitando perché Violetta è sul punto di morire.

C’è però un ultimo “coup de théatre”. Verdi, in modo veramente geniale, ripropone la melodia dell’aria iniziale di Alfredo “Di quell’amor che è palpito”,  che viene in realtà solamente accennata dai violini in “pianissimo”. Questo però basta per rivitalizzare, per un attimo, Violetta, che sembra riprendersi.

È strano. Cessarono gli spasmi del dolore.  In me rinasce… m’anima insolito vigore! Ah! Io ritorno a vivere! Oh gioia!”

Finale II

Ma è solo un attimo dopo il quale si accascia, spenta, sul divano.

“La Traviata” è indubbiamente un’opera di grandissimo spessore il cui successo a livello mondiale è pienamente meritato.

Nel libretto, scritto da Francesco Maria Piave, c’è anche questa bellissima dichiarazione d’amore:

“Alfredo, Alfredo, di questo core
Non puoi comprendere tutto l’amore.
Tu non conosci che fino a prezzo
Del tuo disprezzo provato io l’ho!
Ma verrà giorno in che il saprai,
Com’io t’amassi confesserai.
Dio dai rimorsi ti salvi allora,
Io spenta ancora, pur t’amerò”.