Uno sguardo verso il futuro di sconvolgente modernità da uno dei padri del Classicismo musicale.

Puntata numero centoventi.

“Spesso quando fronteggiavo ostacoli di ogni tipo che interferivano col mio lavoro, quando le  forze sia del corpo che della mente venivano meno e faticavo a perseverare nel percorso che avevo intrapreso, un sentimento segreto dentro di me sussurrava che ci sono solo pochi uomini contenti quaggiù. Il dolore e la preoccupazione prevalgono ovunque. Forse le tue fatiche potrebbero, un  giorno, essere la fonte da cui un uomo stanco e logorato, o gravato di affari, potrà trarre qualche momento di riposo e ristoro”.

(Franz Joseph Haydn)

Nella storia della musica c’è un musicista cui tanti colleghi famosi devono molto, da Mozart a Beethoven, da Brahms a Mahler, a Tchaikovsky. Un compositore la cui fama forse è  un po’ oscurata da quella di due giganti della musica di tutti i tempi come Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig Van Beethoven che hanno speso la loro vita artistica più o meno nello stesso periodo.

Da molti è considerato il padre di generi musicali di importanza fondamentale come la sinfonia o il quartetto d’archi e risponde al nome di Franz Joseph Haydn.

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La sua carriera, lunghissima, è durata più di cinquant’anni, e si è sviluppata quasi interamente nel periodo conosciuto come Classicismo, la seconda metà del XVIII secolo.

Franz Joseph Haydn

Nacque infatti in Austria nel 1732 in una piccola cittadina di provincia e morì a Vienna nel 1809 proprio durante l’occupazione delle truppe francesi guidate da Napoleone.

Come sovente accade nelle vite di questi grandi compositori anche la famiglia di Haydn aveva un profondo rapporto con la musica. Spesso infatti gli Haydn dilettavano le famiglie del vicinato con serate all’insegna del canto cui partecipava anche il piccolo Franz Joseph. Il bambino dimostrò subito una grande padronanza della voce con una perfetta intonazione e un timbro carezzevole.

Per questo motivo i genitori, all’età di sei anni, lo mandarono a studiare canto in una cittadina a circa una ventina di chilometri. Da qui il passo per entrare a far parte del coro della cattedrale di S. Stefano a Vienna fu abbastanza breve.

Cattedrale di Santo Stefano – Vienna

A Vienna oltre a perfezionarsi  nell’arte del canto imparò anche a suonare gli strumenti a tastiera, il clavicembalo soprattutto, e il violino.

Haydn rimase nel coro fino alla pubertà prima del sopraggiungere della muta della voce. Per evitare di essere scacciato dal coro in quanto non più in possesso di una “voce bianca” avrebbe dovuto sottoporsi alla crudele pratica della castrazione, purtroppo usuale quel periodo. Ho già parlato di questo nella puntata dedicata al famoso brano di HaendelLascia Ch’io Pianga” (n. 26) cavallo di battaglia di quello che, probabilmente, è stato il più famoso “castrato” di tutti i tempi, l’italiano Farinelli.

“Farinelli voce regina“- -film

Per fortuna il padre intervenne e lo sottrasse a questa tremenda operazione che allora veniva praticata su molti giovani cantori.

Da quel momento Haydn fece svariati lavori, in ambito musicale, anche umili e poco rilevanti da un punto di vista artistico, fino all’incontro con un grande maestro italiano,  Niccolò Porpora, che gli insegnò i fondamenti della composizione. Da quel momento la sua carriera cominciò a decollare.

Residenza del principe Esterhazy

Nel 1761 venne assunto presso la corte del principe Esterhazy, ungherese, al cui servizio rimase per circa una trentina d’anni. In pratica era il compositore nonché responsabile dell’orchestra di corte. Il principe aveva due residenze di cui una estiva e quando si spostava tra le due si portava appresso, oltre alla servitù anche tutta l’orchestra. Pertanto per molti mesi all’anno i musicisti soggiornavano nella residenza estiva senza poter vedere la propria moglie e i figli e questo darà origine ad alcuni aneddoti di cui parlerò tra poco.

Haydn è stato un compositore prolifico. Ha scritto, ad esempio, più di cento sinfonie e molti quartetti d’archi. Come tutti i musicisti di quel periodo aveva lo status sociale di servo pertanto era obbligato a esaudire tutte le richieste del principe che determinava in tutto e per tutto la sua vita.

Questo lavoro esclusivo presso la medesima corte per così tanto tempo lo portò chiaramente a dover limitare i suoi contatti col mondo esterno, in particolare con l’ambiente musicale viennese. Significativa, al riguardo è una sua affermazione:

Non c’era nessuno vicino a confondermi, così sono stato costretto a diventare originale”.

La vita di Haydn, a differenza di quella di molti suoi colleghi fu comunque, tranne in qualche frangente, sempre abbastanza serena. Era amato, stimato e rispettato da tutti e godette di una grande fama, cosa che non usuale per molti suoi colleghi.

Firma autografa

Tra le peculiarità del suo carattere c’era quella di affabile e, soprattutto giocoso. Amava fare, anche con la musica, degli scherzi. Visto che il suo ruolo, oltre a quello di comporre, era anche di suonare nell’orchestra, si dilettava, mentre era in mezzo ai musicisti, ad osservare le reazioni del pubblico. Spesso gli spettatori, nobili e amici del principe,  assistevano ai concerti dopo abbondanti libagioni e poteva capitare che qualcuno si appisolasse durante l’esecuzione. Haydn quindi inseriva nelle partiture improvvise esplosioni dinamiche che facevano sobbalzare i presenti svegliando quelli che si stavano abbandonando tra le braccia di Morfeo. Si divertiva molto ad osservare il trambusto che lui stesso aveva causato.

Tra i vari aneddoti che riguardano questo suo particolare modo di vivere la musica uno dei più famosi è quello riguardante la sua sinfonia n. 45 denominata “Sinfonia degli Addii”.

Un’estate il principe Esterhazy si fermò nella residenza estiva per un tempo molto più lungo del solito. I musicisti dell’orchestra erano disperati perché volevano ritornare dalle proprie famiglie. Si rivolsero quindi ad Haydn, che affettuosamente chiamavano “Papà Haydn”, perché intervenisse per sbloccare la situazione. Ovviamente era impensabile, per un servo, rivolgere una richiesta diretta al principe. La soluzione che Haydn si inventò fu geniale.

Decise di scrivere una sinfonia, che comincia tra l’altro in minore pertanto con una sonorità abbastanza cupa, al termine della quale inserì qualcosa di veramente particolare.

Nell’ultimo movimento, a circa tre minuti dalla fine alcuni musicisti, dopo aver suonato una parte di rilievo trovarono un’indicazione inusuale sullo spartito. In pratica dovevano alzarsi, spegnere la candela e abbandonare il palco. In questo modo, alla fine, rimasero solo due violini, di cui uno era lo stesso Haydn, a chiudere sommessamente e in sordina questa sinfonia così strana. Il principe, che era una persona intelligente e che amava molto la musica di Haydn, capì il messaggio, nemmeno troppo velato, e concesse a tutti i musicisti di partire il giorno dopo.

Il momento finale della “Sinfonia degli Addii” è il seguente.

Finale Sinfonia degli Addii.

Questo, ovviamente , non è l’unico momento inconsueto che Haydn ha inserito nelle sue partiture. Uno “scherzo” che mi fa particolarmente sorridere si trova nel secondo movimento della sinfonia 93, una delle cosiddette “Sinfonie londinesi”. Qui troviamo una melodia che viene ripetuta un po’ di volte fino a che il brano si avvia alla conclusione come il pubblico può facilmente intuire visto che l’atmosfera diventa sempre più rarefatta e sottile. Ad un certo punto accade qualcosa di veramente inusuale che vi faccio sentire.

finale secondo movimento sinfonia 93

Quei “fagotti” sono veramente due monelli….

Ovviamente Haydn poteva permettersi questi scherzi per i quali anzi andava famoso. Era infatti amatissimo e il pubblico non solo lo perdonava ma apprezzava questi momenti. Anche perché dopo la morte del principe Esterhazy, divenne un musicista libero  e tra le altre cose, fece anche un paio di viaggi a Londra. Il pubblico londinese stravedeva per lui e amava la sua capacità di far sorridere con la musica.

Ovviamente la sua importanza e lavatura artistica vanno ben oltre questa sua caratteristica. La sua bravura e la sua inventiva erano universalmente riconosciute e ammirate es era, probabilmente, il musicista più stimato del suo tempo.

Nell’ultima parte della sua vita si stabilì a Vienna dove, tra l’altro, conobbe e divenne amico di Mozart, nonostante fosse di lui molto più anziano. La loro stima fu reciproca. A volte suonarono anche insieme in un quartetto d’archi. Non oso pensare agli altri due musicisti che si trovavano a fare musica con due geni di quella portata.

Un altro aspetto che unisce Haydn e Mozart è il fatto di aver sposato, entrambi, la sorella della donna che, in realtà,  amavano. Haydn soprattutto fu molto sfortunato perché la moglie non apprezzava assolutamente il suo talento al punto di usare i suoi spartiti per avvolgere il pane o altri generi di conforto.

La stima di Haydn per il giovane amico, non inquinata da nessuna invidia, era grandissima. Lo dimostra questo stralcio di una lettera che scrisse a Leopold, il padre di Mozart:

Davanti a Dio e come uomo onesto le dico che suo figlio è il più grande compositore che io conosca, sia di persona che di nome. Ha gusto e, inoltre, la più profonda conoscenza della composizione“.

Conobbe anche e fu maestro di Beethoven col quale i rapporti all’inizio furono un po’ complicati per poi migliorare col passare del tempo corroborati da una reciproca stima.

L’importanza di Haydn è tale che anche chi pensa di non conoscerlo assolutamente almeno una sua composizione dovrebbe averla già sentita. Suo infatti è questo brano.

Inno nazionale tedesco

Si tratta, ovviamente dell’inno nazionale tedesco, un inno che ha avuto molte vicissitudini a causa di un fraintendimento sul significato del testo causato dalla propaganda nazista tra le due guerre mondiali. Per evitare fraintendimenti nella versione attuale le prime due strofe sono state abolite e oggi viene eseguita, nella versione cantata, solamente la terza.

Ma veniamo al brano oggetto di questo racconto.

Durante il soggiorno londinese Haydn si interessò moltissimo alla musica e alla produzione  di Handel, soprattutto per quello che riguarda gli Oratori, che in quegli anni, siamo alla fine del 700, andavano molto di moda.

L’Oratorio è un genere musicale eseguito in forma di concerto nel quale alcuni personaggi raccontano una storia.  A differenza dell’opera lirica è senza rappresentazione scenica e coreografica ed è privo di costumi. Gli interpreti cantano in abiti civili leggendo lo spartito e sono posti davanti all’orchestra. L’organico prevede dei solisti, un coro ed l’orchestra, e il soggetto, come suggerisce il nome, è spesso a carattere religioso soprattutto biblico.

Il più famoso oratorio di Haydn e forse il suo lavoro più conosciuto, almeno fino a qualche decennio fa, si intitola “La Creazione”. È diviso in tre parti. Le prime due raccontano della creazione del mondo da parte di Dio mentre la terza ha come protagonisti Adamo ed Eva e la loro vita nel giardino dell’Eden.

La leggenda narra che il libretto fu consegnato ad Haydn a Londra. Quando tornò a Vienna un suo amico, il barone Gottfried Von Swieten lo tradusse in tedesco. Poi venne anche ritradotto e riadattato in inglese pertanto, probabilmente, è il primo pezzo della storia che è stato scritto in due lingue e che viene eseguito a volte in tedesco a volte in inglese ed entrambe le esecuzioni sono corrette.

Il brano particolare, oggetto di questa puntata, è l’inizio dell’oratorio stesso. Si tratta di una composizione di una modernità sconvolgente con sonorità estremamente attuali pur essendo stata scritta alla fine del 700 quindi più di duecento anni fa.

Il titolo è già significativo: “ La Rappresentazione del Caos”, in tedesco “Die Vorstellung des Chaos”, in inglese “ The Representation of Chaos”.

Questo brano inizia, appunto, col caos primordiale, caos dal quale Dio comincia la sua opera di creazione. Per rappresentare tutto questo Haydn rompe molte delle logiche della musica del classicismo che lui stesso aveva contribuito, durante tutta la sua vita, a codificare. Pertanto opera una distruzione della forma. Tutti gli abbozzi e le correzioni della partitura dimostrano quanto fosse in difficoltà nel a creare questa rappresentazione musicale magmatica e informe. Infatti raffigurare uno stato di disordine tramite un linguaggio artistico che ha le sue regole e le sue convenzioni, è operazione estremamente complessa.

Per risolvere il problema Haydn inserisce accordi dissonanti, tensioni non risolte e anche, come vedremo, degli sfasamenti ritmici tra le varie sezioni dell’orchestra.

L’inizio è caratterizzato da una sonorità cupa e poderosa che stabilisce già il clima generale.

Inizio

Veramente una composizione unica nel suo genere. Io ci sento anche echi di musiche dei periodi successivi. In alcuni punti mi viene in mente Wagner ma forse è una mia sensazione un po’ distorta.

Dicevo poc’anzi che per rendere questa situazione in divenire Haydn ricorre anche ad un espediente ritmico. Ad un certo punto, infatti, l’orchestra esegue degli “strappi” ma, volutamente, le sezioni non sono perfettamente in sincrono. Alcune infatti partono un attimo prima, altre seguono con un leggero ritardo. Il tutto per dare l’idea di questo caos dal quale,  un po’ alla volta, verranno generati l’ordine e la luce.

Sfasamenti ritmici

Poi arriva l’ordine che viene introdotto da un “recitativo” dell’angelo Raffaele che così racconta:

In principio Dio creò il cielo e la terra.
E la terra giaceva informe e vuota;
e le tenebre erano nel profondo dell’abisso”.

A questo risponde il coro che rappresenta lo spirito vitale che si eleva:

E lo spirito di Dio
scorreva sulla superfìcie dell’acqua,
e Dio disse: «La luce sia!»
e la luce fu”.

Alla prima rappresentazione di questo brano, nel preciso momento in cui il coro pronuncia le parole “E la luce fu”, il pubblico scoppiò in un applauso fragoroso che impedì la prosecuzione della rappresentazione per alcuni minuti. A tal proposito un amico di Haydn scrisse:

Nel momento in cui la luce apparve per la prima volta, si potrebbe dire che raggi sparavano dagli occhi luminosi del compositore. L’incanto dei viennesi, elettrificati, era così generale che l’orchestra non poteva continuare a suonare per qualche minuto.”

Il recitativo e la parte finale del brano sono questi.

Recitativo e finale

Tutta l’orchestra sottolinea questo momento con un poderoso accordo maggiore, con una sonorità chiara a rappresentare l’esplosione della luce.

La Creazione (dettaglio) – Michelangelo

È un brano spettacolare che vi consiglio di ascoltare con attenzione dall’inizio alla fine visto anche che la durata è intorno agli otto minuti a seconda delle esecuzioni. È un viaggio che vale veramente la pena di affrontare.

Haydn è stato un grandissimo compositore, e questo brano dimostra come fosse ben radicato nel suo presente ma con una grande intuito per quelli che sarebbero stati gli sviluppi della musica.

finale

E come ha scritto significativamente il musicologo Angelo Foletto:

Lasciando in eredità agli storici la nozione archetipica di stile classico, Haydn fiutò e prenotò il futuro. Un futuro che Beethoven, suo insofferente allievo, invase smodatamente”.

La Creazione – partitura