Un album, pubblicato postumo, che senza dubbio è uno dei più belli della musica leggera italiana degli ultimi decenni.

Puntata numero centodieci

«Voglio scrivere qualcosa sulla solitudine. Ma sulla solitudine interiore, di quella parte mancante che ognuno di noi si porta dentro». 

“Metti che poi la storia, la tua, la scrivi davvero!”

Quella di oggi è veramente una puntata particolare, perché non era in programma. Infatti avrebbe dovuto essercene un’altra.

È una puntata nata da un’urgenza che si è presentata quasi di prepotenza circa una decina di giorni fa. Diciamo che mi ha colto non solo di sorpresa ma anche abbastanza impreparato. L’oggetto di questa puntata,  l’album di cui parlerò mi era del tutto sconosciuto, colpevolmente sconosciuto.

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Andiamo, però, con ordine.

Verso la fine di febbraio c’è stata la ricorrenza del decimo anniversario della morte di un cantante e di un autore di testi molto particolare. Probabilmente è  stato un artista di nicchia, sconosciuto soprattutto ai più giovani. Ha però caratterizzato con la sua vocalità e con le sue liriche alcuni dei momenti più importanti ed interessanti della musica italiana.

Il suo nome è Francesco Di Giacomo.

Francesco Di Giacomo

Magari quelli di voi non più giovanissimi si ricorderanno di lui come una delle voci più interessanti di quel fenomeno particolarissimo all’interno della storia della musica conosciuto come “Rock Progressivo”,  negli anni 70.

Francesco Di Giacomo è stato infatti la voce di uno dei gruppi più importanti di quel periodo, il “Banco del Mutuo Soccorso”, successivamente chiamato semplicemente il “Banco”.

Parlare della musica degli anni 70, soprattutto della prima metà, è abbastanza complesso. In realtà quel periodo è stato un unicum all’interno della storia della musica Rock, o Pop, e soprattutto in questo caso le varie  definizioni hanno molto poco senso. Il rock progressivo, detto anche “Progressive” è stato qualcosa di completamente diverso sia  da quello che c’era prima che da tutto quello che sarebbe venuto dopo.

In quegli anni, per la prima volta, la musica leggera, la musica di consumo, ha cercato di elevarsi al rango di musica d’arte, quasi una sorta di musica classica ma alla portata dei giovani e soprattutto a loro dedicata.

In Europa, partendo dall’Inghilterra, ma anche, e forse soprattutto, in Italia, vi è stata tutta una generazione di giovani musicisti, estremamente preparati, molti  con un solido background di studi classici, il cui scopo era mettere la competenza, la bravura  e la passione all’interno di un genere destinato ai ragazzi. La musica da loro prodotta è quindi improvvisamente diventata qualcosa di molto significativo anche da un punto di vista culturale.

È stato un fenomeno totalizzante. Le copertine dei dischi spesso erano opera di artisti e pittori importanti. Le liriche dei brani sovente si dipanavano complesse, impegnative, a volte anche criptiche nel loro sviluppo. I brani, perché non si possono definire canzoni, avevano influenze rock,  classiche,  jazz,  folk e anche pop.

Copertina di un album degli “Yes” del 1973

Questi musicisti rivendicavano l’impossibilità di confinare le cose che avevano da dire all’interno dei limiti di tempo, solitamente tre o quattro minuti, tipici delle canzoni. Di conseguenza i brani prendevano respiri molto ampi, proprio come quelli della musica classica. Non era raro trovarsi di fronte a composizioni che duravano anche 10, 15 o 20 minuti. Spesso i limiti erano determinati solamente dalla capacità del supporto usato allora. Gli LP infatti non potevano contenere, pena il deterioramento della qualità, più di 45 minuti circa di musica contando entrambi i lati.

Copertina di “Thick as a Brick” dei Jethro Tull

È stato un fenomeno irripetibile, soppiantato già verso la fine di quel decennio da musiche di più facile consumo come la “Disco” in America o il “Punk”, che hanno spazzato via questo modo di fare e concepire la musica.

Francesco Di Giacomo ha cominciato la sua carriera proprio all’inizio degli anni 70 in uno dei gruppi più importanti di quel periodo, appunto il “Banco”.

Negli anni precedenti era stato anche un attore. Aveva recitato nel 1969 in “Satyricon“,   film di  Federico Fellini. Poi ancora con lo stesso regista nel 1970 ne “I Clowns”,  nel 1972 in “Roma” ed infine “Amarcord” nel 1973.

Nel “Banco” lui era il frontman, il personaggio di spicco, molto caratteristico sia per la voce che per l’aspetto. Il successo e il gradimento  furono tali che  al gruppo  si aprì anche la strada del riconoscimento internazionale con l’incisione, in Inghilterra, di un disco, ovviamente in lingua inglese, per un mercato che apprezzava molto quella musica prodotta in Italia.

As In A Last Supper – Banco

Finito il periodo d’oro del “progressive” il Banco ha continuato la propria attività fino ai nostri giorni anche se, ovviamente, con un successo non paragonabile a quello dei tempi d’oro.

Francesco Di Giacomo ha coltivato anche una carriera da solista producendo un album, nel 1989, intitolato “Non Mettere le Dita nel Naso”. In realtà più che un album da solista è stata un’operazione di marketing della casa discografica che ha preteso che sulla copertina fosse scritto il “Banco presenta Francesco Di Giacomo” per avere più possibilità di fare breccia da un punto di vista commerciale.

Nel 2004 però Francesco ha cominciato una stretta collaborazione con il pianista Paolo Sentinelli che aveva anche scritto alcuni degli arrangiamenti dei dischi del Banco. Questa unione è durata dieci anni fino alla prematura morte del cantante, in seguito ad un incidente stradale, nel 2014.

Questo lavoro di dieci anni ha prodotto un album intitolato “La Parte Mancante” che è l’oggetto della puntata di oggi.

Francesco Di Giacomo e Paolo Sentinelli

La storia di questo album, dalla lunghissima gestazione, è interessante. Prima del disco infatti i due musicisti avevano prodotto uno spettacolo teatrale intitolato “Cenerentola, la parte mancante”. Questo lavoro, che conteneva molti dei brani del disco, ha avuto purtroppo una sola replica per la sopravvenuta morte di Francesco.

Poi l’album è stato tenuto in un cassetto per cinque anni. Molto probabilmente il dolore per la prematura scomparsa ha richiesto del tempo per poter essere metabolizzato. Successivamente sia Paolo Sentinelli che la moglie di Francesco hanno trovato la forza e il coraggio di portare avanti questo progetto e nel 2019, nel quinto anniversario della morte, hanno pubblicato il disco.

In realtà la tiratura è stata abbastanza limitata e la distribuzione è avvenuta principalmente attraverso le edicole. Nonostante il generale apprezzamento sia della critica che degli addetti ai lavori è rimasto un lavoro di nicchia a molti sconosciuto, compreso, colpevolmente, me stesso.

Alla fine di questo febbraio, vista la ricorrenza del decimo anniversario della morte, questo album è ricomparso un po’ sui social e nelle discussioni dei gruppi che si occupano delle cose della musica.

Di conseguenza ho avuto la ventura, e la fortuna, circa una decina di giorni fa, di ascoltarlo per la prima volta.

Devo ammettere che è stata una botta non indifferente.

Si tratta, infatti, di un album di canzoni italiane, secondo me, tra i più belli, intensi e significativi degli ultimi venti o trent’anni e forse anche qualcosa di più.

È abbastanza difficile parlarne perché mi ha molto emozionato sia al primo che ai successivi ascolti. Mi rendo infatti conto che, probabilmente, nonostante io cerchi di essere sempre il più obbiettivo possibile quando parlo di musica, ammesso che sia possibile  e che abbia senso esserlo, in questo caso è ancora più difficile.

La Parte Mancante” è un insieme di canzoni che ti prende un po’ alla volta e non ti lascia più. I testi sono molto belli, estremamente toccanti, e vengono enfatizzati al massimo dalle musiche, efficaci e centrate.

La dichiarazione con la quale ho iniziato questa puntata, che è stata fatta da Francesco Di Giacomo durante la lavorazione di questo album, spiega molte cose:

«Voglio scrivere qualcosa sulla solitudine. Ma sulla solitudine interiore, di quella parte mancante che ognuno di noi si porta dentro». 

E un verso tratto dal primo brano del disco, intitolato “In quest’aria” è abbastanza esplicativo degli argomenti che verranno sviscerati nel corso delle varie tracce:

“Metti che poi la storia, la tua, la scrivi davvero!”

Gli arrangiamenti, quasi sempre caratterizzati da una forte presenza del pianoforte, sono estremamente meditati. Sono contenuti, mai esagerati. Non c’è mai la ricerca del facile effetto strappa applausi. Lo scopo è sempre quello di far risaltare al massimo le canzoni, le melodie e soprattutto i testi.

Tutto il lavoro è un gioiello da guardare, toccare, lucidare e ammirare sempre di più, ad ogni ascolto.

Oltre ai testi e alla musica l’altro elemento caratterizzante è la particolare vocalità di Francesco Di Giacomo. Molti, e non a torto, sostengono che, dopo la morte del grande Demetrio Stratos cantante di un altro gruppo importantissimo degli anni 70, gli “Area”, avvenuta nel 1979 per una fulminante malattia, Francesco Di Giacomo sia stato il più importante rappresentante di una qualità vocale non molto diffusa in Italia. E’ una voce da tenore leggero, abbastanza comune  nei paesi anglosassoni, molto meno, per non dire quasi nulla, da noi.

Demetrio Stratos

La Parte Mancante” è un album nato praticamente in casa. Nelle note di copertina è riportata, infatti,  la seguente frase:

«Le voci sono state registrate nel corso degli anni nel soggiorno di Paolo e nella cucina di Francesco, dove c’erano tanto cuore e una treccia di aglio sempre appesa».

Non so se gli arrangiamenti siano stati completati con Francesco Di Giacomo ancora in vita o postumi. Ma non è molto importante.

Quello che è importante sapere è che questo disco, all’inizio, conteneva dieci canzoni. Oggi, sulle varie piattaforme, si può trovare anche la versione più estesa con l’aggiunta anche di altri brani tratti dallo spettacolo “Cenerentola, la parte mancante”.

L’album si apre con “In quest’aria”, una canzone che ci fa già capire quale sarà l’atmosfera generale nonché il senso e il peso di tutto il lavoro. Dicendo peso non mi riferisco, ovviamente, ad una pesantezza nell’ascolto ma al peso specifico e all’importanza che tutto il lavoro riveste. Sono canzoni mai banali, anche se si tratta di musica leggera.

Questo primo brano ha il potere di portarci in una dimensione diversa. C’è infatti  un mantra continuamente ripetuto: “metti che non ci credo, metti che non ti vedo” che ti prende e ti avvolge un po’ alla volta diventando elemento fondamentale di tutta la canzone.

E’ un inizio veramente potentissimo, guidata dalle tastiere e dal pianoforte

In quest’aria

Metti che certe volte ti affidi a qualsiasi vangelo. Metti che non ci credo, metti che non ci vedo. Metti che poi, col tempo, resisti a qualsiasi veleno. Metti che poi la storia, la tua, la scrivi davvero.”

Il primo ascolto di questa canzone mi ha letteralmente incollato alla sedia. E’ evocativa, potente con testo estremamente significativo ed emozionante.

Tutto questo risalta ancor di più perché In queste settimane molti si sono interessati ad una famosa kermesse musicale. importantissima per l’Italia. In questa rassegna sono state  presentate canzoni che spesso non fanno dell’importanza dei testi e della musica la loro caratteristica principale. Del resto in questo periodo, tranne significative eccezioni, la qualità della musica italiana lascia un po’ il tempo che trova. Avere invece prodotti di questo tipo ci rende orgogliosi di far parte di una cultura musicale che ha ancora qualcosa di molto importante da dire, se glielo si fa dire. Non solamente in Italia, ma anche all’estero, è difficile trovare una produzione di canzoni così ben fatta e di grande spessore artistico.

Altro brano significativo è “La Parte Mancante” caratterizzata da una melodia tipicamente italiana portata però con un gusto sconosciuto a gran parte della produzione del nostro paese. È una melodia sulla quale poggia un testo che ci  racconta di un tormento camuffato da osservazioni che sembrano flemmatiche.

Scusa ero distratto, guardavo il mare
certe volte succede
tu facci caso se ti succede
.

Ci si ammazza un momento con il fiato sorpreso
da quell’andare e tornare che va di passo col cuore
e somiglia alla vita”.

E più avanti:

Scusa ero distratto, te l’ho già detto,
da questo mare tagliente che non ha niente da fare
e come un velo sottile mi ricopre le spalle e non mi porta da te”.

La Parte mancante

Molti sono i momenti importanti in questo lavoro ma uno, in particolare, mi emoziona ad ogni ascolto. Si Intitola “Insolito”.

Se è vero che i suoni e la musica, come molte volte ho affermato, aprono i cassetti delle emozioni e tirano fuori quello che, magari a nostra insaputa,  di buono abbiamo dentro di noi, questa canzone centra l’obbiettivo in pieno. È estremamente toccante a partire dal testo. Si tratta quasi di una preghiera d’amore. Una preghiera mai scontata o banale.

Vale la pena riportarlo per intero, prima dell’ascolto, perché contiene immagini stupende:

“Stai calma, con calma, prendi tempo, il tuo.

Tutto quello che resta non si sa mai se basta.

E resta li a guardarti in questo essere sola,

Che ti fa perfetta come l’ultima fetta di torta.

Piena di rischi e di attesa adesso che l’anima è tesa

Puoi disporre di te con calma.

E in questo inseguimento ti lavi piano

E il tuo piangere lento ti da una mano.

Bisognerebbe avere frutta fresca in frigo

Per non lasciarti andare.

Bisognerebbe avere mille occhi e tutti i nervi in fila per provare.

Provare ad amarti

Per bene, per bene, per bene.

Bisogna innamorarsi per bene per bene.

Le cose vanno fatte per bene per bene.

Perché l’amore è solo per bene per bene.

Con calma ti adagi sul fondo

In questa notte di marmo e di zucchero amaro, con calma.

E non è mai la mancanza, o l’assenza che ti sgomenta,

Ma è lo spazio che trova il cuore davanti a ogni libertà.

Bisognerebbe avere un po’ di pane

Che non somiglia al tuo viso,

Ma pane da mangiare.

Bisognerebbe avere il senso del non avere niente.

Non avere niente e averti solamente

Per bene per bene per bene.

Bisogna innamorarsi per bene per bene.

Le cose vanno fatte per bene per bene.

Perché l’amore è solo per bene per bene.

Perché l’amore c’è sempre,

Può fare a meno dell’alba.

Perché da sempre sta li

Per bene per bene per bene.

Bisogna innamorarsi per bene per bene.

Le cose vanno fatte per bene per bene.

Perché l’amore è solo per bene per bene.

Perché l’amore c’è sempre, e non è mai.

Perché da sempre sta li,

Con calma”.

Insolito

È una canzone, una bellissima canzone  che, secondo me, avrebbe tranquillamente potuto vincere dieci Festival di Sanremo di fila.

È un brano che ti prende e, come dico a volte, “ti cappotta”.

Pur essendo un lavoro pubblicato postumo, cinque anni dopo la morte di Francesco Di Giacomo, non è un testamento spirituale. È quasi un “work in progress” che i due musicisti e amici stavano portando avanti.

C’è però un brano particolare, non presente sul disco, ma sulla versione estesa che si può trovare sulle varie piattaforme, intitolato “Puntualizzazioni sulla vita”.

Ebbene, proprio alla fine c’è un verso che fa quasi presagire quello che poi sarebbe, di li a poco, accaduto.

È un verso significativo come molti di quelli presenti in questo disco:

La vita è così piena di interessi. Si va e si viene.”.

finale