“Quanto alla musica poi, per quanto io possa giudicare, parmi d’una bellezza maravigliosa” (Lorenzo Da Ponte)

Puntata numero centotrentatré.

“Io mi misi serenamente a pensar a’ drammi, che doveva fare pe’ miei due cari amici Mozzart  e Martini. Quanto al primo, io concepii facilmente che la immensità del suo genio domandava un soggetto esteso, multiforme, sublime. Conversando un giorno con lui su questa materia, mi chiese se potrei facilmente ridurre a dramma la commedia di Beaumarchais, intitolata Le nozze di Figaro. Mi piacque assai la proposizione e gliela promisi. Ma v’era una difficoltà grandissima da superare. Vietato aveva pochi dì prima l’imperadore alla compagnia del teatro tedesco di rappresentare quella commedia, che scritta era, diceva egli, troppo liberamente per un costumato uditorio: or come proporgliela per un dramma? 

 Mi misi dunque all’impresa, e, di mano in mano ch’io scrivea le parole, ei ne faceva la musica. In sei settimane tutto era all’ordine. La buona fortuna di Mozzart volle che mancassero spartiti al teatro. Colta però l’occasione, andai, senza parlare con chi che sia, ad offrir il Figaro all’imperadore medesimo. «Come!» diss’egli. «Sapete che Mozzart, bravissimo per l’istrumentale, non ha mai scritto che un dramma vocale, e questo non era gran cosa!» «Nemmen io,» replicai sommessamente, «senza la clemenza della Maestà Vostra non avrei scritto che un dramma a Vienna.» «È vero,» replicò egli; «ma queste Nozze di Figaro io le ho proibite alla truppa tedesca.» «Sì,» soggiunsi io; «ma, avendo composto un dramma per musica e non una commedia, ho dovuto ommettere molte scene e assai più raccorciarne, ed ho ommesso e raccorciato quello che poteva offendere la delicatezza e decenza d’uno spettacolo, a cui la Maestà sovrana presiede. Quanto alla musica poi, per quanto io posso giudicare, parmi d’una bellezza maravigliosa.» «Bene: quand’è così, mi fido del vostro gusto quanto alla musica e della vostra prudenza quanto al costume. Fate dar lo spartito al copista.» Corsi subito”.

Questo racconto è tratto dalle memorie che Lorenzo Da Ponte scrisse quando si trovava a New York più di trent’anni dopo l’episodio che sta narrando. Riguarda la genesi de “Le Nozze di Figaro” di Wolfgang Amadeus Mozart, di cui fu proprio egli a scrivere il libretto.

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In realtà il racconto di questo grandissimo poeta italiano non è del tutto attendibile. Recenti studi hanno dimostrato, infatti, come l’imperatore Giuseppe II in quel periodo, siamo alla fine del 700, fosse desideroso di dare di se l’immagine di un sovrano illuminato. Pertanto sembra non solo che non abbia ostacolato la messa in scena dell’opera, ma abbia avuto una parte attiva nella sua realizzazione. Pretese però che dallo spettacolo venissero tolte tutte le scene più rivoluzionarie.

Lorenzo Da Ponte (1749-1838)

Nella scorsa puntata ho cercato di rispondere ad una vostra domanda riguardante un disco che potesse avvicinare un neofita al jazz. Avevo anche specificato che, qualche tempo prima, ne avevo scritto un’altra che affrontava la medesima questione riferita però alla musica classica.

Ebbene lo spunto per questa puntata non parte da una vostra richiesta ma da una domanda che mi sono posto io stesso. “Esiste una composizione adatta ad avvicinarsi al mondo dell’Opera,  un mondo così particolare che può suscitare anche un po’ di timore vista la sua complessità, e che può sembrare anche astruso e, a volte, demodé? E se si, con cosa iniziare?”

La risposta che mi sono dato, ovviamente del tutto soggettiva, fa riferimento a “Le Nozze di Figaro” di Mozart.

Le ragioni sono molteplici.

Quest’opera è, in pratica, un meccanismo scenico e drammaturgico perfetto. È estremamente equilibrata nella parti che la compongono. Ci sono arie, duetti, trii, perfino un sestetto, e i recitativi sono ironici e spigliati. L’azione viene sviluppata spesso, anche durante le “arie” che non sono quasi mai momenti statici ma servono, sovente, per portare aventi le vicende narrate.

Inoltre la tecnica del canto non è ancora quella lirica che si affermerà il secolo dopo. Le parole sono quindi abbastanza intellegibili.

Anche il libretto è molto interessante. È stato scritto, appunto, da Lorenzo Da Ponte che ha collaborato con Mozart per la famosa trilogia italiana che comprende oltre alle “Nozze” anche l’altro capolavoro che è il “Don Giovanni” e quell’opera un po’ misteriosa e molto moderna, “Così fan tutte”. Secondo me è un peccato che i testi di questo poeta non siano oggetto di studio nella scuola italiana perché ne varrebbe veramente la pena.

Poi c’è, ovviamente, la musica. Una musica che descrive, sottolinea e anticipa le situazioni sceniche in modo drammaturgicamente perfetto.

I personaggi descritti sono personaggi veri. Hanno i loro pregi e difetti, non sono monolitici. Non sono solo buoni o cattivi ma racchiudono tutte le sfumature dell’animo umano al punto che chiunque può immedesimarsi in essi.

Infine è un’opera buffa. Quindi fa sorridere, a volte ridere apertamente, ma anche riflettere sulla condizione umana. Si chiude infatti con uno dei lasciti più importanti che Mozart ci ha donato. È il concetto che l’uomo va comunque perdonato, se si pente in modo sentito, proprio in quanto uomo perché spesso sbaglia per la sua natura che, a volte, è più forte di lui. Anche il personaggio del Conte di Almaviva, che per tutta l’opera risulta essere quello che cerca solo di soddisfare le proprie pulsioni, alla fine, di fronte all’evidenza dei fatti, chiede perdono in modo molto sentito.

Il soggetto delle Nozze è tratto da una pièce teatrale del francese Beaumarchais intitolata “ Le Mariage de Figaro ou la Folle Journée,” che fa parte di un trittico che comprende anche “Il Barbiere di Siviglia” e “La Mère coupable” .

Il re di Francia si era molto indispettito per la pubblicazione di questo testo in quanto trattava dei conflitti tra le classi sociali mettendo alla berlina i nobili e i potenti. Per lo stesso motivo anche in Austria ci fu qualche problema  di censura. Ma per fortuna Giuseppe II accettò, anche dopo aver ascoltato alcuni brani suonati dallo stesso Mozart, di dare il via libera alla rappresentazione.

Giuseppe II nel film “Amadeus”

Del resto il carattere non serioso di quest’opera si intuisce già dal primo brano che inizia immediatamente dopo l’overture. overture della quale parlerò più avanti.

È un inizio inusuale. La scena si apre con Figaro, il servitore personale del Conte di Almaviva, che misura, contando i centimetri, la stanza che lo stesso Conte gli ha promesso in dono per le sue nozze con Susanna, per vedere se ci sta il letto nuziale.

Figaro è quindi seduto sul pavimento che conta.

Cinque, dieci, trenta….

È una scena tipica di vita di coppia. L’uomo sta facendo una cosa ed è capace di concentrarsi solo su quella mentre la promessa sposa, in questo caso, richiede la sua attenzione riguardo ad un’altra faccenda. Lui non la considera, lei insiste dicendogli “Guarda un poco il mio cappello” (simbolo del matrimonio ndr). Alla fine lui la guarda gratificandola con un complimento che sembra un po’ forzato.

Nonostante un inizio così leggero l’opera si rivela comunque molto complessa nella sua articolazione.

In primo luogo richiede una compagnia di canto con interpreti di alto livello. Ci sono almeno sei ruoli particolarmente impegnativi. Tra i personaggi principali che sono il Conte, il suo servitore Figaro, la Contessa con la sua dama di compagnia Susanna, e Marcellina che all’inizio è rivale in amore di Susanna ma poi si scoprirà essere la madre di Figaro, ne abbiamo uno molto particolare. Si chiama Cherubino ed è un paggio, ma è interpretato  da una cantante donna, un soprano per l’esattezza.

La Contessa e Cherubino

Cherubino ha la caratteristica di trovarsi sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato. In pratica Da ponte e Mozart lo utilizzano come motore dell’azione quando questa dev’essere un po’ rivitalizzata a livello di spunti o sprazzi comici. È l’elemento destabilizzante della storia la cui presenza modifica lo svolgersi dei fatti e le reazioni dei personaggi. La sua importanza è stata riconosciuta anche, ad esempio, dal filosofo e scrittore danese Kierkegaard che lo ha definito come: ”La personificazione dell’eros adolescenziale”. Cherubino infatti non è innamorato solamente di tutte le donne del palazzo come sosterrà in una delle sue arie, ma proprio dell’amore in senso lato. È in una fase di confusione personale e sentimentale e il fatto di essere interpretato da una donna enfatizza la sua ambiguità esistenziale.

È un personaggio che Mozart amava particolarmente anche perché si rispecchiava e si identificava in lui.

Cherubino oltre a partecipare a duetti e trii canta due arie estremamente importanti. Quella di esordio, nel primo atto, si intitola “Non so più cosa son cosa faccio”, ed è un modo estremamente centrato di rappresentarsi raccontando tutti i suoi dubbi legati all’amore.

“Non so più cosa son, cosa faccio,
or di foco, ora sono di ghiaccio,
ogni donna cangiar di colore,
ogni donna mi fa palpitar.
Solo ai nomi d’amor, di diletto,
mi si turba, mi s’altera il petto
e a parlare mi sforza d’amore
un desio ch’io non posso spiegar.
Parlo d’amor vegliando,
parlo d’amor sognando,
all’acque, all’ombre, ai monti,
ai fiori, all’erbe, ai fonti,
all’eco, all’aria, ai venti,
che il suon de’ vani accenti
portano via con sé.
E se non ho chi mi oda,
parlo d’amor con me.

Non so più cosa son, cosa faccio

E anche quando non è lui direttamente a cantare spesso è soggetto del canto degli altri protagonisti. Ad esempio l’aria forse più famosa dell’opera è quella che gli dedica lo stesso Figaro quando lo consola, prendendolo amichevolmente in giro, per il fatto di essere stato scacciato dal Conte e costretto ad arruolarsi nell’esercito visto che si era fatto trovare, per l’ennesima volta, nelle stanze di una dama.

L’aria si intitola “Non più andrai farfallone amoroso” e, fra l’altro, è stata anche utilizzata nel film “Amadeus” nella scena in cui Mozart si fa gioco di Salieri parafrasandone una melodia.

Non più andrai farfallone amoroso

A ulteriore conferma della genialità di Mozart e del suo sapiente modo di utilizzare la musica in senso drammaturgicamente compiuto c’è la seconda aria, che lo stesso Cherubino canta nel secondo atto.

In realtà si tratta di una canzone di scena. La Contessa  chiede al paggio di cantare una canzone. Susanna, nella finzione scenica, lo accompagna con la chitarra.

Il titolo è “Voi che sapete cosa è l’amor”. All’apparenza sembra una semplice canzoncina ma in realtà Mozart, seguendo alla perfezione il testo, cambia continuamente il centro tonale del brano, in pratica la nota cui fare riferimento. Questo continuo vagare della musica rende perfettamente l’incertezza del perenne vivere in balia dei sentimenti che caratterizza la figura del paggio.

“Voi che sapete che cosa è amor,
Donne, vedete, s’io l’ho nel cor,
Quello ch’io provo, vi ridirò,
E per me nuovo capir nol so.
Sento un affetto pien di desir,
Ch’ora e diletto, ch’ora e martir.

Gelo e poi sento l’alma avvampar,
E in un momento torno a gelar.

Ricerco un bene fuori di me,
Non so chi il tiene, non so cos’e.

Sospiro e gemo senza voler,
Palpito e tremo senza saper,
Non trovo pace notte ne di,
Ma pur mi piace languir così”.

Voi che sapete cosa è amor

Questa che sembra una canzoncina in realtà è, musicalmente, un capolavoro. Ascoltando il modo col quale Mozart sostiene questo bellissimo testo non si può non fare il confronto con l’estrema semplicità, e a volte la banalità, di certe soluzioni musicali che invece vanno per la maggiore oggi come oggi. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano……

“Le Nozze di Figaro” contengono molti momenti interessanti e le arie che ogni protagonista canta sono tutte significative.

Ci sono, come detto, momenti esilaranti e anche uno strepitoso sestetto, alla fine del secondo atto, la cui durata è di circa venti minuti, che Mozart amava particolarmente.

Io mi sono concentrato sulla figura di Cherubino perché anche l’overture iniziale ha, a mio parere, molto a che fare con questo personaggio.

Si tratta di un’overture abbastanza strana. Non anticipa nessuno dei temi presenti nell’opera, contrariamente a quello che fanno di solito i brani introduttivi la cui funzione è far familiarizzare gli ascoltatori con le melodie che poi ascolteranno nel corso dello spettacolo. È quasi un pezzo a se stante tanto è vero che viene spesso eseguito anche  da solo. Molti sostengono che la sua vivacità sia la diretta rappresentazione in musica del sottotitolo dell’opera cioè “ La Folle Journée”.Altri invece ritengono, e io sono d’accordo, che questo brano sia anche la traduzione in musica proprio del carattere di Cherubino, questo paggio scapestrato che vaga di fiore in fiore come un’ape impazzita. Anche la dinamica molto evidente e gli accenti improvvisi sembrano sottolineare gli sbalzi d’umore e le spigolosità nel comportamento tipici di un adolescente.

Il brano è stato utilizzato anche dal cinema. È presente infatti nei titoli di testa di una delle classiche commedie natalizie, “Una poltrona per due”. Spesso, purtroppo, è stato anche protagonista di qualche spot pubblicitario.

Ha un andamento veloce, che in alcune esecuzioni diventa, a volte, molto veloce. L’inizio è caratterizzato da una frase, suonata all’unisono, a volume molto contenuto, dagli archi e dai fagotti. Questa frase viene interrotta spesso da una fanfara di fiati che crea i primi sbalzi di dinamica, caratteristica di tutto il brano.

Overture inizio

Dopo questo inizio comincia la transizione verso la seconda parte del brano. L’andamento si mantiene veloce anche nel secondo tema che sembra sottolineare un altro aspetto del carattere di Cherubino. È una melodia un po’ più delicata, suonata dagli archi.

Secondo tema

Poi viene riproposta la situazione iniziale con delle piccole varianti.

Dopo questa ripresa possiamo assistere a un momento spettacolare caratterizzato da un lungo ed entusiasmante “crescendo” di dinamica. Si parte dal “pianissimo”, sempre in velocità, per arrivare al “forte”. Qui vengono esaltate anche le capacità e il virtuosismo dell’orchestra e possiamo intuire, per l’ennesima volta, quanto la dinamica sia importante in musica.

“crescendo”

Ma questa folle giornata, perché ricordo che tutta l’azione si svolge dalla mattina a sera, è costellata da molti momenti significativi ed entusiasmanti.

Uno dei più interessanti lo abbiamo alla fine, si svolge nel boschetto adiacente il palazzo, di notte. È una notte particolare, strana per essere nel 700, perché è vista come momento in cui si svelano i sentimenti più profondi , anticipando quasi una visione romantica, come se la notte fosse un “luogo dell’anima”.

In questa notte, tra i fiori e i profumi, Susanna canta una serenata dedicandola al suo uomo. Sa che la sta ascoltando anche se, in realtà è nascosto. Figaro pensa che il canto sia dedicato al Conte e questo gioco di seduzione è uno dei momenti topici dell’intera opera.

“Deh, vieni, non tardar, oh gioia bella,
vieni ove amore per goder t’appella.
Finché non splende in ciel notturna face,
finché l’aria è ancor bruna e il mondo tace.
Qui mormora il ruscel, qui scherza l’aura,
che col dolce sussurro il cor ristaura.
Qui ridono i fioretti e l’erba è fresca,
ai piaceri d’amor qui tutto adesca.
Vieni, ben mio, tra queste piante ascose,
ti vo’ la fronte incoronar di rose”.

È importante notare come Mozart quando fa cantare a un personaggio femminile le più intime emozioni non lo porta nei registri più acuti ma, al contrario lo fa scendere in basso. Il verso “Finché non splende in ciel notturna face” contiene una nota abbastanza grave per un soprano. Il registro grave, infatti rappresenta la pancia, la terra, che sono essenza della femminilità.

Chiaramente non si può parlare in una puntata di tutte le “Nozze”. Questi che ho suggerito sono solamente alcuni spunti.

Ma, per concludere, volevo accennare al finale che è un altro momento topico. Nell’ultima scena la vicenda si risolve e tutte le tessere del mosaico vanno, ovviamente come da tradizione, al loro posto. Il Conte chiede perdono per quanto fatto. È un perdono sincero e, appunto per questo, viene concesso dalla Contessa.

La cosa veramente originale è che, a questo punto, i cantanti escono dai loro personaggi e, avvicinandosi al proscenio, intonando il “coro del perdono”. È un momento da pelle d’oca. Questo coro contiene uno dei lasciti più importanti di Mozart all’umanità. È l’idea che all’uomo debba essere concesso il perdono, quando chiesto sinceramente, perché sbaglia non solamente per sua colpa, ma perché spesso è la sua natura.

Contessa perdono

Io non so come abbiano reagito gli spettatori la sera del primo maggio 1786 al “Burgtheater” (teatro di corte) di Vienna quando hanno ascoltato, per la prima volta, questo finale. Per me è sempre un momento estremamente emozionante. Penso infatti a come questo genio assoluto riesca sempre a toccare il nostro animo, i nostri cuori e la nostra sensibilità in modo così diretto ed estremamente efficace.

finale

E penso che, dopo questo coro finale, il solito invito a “fare i bravi” abbia ancora più senso.