Miles Davis
Una pietra miliare della musica del 900 indipendentemente dai generi.
Puntata numero centotrentadue.
“Esiste una forma particolare di arte visiva giapponese in cui l’artista opera in modo spontaneo, ma all’interno di una disciplina precisa. In questa forma d’arte l’artista dipinge su una sottile pergamena intelata, con un particolare pennello e un inchiostro nero ad acqua, seguendo un metodo di controllo del gesto, poiché un qualunque movimento, che sia poco naturale o interrotto, minaccia di interrompere la linea o di distruggere la pergamena. Le cancellature o i cambiamenti sono impossibili. Questi artisti praticano una disciplina peculiare: permettono alle loro idee di esprimersi in comunicazione diretta con le loro mani, secondo una disciplina in cui il pensiero razionale non deve intervenire. Le opere che ne derivano mancano forse di complessità nella composizione e nella superficie pittorica, che invece si trova nella pittura tradizionale, ma si dice che chi le guarda sia capace di leggervi qualcosa che sfugge alle spiegazioni”.
(Bill Evans dalle note di copertina di “Kind of Blue”, uno dei dischi più importanti di Miles Davis)
In una puntata di qualche tempo fa ho cercato di rispondere ad alcune richieste che mi invitavano a suggerire alcuni brani che facilitassero l’avvicinarsi alla musica classica. La puntata in questione, la numero 43, riguarda una delle composizioni, secondo me, più adatta allo scopo, la suite “The Planets” di Gustav Holst.
Ebbene ultimamente mi è stata posto un quesito simile riferito però ad un altro genere. In pratica mi è stato chiesto se esiste un album adatto ad avvicinarsi alla musica jazz e al suo mondo.
È utile sottolineare che, in realtà, non esiste una risposta univoca, e forse non esiste proprio la risposta, perché i dischi adatti allo scopo possono essere molti, a seconda dei gusti, della sensibilità e della curiosità delle persone.
Però…….
Però esiste un album che viene considerato da tutti, critici, musicisti o appassionati del genere, una pietra miliare imprescindibile per chi desidera avvicinarsi al jazz.

Si tratta di una delle produzioni più importanti di uno dei musicisti più rappresentativi della musica del 900. Non parlo solo del jazz, ma della musica “tout court”.
Il musicista è Miles Davis e l’album si intitola “Kind of Blue”.
Ho parlato dettagliatamente di lui all’inizio di questo percorso. A Miles Davis sono infatti dedicate ben tre puntate, rispettivamente le numero 10-11 e 12. Il loro titolo è “The Man with The Horn”, come veniva chiamato, che significa “l’uomo con il corno” dove corno, ovviamente, è il modo colloquiale col quale i jazzisti americani definiscono la tromba nel jazz.
Quindi vi rimando a quelle puntate se volete avere un ritratto dell’artista e della sua storia.
Oggi voglio concentrarmi su questo album per cercare di parlarne in modo approfondito, approfittando del fatto che, proprio il mese scorso, si è celebrato il sessantacinquesimo anniversario della sua pubblicazione, avvenuta, appunto, nell’agosto del 1959.
Il fatto che questo album possa favorire l’approccio al jazz non significa che si tratti di un disco facile o semplice. Ha però la caratteristica di essere immediato, di arrivare in modo diretto. È scevro da toni aspri e non aggredisce l’ascoltatore.

Si tratta di un’opera d’arte e, come tutte le opere d’arte, di qualsiasi arte, parla linguaggi a diversi livelli, secondo la persona cui si trova di fronte.
Il “non esperto” troverà spunti interessanti, l’amatore del jazz ne coglierà alcuni aspetti più complessi, e i musicisti ci possono trovare molti spunti di ispirazione costante da cui imparare, indipendentemente dal genere praticato.
Una delle sue caratteristiche principali è, come per tutti i capolavori, in musica, il suono. Ha una sonorità seducente, accattivante, a volte misteriosa, che attraversa tutti i brani. La bellezza di questo suono e l’intensità dell’esecuzione da parte di tutti i musicisti coinvolti rende ancora attuale la sua musica e ha conquistato generazioni di ascoltatori.
Non a caso risulta il disco di jazz più venduto della storia.
Come detto l’album è uscito nell’agosto del 1959, ma, in realtà, è stato registrato in due sessioni, la prima all’inizio di marzo e la seconda verso la fine di aprile di quell’anno. Le due sessioni corrispondono alla prima e alla seconda facciata del LP, come si usava allora. In tutto è composto da cinque brani, tre sul lato A e due sul B, per un totale di circa 45 minuti, quindi anche abbastanza breve, come durata.
È stato anche definito il manifesto del cosiddetto “Jazz modale”. Questo, come vedremo, è vero in gran parte ma non del tutto.
A questo punto è necessaria una premessa per inquadrare un po’ il discorso da un punto di vista storico.

A cavallo tra gli anni 40 e 50 del secolo scorso si era sviluppato uno stile di jazz che aveva rivoluzionato la scena jazzistica mandando, per così dire, a “gambe all’aria” tutto quello che era venuto prima. Si tratta del “Be bop”, la risposta dei musicisti neri allo “scippo” effettuato dai colleghi bianchi negli anni 30 durante il periodo dello “Swing” che aveva reso il jazz una musica ballabile e adatta a far divertire un pubblico sempre più vasto. Il “Be bop” era un tipo di jazz con un altissimo grado di virtuosismo strumentale, caratterizzato da brani spesso velocissimi, con gli accordi che si susseguivano freneticamente e i temi quasi esclusivamente strumentali, inadatti quindi a essere eseguiti vocalmente, se non da cantanti dalla tecnica sopraffina, e tantomeno al ballo.

Per darvi un’idea di com’è un brano be bop, vi faccio ascoltare un pezzettino di uno dei brani più famosi di quel periodo, “Donna Lee”, che vede come protagonisti, fra gli altri, il grande Charlie Parker al sax contralto e un giovanissimo Miles Davis alla tromba.
Con questo genere i jazzisti neri si ripresero la loro musica ma, ovviamente, parte del pubblico si allontanò da questo tipo di jazz che oltre a non essere ballabile non era per nulla adatto a essere suonato nelle grandi hall degli alberghi.
Nel 1953 George Russel, pianista e compositore, pubblicò un libro il cui titolo fa un po’ impressione: ” The Lydian Chromtic Concept of Tonal Organization”.

Non preoccupatevi, non voglio approfondirne il contenuto. È importante però sapere che in questa pubblicazione Russel suggerisce di non suonare più sulla sequenza di accordi, come era stato fino ad allora, ma di improvvisare utilizzando le scale, cioè i “modi”.
Questo garantisce a chi improvvisa una grande libertà perché non ci si deve più preoccupare di seguire l’avvicendarsi frenetico degli accordi, bensì cercare di utilizzare al meglio una serie di note in sequenza per creare delle frasi melodiche.
Lavorando con questo sistema viene infatti enfatizzata la capacità del musicista di creare, sull’istante, interessanti variazioni che hanno la melodia come punto di riferimento.
Senza scendere troppo nel tecnico possiamo dire che i modi sono rappresentati da una serie di note, in scala, ognuna con sonorità particolare.
Noi siamo abituati a pensare, ad esempio, la scala di Do suonata da un do a quello immediatamente più acuto con i suoni che hanno una determinata distanza fra loro, come si può vedere anche, ad esempio, sulla tastiera di un pianoforte.

In realtà ognuna delle sette note Do Re Mi Fa Sol la Si, può essere la nota di partenza di una scala che avrà rapporti di distanza tra i suoni del tutto diversi da quella di Do.
Uno dei modi più utilizzati anche in “Kind Of Blue” è il cosiddetto “Dorico”, che parte dalla nota Re e finisce al Re successivo.

Il risultato è una particolare scala minore che suona così.
La cosa più importante da rilevare è che ognuno di questi sette modi (uno per ogni nota) ha una sonorità particolare che lo rende unico.
Alcuni brani di Kind of Blue sono basati, in pratica, su alcuni di questi modi. Questo influenza l’atmosfera generale delle composizioni che risultano più aperte e rilassate. Gli accordi sono pochi e si succedono in modo meno frenetico e più compassato rispetto al bebop.
Ho accennato al libro di George Russel perché Miles Davis è stato influenzato da quella lettura. L’anno prima di pubblicare Kind of Blue i due hanno lavorato insieme in quanto il trombettista voleva capire esattamente come funzionava il sistema modale.
Questo gli ha permesso di arrivare in sala di registrazione, nel marzo del 1959, pronto per dare una nuova direzione al suo modo di intendere il jazz.
Per l’occasione mise insieme alcuni dei musicisti secondo lui più adatti a seguirlo in questa nuova avventura. Al proposito è utile ricordare che una delle caratteristiche precipue di Miles Davis è sempre stata quella di essere un grande “band leader” in grado di utilizzare al meglio le risorse umane che aveva a disposizione.
La band che riunì fu la seguente:
- Bill Evans, di cui abbiamo parlato nella puntata n.13, al pianoforte
- John Coltrane (puntata n. 73) al sax tenore
- Julian detto “Cannonball” Adderley al sax contralto
- Paul Chambers al contrabbasso
- Jimmy Cobb alla batteria
- Wynton Kelly, solamente nel secondo brano “Freddie Freeloader, al pianoforte.

Una band, come si può rilevare, composta da musicisti di grandissimo spessore, talento ed esperienza, qualità determinanti in molti brani del disco e soprattutto nella composizione di chiusura “Flamenco Sketches” come avrò modo di spiegare più avanti.
Miles Davis si presentò in studio portando solamente degli abbozzi e qualche schizzo di idea per dei brani che i musicisti non avevano mai provato prima. L’idea di Davis era di cogliere l’attimo facendo leva sulle capacità dei suoi collaboratori.
È sempre Bill Evans, nelle note di copertina che ci racconta lo sviluppo degli eventi:
“Miles ha concepito queste composizioni soltanto poche ore prima delle date di registrazione. È arrivato con degli appunti che indicavano al gruppo cosa bisognava suonare. Tuttavia, chi ascolta udirà in queste performances qualcosa di vicino alla spontaneità più autentica. Il gruppo non aveva mai suonato questi pezzi prima dell’incisione e sono sicuro che, quasi senza eccezioni, la prima performance abbia coinciso con la take vera e propria”.
Così si lavora senza rete, fidandosi ed affidandosi ai propri partner e facendo leva sulla propria capacità di guidarli. Questo, e non solo questo, fa di Miles Davis uno dei più grandi musicisti del 900 indipendentemente dai generi.

L’album inizia con un brano ch, potremmo dire, è il manifesto del jazz modale : “So What”.
Ha una struttura classica per il jazz, A A B A, ma la novità è che le sezioni A lavorano tutte su una sola scala, quella di Re minore dorico come vedremo, mentre la parte B è caratterizzata sempre da una scala dorica che però parte da un semitono sopra, in pratica dal tasto nero del pianoforte successivo al Re e cioè MI bemolle.
Al di la della spiegazione tecnica questo è la sonorità delle due scale.
Come si può notare le note in comune sono pochissime e tra queste due scale non c’è un vero e proprio rapporto. Questo mette i solisti in difficoltà perché si devono destreggiare tra due mondi sonori completamente diversi.

L’inizio del brano, affidato al pianoforte e al contrabbasso, è abbastanza misterioso. A rendere il tutto ancora più strano è che il tema viene esposto dal contrabbasso, cosa inusuale nel jazz anche per le difficoltà nella ripresa sonora di questo strumento che, nel 1959, poteva costituire un problema.
Kind of Blue si apre così.
Dopo il tema cominciano i “soli”. Il primo è quello di Miles Davis, ovviamente.
Volevo farvi notare un particolare che, secondo me, fa capire immediatamente quale sia l’atmosfera del disco. Qualcuno di voi potrà pensare che quanto sto per dire sia una mia fissa esagerata, ma all’inizio del solo di Davis il batterista Jimmy Cobb suona un colpo di piatto che tradisce esattamente il senso di Kind of Blue. Questo accento ha una sonorità presente senza risultare aggressiva, ha la giusta durata e da l’abbrivio a tutto quello che succederà dopo.

Ve lo faccio ascoltare perché, secondo me, è una sfumatura veramente importante.
“So What” è divenuto uno standard internazionale entrando nel repertorio di generazioni di musicisti.
Il secondo brano dell’album, “Freddie Freeloader” che significa “Freddie lo scroccone” e un titolo ispirato al proprietario di un bar amico di Miles Davis. Si tratta di un blues canonico che racconta un altro aspetto di questo album, chiaro fin dal titolo, “Blue” come triste, come “blue notes”, come blues appunto. Nel disco ci sono due blues dichiarati ma anche in tutte le altre composizioni l’atmosfera trasuda blues.

In questo brano, come detto, Wynton Kelly prende il posto di Bill Evans. Si può notare come il suo stile sia completamente diverso, più nel solco della tradizione rispetto a quello di Evans.
Il terzo brano, che chiude la prima facciata, è un capolavoro assoluto.
Si tratta di una “ballad” intitolata “Blue in Green”. È una composizione scritta da Miles Davis ma con grandissima collaborazione da parte di Bill Evans. La struttura è particolare in quanto è un ciclo di dieci battute che si ripetono. Non è un brano strettamente modale perché la successione degli accordi è molto intensa e diventa, man mano, sempre più stretta ed incalzante. Risulta quindi molto diverso, ad esempio, da “So What” proprio come concezione di base.

Il tema viene esposto dalla tromba con la sordina di Miles Davis e ci sono, in pratica, solo due assoli, quello breve di Bill Evans e quello incisivo e caloroso di John Coltrane. Da notare anche lo stile di Bill Evans che suona in un modo che potremmo definire impressionista e che lo ha reso uno dei pianisti più importanti nella storia del jazz.
La seconda facciata contiene gli ultimi due brani.
Il primo si intitola “All Blues” e, come si evince dal titolo è proprio un blues con un ritmo però particolare, non è in quattro quarti, come solitamente, bensì in sei.
Io volevo però soffermarmi sull’ultima composizione, che, secondo me, è un altro capolavoro di questo album, “Flamenco Sketches”.
Questo brano ha delle caratteristiche che lo rendono unico. Innanzitutto non c’è una melodia, in pratica manca il tema. I musicisti hanno stabilito a priori solamente, solamente si fa per dire, una successione di cinque scale da utilizzare per le improvvisazioni. La cosa ancora più interessante è che la durata di ogni scala è lasciata alla casualità. Questo ha costretto tutto il gruppo ad un ascolto reciproco attentissimo per sviluppare, come si dice in gergo “l’interplay” necessario per dare un senso al tutto. I passaggi tra le varie scale potevano essere suggeriti sia dal solista di turno che dalla sezione ritmica composta da Bill Evans e Paul Chambers, in particolare.
Il titolo si riferisce ad un aspetto caratteristica perché la quarta scala usata è la cosiddetta scala flamenco che ha un suono che la rende del tutto unica.
È una sonorità che, nei vari assoli, spicca sulle altre, come si può sentire.
Il brano è stato registrato più volte perché chiaramente si è rivelato il più difficile da portare a termine, viste le caratteristiche, anche per dei musicisti così affiatati. Il risultato finale è però notevolissimo.
Come ha affermato Herbie Hancock, un pianista che ha suonato con Miles Davis qualche hanno dopo questa incisione, :
“Kind of Blue non è solamente un disco importante per il jazz, ma lo è per tutta la musica del 900”.
È un’affermazione che non posso non condividere. Si tratta di un capolavoro che supera le distinzioni di generi musicali e, come dicevo all’inizio, è una musica che parla a livelli diversi a seconda della sensibilità di chi con lei si confronta.
Nella parte finale delle note di copertina Bill Evans, artista e musicista notevolissimo con una mentalità aperta e moderna, fa questa considerazione:
“L’improvvisazione, quando è organizzata all’interno di un gruppo musicale, costituisce una sfida ulteriore. A parte i pesanti problemi tecnici correlati al concepimento della musica in modo coerente e in una forma collettiva, esiste la necessità, che si manifesta a livello individuale e di gruppo, di un’empatia fra i suoi membri, capace di condurre verso un buon risultato finale. Questo, che e’ il problema più difficile, penso sia stato brillantemente risolto in questa registrazione”.
E Flamenco Sketches ne è la dimostrazione lampante.

