“La musica è la coppa che contiene il vino del silenzio. Il suono è quella tazza, ma vuota. Il rumore è quella tazza, ma rotta”. (Robert Fripp)

Puntata numero centocinquantanove.

Se analizziamo la storia e l’evoluzione della musica di consumo del 900 possiamo notare come ci sia un filo abbastanza logico che lega tra loro i vari decenni, a partire dagli anni 50 fino alla fine del secolo.

C’è un momento, però, che rappresenta una cesura difficilmente spiegabile nello scorrere dei vari periodi e dei diversi generi. Un momento nel quale la musica leggera, ed il rock in particolare, diventano qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che erano stati sia fino ad allora e a quello che saranno nei decenni successivi.

ASCOLTA IL PODCAST

Mi riferisco agli anni che vanno dalla fine dei 60 alla prima metà dei 70., durante i quali il rock si emancipa. Non è più una forma di intrattenimento puramente viscerale ma cerca di ampliare i propri orizzonti nel tentativo di diventare una musica d’arte con pari dignità rispetto alla musica classica o al jazz.

Come sempre non esiste un momento preciso nel quale tutto questo ebbe inizio. Senza ombra di dubbio, però, uno degli elementi scatenanti che ha favorito lo svilupparsi della nuova tendenza è stata la pubblicazione nell’ottobre del 1969 di un album rivoluzionario, per molti motivi. Si tratta del primo lavoro del gruppo inglese King Crimson, intitolato “In The Court Of The Crimson King”.

King Crimson fine anni 60

Una delle prime cose da sottolineare è che il gruppo si era formato solo qualche mese prima del debutto discografico, nel gennaio dello stesso anno. L’evento che li fece conoscere e apprezzare su larga scala fu la partecipazione, come gruppo spalla, al grande concerto che i Rolling Stones tennero, nel luglio di quello stesso anno, ad Hyde Park, a Londra, di fronte a 250000 persone.

La musica dei King Crimson ebbe un impatto devastante presso quell’enorme pubblico.

Un fattore fondamentale da tenere in considerazione è che tutto quanto racconterò fu opera di un gruppo di quattro ragazzi, più uno, giovanissimi. E quel “più uno” è un altro elemento fondamentale, come vedremo.

La “line up” di King Crimson era la seguente:

Robert Fripp (23 anni), chitarre elettriche e acustiche

Greg Lake (22 anni), basso elettrico e voce

Ian McDonald (23 anni), vibrafono, vari tipi di sassofoni, tastiere

L’unico un po’ più anziano, si fa per dire, era Mike Giles, il batterista, che aveva 27 anni.

A questi quattro bisogna aggiungere un altro elemento fondamentale sia per questo disco che per tutta la prima fase creativa del gruppo: il poeta Peter Sinfield di 26 anni.

Erano cinque ragazzi con le idee chiarissime, sia sul loro rapporto che con la musica. Una delle frasi che Robert Fripp pronunciò qualche anno dopo è esemplificativa al riguardo:

“Durante le prove c’era la sensazione di un gruppo che avrebbe parlato con la propria voce, senza nessun tipo di compromesso”.

In effetti il loro primo album è innovativo, originale, e non presta il fianco a nessun compromesso dal punto di vista artistico.

Una delle prime cose da annotare riguarda anche quanto affrontato nella scorsa puntata. In quel racconto annotavo come Duke Ellington avesse cercato di affrancarsi dalla durata standard della canzone per comporre brani che raccontassero storie o situazioni più particolari e complesse . Mi riferivo in particolare alla suite “Black, Brown and Beige” che racconta l’evoluzione della popolazione afroamericana attraverso i secoli.

Ebbene, anche che questo disco dei King Crimson cerca di superare, riuscendovi, i ristretti liniti espressivi della canzone. Al suo interno, infatti, vi sono solamente cinque tracce, per una durata complessiva che si aggira intorno ai 45 minuti, e nessuna di queste tracce è inferiore ai sei minuti. È evidente come non si possa parlare di canzoni quanto, più precisamente, di vere e proprie composizioni. Il risultato è una musica che unisce la parte scritta a quella improvvisata prendendo spunti dal rock e dalla musica classica senza disdegnare sapori folk e jazz, a volte sconfinando anche nella musica contemporanea.

Altro aspetto innovativo è la presenza di un membro effettivo che però non era un musicista. Si tratta tratta del poeta Peter Sinfield, il cui compito era scrivere le liriche, altro elemento fondamentale di questo album. I testi raccontano infatti storie complesse, esprimono opinioni, analizzano sentimenti, denunciano situazioni sociali. Sono versi poetici ma crudi, senza “peli sulla lingua”, senza sconti, alla ricerca dell’essenza delle cose. Certamente non si tratta di testi leggeri. Non mirano ad un divertimento superficiale, ma sono coinvolgenti e vanno accolti con attenzione.

Copertina esterna

Anche la copertina dell’album ha un’importanza imprescindibile. È una delle più iconiche di tutta la musica prodotta nel secolo scorso, ed è estremamente rappresentativa di quegli anni. Racconta per immagini quello che la musica esplicita con i suoni. Nella parte esterna viene rappresentato un volto distorto in un urlo surreale, tutto sulle tinte cremisi. All’interno invece lo stesso viso si presenta in modo più pacioso e rassicurante.

Copertina interna

Quest’art work, come si dice oggi, è opera di Barry Godber, un pittore amico di Peter Sinfield. A lui fu chiesto di dipingere qualcosa che potesse essere notato in un negozio di dischi. Il risultato si rifà, nella cover esterna alla prima traccia, il cui titolo è già tutto un programma “21st Century Schizoid Man” (uomo schizoide del 21esimo secolo). La parte interna rappresenta, invece,  l’ultimo brano “In The Court Of The Crimson King”, in pratica una “title track” inserita alla fine.

Barry Godber

Questa è stata l’unica copertina disegnata da Barry Godber morto purtroppo qualche mese dopo a causa di un infarto. I dipinti originali, alla base di questo lavoro, sono gelosamente custoditi da Robert Fripp a casa propria.

Al momento della pubblicazione l’album suscitò un notevole interesse, un interesse che persiste anche ai nostri giorni, come vedremo.

Fu amato dal pubblico che ne decretò un notevole successo commerciale. Fu stimato dalla critica, che lo accolse con recensioni estremamente positive. Soprattutto, e stranamente, fu molto apprezzato dai colleghi musicisti che si trovarono spiazzati e affascinati da una musica così particolare e innovativa.

Ovviamente i King Crimson non sono stati i primi a cercare di intraprendere nuove strade nel tentativo di ripensare la musica rock, ma, senza dubbio, si sono rivelati i più importanti.

Il nuovo genere venne definito “Progressive Rock“. In realtà i King Crimson non erano proprio “progressive”, come qualcuno potrà rilevare, ma queste sono elucubrazioni da addetti ai lavori.

Erano dei perfezionisti sempre attenti a dare il massimo come risulta chiaro da quest’affermazione di Robert Fripp, il vero bandleader, l’unico elemento rimasto sempre nel gruppo fino ai giorni nostri.

“Dicono sia il nostro migliore album ma non è niente confronto a quanto facevamo dal vivo. C’è la stessa differenza tra lo scrivere una lettera ad un amico e andare a trovarlo”.

L’ultima parte della frase mi trova perfettamente d’accordo, per quello che conta. È un’ulteriore conferma di quanto spesso ho affermato in queste puntate. La musica è sempre un fenomeno in divenire che è fondamentale frequentare dal vivo. Gli album sono solamente la fotografia di un momento. Fotografie bellissime, come in questo caso, ma la realtà è sempre migliore e più stimolante.

In questo racconto volevo soffermarmi su due delle cinque composizioni.

Il disco comincia con uno dei brani più potenti della storia del rock. Come detto il titolo è già indicativo “21st Century Schizoid Man”.

Partiamo dal testo.

Contiene una critica feroce alla guerra, che in quegli anni era quella del Vietnam, ma è, ovviamente, contro tutte le guerre senza eccezioni. Perché, come risulta evidente, i testi di questo album non solo erano validi alla fine degli anni 60 ma sono ancora, purtroppo, tremendamente attuali.

Non è una contestazione alla guerra che si basava, come spesso accadeva in quegli anni, su slogan, e sto semplificando molto, come “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” o “Give peace a chance”. Le liriche si concentrano invece sull’effetto che la guerra ha sull’uomo, un effetto devastante. Quello che viene narrato, attraverso immagini crude, violente e a volte di difficile comprensione, è un mondo distopico, spaventoso.

Il risultato ottenuto è come un pugno nello stomaco per l’ascoltatore.

Che fosse unìaccusa rivolta soprattutto alla guerra del Vietnam è evidente nel verso:

“Politicians’ funeral pyre. Innocents raped with napalm fire”. (pire funerarie di politicanti e innocenti stuprati col fuoco al napalm).

Ricordo che il napalm è stata una delle armi più devastanti usate proprio in quella guerra.

Uno dei versi, in particolare, mi ha sempre profondamente colpito perché tocca un nervo scoperto del nostro essere. È lo specchio fedele dei nostri tempi e di come spesso siamo noi oggi. La traduzione in italiano abbisogna di un lungo giro di parole che ne smussa un po’ il significato “l’uomo schizoide del 21esemo secolo non ha realmente bisogno di nulla di ciò che possiede”. In inglese è più diretto ed efficace ”Nothing he’s got he really needs, 21st century schizoid man”.

A rendere le parole ancora più crude è la particolare scelta legata al modo in cui è stata registrata la voce di Greg Lake. Il suono è filtrato, infatti, attraverso un distorsore che rende il tutto ancora più brutale e inquietante.

Musicalmente parlando molte sono le cose da dire.

Innanzitutto il brano è stato registrato, in diretta, in una sola take. Questo è notevolissimo se pensiamo alle difficoltà di esecuzione e alla giovanissima età dei musicisti. L’unica sovraincisione riguarda, ovviamente, la voce che è stata registrata e filtrata, appunto, in un momento successivo.

L’inizio è estremamente coraggioso se pensiamo che questo è il primo disco di una giovane band. È presente infatti solo un lungo rumore, creato quasi per sbaglio da Ian McDonald che lo ha prodotto schiacciando per sbaglio con gli avambracci la tastiera di un organo a mantice presente nello studio. Il malfunzionamento relativo ha causato il sospiro sibilante col quale il tutto comincia.

Il brano vero e proprio parte con un pesantissimo “riff” suonato all’unisono dal sax contralto e dalla chitarra elettrica, distorta anche questa. Su questa base entra la voce, che è stata tenuta molto indietro nel missaggio al fine di renderla uno strumento, al pari degli altri.

È un inizio scioccante ed estremamente potente

21st Century inizio

A testimoniare la complessità di questo brano, dopo le prime due strofe, al minuto 1 e 54” abbiamo un accelerando su tre accordi molto potenti. È l’introduzione di una lunga sezione strumentale.  Il ritmo cambia e diventa in sei movimenti. Il tema, ascendente e discendente, è proposto ancora all’unisono da sax e chitarra.

frasi ascendenti e discendenti

Parlando di questo brano e del disco in generale vengono spesso, giustamente, messe in risalto la bravura chitarristica di Fripp, e la bellezza delle linee melodiche di Ian McDonald e della voce di Greg Lake.

Mike Giles

Io volevo, invece, porre l’attenzione sull’approccio alla batteria di Mike Giles, secondo me veramente innovativo. Quando c’è da fare ritmo lo fa in modo preciso e potente ma, soprattutto, sa utilizzare il suo strumento per dialogare con gli altri. Giles crea linee contrappuntistiche che arricchiscono le composizioni e questo rende il suo “drumming” molto originale, innovativo e, per me, entusiasmante.

Urlo di Munch

Al minuto 2 e 44” inizia un assolo di chitarra. È distorto, dissonante e lancinante. Per me è la perfetta rappresentazione in musica del quadro dell’Urlo di Munch. È un qualcosa che ti prende e ti torce le budella con un impatto emotivo molto forte.

Solo di chitarra

Ma non è finita qui. Un altro momento eclatante lo abbiamo quando, al minuto 4 e 39, si presenta una sezione che si potrebbe definire “start and stop” (vai e fermati). Chitarra e sax eseguono  all’unisono frasi spezzate e velocissime accompagnate dal rullante della batteria che agisce come una terza voce supportata anche dal basso di Greg Lake.

Sezione start and stop

Ho già accennato all’impatto che questa musica ha avuto sui musicisti in quel periodo. Ma anche ai nostri giorni l’interesse suscitato continua ed è notevole.

Kanye West – Power

Ne è testimonianza un famosissimo rapper, Kanye West, che in suo brano molto popolare del 2010, ”Power”, ha campionato uno dei momenti topici della composizione dei King Crimson ottenendo questo effetto.

Power

Le sonorità aggressive rappresentano, comunque, solamente uno dei colori presenti nell’album.

Ad esempio, il secondo brano, “I Talk To The Wind”, del quale ho inserito un pezzo all’inizio del Podcast, racconta qualcosa di completamente diverso. L’atmosfera infatti è molto dolce con reminiscenze che sembrano ricondurre al folk.

Ancora diversa è la terza composizione, “Epitaph”.

Si tratta di un altro capolavoro il cui testo è estremamente significativo. Racconta il timore di vivere nel mondo, in un momento imprecisato del 21esimo secolo.

Contiene frasi illuminanti ed impegnative a partire da quelle che si trovano nella sezione che potremmo definire il “ritornello”.

“La confusione sarà il mio epitaffio

 mentre cammino su un sentiero distrutto.

Se ce la facciamo possiamo sederci tutti e ridere.
Ma ho paura che domani piangerò”.


Verso la fine del testo sono inoltre presenti dei versi che, alla luce di quanto sta succedendo proprio ai nostri giorni, fanno rabbrividire:

“La conoscenza è un’amica mortale,
se nessuno stabilisce le regole.
Il destino di tutta l’umanità che vedo
è nelle mani di pazzi”.

Musicalmente parlando il brano è caratterizzato da uno strumento particolarissimo. Certamente i King Crimson non lo hanno usato per primi ma lo hanno saputo sfruttare al meglio rendendo così l’atmosfera del brano molto evocativa. Si chiama “Mellotron” ed è stato, in pratica, l’antesignano delle tastiere e dei moderni sintetizzatori. Premendo i tasti si mettono in funzione una serie di nastri preregistrati con i suoni, in questo caso, di violini, a simulare la sezione d’archi di un’orchestra. La sonorità risultante non è, ovviamente, del tutto fedele, ma, in certi contesti, è efficace, epica e suggestiva.

Mellotron

L’impatto, all’interno di questa composizione è molto evidente e ne determina il colore generale.

Visto l’argomento narrato il brano è in tonalità minore. Comincia con un arpeggio di chitarra acustica sul quale successivamente entra il Mellotron con un effetto grandioso.

Il tutto viene preceduto da una rullata di timpani.

Epitaph inizio

Altra prova della maturità di questo gruppo è la capacità di alternare momenti con una dinamica piena ad altri in cui tutto sembra svuotarsi. Dopo un inizio così imponente entra la voce che viene però accompagnata solamente da basso e batteria. Il contrasto con l’epicità dell’inizio è notevole. Notate anche l’utilizzo della batteria da parte di Mike Giles, che fa del ritmo ma si incarica anche di dialogare con la voce.

Prima strofa

A questo punto inizia quello che si può definire ritornello, tutto in tonalità minore. Sono i piatti della batteria, questa volta, a fornire il contrappunto alla voce.

Epitaph ritornello

Man mano che il testo diventa più crudo cambia l’interpretazione vocale. Greg Lake fa una cosa molto interessante cantando la stessa linea melodica ma un’ottava sopra. Il significato del testo risulta così ancora più vivido.

Vi prego di notare la bellezza di questa voce che passa da un’ottava a quella più alta mantenendo un’espressività veramente unica. Si tratta, senza dubbio, di una delle più belle voci della musica rock.

Epitaph terza strofa

Alla fine di questa strofa c’è un altro momento topico. Il mellotron suona un accordo dissonante, arpeggiandolo in un crescendo di dinamica. Quando poi sembra che il brano debba esplodere la dinamica si abbassa, tutto si asciuga e rimane solo una chitarra acustica. È un altro colpo di genio.

Chitarra acustica dopo crescendo

È veramente una composizione ricchissima di momenti coinvolgenti, al di la della crudezza del testo che non lascia quasi speranza.

Il viaggio di quest’uomo schizoide del 21esimo secolo continua e passa attraverso “Moonchild” che, oltre a un inizio molto dolce, contiene anche una sezione di improvvisazione corale molto libera e quasi sperimentale.

È un viaggio che finisce alla corte del Re Cremisi perché l’ultimo brano è proprio “The Court Of The Crimson King”. In apparenza sembra una conclusione serena e appagante ma, a ben guardare, la corte di questo re è piena di personaggi misteriosi.

Sono presenti infatti “The Fire Witch”, la strega di fuoco, e anche  “The Black Queen” che canta la sua marcia funebre.

Una di queste figure in particolare, il buffone vestito di giallo, è sempre stata, per me, particolarmente inquietante. Il suo atteggiamento ci fa capire infatti quanto l’uomo sia realmente nelle mani di qualcuno che lo guida prendendosi gioco di lui.

The yellow jester does not play

but gently pulls the strings.

And smiles as the puppets dance

In the court of the Crimson King.

“Il buffone vestito di giallo non suona,

ma dolcemente tira le corde.

E sorride quando i burattini ballano

Alla corte del Re Cremisi”.

finale

Quando si trovò di fronte, per la prima volta, alla copertina del disco, Greg Lake disse:

“Quella faccia deformata urlava verso di noi dal pavimento e quello che ci diceva era “schizoid man”, proprio la traccia sulla quale stavamo lavorando. Era come se stesse cominciando qualcosa di magico”.

.