Tre Musicisti

Pablo Picasso

Puntata numero centocinquantotto

“Il jazz non può essere giudicato secondo il favore che incontra. Deve essere giudicato solo per la qualità musicale, per il gusto dell’esecuzione. Jazz vuol dire libertà di espressione. La storia del jazz è fatta dagli individui, non dalle scuole.”

“Noi siamo egoisti. A noi basta che la nostra musica sembri buona oggi. Non lavoriamo per la posterità”

(Duke Ellington)

Dopo le ultime tre puntate, abbastanza impegnative dal punto di vista del contenuto, volevo proporne oggi una non meno importante, ma decisamente più leggera per quanto riguarda l’impatto emotivo.

Lo spunto per realizzarla mi è venuto da una conversazione avuta durante un workshop, che ho tenuto nelle scorse settimane.  Durante i lavori alcuni dei partecipanti hanno sostenuto che il jazz sia un genere quasi esclusivamente improvvisato in cui la parte compositiva non ha mai rivestito grande importanza.

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Ebbene anche se questa affermazione ha, ovviamente, un fondo di verità, la realtà, come solitamente avviene, non è mai così semplice e l’argomento merita alcune precisazioni.

È vero che anche nelle puntate nelle quali ho parlato di jazz ho sempre fatto riferimento a piccoli ensemble strumentali, che si chiamano “combo”, che proponevano musica principalmente improvvisata. Esiste però anche un tipo di jazz nel quale l’aspetto compositivo, e quindi più strutturato, ha un ruolo estremamente importante.

Mi riferisco alla muisca suonata dalle orchestre di jazz, chiamate anche “Big Bands”. Queste formazioni hanno avuto anche un grande successo commerciale soprattutto dagli anni trenta ai sessanta del secolo scorso. In questo periodo, soprattutto nei decenni 30 e prima metà dei 40 il jazz era enormemente apprezzato soprattutto come musica da intrattenimento e da ballo.

Jazz Big Band

Cerchiamo quindi di capire che cos’è una big band di jazz.

Si tratta di un ensemble strumentale con un numero di musicisti che va dai dieci ai venti, più o meno, costituito, generalmente, da quattro sezioni: sassofoni, trombe, tromboni e sezione ritmica. Quest’ultima prevede generalmente pianoforte, contrabbasso, batteria e, a volte, una chitarra. A questi strumentisti si può aggiungere una voce, maschile o femminile.

È evidente come gli strumenti a fiato giochino un ruolo estremamente importante. Sono infatti quasi sempre assenti gli archi che invece costituiscono l’asse portante di tutte le orchestre sinfoniche.

Le Big Band hanno quindi un suono particolare, popolarissimo nel periodo dello Swing, anni 30 e primi 40, quando queste formazioni si esibivano sovente nelle hall dei grandi alberghi suonando musica principalmente da ballo.

Un esempio di questa sonorità così caratteristica di quegli anni lo possiamo trovare in un brano, che immagino molti di voi conoscano, anche perché è stato utilizzato in parecchi film inerenti quel periodo. È una composizione suonata dall’orchestra di Glenn Miller e si intitola “Moonlight Serenade” Notate come la sezione di sassofoni esegua il tema principale mentre le trombe, con sordina, si incarichino dei contrappunti ritmici.

Moonlight Serenade

È evidente che quando un ensemble è così numeroso la parte compositiva e arrangiata diventi predominante. È estremamente difficile, infatti, far improvvisare liberamente tanti musicisti ognuno per conto suo. In realtà nel jazz è stato fatto anche questo ma si tratta di sperimentazioni che hanno avuto luogo in decenni successivi e, principalmente, negli anni 60 e 70. Di norma, nelle orchestre o big band, la parte composta, scritta o meno, è predominante.

A questo punto è utile accennare ad alcune differenze esistenti tra il jazz e la musica classica per quanto riguarda le grandi formazioni strumentali.

Nel jazz ci sono delle figure che rivestono ruoli estremamente importanti: il compositore, l’arrangiatore e il cosiddetto bandleader. Mentre le prime si trovano anche nella musica classica, anche se più che di arrangiamento in questo caso si parla di orchestrazione, la terza figura è tipica del jazz.

Il compositore, ovviamente scrive la musica che verrà eseguita, mentre l’arrangiatore ha il compito di decidere “chi suona che cosa”, e in che modo lo fa. È colui che assegna a ciascun musicista le parti da eseguire e che determina, di conseguenza, il suono e la qualità dell’esecuzione. A volte questi ruoli vengono svolti da diversi soggetti mentre in altri casi, come quello di cui parlerò, compositore e arrangiatore sono la medesima persona.

Il bandleader invece è colui che scegli i vari musicisti per creare l’ensemble del quale cura tutti gli aspetti organizzativi. Solitamente durante le esecuzioni ha un ruolo di primo piano perché dirige tutti i musicisti, spesso suonando lui stesso.

Uno dei più grandi compositori di jazz, cioè di una musica principalmente scritta che lascia spazio anche all’improvvisazione, nonché arrangiatore e bandleader è stato, senza dubbio, Edward Kennedy Ellington, meglio conosciuto come Duke Ellington.

Duke Ellington, nato nel 1899 e morto nel 1974, è stato un musicista fondamentale nella Storia della Musica del 900. Parlo ovviamente di musica in generale e non esclusivamente di jazz.

Ha aperto nuove strade dettando il percorso per tutta una serie di musicisti venuti dopo di lui. È riuscito nel compito di portare il jazz ad avere un notevole successo di pubblico senza mai scendere a eccessivi compromessi commerciali, avendo sempre la qualità e il gusto come obbiettivi principali.

Il soprannome “Duke”, cioè “Duca” gli è stato affibbiato fin da piccolo a causa dei suoi modi un po’ affettati e vagamente snob. Apparteneva infatti ad una famiglia piccolo borghese di Washington. Suo padre aveva lavorato anche alla Casa Bianca.

Fin da piccolo dimostrò del talento non solo per la musica ma anche per l’arte figurativa. Questa passione caratterizzerà tutta la sua vita riverberandosi, ad esempio, anche nei titoli delle sue composizioni, che fanno sovente riferimento ai colori. Si potrebbe definire un sinesteta che amava ricercare colori particolari anche dal punto di vista sonoro. Era solito infatti sperimentare nuove combinazioni strumentali finendo per ottenere, dai propri musicisti, ambienti sonori diversi dal solito e estremamente originali.

Duke Ellington e la sua orchestra

Pensando a lui mi sorge spontaneo l’accostamento, forse un po’ azzardato, con i musicisti del periodo barocco. Viveva infatti la musica, come si evince dalle affermazioni riportate all’inizio, essenzialmente come un lavoro, nei confronti del quale aveva inoltre un atteggiamento quasi artigianale. Il numero delle sue composizioni è, infatti, spropositato, se paragonato a quello dei musicisti del secolo scorso. Si parla di circa 1500 brani anche se, purtroppo, non esiste un catalogo vero e proprio.

Ha composto musica di tutti i tipi: canzoni, musica da ballo, musical, concerti per strumento, musica per balletto, musica da film, per il teatro, per orchestra mista jazz e sinfonica.

Amava definire la propria una “musica oltre le categorie”, ritenendola totalmente personale ed originale.

Una delle sue caratteristiche peculiari era il non scrivere solamente per degli strumenti, ma espressamente per i musicisti che avrebbero dovuto suonare la sua musica.

Da questo punto di vista si può fare una altro parallelo, ancora più rischioso e azzardato, con Mozart. Anche il genio di Salisburgo componeva spesso non solo per una tipologia di voce, quanto per un determinato cantante del quale conosceva le caratteristiche, i pregi e i difetti. Anche Duke Ellington ha sempre fatto riferimento alle qualità peculiari e alla tecnica dei propri musicisti.

A conferma di ciò spesso nelle partiture non indicava lo strumento che avrebbe dovuto eseguire una particolare linea melodica, ma direttamente il nome, se non il soprannome, del musicista incaricato di suonarla.

Rispetto a molti altri musicisti jazz Ellington non ha avuto una vita di stenti. Non è mai stato “genio e sregolatezza”, quanto, piuttosto, e passatemi l’affermazione “genio e regolatezza”. Ha condotto una vita normale, se così si può definire quella di chi passa tutta la vita sempre in giro per il mondo tenendo concerti. E non ha mai avuto quegli eccessi, tipici di tanti suoi colleghi, dovuti all’uso e all’abuso di sostanze non del tutto lecite.

A questo proposito ha scritto un’autobiografia che risulta interessante soprattutto per il titolo, “Music is my Mistress”. La traduzione potrebbe essere “La musica è la mia signora” ma, in realtà, il termine mistress ha un’accezione più pesante, più o meno vuol dire “padrona”.

È come se la sua vita fosse stata dedicata sempre e solo alla musica che ha costantemente guidato tutti i giorni della sua esistenza.

I primi grandi successi arrivarono con l’ingaggio al “Cotton Club”, un locale esclusivo di New York il cui biglietto di ingresso certamente non era alla portata di tutti. Quando suonava l’orchestra di Duke Ellington il club era frequentato anche da famosi musicisti europei. Maurice Ravel vi si recò nel 1928 proprio per poter ascoltare la band, come del resto fecero anche Igor Stravinskij, il famoso direttore d’orchestra Leopold Stokowski e lo stesso George Gershwin. Fu proprio Gershwin ad affermare: “Avrei voluto tanto essere stato io a scrivere l’inciso di Sophisticated Lady”, che è uno dei brani più famosi di Ellington.

Col tempo la sua fama crebbe a tal punto che anni dopo, un grandissimo musicista come il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, gli commissionò una composizione per orchestra sinfonica e orchestra jazz.

Il risultato fu “Harlem”, un brano che racconta la vita di quel quartiere, le sue voci, i rumori, il traffico. In questa musica la parte composta è, ovviamente, predominante rispetto a quella dedicata all’improvvisazione.

Harlem

Ascoltando questa commistione tra i linguaggi classico e jazz non possono non venire alla mente le atmosfere di West Side Story, che Leonard Bernstein compose qualche anno dopo.

Tornando in un ambito più strettamente jazzistico c’è un brano indicativo della sua ricerca sonora tesa a creare particolari combinazioni strumentali e colori innovativi. Si tratta di una composizione del 1930 “Mood Indigo”, uno dei suoi primi e più grandi successi. Qui la sezione delle trombe utilizza la sordina che rende la sonorità dello strumento più tenue e un po’ nasale. Questa musica fa risaltare anche la capacità di Ellington di sfruttare le caratteristiche peculiari dei singoli strumentisti con grande attenzione al loro modo personale di portare le frasi musicali.

Mood Indigo

Ascoltando questi brani bisogna sempre tenere conto che sono stati registrati ormai quasi cent’anni fa con tecniche di ripresa assolutamente non paragonabili a quelle odierne. È ovvio che il suono risulti, alle nostre orecchie, più grezzo e sporco rispetto a quanto siamo abituati solitamente.

Ho accennato più sopra all’invidia, diciamo così, provata da Gershwin all’ascolto di Sophisticated Lady suonata dall’orchestra di Duke Ellington al Cotton Club.

È una canzone del 1932 che è diventata uno standard del jazz entrando nel repertorio di molti strumentisti e cantanti di fama.

In questa versione la parte principale è eseguita da uno degli strumenti più gravi della sezione dei sax, il baritono, noto per la sonorità calda e sensuale. La struttura del brano è la tipica A A B A.

Sophisticated Lady

Chiedo scusa ma mi sono accorto di non aver ancora detto, dandolo per scontato, che Duke Ellington era anche un valente pianista che, ovviamente, suonava sempre insieme alla sua orchestra.

Uno degli eventi più significativi per la sua musica e la sua vita fu la collaborazione, cominciata nel 1939, con un grandissimo compositore e arrangiatore di nome Billy Strayhorn.

Strayhorn divenne in pratica quasi l’alter ego di Ellington, collaborando con lui fino alla propria morte avvenuta nel 1967.

I due hanno avuto un rapporto che si può definire magico a dispetto della grande differenza caratteriale. Tanto Ellington era estroverso e amante della vita di società, quanto Strayhorn era timido e tendenzialmente solitario.

Collaboravano in modo simbiotico. Difficilmente componevano insieme ma sfruttavano le reciproche idee e gli spunti melodici e armonici per arrangiarle e svilupparle singolarmente secondo il proprio gusto.

La loro è stata una delle coppie artistiche fondamentali per la musica del 900 e, nell’ambito della musica di consumo, può essere paragonata a quella formata da Lennon – McCartney. Il modo di procedere alla composizione dei brani era, infatti, più o meno simile. c

Billy Strayhorn ha composto molti brani fondamentali per l’orchestra di Duke Ellington. Uno di questi , che immagino molti di voi conoscano, si intitola “Take the A Train”, divenuto la sigla dell’orchestra perché veniva suonato all’inizio di ogni concerto. Questa composizione è stata resa famosa anche da alcune trasmissioni televisive italiane che l’hanno utilizzata come brano di apertura.

Take the A Train

Un’ulteriore innovazione, portata da Ellington, è stata quella di estendere le composizioni di jazz oltre il limite della semplice canzone. In questo modo poteva garantire un respiro più ampio alla musica, e quindi la possibilità di uno sviluppo tematico ben preciso.

Significativa al riguardo è stata la composizione “Black, Brown and Beige”, del 1943, dedicata alla storia degli afroamericani. Black indica il periodo della schiavitù, mentre Brown rappresenta l’abolizione della stessa. Beige, per finire, racconta la situazione al momento della composizione del brano, che, per certi versi, è simile a quella odierna. Si tratta di una suite in vari movimenti la cui durata complessiva è di circa un’ora. Tra i vari brani ne troviamo uno, “Come Sunday”, ispirato al mondo dello spiritual. In questa versione è cantato da una magnifica interprete, Mahalia Jackson.

Come Sunday

Tra le tante sue composizioni una mi intriga particolarmente. Si intitola “On a Turquoise Cloud”, del 1947, e rappresenta un ulteriore esempio della ricerca sonora e timbrica sempre portata avanti da Ellington.

Una delle parti principali è affidata ad un soprano lirico, la cui voce viene utilizzata come uno strumento. Dapprima è accompagnata da un clarinetto e successivamente dialoga con un trombone con sordina. Il risultato è di estrema eleganza e grande liricità.

On a Turquoise Cloud

Ovviamente questa puntata non voleva ne poteva essere una narrazione esaustiva della musica e della personalità di un musicista come Duke Ellington, anche perché si tratta, come detto, di una delle figure più importanti del 900. La volontà è stata quella di aiutarvi a conoscere e approfondire una musica così intrigante oggi, per certi versi, forse un po’ desueta.

A ulteriore conferma dell’importanza e dell’eredità che Duke Ellington e la sua musica hanno avuto anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1974, volevo salutarvi con “Lush Life”, una composizione di Billy Strayhorn divenuta fondamentale nel repertorio dell’orchestra sia in versione strumentale che vocale.

La versione che vi propongo è molto recente e l’interprete è una vera sorpresa. Difficilmente, infatti ci si poteva aspettare una performance di così alto livello da una cantante dedicata solitamente a tutt’altro genere. È un brano, tecnicamente molto complesso da cantare, che ha messo in difficoltà anche mostri sacri come Frank Sinatra. Questa versione, completamente dal vivo è eseguita da una straordinaria e sorprendente Lady Gaga.

Lady Gaga
Lush Life e finale

Per festeggiare il suo 75esimo compleanno quando Duke Ellington era già in ospedale a causa della una malattia che lo portò alla morte poco tempo dopo, molti jazzisti importanti, oltre a fargli visita, gli scrissero anche biglietti di auguri.

Un paio di questi sono molto significativi.

Il primo è di un musicista completamente diverso come caratteristiche sia personali che musicali. Si tratta di un innovatore molto impegnato anche politicamente, il sassofonista Archie Sheep che comunque si inchinò davanti alla grandezza di Duke Ellington.

“La tua musica descrive nel modo più perfetto la visione morale, il coraggio e l’inesauribile ricchezza di risorse che hanno caratterizzato la lotta del popolo nero per la giustizia in questa società”.

Il secondo è di un mostro sacro come Miles Davis:

“Tutti i musicisti dovrebbero un giorno riunirsi, mettersi in ginocchio e dirti grazie”.