Puntata numero centocinquanta.

“Oggi l’abitante di un qualsiasi paese non ha che da girare una manopola o mettere un disco sul grammofono, per sentire un brano di sua scelta. Ebbene proprio in questa facilità inaudita, in questa assenza di ogni sforzo, si annida il pericolo di questo presunto progresso, poiché nella musica la comprensione è concessa solo a coloro che vi apportano uno sforzo attivo. In tal modo le facoltà attive, non essendo più esercitate, si atrofizzano nell’ascoltatore. Per quel che concerne le masse, vi sono tutte le ragioni per temere che i moderni mezzi di diffusione, anziché sviluppare in loro l’amore e la comprensione della musica, diano luogo a risultati esattamente opposti, ossia all’indifferenza e all’impossibilità di riconoscersi e di orientarsi in essa, e di provare una reazione significativa.”

(Igor Stravinskij – Cronache della mia vita 1935)

Igor Stravinskij

Quella di oggi è una puntata particolare, per molti motivi.

Innanzitutto si tratta della puntata n. 150, e considerando la cadenza settimanale, vuol dire che sono passati tre anni dall’inizio di questo percorso.

ASCOLTA IL PODCAST

Non mi sono mai posto dei limiti di tempo in quest’avventura. Mi sembra comunque incredibile essere arrivato a questo punto.

In realtà so di aver fatto più o meno la medesima considerazione anche nelle puntate 50 e 100. È evidente che, ad ogni scadenza annuale, sento un po’ l’esigenza di fare il punto della situazione.

In questa puntata, infatti, non analizzerò un brano in particolare. Voglio fare invece una serie di considerazioni, non tanto sul percorso intrapreso fino a questo punto, per me estremamente positivo e spero lo sia stato altrettanto per voi, quanto sulla situazione in cui si trova la musica leggera italiana in questi anni.

È un compito che cercherò di affrontare con cautela ed attenzione perché il pericolo di cadere in affermazioni ovvie, e un po’ da “boomer“, come si dice oggi, è proprio dietro l’angolo.

Due sono i fatti, in particolare, che mi hanno spinto a scrivere questa puntata. Si sono verificati entrambi nello scorso dicembre.

Il primo riguarda la pubblicazione della classifica dei brani più ascoltati su Spotify, la piattaforma di streaming oggi più popolare per la diffusione della musica. Il secondo motivo è legato al quel pasticcio verificatosi nella programmazione del concertone del 31 dicembre a Roma, con l’invito a cantare, poi revocato per motivi che vedremo, al  rapper Tony Effe.

Questi due eventi mi hanno fatto tornare alla mete la frase di Stravinskij con la quale ho iniziato la puntata. È un’affermazione che fa riflettere. Sembra essere stata formulata quasi da un veggente perché circa cento anni fa fotografava quello che sta accadendo, musicalmente, ai nostri giorni. Del resto la lucidità di pensiero era una delle caratteristiche principali del compositore russo, insieme , ovviamente, alla sua grandissima vena compositiva.

La prima considerazione da fare è di carattere generale.

Oggi stiamo assistendo ad uno scontro molto vivace, per quello che riguarda la musica, tra i cosiddetti boomer e le nuove generazioni.

Bisogna precisare che il conflitto generazionale riguardante i gusti musicali c’è sempre stato. Ricordo perfettamente come durante la mia adolescenza i mie genitori fossero abbastanza perplessi, per usare un eufemismo, riguardo ad alcuni dei miei gusti musicali, e sto parlando di quelli non riferiti alla musica classica, ovviamente.

Non si tratta quindi di nulla di nuovo, sembrerebbe. Ma la differenza è che stavolta le vecchie generazioni hanno avuto, a loro volta, una musica di riferimento che le ha accompagnate in gioventù. Questo, in teoria, dovrebbe portare gli “adulti” ad esercitare una maggiore comprensione nei confronti dei gusti musicali dei più giovani. Purtroppo non è assolutamente così. I boomer sostengono, con molto vigore, che la loro era la musica vera. Fanno riferimento, secondo gli anni della gioventù ai Led Zeppelin, ai Pink Floyd, oppure a Michael Jackson e i Depeche Mode, oppure, per quanto riguarda gli anni 90 al grunge dei Nirvana e degli Alice In Chains, solo per fare degli esempi.

I giovani, da parte loro, non si riconoscono assolutamente in questi miti del passato. Hanno come idoli artisti e generi completamente diversi la cui musica viene spesso definita dagli “adulti” come spazzatura.

Destreggiarsi fra queste due posizioni  è abbastanza complesso, ed il rischio più evidente è quello di far prevalere i gusti personali, il che andrebbe a scapito della ricerca di una certa obbiettività.

Inizierò, pertanto, da fatti incontrovertibili.

Come dicevo uno degli spunti di partenza è stata la pubblicazione degli artisti ascoltati più ascoltati su Spotify durante lo scorso anno, 2024.

Per quello che riguarda gli artisti maschi la classifica, partendo dal numero uno, è la seguente:

Geolier                       
Sfera Ebbasta                        
Lazza                                      
Tedua                                     
Guè                                        
Kid Yugi                                                         
Capo Plaza                                                    
Shiva                                                 
Tony Effe

Immagino che, per alcuni di voi, questi nomi saranno, in parte sconosciuti. Ci sono però delle caratteristiche che li accomunano.

Innanzitutto sono tutti rappresentanti di un genere che può essere definito Rap, o meglio Trap, italiano. Sono tutti nati , tranne Guè che è un po’ più anziano e Kid Yugi che è il più giovane, negli anni 90.

Ma la cosa più rilevante è che sono tutti italiani.

Questo vuol dire che chi ascolta musica su Spotify, cioè principalmente le nuove generazioni, apprezza e conosce solamente artisti italiani che, in più, fanno tutti lo stesso genere di musica.

Questa è la prima anomalia che differenzia la fruizione della musica  oggi rispetto  a quanto avveniva nei decenni scorsi.

In passato infatti c’era commistione non solo tra artisti italiani e stranieri, nelle classifiche, ma anche presenza di generi diversi. Oggi i giovani ascoltano solamente artisti italiani che fanno Rap o Trap, dove la Trap è un genere derivativo che qualcuno sostiene essere una semplificazione, appunto, della musica rap.

Per confermare quanto ho appena detto, vi propongo alcune delle classifiche di vendita, prese da anni a caso degli scorsi decenni.

Ad esempio negli anni 70, e precisamente nel 1973 gli album più venduti erano i seguenti:

Il mio Canto libero – Lucio Battisti

Don’t shoot me i’m only the piano player – Elton John

Il nostro caro angelo –  Lucio  Battisti

The Dark Side of the Moon – Pink Floyd

Pazza Idea –  Patty Pravo

Sempre – Gabriella Ferri

Questo piccolo grand amore – Claudio Baglioni

Alessandra  – Pooh

Felona e Sorona   –  Le Orme

Caravanserai  – Carlos  Santana

Erano quindi presenti cantautori come Baglioni, cantanti come Patty Pravo e Gabriella Ferri, musicisti come Lucio Battisti. Inoltre c’erano gli stranieri come Elton John, i Pink Floyd e Santana. Troviamo persino perfino un gruppo come “Le Orme”, rappresentante di un genere molto complesso  e tipicamente d’ascolto, come il Progressive Rock.

Nel 1980:

Dalla  –   Lucio Dalla

The Wall – Pink Floyd

Sono solo canzonette – Edoardo Bennato

Zenyatta Mondatta –   The Police

Una giornata uggiosa –  Lucio Battisti

Innamorarsi alla mia età – Julio  Iglesias

Tregua   –  Renato Zero

Viva l’Italia –  Francesco De Gregori

Uprising –  Bob Marley

È evidente come i generi fossero i più vari. Abbiamo anche un cantante tradizionale che immagino piacesse anche a chi aveva 40-50 anni come Julio Iglesias.

Ancora, nel 1991:

Benvenuti in Paradiso – Antonello  Venditti

Malinconoia  –  Marco Masini

Out of Time  –  R.E.M.

The Soul Cages –  Sting

Matto come un gatto  –  Gino Paoli

Gli altri siamo noi  – Umberto Tozzi

Stars –  Simply Red

Real Life –   Simple Minds

Innuendo  – Queen

On Every Street  – Dire Straits

Come potete notare in questi decenni c’era veramente musica per tutti i gusti  e, possiamo dire, per tutte le età. Immagino infatti che la maggioranza dei  fan di Gino Paoli non fossero gli stessi che amavano “Innuendo” dei Queen.

A onor del vero bisogna dire che, per quello che riguarda le artiste donne, la classifica dello scorso anno è decisamente più interessante.

ANNA                                    
Rose Villain                                       
Annalisa                                                        

L’americanissima Taylor Swift, (immagino sull’onda del clamoroso Tour mondiale che ha avuto anche due date italiane)
Angelina Mango
Elodie
Emma
Billie Eilish
(rappresentante di punta di un “pop” estremamente colto che va per la maggiore negli Stati Uniti)
Dua Lipa
(cantante e compositrice britannica)
Madame 

Billie Eilish

Per le donne, come spesso accade, abbiamo senza dubbio una maggiore varietà sia per quello che riguarda i generi che per il modo di approcciarsi alla musica.

Vi sono altre considerazioni che si possono fare e che non sono confutabili.

Molti studi ed analisi hanno rilevato come la durata delle canzoni sia andata via via accorciandosi, nel corso degli ultimi anni, fino ad arrivare agli odierni 3 minuti, 3 minuti e mezzo.

Questo fatto è chiaramente influenzato dall’utilizzo sempre più frenetico dei cosiddetti “social” che puntano a visualizzazioni sempre più brevi e quindi più numerose. Per un’arte come la musica è un’operazione veramente dannosa. Nel corso dei tempi è sempre stata la musica a dettare i tempi all’ascoltatore. Per poter fruire di un qualsiasi brano musicale bisogna dedicare all’ascolto un tempo pari alla durata del brano stesso. In questo la musica differisce totalmente dall’arte figurativa, ad esempio. Chiunque può decidere autonomamente quanti tempo dedicare alla visione di un quadro. Può essere un tempo lungo o breve, dipende dal fruitore. Per la musica è sempre stato il contrario. La durata dell’ascolto dipende dalla durata del brano stesso.

In una società come quella odierna, sempre più frenetica, è proprio la musica a patire maggiormente. Ci sono fenomeni, secondo me aberranti, come il velocizzare la musica, ad esempio su Tik Tok, per poterla inserire in un video di 15 o 20 secondi. È una cosa che grida vendetta e non sta né in cielo né in terra.

Inoltre, rispetto ai decenni passati, oggi contano molto di più i “singoli” in confronto agli album. Non parlo solamente degli album “concept”, che nei decenni 70, 80 e 90 sviluppavano attraverso tutte le canzoni un determinato tema, ma proprio degli album in generale. Oggi si punta quasi esclusivamente sui singoli che devono essere più accattivanti e immediati possibile.

A questo punto le considerazioni che si possono fare non sono più oggettive ma diventano soggettive e quindi personali.

Secondo me è sbagliato paragonare artisti che hanno fatto cose di diverso livello nel corso degli anni. Mi spiego meglio.

Oggi i cosiddetti boomer sostengono  la maggior validità della musica di una volta con frasi tipo:” Una volta c’erano i Pink Floyd, i Genesis e i Police, ad esempio, e oggi c’è Sfera Ebbasta”. Questo non è corretto perché gli artisti nominati giocano in campionati diversi e hanno scopi totalmente difformi nel proporre il proprio lavoro. Metterli insieme in un’unica categoria è fuorviante.

Bisognerebbe paragonare la musica di valore ed impegnata di una volta con quella di oggi che ha le stesse caratteristiche. Anche ai nostri giorni esiste musica estremamente interessante. Basta saperla cercare. Nel corso di queste puntate ho parlato più volte di dischi usciti negli ultimi anni, come quelli di Beth Gibbons (n. 123), Fiona Apple (n. 118), The Smile (n. 104), Billie Eilish (n. 80), Nick Cave (n. 39), per citarne alcuni.

Poi bisognerebbe paragonare la musica brutta e di scarso valore di oggi, che c’è, come dimostrano alcune delle canzoni dei personaggi della classifica di Spotify, con la musica brutta e altrettanto di scarso valore di una volta.

Noi tendiamo a dimenticare le cose brutte, musicalmente parlando, del passato e ci ricordiamo solo di quelle belle. Ma c’è stata musica veramente brutta anche nei decenni scorsi.

Ad esempio, senza andare troppo indietro nel tempo, agli inizi degli anni 2000 nelle classifiche imperversava un brano come questo che si intitola “Asereje” dei Las Ketchup.

Asereje

Oppure il fenomeno del decennio precedente che ha contagiato tutti, cioè la “Macarena”, altro brano diciamo non esattamente di valore assoluto.

Ma senza andare a prendere canzoni che vengono dall’estero anche in Italia non ci siamo fatti mancare nulla e abbiamo prodotto musica non sempre ineccepibile da un punto di vista qualitativo. Ne è un esempio un brano che aimperversava alla fine degli anni 80. È di un artista che oggi fa tutt’altro genere di musica e si tratta di una canzone che avrebbe anche avuto bisogno del tanto famigerato “Autotune”, oggi sempre ingiustamente demonizzato.

La Mia Moto

 Un altro argomento usato dalle vecchie generazioni per criticare le artiste di oggi, tipo Annalisa, Elodie o Rose Villain, è che queste, per ottenere maggior successo e consensi, si presentano quasi sempre poco vestite. Ci si dimentica che spesso è stato così. Anche in passato Sabrina Salerno o Loredana Bertè, o Jo Squillo, per fare degli esempi, facevano lo stesso. Basta guardare alcune fotografie di quegli anni. La ricerca del percorso più semplice per arrivare al successo è sempre stata una caratteristica di chi fa un certo tipo di musica.

Sabrina Salerno

Il secondo fatto che ha dato spunto a queste mie considerazioni è stato quanto accaduto durante l’organizzazione del concertone di fine anno a Roma.

I fatti sono questi.

Il comune ha dapprima invitato ad esibirsi il “trapper” Tony Effe, poi ha revocato l’invito su richiesta di alcuni politici. Il motivo risiede nella constatazioni che i testi delle sua canzoni sono sessisti e parlano della donna in un modo, che potremmo definire, eufemisticamente, alquanto squallido.

Ora, a parte l’idiozia di invitare una artista senza prima informarsi  sulle caratteristiche delle sue canzoni, per poi mandarlo via in un secondo tempo, qui il discorso si fa complesso perché siamo in presenza di una forma, nemmeno troppo velata, di censura.

Premetto che, dal mio punto di vista, molti  testi di Tony Effe sono estremamente discutibili sia dal punto di vista contenutistico che formale, e anche questo è un eufemismo. Alcuni, sempre secondo me, sono anche veramente brutti. Se vi prendete la briga di leggerli o di ascoltarli vi potrete fare un’idea personale al riguardo.

Tony Effe

Ma per me la censura di un artista non va mai bene.

Censurare l’arte non va mai bene.

Pensando alla storia dell’arte e a quanti artisti si sono esposti in prima persona dicendo o proponendo cose scomode, se la censura avesse colpito tutti, come purtroppo ha fatto con alcuni, molti dei più importanti avrebbero avuto una produzione dimezzata.

E, cercando di essere il più obiettivi possibile, possiamo affermare che di testi discutibili, e non censurati, è stata piena anche la musica leggera italiana dei decenni passati.

Chi si ricorda, a d esempio, che una cantante nazional-popolare come Marcella  Bella, quella di “Montagne Verdi“, ha pubblicato un disco, negli anni 80 il cui titolo e il contenuto risultano veramente discutibili, soprattutto perché proposti da una donna. Questo per dire che un certo atteggiamento sessista non è solamente quello portato avanti da Tony Effe. La canzone si intitola “Violentami miao” e recita così:

““Sto ferma se vuoi, brutale o no, non ti assalirò. Ti prego, ricordati che non sono un maschio. Oh no? E allora violentami violentami violentami violentami Miao”.

Violentami Miao

Forse la melodia così leggera ed ammiccante ha fatto passare in secondo piano il testo che comunque è molto discutibile.

Sempre in quegli anni Nadia Cassini cantava “A chi la do stasera”: “A chi la dò stasera, la mia felicità? A chi la dò stasera, chi mi sorriderà? A chi la dò stasera, io faccio quel che vuoi.”

Per non parlare di Viola Valentino che cantava:” “Comprami, io sono in vendita, ma non mi credere irraggiungibile. Ma un po’ d’amore, un attimo, un uomo semplice, una parola, un gesto, una poesia, mi basta per venire via.”

Qualcuno potrebbe sostenere, con ragione, che se ci fossimo persi canzoni di questo tipo, il danno non sarebbe stato poi tanto grave, e non potrei essere più d’accordo.

Ma la censura avrebbe potuto impedire la pubblicazione anche di una canzone come “Disperato erotico stomp” di Lucio Dalla, il cui testo è molto crudo. Oppure di un brano come “America” di Gianna Nannini, che con voce roca e sensuale afferma:

“Per oggi sto con me e mi basto. Nessuno mi vede. E allora accarezzo la mia solitudine, e ognuno al suo corpo sa cosa chiedere. Fammi volare, lui allunga la mano e si tocca l’America.”

America

Certo in questi casi il concetto è messo giù in modo poetico e allusivo, ma non lascia dubbi interpretativi.

Ci è andato giù veramente pesante invece il Vasco nazionale che nel brano “Colpa di Alfredo” se ne esce con versi la cui interpretazione è inequivocabile.

Colpa di Alfredo

Esempi come questi sono sempre stati frequenti nella canzone italiana.

Recentemente mi è capitato di lavorare su un brano, pensate, degli anni 20 che si intitola “Creola” il cui testo, non certo “politically correct”, così recita:

“Che bei fior carnosi son le donne dell’Avana

Hanno il sangue torrido come l’Equador:

Fiori voluttuosi come coca boliviana,

ci di voi si inebria ci ripete ognor.

La lussuria passa come un vento turbinante

 Che gli odor più perfidi reca ognor con sé.

Ed i cuori squassa quella raffica fragrante

Che inginocchia gli uomini sempre ai nostri piè.”

Ma anche canzoni che spesso vengono cantate da tutti con molta leggerezza e allegria come, ad esempio “La Canzone del Sole” di Battisti-Mogol, contengono versi veramente allusivi:

“Dove sei stata cos’hai fatto mai?
Una donna, donna dimmi
cosa vuol dir sono una donna ormai
ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai
per diventar quel che sei
che importa tanto tu non me lo dirai, purtroppo”.

E più avanti:

“Noi due distesi all’ombra
un fiore in bocca può servire, sai
più allegro tutto sembra
e d’improvviso quel silenzio fra noi
e quel tuo sguardo strano
ti cade il fiore dalla bocca e poi
oh no, ferma, ti prego, la mano”.

Tutte queste canzoni hanno comunque il pregio di avere una musica gradevole che può far passare in secondo piano il contenuto testuale. Un contenuto che, pur essendo esplicito, ha comunque una valenza poetica. Ma è un contenuto avrebbe potuto essere oggetto di censura. Quindi, secondo me, anche nel caso dei testi di Tony Effe che, ripeto, sono molto più crudi, espliciti e per nulla poetici, e sono anche accompagnati da una musica cruda anch’essa che ne mette in risalto la volgarità, un’operazione di censura è, a priori, sbagliata.

Ma, se ribaltiamo la prospettiva, potrebbe essere anche peggio far passare messaggi subliminali utilizzando una musichetta piacevole e leggera. Ne potrebbe essere un esempio:

“Com’è bello far l’amore da Trieste in giù
com’è bello far l’amore io son pronta e tu…
Tanti auguri, a chi tanti amanti ha
tanti auguri, in campagna ed in città”.

Oppure quanto contenuto nel testo di un must della canzone popolare anni 70:

“Il grillo disse un giorno alla formica: “il pane per l’inverno tu ce l’hai,
perché protesti sempre per il vino aspetta la vendemmia e ce l’avrai”.
Mi sembra di sentire mio fratello che aveva un grattacielo nel Perù,
voleva arrivare fino in cielo e il grattacielo adesso non l’ha più.
Fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà”.

La musica è piacevole ma veicola un messaggio   il cui  significato è perlomeno discutibile. Bisogna accontentarsi sempre, non provare mai a migliorarsi cercando di fare cose diverse dal solito. In pratica è importante  tenere calme e tranquille le coscienze invitando le persone a non prendere mai l’iniziativa e lasciare che le cose accadano, se accadono, da loro.

Software musicale

Tornando ai giorni nostri bisogna anche aggiungere che oggi è fin troppo facile fare musica. Ci sono infatti software che permettono a chiunque di avvicinarsi alla composizione di un brano musicale. Questo, di per se, sarebbe un vantaggio. Far avere a tutti la possibilità di comporre è positivo. Purtroppo, come spesso accade, questa opportunità viene utilizzata male.  Infatti se non si hanno i requisiti minimi per fare delle cose, anche possedendo grandi mezzi non si riesce a combinare niente di valido. Uno dei problemi del nostro tempo è spesso il confondere il mezzo con il contenuto. Non basta avere un cellulare con una macchina fotografica molto performante per diventare fotografi. E non basta avere un software moderno per diventare automaticamente compositori.

Ad esempio per fare una musica pop come quella di Billie Eilish ci vuole preparazione, gusto, musicalità, tutte qualità che non si trovano tantissimo in molta della musica italiana odierna.

E c’è purtroppo un’altra considerazione da fare. La musica, in Italia ha perso quell’importanza che aveva nei decenni scorsi, ed è diventata qualcosa di molto meno significativo. Spesso ci si accontenta di quello che passa il convento, cioè brani confezionati in un certo modo, che non presentano complessità. Questo serve per attirare maggior pubblico possibile. La musica leggera odierna manca di complessità, e proprio in virtù di questo non è stimolante.

Mancano i divulgatori che una volta si occupavano di diffondere la musica. Per la verità alcuni, davvero bravi, ci sono ma hanno, purtroppo un pubblico di nicchia. La divulgazione era un compito che avevano, ad esempio, le radio, o certi giornali specializzati, o alcune trasmissioni televisive. Oggi tutti questi mezzi vivacchiano proponendo il mainstream più trito e ritrito. Da noi l’unica cosa importante musicalmente è il festival di Sanremo. È una kermesse che sfrutterà, quest’anno, molti degli artisti presenti nella classifica che vi ho letto all’inizio, proprio per fare ascolti. Perché i numeri sono importanti, o meglio, purtroppo, sono importanti solo i numeri.

Anche un certo tipo di stampa, sempre pronta ad incensare qualsiasi nuovo prodotto di mostri sacri sulla breccia da decenni, senza mai esercitare il sacrosanto diritto di critica, contribuisce all’appiattimento dei gusti musicali del pubblico.

Infine bisogna considerare il fatto che se ascoltare musica non ci costa nulla, o al massimo gli 11, 12 o 13 euro al mese di qualche abbonamento a piattaforme di streaming, avremo per forza una musica di scarso valore. Chi fa musica di un certo tipo non avrà mai un riscontro economico che possa permettergli di continuare a creare,  sperimentare e a studiare.

E questo non è certo una colpa delle nuove generazioni, ma è un vulnus, diciamo così, che risale agli anni della pirateria più sfacciata e sfrenata. Sono le  generazioni che hanno utilizzato “Napster“, che permetteva di scaricare gratuitamente qualsiasi canzone, quelle che hanno, in pratica, decretato la fine di un certo tipo di musica.

Tutti sappiamo, infatti, che solitamente, si da valore solo a quello che costa, denaro o sacrifici. E quindi se abbiamo una musica gratis, che troviamo senza sforzo, le diamo, di conseguenza, pochissima importanza.

Con questa puntata, nella quale ho messo tanta carne al fuoco,  volevo, ovviamente se ne avete voglia, anche invitarvi a riflettere su una convinzione che hanno molti di coloro che amano la musica. Spesso si tende ad amare  in primo luogo, e a volte anche esclusivamente, la musica che è stata importante nella propria giovinezza o adolescenza. Questo spesso ci induce a non volersi confrontare con qualcosa di nuovo, che come tale può destabilizzare, perché rimaniamo indissolubilmente legati al passato.

Ed è strano pensare che questo accada, fra tutte le arti, solo con la musica. Ad esempio con la letteratura, l’arte figurativa o il cinema è normale cercare di confrontarsi con  nuovi stimoli nel tentativo di fare nuove esperienze.

 Con la musica, ma questo è un discorso che andrebbe affrontato a parte, si tende sempre a cercare una gratificazione immediata. Se un brano non ci piace nei primi dieci, venti secondi interrompiamo l’ascolto, cosa che raramente succede con un libro, o un film, ad esempio.

Vorrei concludere questa puntata con un’altra frase tratta sempre dall’autobiografia di Stravinskij, che si adatta benissimo alla nostra situazione:

“Parlare di musica significa assumersi delle responsabilità. Allora si preferisce soffermarsi sugli elementi di contorno. Si passa per menti elette e si fa più bella figura”.