Via di uscita

Monica Nervi

Una composizione che rappresenta “un passaggio graduale dalla severità del primo movimento all’affermazione vitale dell’ultimo”

Puntata numero centoventuno.

“Se per caso, dopo la mia morte,  si volesse dare a una via il mio nome o erigermi un monumento su una pubblica piazza, ecco quali sono, a questo proposito i miei desideri: fino a quando le piazze di Budapest, anticamente chiamate Oktagon e Korond porteranno il nome di questi uomini e fino a quando, in Ungheria, vi sarà una piazza che porterà questi due nomi, io desidero che nel paese non vi sia ne strada, ne piazza, ne monumento pubblico, che porti il mio nome e che nessuna lapide commemorativa sia posta in un luogo pubblico”

I due nomi a cui si fa riferimento in questa frase, sono quelli di Adolf Hitler e Benito Mussolini, e il musicista che l’ha pronunciata è l’ungherese  Béla Bartók.

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Spesso capita che mi vengano rivolte due domande, l’una  conseguente all’altra, alle quali è abbastanza difficile rispondere: “Se dovessi scegliere qual è il tuo compositore preferito? E perché?”

La scelta, come si può intuire, è abbastanza complicata. In realtà, però,  devo dire che tutte le volte che mi viene posto un interrogativo di questo tipo, uno dei primi nomi cui penso  è , senza dubbio , quello di Béla Bartók.

Béla Bartók

Cercherò di spiegare, anche se non è semplice, perché questo compositore mi piace in modo cosi particolare. Proverò a farlo parlando di uno dei suoi brani più importanti. La speranza ovviamente è quella di riuscire nell’intento.

Ho già parlato di Bartók nella mollica numero 24, circa due anni fa, a proposito di quel brano straordinario che è il secondo movimento del terzo concerto per pianoforte e orchestra da lui stesso  denominato “Adagio religioso”.

Béla Bartók è stato uno dei compositori più importanti del secolo scorso oltre che un eccellente pianista. Ma, soprattutto agli inizi della sua carriera, ha svolto anche un’importante attività come   etnomusicologo, studiando le tradizioni musicali che si tramandavano per via orale, non solo nella sua terra, ma anche in quella delle nazioni confinanti. In pratica girava, letteralmente , per i villaggi , raccogliendo , scrivendo , catalogando , tutti i canti popolari tradizionali, che avevano, ovviamente , una forte valenza ritmica. È evidente, infatti, lo stretto rapporto che c’era , nella prima metà del 900, tra il fare musica e le occasioni di convivialità sociale che coinvolgevano gli abitanti di quei villaggi a volte sperduti.

È lavoro che si è riverberato tantissimo nella sua produzione musicale nella quale il ritmo  riveste spesso un ruolo di primaria importanza. Questo è uno dei motivi più importanti, se non il principale, che mi fa amare Béla Bartók. Mi è sempre piaciuto il suo far fluire, nelle proprie composizioni, elementi colti, spunti popolari , suggestioni della tradizione antica  e altre di estrema modernità, il tutto proposto attraverso un impulso ritmico di grande importanza e straordinariamente efficace.

Bartok col figlio Peter

Questo multiculturalismo, che nella musica risalta spesso in modo evidente è, senza dubbio , uno degli aspetti più affascinanti di tutta la sua produzione musicale. In pratica attraverso la musica ha sempre cercato di creare un’unione tra elementi di culture diverse anche da un punto di vista temporale, riuscendo a fonderli e creando, in questo modo, un mondo sonoro, dal mio punto di vista, estremamente affascinante .

La vita di Bartók è sempre stata molto legata alla sua terra e alle sue radici. È stato costretto ad abbandonare l’Ungheria proprio perché non sopportava tutto quello che stava succedendo al suo paese tra le due guerre mondiali, ovviamente a causa dell’affermarsi della Germania nazista.

 Rispetto ad altri artisti si è allontanato dall’Europa abbastanza tardi, principalmente per due motivi. Il primo perché si rendeva conto che andando via non avrebbe più potuto continuare le sue ricerche e avrebbe spezzato definitivamente il legame con la sua terra. Il secondo, altrettanto importante, era il fatto di essere molto legato alla madre che non voleva abbandonare. Sua madre poi morì all’inizio della seconda guerra mondiale e questo convinse Bartók  a partire per gli Stati Uniti.

Bartok alla Carnegie Hall

A differenza di molti altri artisti esiliati  non riuscì mai del tutto ad inserirsi nello stile di vita americano. Non riusicva ad apprezzarlo anche se, in realtà,  l’America lo accolse molto favorevolmente . In pratica non fece fortuna e non “trovò l’America”, in America.

Visse anche situazioni  abbastanza complesse, sia da un punto di vista economico che, più importante, di salute. Cominciò proprio in quegli anni, infatti, ad essere afflitto da una malattia, la leucemia , che gli venne diagnosticata purtroppo abbastanza tardi, e che fu la causa della sua morte avvenuta nel 1945 , proprio alla fine della seconda guerra mondiale.

Serge Koussevitzky,

Il fatto di aver lasciato l’Europa lo amareggiò talmente tanto che decise di non comporre più musica di alcun tipo. Per due anni mantenne questa decisione, poi un suo amico, un musicista molto importante, il direttore della Boston Symphony Orchestra Serge Koussevitzky, gli commissionò una composizione da far eseguire alla propria orchestra. Bartók, per fortuna, accettò. e da quel momento riprese , anche negli ultimi anni della sua vita , l’attività di compositore .

Il lavoro che Koussevitzky gli commissionò per  l’orchestra sinfonica di Boston, fu appunto il “Concerto per Orchestra”,  il brano oggetto di questa puntata.

Partiamo dal titolo che offre già spunti interessanti.

Fino ad oggi infatti abbiamo sempre trovato il termine “concerto”  con riferimento a concerti per strumento  solista ed orchestra. Penso che ognuno di voi abbia sentito parlare o abbia ascoltato dei  concerti per pianoforte  e orchestra , oppure per violino , o per flauto e orchestra, o per qualsiasi altro strumento e orchestra.

Si tratta di composizioni in genere in tre movimenti dove esiste uno strumento solista che dialoga, appunto con l’orchestra. A volte il dialogo si svolge su un livello quasi paritario, più spesso l’orchestra ha il compito di   accompagnare e assecondare il solista. Ovviamente le varie possibilità dipendono dal compositore, dalle caratteristiche che vuole dare al proprio lavoro e anche dal periodo storico.  In ogni caso ci sono due identità ben distinte, il solista, appunto, e l’orchestra .

Il “Concerto per Orchestra”, invece,  si chiama così perché la sua principale caratteristica è quella di utilizzare l’orchestra come  un insieme di strumenti solisti . È un brano che mette a dura prova sia i singoli strumenti  che le varie sezioni, che si trovano ad avere molto spesso ruoli di primo piano, in pratica ruoli da solisti.

 In questo modo la  composizione rispetta in pieno il senso del termine di “cum certare”, il cui significato è, con molta probabilità, quello di  gareggiare, mettendo quasi in contrapposizione  i vari strumenti, singolarmente o all’interno della propria sezione, con il resto dell’orchestra.

Ciò che rende il tutto ancora più interessante  è che gli strumenti protagonisti variano di volta in volta, come vedremo, nel corso dei vari movimenti.

Bartok e la seconda moglie

Un’altra peculiarità di questo brano che lo differenzia rispetto ai concerti così come sono universalmente riconosciuti, è che strutturato in cinque movimenti e non nei canonici tre . Questa particolare forma compositiva era stata già sperimentata da Bartók in alcune delle sue precedenti composizioni.

È lui stesso a definire il senso di questo brano articolato in un modo così complesso:

Lo stato d’animo generale dell’opera rappresenta, salvo il secondo movimento, un passaggio graduale dalla severità del primo movimento all’affermazione vitale dell’ultimo.”

È quindi un percorso complesso che si sviluppa partendo dall’austerità del primo movimento fino ad  arrivare al pirotecnico finale, caratterizzato da una scrittura che richiede un grande virtuosismo da parte di tutta l’orchestra.

Questo è un fattore che va sottolineato ripetutamente. Per eseguire una tale composizione ci vuole un’orchestra veramente preparatissima da un punto di vista tecnico. Molto probabilmente Bartók durante la composizione ha proprio pensato alle orchestre americane di quel periodo che erano, senza ombra di dubbio, tra le più ineccepibili, da questo punto di vista, di tutto il mondo occidentale. E l’orchestra sinfonica di Boston era senza ombra di dubbio una delle migliori tra queste.

Il “Concerto per Orchestra” si rivela quindi essere la composizione di un ungherese a New York. È caratterizzata infatti dalla presenza di un impulso ritmico caratteristico della sua terra natia, ma lascia intravedere un’energia e  un ottimismo tipici di chi  subisce, almeno in parte, il fascino della vita nella “Grande Mela”.  Tutto ciò è ancora più significativo se consideriamo che le condizioni di salute di Bartók non erano certo le migliori in quel periodo.

Altra cosa importante da rilevare è che tutti i titoli dei vari movimenti sono in italiano. Il primo è indicato come  “Introduzione”, mentre gli altri verranno definiti in un modo più esemplificativo, come vedremo più avanti, che darà indicazioni sul loro contenuto.

Sordina posta sul ponticello del violino

La composizione inizia con una sonorità, già molto indicativa, dovuta agli strumenti più gravi della sezione degli archi . Tra l’altro l’indicazione dell’autore è di utilizzare la “sordina”,  una specie di piccola morsa di legno che fa presa sul ponticello, il cui effetto è smorzare la vibrazione delle corde, creando un suono più ovattato. Dopo questo inizio entrano i violini che hanno ovviamente una sonorità più acuta. Su questo mondo sonoro si inseriscono brevi interventi di flauti che sembrano quasi offrire  piccoli squarci di luce .

Introduzione – inizio

Il primo movimento presenta molti temi e situazioni che poi Bartók svilupperà in quelli successivi. È tutto un alternarsi di squarci ritmici e di sprazzi più melodici. Alcuni dei momenti più lirici si caratterizzano  anche per  un sapore che potremmo definire extra europeo. Ne è esempio  il tema dell’oboe, all’incirca al minuto quattro e 40, ovviamente a seconda delle esecuzioni , che ha un andamento quasi arabeggiante.

Tema dell’oboe

Altro elemento che troviamo spesso in tutta la composizione e che viene presentato per la prima volta nel primo movimento, è rappresentato dalle cosiddette “fanfare”. Si tratta di temi molto incisivi, sia da un punto di vista melodico che ritmico,  eseguiti generalmente degli strumenti a fiato. La  fanfara  che si può ascoltare alla fine del primo movimento ci dà anche l’occasione di analizzare una delle tecniche compositive usate da Bartók.  Consiste nella esposizione di un tema che quando poi viene riproposto viene eseguito  in modo invertito . Facendo un esempio se, in pratica, nella prima esposizione il tema sale verso l’acuto, nella riproposizione avrà un andamento verso il grave mantenendo la stessa distanza fra i suoni, e viceversa. Ma, ovviamente, l’ascolto è molto più esemplificativo  rispetto alla spiegazione verbale.

Il tema che poi viene eseguito con l’inversione lo troviamo intorno al minuto sette.

Inversione dei temi

Il secondo movimento ha un carattere ancora più specifico,  come possiamo intuire già dal titolo. Bartók lo ha chiamato il “Gioco delle coppie”. In pratica vi sono varie coppie di strumenti a fiato, prima due fagotti, poi due oboi,  due clarinetti, due flauti ed infine due trombe . Ogni coppia esegue un tema a se stante con un’idea strutturale ben precisa. In pratica i due strumenti sono legati tra loro da una distanza fissa (in musica si chiama intervallo).

Senza scendere troppo in tecnicismi si può dire che la distanza, ad esempio tra i due fagotti, è sempre di un certo tipo. Se il primo  esegue, per fare un’ipotesi, le note Do-Re-Mi l’altro, contemporaneamente fa la stessa cosa partendo sei note sopra, La-Si-Do, e così di seguito. La distanza rimarrà sempre di sei note. I due oboi poi eseguono il loro tema ad una distanza più stretta. Se il primo suona, sempre ad esempio, Mi-Fa-Sol, l’altro comincerà tre note sopra, Sol-La-Si. La loro distanza sarà sempre di tre note. Seguono poi clarinetti la cui distanza, più ampia,  crea un effetto di dissonanza. L’ultima coppia è costituita dalle  due trombe che suonano il loro tema partendo, invece, da note molto vicine tra loro, e questo crea un effetto di tensione molto forte.

L’ inizio del movimento è scandito da uno strumento a percussione, dopodiché entrano i due fagotti.

Gioco delle coppie

La forma, in questo caso, è A B A. Quella che avete appena ascoltato è, appunto, la sezione A. La  B sfrutta invece un’idea completamente diversa. Si tratta, in pratica,  di un “corale”  di ispirazione bachiana. Qui il ruolo di primo piano lo hanno tutti gli strumenti a fiato che non hanno partecipato al gioco delle coppie . Cominciano infatti I tromboni, seguiti dalla tuba, ed infine i corni.

La parte B è introdotta sempre dal tamburo che scandisce, in pratica, il passaggio fra le due sezioni.

Parte B secondo movimento

La seconda parte A è uguale alla prima. Presenta solamente  una strumentazione più ricca nel senso che a volte alle varie coppie si aggiunge un terzo strumento.

Il terzo movimento, intitolato “Elegia”, rappresenta, in pratica, il cuore della composizione, e contiene molti dei temi e delle situazioni proposte già nel primo movimento. Ha un’atmosfera veramente notturna nella quale gli strumenti a fiato creano quelli che sembrano quasi essere dei richiami alla luce o alla vita. Lascio a voi Il gusto di scoprire questo momento perché volevo soffermami maggiormente sugli ultimi due.

Il quarto ha un titolo veramente strano, “ Intermezzo interrotto” . Cerchiamo di capirne il motivo. Inizia con un tema molto ritmico, anche un po’ irregolare, proposto prima dell’oboe e successivamente dal corno inglese. Entrambi sono preceduti da una introduzione ad opera degli archi.

Inizio Intermezzo interrotto

Ad un certo punto parte un ritmo di chiara ispirazione popolare, sul quale si appoggia un bellissimo tema, molto cantabile, suonato dalle viole, chiaramente ispirato alla tradizione ungherese. Lo  squarcio melodico offerto è incantevole.

Seconda parte quarto movimento

Subito dopo accade qualcosa di inusuale. L’esposizione del tema viene interrotta da una melodia molto greve, sgraziata. All’inizio  c’è una punta di ironia che poi si trasforma  quasi in una pesante presa in giro.

L’origine di questo tema è abbastanza particolare perché in pratica rappresenta la parodia di una melodia usata dal compositore russo Dmítrij Šostakóvič  nella sua settima sinfonia, intitolata “Leningrado”, che era stata pubblicata solo un paio d’anni prima. Bartók aveva probabilmente ascoltato alla radio questa composizione, e il figlio Peter racconta di come il padre si fosse parecchio stupito della continua reiterazione di un tema dall’andamento così semplice fatta da Šostakóvič nel primo movimento della sua sinfonia.

 Bartók ripropone questo tema in modo tale da farlo risultare una presa in giro del suo collega. Alcuni  studiosi sostengono che, in realtà, possa essersi  ispirato anche alla melodia di una canzone abbastanza famosa, intitolata “Chez Maxim”, tratta dall’operetta “La Vedova Allegra”, molto popolare in quegli anni.. In ogni caso questa interruzione, così inaspettata e volutamente sgraziata è  la seguente.

Tema parodia

L’ultimo  movimento è quello in cui l’orchestra è chiamata ad esprimere tutta la bravura, la precisione e il proprio virtuosismo. Comincia con una fanfara dei corni seguita da una danza che ha  un andamento velocissimo e che vede gli archi in primo piano.  È un momento estremamente coinvolgente e, come ha detto lo stesso Bartók, rappresenta  “un’affermazione di vita”.

L’inizio che stabilisce il clima di tutto il movimento è questo.

Inizio quinto movimento

Anche questa ultima sezione   presenta attimi veramente molto coinvolgenti. Dopo un paio di minuti assistiamo, in pratica, ad un “fugato” che vede in primo piano gli strumenti a fiato. Le varie linee melodiche  si rincorrono tra loro in modo frenetico. Tutto questo rincorrersi  sfocia poi in una sezione dal carattere spiccatamente popolare che sembra riecheggiare  quasi una tipica melodia suonata da cornamuse. A questa segue nuovamente la fanfara iniziale  proposta sempre in stile fugato. Il tutto parte più o meno dal secondo minuto.

Fugato poi momento “cornamuse”

Poi arrivano, inaspettate, oasi di quiete che servono sia a stemperare l’atmosfera che, soprattutto,  a preparare il finale, veramente pirotecnico.

Finale quinto movimento

Ecco, io sono convinto che in un periodo come quello che stiamo vivendo, poter godere di una musica che unisca elementi e suggestioni di diverso tipo, da quelli colti ai più popolari, da quelli arcaici ai più moderni, inglobando e sviluppando proposte culturali diverse per trarre da ciascuna il meglio,  sia qualcosa di veramente necessario e, secondo, me imprescindibile.

finale

Tutto questo ci fa capire quanto sia attuale un compositore come Béla Bartók e quanto abbiamo bisogno di percorrere la strada che lui ha così sapientemente tracciato.