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Gianfranco Garofalo

“L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”

Puntata numero centonove

Cominciai a connettere i testi con quello che leggevo, e dovendo scrivere i testi ritrovai una serie di radici che non erano necessariamente poetiche, ma traevano linfa dallo scrutare la società che mi circondava”.

Così Lucio Dalla raccontava, a metà degli anni 70, il suo passaggio dall’ essere un interprete e un compositore di musica fino a diventare un cantautore a tutti gli effetti. Un mutamento che l’ha portato a divenire uno dei più importanti artisti italiani, in campo musicale, degli ultimi cinquant’anni.

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Nella storia della musica il 4 marzo è una data abbastanza importante. Molti sono gli eventi accaduti in tale giornata.

In particolare io ne ricordo tre. Il 4 marzo 1678 nasceva a Venezia uno dei giganti del periodo barocco, Antonio Vivaldi.

Più di due secoli e mezzo dopo, il 4 marzo1947, è nato un grandissimo sassofonista norvegese, Jan Garbarek.

Jan Garbarek

L’altro 4 marzo che ricordo, e che immagino sia nella memoria di molti, è il 4 marzo 1943, data di nascita di Lucio Dalla.

Nella puntata della settimana scorsa ho parlato di Tom Waits, cantautore americano ma anche attore, compositore di colonne sonore, autore di testi teatrali. Per certi versi  Lucio Dalla è, a lui, abbastanza simile.

Anche Dalla ha vissuto molte vite.   Clarinettista e sassofonista  jazz, pianista e cantante con una vocalità straripante che si trovava a proprio agio in molti generi diversi come il soul, il funk e il blues. Inoltre ha composto musiche per colonne sonore e ha fatto anche l’attore in più di un’occasione. È stato anche docente universitario.

Insomma un artista straordinario ed eclettico.

Lucio Dalla

La sua avventura nella e con la musica è cominciata fin da ragazzo con un clarinetto che gli fu regalato da uno zio. Senza prendere lezioni cominciò quasi da subito, data la sua straordinaria musicalità, a suonare nel giro dei jazzisti di Bologna, la sua città, in cui questo genere era molto amato e seguito.

Bologna negli anni 50 e 60 era un crocevia dal quale passavano importanti musicisti anche internazionali, come Chet Baker che Lucio Dalla ebbe anche l’occasione di conoscere.

Chet Baker

L’amore per il jazz è stata una costante nella sua carriera. Spesso  infatti riprendeva il clarinetto cimentandosi con musicisti di caratura mondiale. Ma è soprattutto nel suo modo di cantare che  si può ritrovare l’influenza di questa musica. Era capacissimo di improvvisare linee vocali estremamente interessanti sui suoi brani che risultavano così spesso abbastanza diversi rispetto all’originale.

Ma il mondo del jazz, probabilmente, gli andava un po’ stretto. Cercò quindi di approcciarsi al mondo dello spettacolo anche come cantante. Negli anni 60 abbandonò in pratica la “band” con la quale suonava solitamente a Bologna, per dedicarsi ad una carriera da solista.

Tra le prime cose che di lui si ricordano spiccano, senza dubbio, alcune sue apparizioni al Festival di Sanremo.

Nel 1966 si presentò con una canzone abbastanza…buffa intitolata “Pafff Bum”. Cantò in coppia, come si usava in quegli anni, niente di meno che con “ The Yardbirds”, gruppo inglese di grande fama nel quale militava anche il chitarrista Jeff Beck, scomparso, purtroppo, un anno fa.

Ma probabilmente la sua apparizione sanremese degli anni 60 più importante fu quella dell’anno successivo, il 1967, edizione passata alla storia per il tragico suicidio di Luigi Tenco.

Quell’anno fu in coppia con un altro gruppo, molto famoso in Italia,  “ The “Rokes” cantando una canzone divenuta poi abbastanza famosa, “Bisogna saper perdere”.

In questo spezzone audio viene presentato, sul palco del festival, da colui che era praticamente il re di Sanremo in quegli anni, Mike Buongiorno.

Bisogna Saper Perdere

Ma nonostante in quegli anni cominciasse lentamente a farsi conoscere, il grande successo ancora non arrivava.

Bisognerà aspettare l’inizio del decennio successivo quando, sempre a Sanremo nel 1971, si presentò con un brano che ormai fa parte della memoria collettiva che è stato oggetto anche di cover da parte di artisti internazionali.

La canzone sin intitola, ovviamente, “4 marzo !943”.

Il titolo è in pratica la data di nascita di Lucio Dalla anche se la canzone non è quasi per nulla  autobiografica. Rispetto alle edizioni precedenti nelle quali si era presentato solamente, si fa per dire, come interprete di canzoni composte completamente da altri, questa volta Dalla scrive la musica mentre le parole sono di Paola Pallottino.

Lucio Dalla e Paola Pallottino

Il testo della canzone fu oggetto di più interventi da parte della censura, allora molto presente ed esplicita, che riteneva offensive e non adatte al pubblico italiano alcune frasi e immagini che raccontavano la storia del protagonista del brano e di sua madre.

Bisogna ricordare che l’Italia di quegli anni ( mentre oggi invece???) era ancora abbastanza bigotta.

Dalla fu costretto, pena l’esclusione dalla rassegna, a modificare dunque il testo con grande disappunto dell’autrice, Paola Pallottino, che non la prese affatto bene. Ma tant’è.

La canzone è diventata famosa anche per l’incipit suonato dal violino che caratterizza non solo l’inizio ma anche il passaggio tra le varie strofe. È un melodia famosissima che molti ricorderanno e spesso viene scimmiottata e canticchiata per descrivere situazioni ironiche o grottesche.

La canzone, in questo modo, diventa immediatamente riconoscibile.

4 Marzo 1943

Questa canzone diede a Lucio Dalla il primo vero  successo a livello nazionale.

Fino a quel momento dunque aveva composto le musiche per qualche canzone collaborando con molti importanti parolieri tra i quali Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi.

Il primo cambio di passo nella sua carriera avvenne proprio in quegli anni. Dalla smise di collaborare con questi parolieri e cominciò a lavorare insieme a Roberto Roversi.

Roberto Roversi e Lucio Dalla

Questi era un poeta, un  intellettuale e scrittore bolognese più anziano di una ventina d’anni. Il loro sodalizio produsse tre album importanti e  intriganti sia musicalmente che dal punto di vista dei testi. Nel 1973 uscì “Il Giorno aveva Cinque Teste”, seguito da “Anidride Solforosa” nel 1975. Il terzo, “Automobili” venne pubblicato l’anno dopo .

Dopo questo ultimo lavoro per motivi che non saranno mai del tutto chiari, la loro collaborazione si interruppe.

Lo stesso Lucio dalla focalizza in modo estremamente preciso quel momento che sarà per lui di grande importanza per gli sviluppi della sua carriera:

Fino ad allora non avevo scritto testi, e capivo, quando lavoravo con Roversi, che avrei potuto scrivere anch’io. Ma era talmente forte, pregnante ed esaustiva l’esperienza con lui che cominciai a scrivere solo quando lui decise di non fare più i testi per me, non perché litigammo, ma per una serie di suoi impegni. Solo allora mi sentii pronto a scrivere. E lì fu la grande liberazione. Cominciai a connettere i testi con quello che leggevo, e dovendo scrivere i testi ritrovai una serie di radici che non erano necessariamente poetiche, ma traevano linfa dallo scrutare la società che mi circondava. Questo determinò in qualche modo l’epicentro della mia creatività, che identificavo proprio nell’interfaccia, nello scambio continuo con il pubblico”.

Quindi nel 1977 a trentaquattro anni, età nella quale la maggior parte degli artisti ha già dato il massimo, Lucio Dalla, al settimo disco, produce un album intitolato “Come è Profondo il Mare” in cui è l’autore, per la prima volta, sia delle musiche che dei testi.

In un’Italia che in quegli anni era, musicalmente parlando, dominata da cantautori di peso quali Fabrizio de André, Francesco de Gregori, Francesco Guccini, Paolo Conte, Claudio Baglioni e Antonello Venditti per nominarne alcuni, Lucio Dalla muove i primi passi, non proprio timidi, nella musica d’autore.

Diventa, in realtà, un cantautore sui generis. Perché in questo album abbatte la barriera esistente tra cantautori e musicisti. Sovente infatti i cantautori si occupano, giustamente, molto dei testi, relegando spesso la musica a puro elemento di supporto. Dal canto loro i musicisti mettono la musica suonata sempre al primo posto snobbando a volte, con sufficienza, quella cantata.

Dalla unisce questi due mondi, e lo fa raccontando se stesso. In pratica per riuscire a mettere insieme parole e musica sovente scardina una delle regole fondamentali della canzone. Rompe infatti la corrispondenza ritmica tra musica e parole. Supera la costrizione del verso che spesso non rispetta un  determinato numero di sillabe con magari l’obbligo delle rime. In pratica spesso fa schizzare il canto fuori dalla metrica. Dilata a volte la durata di singole sillabe e, per converso, riempie alcune frasi musicali con versi estremamente compressi composti da un gran numero di sillabe. Le liriche quindi sembrano debordare dagli obblighi imposti solitamente dalla metrica musicale.

Un’esemplificazione evidente la abbiamo nella canzone, tratta da questo album, intitolata “Corso Buenos Aires”.

Il racconto è quello di un giorno di ordinaria follia in un agosto  milanese. Il protagonista è un disperato braccato dalla folla. Viene scambiato per un ladro, un mascalzone, magari un assassino. Il poveraccio infatti ha in mano un coltello che gli serve però per tagliare il pane e il salame visto che è appena arrivato in città con un treno

In realtà le uniche vittime tra la folla saranno causate dall’arrivo precipitoso e a gran velocità di una volante della polizia chiamata da uno degli astanti, che vista la velocità sostenuta, travolge delle persone.

Corso Buenos Aires

Alla fine di questo spezzone si può notare il classico modo di cantare di Lucio Dalla che pronuncia solo delle sillabe. Tecnicamente questo canto è definito “scat” ed è ripreso dai jazzisti degli anni 40 del genere “Bebop” che lo utilizzavano per dare alla vocalità un andamento estremamente ritmico.

Un’ altra cosa importante da sottolineare è che questa canzone, come molte di Lucio Dalla, racconta una storia, una storia che ha dei protagonisti.  Solitamente le canzoni di musica leggera, belle o brutte che siano, parlano di sentimenti e stati d’animo. In quelle di Lucio Dalla invece , non solo nelle sue ovviamente, accadono dei fatti.  I personaggi, raccontando delle vicende, si raccontano e si fanno conoscere.

In questo album Dalla, attraverso le canzoni parla di se stesso e della propria visione del mondo. Lo fa in modo multiforme. Musicalmente parlando, infatti, il disco presenta molti sapori diversi. Vi so no spuzzatine di jazz e di blues, c’è del rock e ovviamente del pop. In un brano in particolare, uno dei più famosi “Disperato Erotico Stomp” ci si sposta quasi in Giamaica viste le leggere venature reggae.

In questa canzone, dal punto di vista del testo, Lucio Dalla sembra prendersi una rivincita nei confronti di quella censura che anni prima gli aveva fatto modificar molti versi di “4 Marzo 1943”.

In questo brano ci sono immagini molto più crude e il racconto di un’uscita bolognese in notturna ha squarci indubbiamente realistici descritti senza peli sulla lingua.

La canzone “Quale Allegria” contiene invece una riflessione quasi malinconica sul significato della felicità e sulla possibilità di ottenerla in questa vita.. È un brano scritto subito dopo la morte della madre, destinato a essere cantata da Ornella Vanoni.

Treno a Vela” è una canzone visionaria e descrittiva che presenta quasi uno incontro-scontro tra il testo e la musica che sono di carattere opposto.  I versi sono tristi mentre la musica è allegra e vitale.

Altro momento particolare è una ballad come “E non andar più via” che ha una linea melodica molto lirica e toccante da un punto di vista emotivo.

Ma ovviamente il brano più conosciuto di questo album è la title track, “Come è Profondo il Mare”.

Parlando di questa canzone uno dei collaboratori di Lucio dalla, Marco Alemanno, racconta come sia stata ispirata dalla visione di un quadro di Arnold Böcklin, pittore  tra i principali esponenti del simbolismo tedesco. L’opera raffigura la “Predica di Sant’Antonio ai pesci”.

Predica di Sant’Antonio ai pesci

La prima stesura di questo brano prevedeva un arrangiamento abbastanza classico. Io sono riuscito a sentire un pezzettino della prima versione e devo dire che non era per niente male ma. probabilmente, non abbastanza appetibile da un punto di vista commerciale.

Ron e Dalla

Il produttore, Alessandro Colombini, e uno dei musicisti, Rosalino Cellamare, in arte Ron, che già allora collaborava con Dalla, decisero di rivedere l’arrangiamento. Si ispirarono alle ritmiche presenti in uno dei dischi più importanti di quegli anni “Harvest” di Neil Young.

La canzone ha una struttura molto semplice. All’inizio c’è il famosissimo fischio, possiamo dire quasi da marinaio, sostenuto da solo due accordi, continuamente ripetuti.

Durante le strofe la musica si snoda in modo molto ipnotico, quasi sempre uguale  a se stessa.

È interessante notare che questo incedere magnetico è causato anche dal fatto che sotto il cantato, nella parte di chitarra ritmica, vi è un susseguirsi, durante tutte le strofe, di tre note ascendenti e discendenti. Sono molto in secondo piano ma, vista la continua ripetizione, finiscono per diventare un elemento trainante.

Queste tre note sono costruite tutte sullo stesso accordo il che rende il brano molto statico da questo punto di vista.

Suonate col pianoforte sono le seguenti

Tre note

Essendo inserite nella parte più alta degli accordi danno questo risultato

Accordi

Se a questo aggiungiamo un po’ di ritmo, che nella canzone è eseguito con la chitarra, otteniamo questo risultato.

Accordi ritmici

Ovviamente, come detto, nel brano questa sequenza non è così in primo piano, ma se ci fate caso comincerete a notarla e a sentirla come elemento caratterizzante.

Dopo il fischio iniziale comincia il cantato. La canzone ci immerge subito in una melodia ipnotica che continua a ripetersi. È una melodia che trova il suo punto di fuga solo nel brevissimo inciso dove viene riproposta in continuazione la frase “come è profondo il mare”.

Il testo è la parte più importante, ovviamente. È ermetico in alcuni punti e a volte autobiografico. Soprattutto all’inizio  Dalla fa un riferimento a se stesso nel verso:” “Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani”.

È un percorso che parla anche dei deboli, della loro situazione con frasi come :

È inutile non c’è più lavoro, non c’è più decoro. Dio, o chi per lui, sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare”.

Anche la repressione della libertà di pensiero viene raccontata con frasi fulminanti come :

È chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi un pesce, e come pesce è difficile da bloccare”

Molte sono le immagini e le storie che si intrecciano. È un testo che, a mio avviso, dovrebbe essere letto e commentato nelle scuole, viste la poetica e la sua originalità all’interno della storia della canzone italiana.

Questo è l’inizio.

Come è Profondo il Mare

Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare” è un verso che si commenta da solo.

In pratica in un solo testo Lucio Dalla riesce a condensare molte delle problematiche della società di quegli anni, da quelle politiche a quelle ecologiche. La cosa estremamente interessante è che sono tematiche di estrema attualità ancor oggi.

Alla fine c’è questa immagine del mare in fiamme, un mare quasi piegato dalla volontà dell’uomo. È una metafora potente, anche questa estremamente attuale..

Questo brano, come tutto il disco, riveste una notevole importanza . Da qui parte tutto il Lucio Dalla che noi conosciamo, quello entrato a far parte della nostra memoria e della nostra storia.

È un brano che ci presenta i molti modi di esprimersi che hanno caratterizzato questo cantautore.

C’è il dalla che canta quasi improvvisando. C’è la forzatura del testo sulla metrica della musica. Vi si possono trovare anche quelle che si chiamano “ghost notes”. Spesso infatti nella continua ripetizione del titolo l’ultima sillaba della parola “mare” non sempre viene pronunciata ma l’ascoltatore la sente lo stesso e questa è una tecnica che Dalla ha mutuato dai suoi trascorsi jazzistici. Anche questa sillaba, a volte, sparisce, inghiottita dalle onde del mare.

È un passaggio fondamentale nella storia della canzone e della musica leggera italiana come ha sintetizzato Roberto Vecchioni  in modo veramente efficace:

In “Come è profondo il mare”, Lucio Dalla riesce a esprimere l’uomo, confuso, parossistico, intriso di umori umani e aneliti ideali, solo a far la conta dei suoi complessi e delle sue ansie”.

finale