Puntata numero centosessantaquattro.
“Il Blues è per il Jazz ciò che il lievito è per il pane. Senza di esso è piatto” (Carmen McRae).
“Lo stimolo principale della jazz band, ovviamente, fu l’ascesa del blues nero”. (Bix Beiderbecke)
Chiacchierando con degli amici appassionati di musica, durante queste giornate festive, mi è stata posta una di quelle domande che mettono in difficoltà qualsiasi divulgatore di musica, categoria alla quale spero di appartenere. È una domanda che può avere molte risposte e forse nessuna è del tutto soddisfacente.
“Che differenza c’è tra il Blues e il Jazz?”
Che la faccenda sia abbastanza complessa lo si può evincere anche dalle due affermazioni riportate qui sopra.
La prima è di una cantante e compositrice, Carmen McRae, nata nel 1920 e morta qualche decennio fa, nel 1994. La seconda invece è di un trombettista, Bix Beiderbecke, vissuto agli inizi del 900, nato nel 1903 e deceduto nel 1931.
Entrambi mettono in relazione abbastanza stretta questi due mondi, il Blues e il Jazz.

In effetti questi due generi musicali hanno molto in comune. È quindi difficile considerarli come due fenomeni completamente separati. La loro storia, e il loro sviluppo dimostrano quanto siano strettamente connessi.
Ma proviamo ad andare con ordine cercando di fare un po’ di chiarezza.
La necessaria premessa è che ho già parlato del Blues in modo abbastanza approfondito in una puntata di molto tempo fa, la numero 30. Riguarda quel capolavoro cantato da Bessie Smith, con la collaborazione di Louis Armstrong alla tromba, intitolato “St.Louis Blues”.
Vi invito caldamente a riscoprirla perché in questo racconto volevo concentrarmi sulle differenze e sulle similitudini tra questi due generi, dando per acquisiti alcuni elementi fondamentali che tratterò solamente, “en passant”, come si dice.
Il termine “blues” deriva da “blue”, che non è riferito al colore ma ha un’accezione diversa. Vuol dire triste. “To be blue” significa essere triste.
È un genere frutto di un incontro-scontro tra culture musicali diverse, quella europea e quella africana, avvenuto in un terzo luogo, nel sud degli Stati Uniti, in un processo di fusione durato decenni se non secoli.

Come tutte le cose che si rispettino nella storia dell’arte, non esiste un momento in cui il Blues è nato. I primi esempi risalgono alla fine dell’800, ma diciamo che gli inizi del XX secolo hanno determinato lo svilupparsi di questa musica.
Una delle prime e più importanti caratteristiche che distinguono il Blues dal Jazz è il suo essere nato, essenzialmente, come musica vocale eseguita da musicisti singoli che si accompagnavano con strumenti molto poveri. All’inizio soprattutto con la chitarra acustica o con altri strumenti, diciamo così, di fortuna. Specialmente nei suoi primi esempi era una musica eseguita quindi da quello che si può definire un “one man band”, un cantante che se la canta, se la suona, in perfetta solitudine.

Una delle caratteristiche principali del Blues riguarda la struttura del testo.
Generalmente i blues sono composti da strofe di tre versi ciascuna. Nel primo si afferma qualcosa, nel secondo tale affermazione viene ribadita, a volte con qualche piccolo cambiamento e , nel terzo verso, abbiamo, in genere, il motivo che ha portato a tale affermazione.
È quasi una forma di canto responsoriale nel senso che viene detta una cosa, poi la cosa viene ripetuta dallo stesso interprete, mentre nel canto responsoriale abbiamo un coro oppure i fedeli nel caso di un brano religioso, e poi viene tratta la conclusione.
Bisogna però specificare che il Blues non ha nulla a che vedere con la religione, tutt’altro.
I contenuti dei testi sono generalmente molto crudi, permeati di tristezza e malinconia anche nei rari casi in cui è presente un po’ di ironia. Parlano delle difficili condizioni di vita della popolazione afroamericana negli stati del sud anche dopo l’abolizione della schiavitù. Sono testi crudi ed espliciti, a volte scurrili e allusivi da un punto di vista sessuale. Oggi, molto probabilmente, vista l’ondata di perbenismo e il dilagare del “politically correct”, sarebbero in gran parte censurati pesantemente.

Per scendere nel concreto volevo leggervi la prima strofa di uno dei blues più famosi degli inizi del secolo il cui autore, Robert Johnson di cui parlerò tra poco, è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi esponenti di questo genere.
Il brano si intitola “Crossroad”.
“I went to the crossroad, fell down on my knees.
I went to the crossroad, fell down on my knees.Asked the Lord above, save poor Bob, if you please”
“Sono andato ad un incrocio, e sono caduto sulle mie ginocchia.
Sono andato ad un incrocio, e sono caduto sulle mie ginocchia.
Ho chiesto al Dio lassù, salva il povero Bob se vuoi.”
È importante sottolineare come nei primi esempi di Blues il testo aveva già una struttura precisa mentre la forma musicale era ancora abbastanza libera, e verrà codificata solo dopo qualche anno. Gli esecutori cambiavano gli accordi più o meno quando ne sentivano la necessità, senza seguire un numero preciso di battute. Per dirla in modo un po’ antico, suonavano a “sentimento”. Solo col passare degli anni si è arrivati alla forma che oggi conosciamo, della quale parlerò tra poco.
Ascoltiamo proprio “Crossroad” nella versione dell’autore, Robert Johnson. Vi potrete rendere conto di come la struttura musicale sia abbastanza irregolare e che Robert Johnson entri con i vari versi quando vuole senza seguire uno schema preciso. Questo influenza anche il movimento degli accordi che è anch’esso irregolare e viene lasciato all’ispirazione dell’esecutore.
Immagino abbiate notato come sia l’entrata delle varie strofe che il cambio degli accordi non seguano uno schema preciso. Ciò, ovviamente, rende, tra le altre cose molto difficile poter suonare in gruppo un brano strutturato in questo modo.
Il Blues degli inizi del secolo era fatto così. Anche la registrazione, come avete potuto sentire, è tutt’altro che perfetta, anzi. È però una testimonianza importante. Robert Johnson non è stato certamente il primo autore di Blues, in ordine di tempo, ma è senza dubbio uno dei più importanti degli inizi.

La sua figura è ammantata di leggenda. Personaggio complesso, morto molto giovane, in pratica è stato il primo ad entrare nel cosiddetto “club dei 27” cioè di quegli artisti morti a 27 anni. Dopo di lui ne hanno fatto parte, tra gli altri, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin per finire con Kurt Cobain e Amy Winehouse, più recentemente.
La vita di Robert Johnson è costellata di aneddoti misteriosi e soprattutto da una leggenda abbastanza inquietante. Si narra che avrebbe venduto la sua anima al diavolo per poter diventare il più bravo chitarrista blues del suo tempo. Questa leggenda nasce dalla constatazione, confermata da molti suoi colleghi, di come lui, all’inizio, fosse abbastanza poco dotato musicalmente, e non era certamente un virtuoso della chitarra.
Poi una serie di eventi cambiarono il corso della sua vita. Si sposò con una giovane ragazza della quale era follemente innamorato ma questa morì nel dare alla luce la loro figlia anch’essa deceduta durante il parto. Lui, sconvolto, sparì dalla circolazione, vagabondando come un mendicante di città in città. Tornò sulla scena un anno dopo in possesso di una tecnica chitarristica di primordine. Tutti coloro che masticano musica sanno che un anno è un periodo troppo breve per cambiare radicalmente la propria tecnica strumentale. Questo contribuì a far nascere la leggenda di un patto col diavolo. Tra l’altro è una leggenda che lui stesso contribuì ad alimentare con quella che, secondo alcuni, fu una delle prime operazioni riuscite di marketing musicale del 900.

Altro elemento di fondamentale importanza nel Blues è proprio dovuto al suo essere nato da un incontro-scontro tra culture diverse. Questo fa si che la sua grammatica musicale sia del tutto particolare e dissimile da quella che caratterizza la musica, diciamo così, colta europea.
Una delle caratteristiche principali è l’indeterminatezza rispetto ai modi maggiore e minore. Mi spiego meglio.
Molto spesso gli accordi del blues sono maggiori, ma le melodie che vengono cantiate o suonate su di essi sono minori.
Questo perché vengono utilizzate le cosiddette “blue notes”. Sono note che non hanno l’altezza corretta secondo il nostro sistema musicale, ma sono generalmente più basse di come dovrebbero essere. In particolare più basse di un semitono, cioè, semplificando molto, un tasto del pianoforte più sotto.
Vi faccio sentire un esempio su un accordo di “DO” sopra il quale suono una delle scale più usate dai bluesman. Si tratta di una scala denominata, guarda caso, “scala blues” che in realtà è una scala di derivazione minore mentre l’accordo che la sostiene è maggiore.
Sono proprio le “blue notes” a dare tutto il sapore a questa musica.
Se non avete colto subito il contrasto tra l’accordo maggiore e la scala minore, vi isolo le “note incriminate”. Si tratta della nota che determina la natura maggiore dell’accordo, in questo caso un MI, e la nota che rende minore la scala, un MI bemolle, cioè un tasto più sotto.
La dissonanza così è evidente.
Per le altre caratteristiche del blues vi rimando, come detto, alla puntata numero 30. Oggi volevo focalizzare l’attenzione su un altro aspetto.
Il Blues, nel corso degli anni si è sviluppato in modo da diventare sempre più regolare, anche nella sua struttura musicale. Anche i gruppi hanno cominciato a suonarlo e non più solo singoli esecutori. Oltre a questo si è contaminato con altri generi dando origine, ad esempio, al “Rhythm and Blues”. Negli anni 60 ha avuto un incontro fondamentale anche con la musica rock. Da questo connubio è nato un genere denominato “Rock-Blues”.
La sua diffusione è stata tale da divenire un bagaglio musicale e culturale imprescindibile per tutti i musicisti e i cantanti che si rispettino.

La cosa fondamentale da rilevare è che oltre a essere un genere particolare il Blues, nel corso degli anni, è diventato un linguaggio che permette di affrontare, come vedremo, anche generi diversi, ma con lo spirito del blues.
Adesso volevo farvi ascoltare come è cambiato “Crossroad” di Robert Johnson, nel corso degli anni. Osservate come sia diventato qualcosa di più regolare e più preciso. La struttura si è codificata nelle famose dodici battute che accompagnano ciascuna strofa. Ogni verso dura quattro battute. Questa struttura è sostenuta dai famosi tre accordi di cui ho parlato tante volte che sono i più importanti della scala. Si tratta degli accordi, riferiti alla tonalità di Do sulla prima nota (DO), sulla quarta (FA) e sulla quinta (SOL). Al solito vi rimando alla puntata 30 ,e scusate se insisto, nella quale lo spiego più dettagliatamente.
Questa versione è di un famoso chitarrista elettrico, unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti musicisti blues degli ultimi decenni.

Il suo nome è Eric Clapton.
Oltre alle ovvie differenze di qualità della registrazione notate il diverso impatto dovuto alla presenza di una band, e fate caso anche alla maggiore regolarità della scansione dei versi, delle strofe e degli accordi. Il tutto rende il brano più facile da ascoltare.
Notate anche come il testo sia leggermente diverso rispetto a quello di Robert Johnson. Il Blues è una musica che parte dal basso e molto di ciò che accade dipende dal qui ed ora.
Come solitamente dico, in questo caso il Blues viene spogliato dai suoi aspetti più spigolosi e crudi. Viene messo in lavatrice a 90 gradi e ripulito, per essere eseguito in una forma che sia più appetibile al pubblico. Questo ovviamente senza nulla togliere alla bravura e al “feeling” dimostrati in questa versione da Eric Clapton la cui carriera, al servizio del Blues, è una delle più interessanti.
È evidente però che rispetto alle origini questa musica ha subito man mano un processo di semplificazione per favorirne l’appetibilità.
A questo punto qualcuno di voi potrebbe domandarsi cosa centri il jazz in tutto questo.
Centra parecchio perché anche il jazz è nato tra la fine dell’800 e i primi anni del XX secolo più o meno negli stessi luoghi.
È necessario, a questo punto, fare una precisazione anche se un po’ in ritardo. Quello che sto raccontando non è la verità assoluta e inconfutabile. Blues e Jazz sono due fenomeni molto legati al quotidiano, al qui ed ora e a una tradizione popolare. Questo può dar adito a diverse interpretazioni ma, al di là dei luoghi e del periodo che sono comuni il jazz, fin dall’inizio, è una musica improntata maggiormente ad un’esecuzione strumentale d’assieme, più che vocale ed individuale. Anche nei primi brani di jazz ci sono alcune parti cantate ma la voce è sempre stata considerata come uno degli strumenti. Il jazz è nato come musica da suonare insieme. Per strada nelle cosiddette “Marching bands”, oppure nei locali in piccoli gruppi, denominati “combo”, o in un ensemble più numerosi, le “Jazz Big Band”, come ho raccontato nella puntata su Duke Ellington.

Altra differenza non di poco conto è che il Jazz non si limita ad una struttura ciclica di dodici battute ma affronta molte strutture diverse. Le canzoni popolari, i brani presi da musical o da colonne sonore di film di successo, e in un secondo tempo anche brani originali, sono sempre state fonti alle quali ha fatto riferimento.
Se proprio si vuole identificare una delle strutture più usate nel Jazz si può affermare che la maggior parte degli “standard”, cioè quei brani ormai entrati nel repertorio di tutti i musicisti e cantanti che si rispettino, ha una struttura di 32 battute suddivise in quattro sezioni di otto battute ciascuna. Queste quattro sezioni hanno spesso la struttura A-A-B-A.
Questa è la forma più classica ma le eccezioni, come si può facilmente intuire, sono numerosissime.
Ciò che è importante sottolineare è che non esiste praticamente nessun musicista jazz che non abbia nel suo background culturale e musicale una natura blues.

Cerco di spiegarmi meglio. Il Blues in questo caso diventa non più un genere a se stante ma un linguaggio che i musicisti jazz applicano alle loro improvvisazioni e composizioni. Di fatto, ad esempio, utilizzano spesso le “blue notes” , con la loro particolare sonorità. Oppure hanno un modo di “portare” il tempo e le frasi musicali derivato dalla profonda conoscenza del linguaggio del blues. Questo tipo di approccio permea tutte le loro esecuzioni, ed è l’aspetto principale che lega il Blues al Jazz. Il Jazz utilizza quindi un modo di esprimersi che è tipico del Blues, anche quando i jazzisti non eseguono un brano con la caratteristica struttura del Blues.
In pratica si può affermare che il linguaggio che i bluesman e i jazzisti adoperano fondamentalmente sia lo stesso. Nel corso del tempo i jazzisti lo hanno sviluppato in modo più virtuosistico, sia da un punto di vista strumentale che vocale, ma la matrice comune è evidente.
Questo è ancora più lampante quando i musicisti jazz suonano dei brani che hanno una struttura blues o che sono dei blues in senso stretto.

A questo proposito volevo farvi ascoltare un tipico esempio di blues jazz. Si tratta di un brano composto da uno dei più importanti contrabbassisti degli anni 50, Oscar Pettiford. Questa è una versione pirotecnica eseguita da un trio comprendente il pianista Kenny Drew, il contrabbassista danese Niels-Henning Ørsted Pedersen, nome difficilissimo ma musicista stratosferico, e il batterista Alvin Queen.
Potete notare come il brano sia strutturato sulle classiche 12 battute. Gli accordi sono un po’ più complessi ma, sostanzialmente, si possono ridurre, con un po’ di sforzo, a quei tre famosi di cui ho spesso parlato.
Il tema è molto semplice e orecchiabile ma estremamente efficace e completo.
Questo blues da ai musicisti la possibilità di esprimere tutta la loro sensibilità e il loro personale modo di fraseggiare tipicamente blues in un contesto che è, in questo caso, prevalentemente jazz.
La registrazione, come si può facilmente intuire, è dal vivo. In questa esecuzione risulta evidente l’unione tra questi due mondi, per alcuni versi dissimili, ma per altri così vicini.
Per finire bisogna aggiungere che il linguaggio del Blues oltre ad avere influenzato tantissimo il jazz ha caratterizzato, e continua a farlo, anche molta della musica più commerciale che siamo abituati ad ascoltare.
In pratica si può affermare che il Blues sia il padre, o la madre, di quasi tutta la musica leggera del 900. Il suo spirito si può trovare anche dove non si potrebbe sospettare. Non solamente, come è ovvio, nelle canzoni di Ray Charles, ma anche in quelle di Stevie Wonder, Michael Jackson, di Prince, in molti brani Rap e Hip-Hop e in quelli di tantissimi autori di musica leggera. Lo spirito del blues permea anche musica che, apparentemente, sembra non avere nulla a che fare con le dodici battute inventate dagli afroamericani.

Per meglio intendere lo spirito del Blues volevo riportare una definizione che ne ha dato un famoso cantante, Leadbelly. L’ho già menzionata nella, ormai famosa, puntata numero 30 ma vale la pena riproporla. Riguarda l’aspetto emotivo di questo genere il che è di fondamentale importanza per comprendere realmente di cosa si stia parlando.
“Tutti hanno, a volte, il blues. Solo che non si sa che cosa sia. Ma quando sei a letto e continui a rigirarti senza riuscire ad addormentarti, che cosa ti succede? Sei stato preso dal blues. Oppure quando ti alzi al mattino e rimani seduto sulla sponda del letto e ci sono la madre e il padre, la sorella e il fratello, l’amico o l’amica, tuo marito o tua moglie, e non hai voglia di parlare con nessuno di loro sebbene nessuno ti abbia fatto qualche cosa, cosa ti sta succedendo? Sei stato preso dal blues. Oppure quando sei seduto davanti ad una tavola imbandita e guardi il tuo piatto e vedi pollo arrosto e riso, e te ne vai e tremi, e dici ”non riesco a mangiare e dormire, cosa mi succede?” Vuol dire che sei stato preso dal blues.
