“Per me la musica è una sorta di codice espressivo. La mia comprensione del mondo passa attraverso il suono. E’ un linguaggio che a volte parlo, tutto il resto non conta“. (Vangelis)

Puntata numero centoventotto.

Tears in the Rain

«I’ve seen things you people wouldn’t believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain.
Time to die.»

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»

Quello che avete appena ascoltato e letto dapprima nella versione originale, poi con la traduzione in italiano, è, probabilmente, uno dei monologhi più importanti della storia della cinematografia mondiale. Un monologo entrato ormai nella leggenda e nella memoria collettiva. Viene spesso citato nel linguaggio corrente ad indicare qualcosa di particolarmente inusuale  cui si è assistito. “ Io ne ho viste cose che voi umani non potrete mai immaginare ………..”.

È  recitato, poco prima di morire, da Roy Batty , interpretato dal grande Rutger Hauer, l’ultimo sopravvissuto dei replicanti nel film del 1982 di Ridley Scott, “Blade Runner”.

La musica, che contribuisce non poco alla magia di questo momento, è del compositore di origini greca Vangelis.

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Blade Runner  all’inizio non ebbe molto successo quando usci nelle sale cinematografiche, ma  col tempo è diventato uno dei film  più iconici e di culto, destinato ad influenzare tutta una serie successiva di pellicole di fantascienza e non solo.

L’idea venne a Ridley Scott  dalla lettura un romanzo del 1968  di Philip Dick  intitolato “Do Androids Dream of Electric Sheep?”,la cui traduzione  in italiano è “Gli androidi sognano le pecore elettriche?”.

Il film propone un immaginario realmente inedito per la fantascienza di quel periodo. Parla di una sorta di futuro distopico in un mondo globalizzato, deformato dall’inquinamento ambientale. Non a caso nel film non si vede  mai la luci del sole e piove in continuazione. La trama introduce un tema di estrema attualità, forse a maggior ragione ancora di più oggi: il confronto tra l’esistenza umana  e le biotecnologie riguardanti la vita delle macchine, degli umanoidi. Ridley Scott ha coniato, per queste creature, il termine “replicanti” perché, secondo lui, “androidi” era un vocabolo troppo usato nella fantascienza in quel periodo.

Una delle caratteristiche vincenti, e avvincenti, di questo film è che è stato costruito unendo due filoni narrativi, la fantascienza e il genere poliziesco. Immagino voi tutti sappiate che la trama racconta  di un poliziotto di un corpo speciale, che deve “ritirare”, cioè eliminare, un gruppo di replicanti fuggito dalle colonie e arrivato a Los Angeles.

È un film la cui produzione è stata molto travagliata. Grande fu infatti l’apprensione dei produttori che imposero molti dictat al regista. Innanzitutto la lunghezza che non doveva superare le due ore. Poi  pretesero la presenza di una voce narrante che spiegasse la trama, ritenuta troppo complessa. infine, e questo è l’aspetto più grave, obbligarono il regista a  cambiare il finale, ritenuto troppo cupo e non adatto al pubblico americano.

Harrison Ford e Ridley Scott

Altro aspetto peculiare di questo film è che ne esistono ben sette versioni, di cui solo tre sono quelle significative. La prima è quella del 1982, peraltro sconfessata dallo stesso Ridley Scott. Poi la “Director’s Cut”, uscita nel 1992, senza la voce narrante e con la reintroduzione di diverse scene tagliate, e la rimozione del lieto fine. Infine una “Final Cut” uscita nel 2007 che in realtà è una versione rimasterizzata e sistemata da un punto di vista tecnico della “Director’s Cut”.

Per quello che riguarda la musica Ridley Scott aveva le idee molto chiare. Cercava infatti un sound nuovo, elettronico, che rappresentasse al meglio lo sviluppo della vicenda. La scelta cadde su Vangelis è fu una scelta praticamente obbligata.

Vangelis

Vangelis, infatti era un compositore che univa la musica ambient con quella etnica e il rock più progressivo. La sua caratteristica principale era però il fatto di utilizzare quasi esclusivamente i sintetizzatori, strumenti che si stavano prepotentemente affacciando alla ribalta del panorama musicale del tempo.

Queste macchine erano già presenti sul mercato da una decina di anni, ma tra la fine degli anni 70 e i primi 80 divennero gli strumenti più importanti della musica leggera di tutti i generi.

Sintetizzatore anni 70

Ho parlato abbastanza ampiamente del loro sviluppo e utilizzo  nella puntata n.55,dedicata a “Waiting for the Night” dei Depeche Mode. Vi consiglio, se avete voglia, di andare a scoprirla, o riscoprirla.

Vangelis Papathanassiou nato nel 1943,  e scomparso recentemente nel 2022, come si evince dal nome, era un compositore greco.

È sempre stato un musicista abbastanza sui generis. In un’intervista ha infatti dichiarato:

“A sette i miei genitori avrebbero voluto iscrivermi a una scuola dedicata, ma mi sono sempre rifiutato. Studiavo la musica in una maniera completamente diversa. Ancora oggi non so leggere e scrivere la musica. Per me è una sorta di codice espressivo, la mia comprensione del mondo è passata attraverso il suono. È un linguaggio che a volte parlo, tutto il resto non conta».

Vangelis appare sulla scena musicale alla fine degli anni 60, come membro di uno dei gruppi più famosi di quel periodo gli “Aphrodite’s Child”. Dopo lo scioglimento, avvenuto nei primi anni 70, intraprese subito una carriera da solista alternando album di musica perlopiù strumentale, tranne qualche eccezione, alla composizione di colonne sonore, sempre utilizzando i sintetizzatori. Nei suoi brani miscelava sonorità elettroniche e linee melodiche dal gusto mediterraneo, data anche la sua origine.

In pratica seppe inventare un suono. Non ha mai avuto maestri e non imitava nessuno, ma ha sempre cercato una strada originale e personale verso la musica.

Alcuni suoi brani sono entrati a far parte di un background culturale ed emozionale collettivo, anche se  molti, magari, ignorano chi sia il compositore.

Uno di questi ha rappresentato una croce e delizia negli anni 80 per tutte le famiglie i cui figli frequentavano le ore di educazione musicale alle scuole medie. In quegli anni c’era la terribile, secondo me, abitudine di far studiare ai ragazzi il flauto cosiddetto “dolce”, strumento spacciato per facile, ma in realtà molto complesso.

Ebbene uno dei brani più in voga in quel periodo, che molti studenti affrontavano con risultati alterni, era questo, tratto dalla pubblicità di una nota marca di biscotti e non solo, composto proprio di Vangelis.

Hymne

L’altro brano è tratto da una colonna sonora che ha fruttato a Vangelis il premio Oscar nel 1981, “Momenti di Gloria”. Viene spessissimo utilizzato, anche in modo un po’ inflazionato, per sottolineare qualsiasi filmato in “slow motion” o sequenza al rallentatore.

Chariots of Fire

Per quanto riguarda la composizione della colonna sonora di Blade Runner, Vangelis ha lavorato in modo del tutto personale. Non si è basato infatti sul copione ma direttamente sulle scene che Ridley Scott gli inviava, di volta in volta, su cassetta. Non voleva infatti farsi delle idee preconcette leggendo la sceneggiatura, ma intendeva seguire le scelte del regista. La musica scaturiva dalle sue improvvisazioni durante la visione delle scene stesse. Il suo approccio alla composizione risultava così non accademico, ma spontaneo e istintivo, basato esclusivamente sulle personali emozioni e reazioni durante la visione delle scene.

Altro fattore da considerare è che quella che viene generalmente ascoltata non è l’esatta colonna sonora del film, ma una versione che lo stesso Vangelis ha rivisto, e registrato ex novo, nel 1994. Per motivi di diritti di riproduzione non fu possibile, infatti, pubblicare, a suo tempo, la musica originale del film.

Lui stesso ha spiegato, anni dopo, lo svolgimento dei fatti:

“La maggior parte della musica contenuta in questo album proviene da registrazioni che ho fatto a Londra nel 1982, mentre lavoravo sulla colonna sonora per il film Blade Runner. Trovandomi nell’impossibilità di pubblicare queste registrazioni all’epoca è con grande piacere che posso farlo adesso. Alcuni brani contenuti saranno noti dalla colonna originale del film,  mentre altri appaiono qui per la prima volta. Guardando indietro le immagini potenti e suggestive di Ridley Scott mi hanno stimolato come prima, rendendo la ricompilazione di questa musica, oggi, un’esperienza piacevole.”  (Atene 1994)

Il risultato è un disco di dodici brani,  considerato quello ufficiale.

Molti sono gli elementi che rendono originale questa partitura. Vangelis utilizza delle macchine che hanno sonorità tendenzialmente fredde, alle quali però fa suonare melodie a volte malinconiche, altre struggenti, perfettamente in linea con le atmosfere del film. È una pellicola sempre proiettata verso il futuro ma con un’anima profondamente vintage e un po’ retrò. Il contrasto tra il paesaggio tecnologico e il dispiegarsi dei sentimenti umani viene così efficacemente rappresentato anche dalla musica.

Questo è evidente già nel brano iniziale ”Main Titles”. L’ambientazione sonora infatti è fredda ma la melodia che subentra ad un certo punto è malinconica  e si rivela profondamente umana.

Main Titles

Tutta la partitura si sviluppa alternando costantemente momenti epici, trattandosi di film di fantascienza, e sottolineature più intime e personali che vanno a caratterizzare gli stati d’animo dei protagonisti.

È importante rilevare come non sono presenti quasi mai, nei vari brani, rielaborazioni di temi o riorchestrazioni di frasi melodiche già presentate, come di solito accade con compositori dal background classico.

Ogni brano, infatti, vive di vita propria. Questo probabilmente è dovuto alla formazione non accademica di Vangelis. Unica eccezione a questo modo di procedere è rappresentata dalla melodia del brano finale “Tears in Rain”, che potete ascoltare all’inizio di questa puntata, che è una ripresa della melodia proprio del brano di apertura. In pratica sembra esserci un arco che lega il primo brano con l’ultimo. Tutte le altre composizioni si sviluppano in modo totalmente autonomo.

Inoltre tutta la musica è caratterizzata da una presenza massiccia dell’effetto di riverbero, elemento di primaria importanza, che dona una grande spazialità al suono. Il risultato è un ambiente sonoro che non è mai diretto “in fronte” all’ascoltatore, ma è sempre avvolgente e sembra provenire da lontano.

Uno dei brani che meglio rappresentano il dualismo tra il futuro asettico e le emozioni umane è, senza dubbio, “Rachel’s Song”. È dedicato alla protagonista, Rachel appunto. Qui è presente una voce femminile che intona una melodia di vaga ispirazione celtica. Il timbro è caldo ma, e questo è geniale, viene accompagnato da una sonorità costante e fredda che sembra ricordare quella di un metronomo. La duplice personalità della protagonista, replicante ella stessa ma con un animo estremamente umano, più umano degli umani verrebbe da dire, viene così perfettamente delineata.

Rachel’s Song

Un altro brano che rappresenta molto bene il dualismo di un futuro radicato nel passato è “Love Theme” dominato dalla voce di un sassofono, carico di effetto, accompagnato da un contrabbasso e da un piano elettrico. Questi sono gli unici strumenti non elettronici presenti nella colonna sonora. La melodia suonata dal sax è una delle più rappresentative di tutto il film.

Love Theme

Anche in questo caso il sax viene accompagnato dai sintetizzatori che, in pratica, simulano il suono degli archi. Sono archi sintetici. Questo a sottolineare un’altra scelta efficace operata da Vangelis.

Tutte le sonorità della sua orchestrazione sono tese a replicare quelle degli strumenti reali. In pratica non ha volutamente usato strumenti classici ma i loro, passatemi il termine, replicanti sintetici, per rappresentare ulteriormente la complessa natura dei replicanti, macchine che spesso risultano migliori degli esseri umani.

Ma un compositore del livello di Vangelis non poteva non avere in serbo qualche “coup de théatre” per destabilizzare gli spettatori.

Uno di questi è rappresentato dalla canzone “One More Kiss, Dear”. Si tratta di un brano morbido e vellutato, totalmente avulso dagli altri. Alcuni si sono stupiti del fatto che sia stato lo stesso Vangelis a comporlo. È un ritratto efficace del contrasto esistente tra l’ambientazione caotica futuristica del film e le emozioni un po’ retrò. La musica sembra provenire da un vecchio grammofono. L’effetto di straniamento è garantito e ci fa capire come, in realtà, questo futuro sia nato già vecchio.

One More Kiss , Dear

La colonna sonora si chiude con i titoli di coda, gli “End Titles”. È un altro dei momenti musicalmente topici del film. Qui i sintetizzatori dispiegano tutta la loro potenza eseguendo arpeggi costanti, ossessivi ed ipnotici. Su questo tappeto magmatico si dipana un tema epico che rimane fortemente impresso nella memoria di chi ascolta.

End Titles

 Con la musica scritta per questo film Vangelis ha tracciato una strada nuova. Ha fatto intravvedere una modalità di composizione delle colonne sonore che ha influenzato molti altri musicisti. Uno tra i più importanti, del quale ho parlato anche nella puntata n.45, è , senza dubbio Hans Zimmer, il cui stile compositivo deve molto a Vangelis, come risulta evidente ascoltando questa colonna sonora per intero.

Blade Runner è un film che ci lascia con un interrogativo irrisolto, che lo stesso monologo del replicante Roy Batty, riportato all’inizio, rende palese:

“Che senso ha vivere e crearsi dei ricordi se poi questi spariscono come lacrime nella pioggia?”