Una composizione che dimostra come i grandi musicisti riescano a coniugare musica di qualità e successo commerciale.

Puntata numero centosedici

“Sono John Francis Pastorius III e sono il più grande bassista del mondo”.

Questa è la frase con la quale, verso la metà degli anni 70, un giovane ragazzo nato in Pennsylvania circa 25 anni prima, si presentò ad uno dei musicisti jazz più importanti del periodo, il tastierista di origine austriaca Joe Zawinul.

Questo ragazzo voleva entrare a far parte del gruppo di riferimento del jazz-rock in quegli anni, i “Weather Report”, un gruppo guidato  dal duo delle meraviglie, Joe Zawinul appunto alle tastiere e dal sassofonista Wayne Shorter.

Jaco Pastorius – Wayne Shorter e Joe Zawinul

Il jazz ha sempre avuto nell’improvvisazione una delle  sue componenti fondamentali. Ma, soprattutto dall’inizio degli anni 70 in poi, anche in questo genere di musica la parte compositiva, all’interno dei brani,  è diventata progressivamente sempre più importante.

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Ovviamente anche nei decenni precedenti alcuni jazzisti avevano dedicato particolare attenzione all’aspetto compositivo. Vale su tutti l’esempio di Charles Mingus che, probabilmente, è stato un grandissimo compositore prima ancora che un eccellente jazzista.

Charles Mingus

Ma dopo la rivoluzione elettrica, operata Miles Davis tra la fine degli anni 60 e l’inizio del decennio successivo, si sono formate molte band che hanno fatto della commistione tra la parte improvvisata e quella composta dei loro brani, il proprio marchio di fabbrica.

Parlo di gruppi molto famosi, usciti quasi tutti dalla fucina del grande Miles, come i “Return to Forever” di Chick Corea, la “Mahavishnu Orchestra” di John McLaughlin. Un’altra band  fondamentale in questo panorama, i cui membri però non hanno avuto direttamente a che fare col grande trombettista, è stata il “Pat Metheny Group”, gruppo guidato dal chitarrista Pat Metheny e dal tastierista Lyle Mays. Ma la formazione più importante di questa, chiamiamola “nidiata”, probabilmente sono stati i “Weather Report”.

Weather Report nella seconda metà anni 70

La storia di questa band è durata circa una quindicina di anni. Durante questo periodo molte sono state le strade sperimentate dal gruppo che è sempre rivelato un punto di riferimento sia per i musicisti che per gli appassionati di musica.

Tra i molti meriti dei Weather Report c’è anche quello di aver dimostrato quanto sia errata una convinzione molto diffusa allora come anche oggi. Spesso infatti  si sostiene che successo commerciale e musica di qualità siano elementi incomunicabili tra loro. Una coesistenza ritenuta impossibile. Loro hanno dimostrato come sia possibile fare musica di altissima qualità, con una perfetta commistione tra parti improvvisate e sezioni composte, una musica che esalti inoltre le qualità dei singoli musicisti e che abbia anche un notevole riscontro commerciale. Una musica che, di conseguenza, riesca a rivolgersi ad un pubblico più vasto rispetto a quello che solitamente segue il jazz.

Al solito procediamo però con ordine.

I Weather Report sono, come detto,  la creatura di  Joe Zawinul e Wayne Shorter. Entrambi hanno lavorato con Miles Davis negli anni 60 anche in un album fondamentale come “In A Silent Way”, uno dei primi  a suggellare l’incontro tra il jazz e le tendenze più rock della musica delle nuove generazioni.

Questa esperienza artistica comune li convinse a formare una propria band. Di questa formazione, durata così tanto tempo, sono stati gli unici elementi sempre presenti. Tutti gli altri musicisti, infatti, si sono alternati nel corso del tempo. Alcuni sono rimasti per pochi mesi, altri per degli anni, ma gli unici punti di riferimento costanti sono stati loro due.

Joe Zawinul, che ci ha lasciato circa quindi anni fa, si è sempre rivelato un musicista molto attento agli sviluppi della tecnologia. Fu uno dei primi ad abbandonare il pianoforte acustico per dedicarsi dapprima al piano  elettrico e successivamente alle tastiere elettroniche e ai sintetizzatori, che negli anni 70 cominciavano progressivamente ad affermarsi.

La sua volontà di comporre brani che non fossero catalogabili solamente come jazz in senso stretto si rivelò fin dal suo arrivo negli Stati Uniti. Già nel 1966, mentre era membro della band del sassofonista Julian “Cannonball” Adderley, scrisse un brano “Mercy Mercy Mercy” che fu una hit del jazz perché raggiunse, a sorpresa, la posizione numero 11 nelle classifiche di Billboard nel febbraio del 1967.

Questa composizione ci svela alcuni tratti caratteristici del suo modo di intendere la musica, che poi svilupperà negli anni successivi. Il ritmo, che non è propriamente tipico del jazz, infatti, è uno degli elementi peculiari del brano, come si può dedurre da questo ascolto.

Mercy Mercy Mercy
Wayne Shorter

L’altro pilastro dei Weather Report è, naturalmente, il sassofonista Wayne Shorter.

Si tratta di un musicista di importanza stratosferica, scomparso purtroppo lo scorso anno. Oltre a essere un improvvisatore di prim’ordine è stato un eccellente compositore nonché autore di molti brani fondamentali nella storia e nello sviluppo della musica jazz. Session man molto richiesto ha collaborato, tra gli altri, con Herbie Hancock, Carlos Santana e anche col nostro Pino Daniele. Ho parlato di lui nella puntata n. 21 per la sua partecipazione all’album “Mingus” di Joni Mitchell e in particolare riguardo al brano “Goodby Pork Pie Hat”.  Lo abbiamo incontrato anche nella puntata 51 per il suo stupendo assolo di sax soprano in “Both Sides Now” nella nuova versione che, sempre Joni Mitchell, ha registrato di questa canzone nel 2000.

Joni Mitchell

Come detto i Wather Report hanno cambiato molto spesso la sezione ritmica. Basso, batteria e percussioni, si sono più volte avvicendati nel corso degli anni.

Il primo bassista che hanno avuto, tra l’altro quasi un co-fondatore del gruppo, è stato Miroslav Vitous nato nell’allora Cecoslovacchia.

Si tratta di un musicista dalla tecnica prodigiosa che ha suonato nei primi due album in studio del gruppo. In questi primi lavori i Weather Report, risultano ancora molto dediti all’improvvisazione e alla ricerca sonora, ambito nel quale Vitous si trovava perfettamente a suo agio. Ma già dal terzo album in poi la band ha cominciato a virare maggiormente verso qualcosa di più costruito, di più composto, con un’attenzione particolare alle sonorità etniche. Non a caso una delle loro caratteristiche peculiari è sempre stata quella di avere, tra le proprie fila,  un percussionista da affiancare al classico batterista . Oltre a questo la loro musica virava progressivamente anche verso sonorità più funk. Questa svolta artistica, non gradita dal bassista, ha costretto Vitous, più amante delle sonorità acustiche, ad abbandonare la band.

Miroslav Vitous anni 70

A questo punto, nei Weather Report, si sono avvicendate varie sezioni ritmiche, fino ad arrivare alla metà degli anni 70 con l’uscita del loro sesto album in studio, “Black Market”.

Il disco è stato un discreto successo commerciale e, a testimonianza di ciò, la “title track” viene utilizzata ad esempio ancor oggi da un noto network radiofonico come sigla del giornale radio.

La composizione si intitola appunto Black Market  ed è questa.

Black Market

Nonostante il progressivo successo della band durante le registrazioni dell’album il bassista titolare, Alphonso Johnson, decise di abbandonare il gruppo.

Joe Zawinul si ricordò quindi di quel ragazzo della Pennsylvenia che aveva conosciuto qualche mese prima, lo sbruffone che si era presentato come il più grande bassista del mondo e lo convocò per sostenere un’audizione. Jaco Pastorius fece così il suo ingresso, possiamo dire trionfale, nei Weather Report.

È doveroso fare una precisazione riguardo al nome del gruppo. Weather Report significa bollettino meteorologico ed è un nome scelto non a caso. L’idea fu di Wayne Shorter sulla base della considerazione che i bollettini metereologici cambiano spesso nel corso delle settimane e dei mesi. Shorter desiderava lo stesso per la musica del gruppo. Voleva fosse sempre in evoluzione, alla ricerca di nuovi territori musicali, e non risultasse mai statica e ripetitiva.

Da questo punto di vista l’entrata di Jaco Pastorius si rivelò una scelta azzeccata e decisiva.

La musica della band, infatti, subì un nuovo impulso sia dal punto di vista esecutivo che compositivo.

Jaco Pastorius

Ma chi era Jaco Pastorius? Dico era visto che, purtroppo, anche lui non è più tra noi.

La frase con la quale sosteneva di essere il più grande potrebbe sembrare la boutade di uno sbruffone un po’ mitomane.

In realtà si può affermare che, molto probabilmente, aveva ragione. È stato senza dubbio, in quegli anni, il più grande ed innovativo bassista che abbia calcato le scene.

Personaggio unico e fuori dal comune suonava il suo strumento, il basso elettrico cosiddetto “fretless” cioè senza tasti, in modo del tutto personale. . Non è stato il primo ad usare il “fretless”, ma certamente fu il primo a ricavarne una voce così personale.

Si costruì lo strumento togliendo da solo i tasti di metallo dal suo basso e riempiendo i solchi con stucco da legno. Ne ricavò una sonorità estremamente pastosa e morbida che assomiglia un po’ a quella di un contrabbasso. Rispetto a quest’ultimo però ha più “sustain”, il che permette di prolungare maggiormente le note, rendendo così il basso elettrico anche uno strumento in grado di proporre melodie.

Weather Report seconda metà anni 70

Di conseguenza insieme ai sintetizzatori di Zawinul e ai sax di Shorter il gruppo ebbe a disposizione anche il basso di Pastorius come strumento melodico.

Nei Weather Report il bassista assunse dunque un doppio ruolo. Da un lato creare solidi “groove” ritmici e dall’altro eseguire le linee melodiche che Zawinul, affascinato dal suono del suo strumento, componeva per lui.

Arriviamo al 1977, anno in cui vede la luce “Heavy Weather”. Il botto fu notevolissimo sia dal punto di vista musicale che delle vendite. Grande fu anche l’impatto su tutta una generazione di musicisti.

È l’album che ha consacrato Jaco Pastorius come virtuoso a livello internazionale. In realtà lui aveva già inciso sia un album solista, omonimo, che uno con Pat Metheny, “Bright Size Life”.  Ma la svolta per la sua carriera arrivò con l’uscita di “Heavy Weather”, disco che portò sia al gruppo che a Pastorius una fama internazionale.

Questo album riesce infatti in un’operazione molto complessa. Fece diventare una musica di grande qualità un prodotto di successo anche da un punto di vista commerciale. Il disco arrivò infatti alla 30ma posizione  della classifica del settimanale Billboard,  evento quasi incredibile per un gruppo jazz, e venne premiato con un “Grammy Award”. Fu anche nominato dai lettori della rivista Downbeat, disco dell’anno arrivando così a vendere circa 500000 copie.

Tutto questo senza scendere a compromessi per quello che riguarda la qualità della musica.

Già dalla copertina molto d’impatto, opera dell’illustratore  Lou Beach, che è in pratica un collage di pop art, si capisce come questo album abbia una marcia in più.

Il disco si apre col brano che diventerà più famoso, “Birdland”. È una composizione di Zawinul dedicata al locale di New York, il “Birdland” appunto, in cui aveva suonato fin dai suoi esordi statunitensi. Il nome del locale è un omaggio a un grandissimo del jazz, il sassofonista Charlie Parker, soprannominato affettuosamente “Bird”.

La caratteristica principale di questo brano è di avere un ritornello estremamente orecchiabile, con una forte valenza ritmica. Si potrebbe definire un ritmo sincopato. Questo termine non è del tutto corretto ma rende in ogni caso, abbastanza bene l’idea.

L’inizio è caratterizzato da una frase di sintetizzatore molto “catchy” come direbbero gli americani.

Subito dopo arriva il primo tema che viene eseguito con una tecnica particolare ed innovativa dal basso di Pastorius.

Prima ascoltiamo l’inizio e poi vi spiego come viene ottenuta questa sonorità.

Birdland tema iniziale

Questo tema all’epoca sconvolse tantissimi musicisti. In realtà, anche se non si direbbe, l’esecuzione è affidata, come detto al basso. Pastorius lo eseguì usando la tecnica degli “armonici artificiali”. È un po’ complesso da spiegare, ma diciamo che posizionando in modo particolare la mano destra mentre si pizzicano le corde si riesce ad inibire in parte la vibrazione delle stesse, ottenendo di conseguenza suoni molto acuti.

Dopo questo inizio il brano si sviluppa in varie sezioni fino ad arrivare all’apice costituito appunto dal ritornello così ritmico e accattivante.

Birdland ritornello

Il successo di “Birdland” fu tale che molti musicisti ne fecero delle cover.

Una delle più importanti è stata quella di un altro supergruppo, un quartetto questa volta vocale, i Manhattan Transfer. Nella loro versione, ovviamente cantata, ripropongono tutto il brano. Vengono sostenuti, ovviamente, da alcuni strumentisti, ma eseguono tutte le parti principali, al completo, con le quattro voci. Si tratta di una versione che vale veramente la pena ascoltare.

Birdland Manhattan Transfer

Poi si arriva al ritornello eseguito anche questo in modo magistrale.

Manhattan Transfer ritornello

A ulteriore conferma del successo di questo brano basti ricordare che verso la metà degli anni 80 il suo ritornello fu utilizzato, in Italia, come jingle pubblicitario da un noto amaro digestivo nello spot di quella che allora era chiamata la “Milano da bere”.

Oltre a “Birdland” molti sono i sapori diversi che questo album ci presenta.

Il secondo brano, ad esempio, è una meravigliosa ballad, scritta sempre da Zawinul, “A Remark You Made”. La composizione esalta la qualità liriche del basso di Pastorius che duetta con il sax di Shorter eseguendo una  melodia struggente. Fate caso alla sonorità di questo strumento e soprattutto al modo col quale il bassista porta la melodia.

A Remark You Made

L’uscita di Heavy Weather fu uno shock in tutti i sensi. Molti ragazzi che suonavano si resero conto infatti che sarebbe stato estremamente difficile se non impossibile arrivare a quei livelli di bravura e musicalità.

Il disco si conclude infatti con un ulteriore esempio di grandissima perizia strumentale. Il brano, composto da Pastorius, si intitola “Havona”.

È forse l’unico nel quale i tre leader si concedono assoli un po’ più lunghi del solito ed è meno strutturato e più improvvisato rispetto agli altri.

L’assolo di Pastorius mi ha fatto sempre pensare a quanto mi disse , anni fa, mentre partecipavo ad un seminario, un grossissimo jazzista americano:

Sai, quando cominci un assolo devi far capire subito chi sei. L’inizio deve contenere una sentenza musicale molto forte. Poi, alla fine, devi chiudere ricapitolando un po’ tutto quello che hai detto e tutto quello che sei come musicista”.

Da questo punto di vista il solo di Pastorius in “Havona” è perfetto.

Havona e finale

A un musicista che suona così c’è poco da dire.

A un gruppo che suona così c’è poco da dire.

Ad un album che suona così, c’è poco da dire.

Heavy Weather è un capolavoro della musica della seconda metà del 900, ed è valido e interessanteancor oggi.

C’è una bellissima frase del sassofonista Wayne Shorter che mi piace segnalarvi perché è molto significativa:

Your humanity is your instrument”.

La tua umanità è il tuo strumento