Un album che rappresenta quasi il testamento spirituale di uno dei più grandi vocalist che la musica rock abbia mai avuto.

Puntata numero centoquindici.

“Il rock è una forma d’arte.
Ma è una forma d’arte popolare, indissolubilmente legata ai tempi, luoghi e contesti socioculturali che l’hanno generata. Riusciresti infatti a immaginare i Beatles a Helsinki nel 1862, i Pink Floyd nella Parigi della Belle Epoque o un Bob Dylan estraneo alla scena del Greenwich Village dei primi anni 60?”

Enzo Guaitamacchi

(giornalista, scrittore, musicista e autore radio-televisivo).

Qualche settimana fa ho letto un paio di articoli molto interessanti. Il primo riguarda il lavoro di un gruppo di ricercatori austriaci che ha analizzato più di 10000 canzoni degli ultimi quarant’anni. Ciò che ne è risultato è la progressiva tendenza alla semplificazione del linguaggio usato nei vari brani. Di conseguenza i testi si sono via via impoveriti anche a causa dell’utilizzo di una sempre minore varietà di termini, al punto che, sovente, strofe e ritornelli si ripetono senza grandi variazioni.

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Questo determina un panorama musicale composto da motivi sempre più orecchiabili, facili da ricordare e, soprattutto, che non impegnano più di tanto l’attenzione dell’ascoltatore.

Il secondo articolo pone invece l’attenzione su un altro aspetto che, in qualche modo, è abbastanza legato al primo. Dal 2000 ad oggi la durata media delle canzoni si è abbassata di circa trenta secondi. È un dato molto significativo visto il minutaggio già contenuto che, solitamente, caratterizza questo tipo di composizioni.

Entrambi gli articoli dicono una parola importante nell’ambito dell’ormai annosa diatriba che accende gli animi, sui vari “social”, e che vede contrapposte  generazioni diverse. Da una parte ci sono i “boomer”, termine purtroppo di moda attualmente, che sostengono a spada tratta la “loro musica”, rifiutando tutto ciò che di nuovo viene proposto. Dall’altra abbiamole giovani generazioni che non solo seguono le nuove proposte, ma soprattutto non capiscono e rifiutano tutto ciò che arriva dal passato.

Se si scorrono i commenti che vengono postati riferiti ai vari eventi musicali si può rilevare come molti siano di questo tenore: “La musica dei Pink Floyd, quella era vera musica”, oppure: ”La musica è morta con i Nirvana degli anni 90” e via di seguito.

Ciò che colpisce è che le fazioni si scagliano una contro l’altra in modo anche violento dal punto di vista verbale. Quel che è peggio è che non viene mai proposta una visione più creativa che preveda un approccio diverso a questo annoso problema, perché, ovviamente, la critica senza spiegazioni è l’arma più comoda e semplice da usare.

NIrvana

Io non ho certo la pretesa di poter dare una soluzione definitiva al riguardo. Quello che però posso portare come contributo è un minimo di analisi il più possibile obbiettiva.

La prima considerazione da fare è che la musica bella e quella brutta sono sempre state presenti, spesso contemporaneamente, nei vari decenni da settant’anni a questa parte. Questo è evidente guardando le classifiche di vendita nei vari periodi. Accanto ad artisti di un certo spessore ci sono sempre stati rappresentanti della musica più di moda in un determinato momento e quindi più spudoratamente commerciali.

Altro elemento fondamentale è rilevare come ognuno di noi sia particolarmente legato alla propria  musica di riferimento, in pratica quella del periodo adolescenziale e della giovinezza. Spesso proviamo un affetto totalizzante per quel tipo di musica, un affetto che, a volte, ci può rendere ciechi o meglio, passatemi l’ironia, un po’ sordi, al punto da rifiutare il resto.

Led Zeppelin

Quello che è interessante è che questo legame, questo affetto, sembrano funzionare solamente per la musica e non si applicano ad altre forme d’arte. Per il cinema, la letteratura o l’arte figurativa, ad esempio, generalmente si sviluppa, nel corso degli anni, una volontà di scoprire cose nuove, nuove correnti e nuovi stimoli. Riguardo alla musica invece sembra esserci quasi un rifiuto per tutto ciò che non appartiene a quella che ci ha dato un “imprinting” durante la gioventù accompagnando la nostra crescita.

Spandau Ballet

Non so esattamente perché succeda questo.

L’unica spiegazione che mi sento di poter dare è che la musica sia talmente legata alla nostra sfera emozionale più intima che ricerchiamo in essa solamente una fonte di immediato piacere, con la conferma di qualcosa che ci risulti famigliare. Se questo viene a mancare perché ci troviamo di fronte a qualcosa nella quale non ci riconosciamo, ci sentiamo quasi traditi negli affetti più cari. E ovviamente, quando ci si sente traditi la reazione non è mai serena e obbiettiva. Di qui a pronunciare frasi come: ”Non esiste più la musica la buona musica di una volta”, il passo è breve.

Ebbene questa è una affermazione che tutte le generazioni, dagli anni 50 del secolo scorso ad oggi, hanno sempre fatto propria.

Radiohead

In realtà la musica buona, per fortuna, c’è ovviamente ancora oggi. La situazione generale però è cambiata, la società in cui viviamo è radicalmente cambiata, negli ultimi anni. Ed è evidente come musica e società siano sempre andate a braccetto.

Oggi viviamo, meglio ci fanno vivere, alla velocità della luce. Tutto è frenetico e compulsivo. Il nostro animo però non riesce ad adattarsi a questa velocità perché ha tempi molto più lunghi per modificarsi e rispondere ai nuovi stimoli. Fermarsi per gustare qualcosa è sempre più complicato. La conseguenza è che ci perdiamo molto di ciò che ci circonda.

Soprattutto ci manca, o ci fanno mancare, qualcosa che è fondamentale per poter fruire della musica: il tempo.

La musica, come la danza o il teatro, è un’arte che ci  detta i tempi. Se si vuole ascoltare un brano che dura dieci minuti bisogna dedicargli dieci minuti. Questo non accade, ad esempio , con le arti figurative. Davanti a un quadro, bello o brutto che sia, ad esempio, siamo noi a decidere quanto tempo fermarci.

Billie Eilish

È evidente che in una società dove il fattore tempo a disposizione è cruciale la musica si scontra con l’esigenza di un consumo sempre più veloce. Diventa allora quasi un pretesto, qualcosa di sottofondo tipo “happy hour”. Peggio ancora viene utilizzata per i video di TikTok la cui durata non supera i venti secondi. Ovvio che la qualità ne risenta in gran misura.

Francesco di Giacomo

Ma, come detto, la musica eccellente esiste eccome. Anche il Pop, che non sempre è sinonimo di popolare, propone cose interessanti. Di qualche artista di questo tipo ho anche parlato nel corso di varie puntate. Personaggi come Francesco di Giacomo, Billie Eilish, Nick Cave i il trio “The Smile”, sono, o sono stati, veramente interessanti e le loro proposte si rivelano valide e moderne nell’accezione migliore del termine.

Una cosa importante però è venuta a mancare in questi ultimi anni. Rispetto a decenni fa sono spariti, è questo è inconfutabile, i grandi divulgatori musicali. Le reti televisive nazionali, o i network radiofonici non propongono praticamente mai programmi di divulgazione musicale che abbiano lo scopo, come invece facevano una volta, di portare alla conoscenza delle persone le nuove proposte che il panorama musicale attuale comunque presenta.

Intendiamoci, si possono trovare ancora oggi trasmissioni, anche su reti nazionali, che parlano di musica in modo interessante. Sono però programmi fatti un po’ a “spot”. Presentano un tot numero di puntate poi basta, senza quella continuità che è condizione fondamentale per avvicinarsi in modo coerente e cosciente al mondo dei suoni. Se voi fate caso nella maggioranza dei programmi, sia televisivi che radiofonici, la musica proposta è, quasi sempre, quella “mainstream”, per cercare un trend di ascolto sicuro. Perché c’è sempre il timore che la novità, la complessità, facciano scappare gli ascoltatori.

Andando avanti di questo passo diventeremo per forza di cose via via più “semplici” e, purtroppo, sempre meno senzienti. Magari faremo la fine dei protagonisti di quel bellissimo lungometraggio a cartoni animati intitolato “Wall E” che, se non lo avete fatto, vi consiglio caldamente di vedere.

Questa è la grossa differenza tra la situazione musicale odierna e quella di qualche decennio fa.

Coloro che fanno divulgazione oggi, e ce ne sono di bravi, sono purtroppo personaggi un po’ di nicchia che si rivolgono ad un pubblico ristretto da un punto di vista numerico, su canali a diffusione limitata.

Per fare un esempio, negli anni 80 e 90 c’era un canale televisivo statunitense, “MTV Television”, che era un “brand” secondo come importanza mondiale solo alla Coca Cola. Ebbe un tale successo da sbarcare anche in Europa dove vennero aperte varie sedi a livello nazionale.

La sua programmazione consisteva nel trasmettere video musicali in continuazione che venivano presentati e commentati da personaggi che sapevano di musica e di quello di cui dovevano parlare.

Ebbene questo network ha avuto, tra la fine degli anni 80, per tutto il decennio successivo e anche oltre, un’idea innovativa che si è rivelata vincente. In sostanza i programmatori chiesero a gruppi musicali o cantanti di vari generi, ma soprattutto rock, abituati ad esprimersi su grandi palchi con strumentazioni imponenti, di fare qualcosa di diverso e di esibirsi nei teatri in versione acustica.

Nacque così la famosa serie “MTV Unplugged”, dove unplugged significa, letteralmente, senza spina. Chitarre acustiche, bassi acustici e batterie suonate con bacchette particolari, furono gli strumenti tipici di questi concerti che vennero ripresi in video e registrati con apparecchiature di prim’ordine. Da questi concerti sono stati tratti LP, poi CD e anche filmati in DVD che si possono trovare ancor oggi sia nei negozi, anche quelli on line, che su piattaforme digitali tipo YouTube.

In questo modo brani e canzoni già nell’immaginario del pubblico hanno acquisito vita diversa e una nuova linfa. L’idea era indubbiamente interessante ma anche rischiosa visto la natura dei gruppi invitati. C’è voluto coraggio, voglia di sperimentare e di mettersi in gioco da parte di tutti, produttori televisivi, artisti, tecnici di ripresa.

Il pubblico ha risposto ai concerti in modo entusiasta e da alcuni di questi sono stati tratti dischi “Live” tra più amati e, udite udite, anche venduti, degli ultimi decenni.

Gli artisti che hanno partecipato sono stati numerosi. Tra quelli con gli show più riusciti ci sono stati Rod Stewart, i Kiss, Oasis, Neil Young, Eric Clapton, Pearl Jam, i Nirvana di Kurt Cobain. Questi concerti hanno inoltre avuto il merito di avvicinare a un certo tipo di musica anche un pubblico che, solitamente, non frequentava tali artisti perché la versione acustica è ovviamente più intima e più avvolgente.

Tra tutti questi dischi probabilmente i più amati dal pubblico sono stati quelli di Eric Clapton e dei Nirvana.

A me personalmente quello che emoziona di più e che piace maggiormente, perché ha stimolato la mia curiosità nell’avvicinarmi a queste versioni acustiche, è stato quello di un gruppo americano, proveniente da Seattle, il cui nome è “Alice in Chains”.

Alice in Chains

Bisogna fare, a questo punto, una premessa.

A Seattle, città del nord-ovest degli U.S.A. si è sviluppata tra la metà degli anni 80 e i primi 90, una forma particolare di rock, definita successivamente “Grunge”, visto che se non si classifica qualcosa non si è mai contenti.

Quattro gruppi sono stati gli alfieri più importanti di questa corrente: i Nirvana di Kurt Cobain, i Pearl Jam  di Eddie Vedder, i Soundgarden di Chris Cornell e appunto gli Alice in Chains.

Kurt Cobain

Tra gli Alice in Chains e i Nirvana ci sono alcuni punti di contatto tra cui uno molto triste. Entrambi i frontman di questi gruppi, Kurt Cobain dei Nirvana e Layne Staley degli Alice in Chains,  sono morti giovanissimi in conseguenza dell’uso di eroina. Kurt Cobain in realtà si è suicidato ma la droga è stata, purtroppo, una costante della sua vita.

 Layne Staley

Poco sopra ho scritto che il termine “Grunge” è stata un’etichetta appiccicata per differenziare la musica prodotta a Seattle da altri generi di rock. A questo proposito c’è una dichiarazione interessante che dovrebbe farci riflettere.

È del chitarrista dei Soundgarden, Kim Tahyil:

«Il termine grunge non è mai piaciuto a nessuno di noi. È una mossa di marketing per mettere Seattle tra gli scaffali dei negozi di dischi. Alla fine lo abbiamo accettato come un termine convenzionale, comprensibile a tutti, per descrivere quello che facciamo».

E un altro componente dello stesso gruppo ha affermato:

 «Probabilmente c’era bisogno di etichettare in qualche modo quella musica, uno strano miscuglio di punk, hard rock e new wave, sia da parte dell’industria discografica, sia da parte della stampa»

Questo per dire come a volte i musicisti non si rispecchiano in definizioni che vengono date da persone che agiscono al di fuori dell’ambiente musicale.

Quello che mi piace maggiormente degli Alice in Chains, e che li diversifica un po’ dagli altri gruppi di questo tipo di musica è la loro capacità di giocare su due livelli. Sono una band tremendamente d’impatto quando suonano elettrici ma spesso, come dimostra la loro discografia, possiedono un’anima acustica molto coinvolgente. Questa componente risalta pienamente in tre dei loro album, compreso quello MTV Unplugged.

L’altro aspetto che li rende quasi unici all’interno del panorama rock in generale è la loro capacità di utilizzare le armonizzazioni vocali.

Jerry Cantrell

Il cantante è, come detto, Layne Staley, ma il chitarrista, tra l’altro compositore di gran parte del materiale del gruppo, Jerry Cantrell, è un vocalist d’eccezione. È soprattutto un musicista coi fiocchi che ha saputo comporre armonizzazioni vocali a due e anche a tre voci intriganti, originali e pochissimo usate nell’ambito sia della musica rock che pop o di altri generi.

 Prendiamo ad esempio il brano di apertura dell’album “Dirt” del 1992, uno dei loro dischi più importanti.  Si intitola “Them Bones”  e utilizza questa tecnica di armonizzazione vocale particolare.

Inoltre il riff principale di chitarra elettrica è stato composto utilizzando un metro ritmico in sette movimenti, abbastanza inusuale per questo tipo di musica. Questo ritmo  viene alternato con un più canonico quattro quarti  in alcune sezioni del brano.

Il brano  comincia in modo veramente massiccio e vi consiglio, come si dice di solito, di allacciare le cinture, visto che parte a palla.

Them Bones

Un altro esempio del loro modo di armonizzare diverse linee vocali tra loro lo possiamo trovare in una canzone tratta da un EP (extended play) intitolato “Jar of Flies”.  Questo EP è caratterizzato dal fatto di essere quasi completamente acustico il che ci fornisce un’ulteriore dimostrazione della versatilità della band. Armonizzare le voci in q modo simile richiede  una capacità compositiva ed esecutiva di prim’ordine.

 Il brano si intitola “I Stay Away” ed è questo.

I Stay Away

Ma arriviamo all’album “MTV Unplugged”.

È un disco interessante per molti motivi trai quali quello di essere In pratica  l’ultimo che il gruppo ha registrato con la formazione comprendente  Layne Staley.

In quell’anno, il 1996, Staley, ormai schiavo dell’eroina, era ridotto in condizioni estremamente precarie. Si presentò sul palco di questo set acustico in un modo  che stringe veramente il cuore . In pratica rimase fermo immobile per tutto il tempo sulla sedia, quasi un trespolo, con un’espressione praticamente assente. Nonostante ciò la sua performance non solo fu corretta da un punto di vista tecnico,  e questo ci può stare vista la bravura,, ma anche molto espressiva e toccante emozionalmente parlando. In pratica la musica sembrò essere, in quel momento, l’unica cosa a tenerlo legato alla vita. Questo è l’ultimo documento che abbiamo di lui. Anni dopo, nel 2002, morì praticamente da solo quasi abbandonato da tutti.

In questo album c’è un brano, in particolare, che è molto significativo e anche impegnativo emotivamente da ascoltare. Si intitola “Down in a Hole”, “Giù in un buco”. Il testo racconta tutta la sofferenza di una persona che sta lentamente scivolando via dalla vita.

Seppelliscimi dolcemente in questo grembo
Io do questa parte di me per te.
La sabbia piove e qui mi siedo,
Tenendo in mano fiori rari
In una tomba, in fiore.

Giù in un buco, e non so se posso essere salvato.
Vedi il mio cuore, lo decoro come una tomba.
Tu non capisci chi pensavano che io dovessi essere.
Guardami ora, un uomo che non si lascia essere”

Poi c’è il ritornello:

Giù in un buco,
Perdendo la mia anima.
Giù in un buco.
Perdendo il controllo.
Mi piacerebbe volare”

Finisce con una frase difficile da tradurre compiutamente:

But my wings have been so denied

In pratica

Mi piacerebbe volare ma mi sono state negate le ali”.

La canzone è veramente struggente, e questa esecuzione è qualcosa di spettacolare dal punto di vista dell’intensità emotiva.

Down in a Hole

 Io penso che un disco del genere e un brano del genere, siano in grado di far superare le distanze tra rappresentanti di generazioni diverse. Chiaramente è una canzone che può essere legata a chi ha vissuto la propria giovinezza negli anni 90, ma in realtà funziona benissimo sia per chi era giovane dieci o vent’anni prima che per i giovani di dieci o vent’anni dopo.

È evidente come l’idea di un grosso network televisivo di fare questa attività di divulgazione debba farci riflettere e comprendere come spesso nella musica serva coraggio, coscienza delle proprie idee e necessità di proporre delle cose nuove. Ci fa capire come, a volte, sia necessario staccarsi dalla corrente mainstream e dal gregge. In pratica ci stimola a individuare nuove strade senza subire passivamente i percorsi stabiliti da altri.

Questo vale, ovviamente, non solo per la musica, ma anche per tutte le cose della vita.