Puntata numero centosessantuno.
“La musica non esprime la passione, l’amore, la nostalgia di questo o di quell’individuo, in questa o in quella situazione, bensì la passione, l’amore e la nostalgia stessa.”
(Richard Wagner)
La puntata di questa settimana è, evidentemente, diretta conseguenza di quella della settimana scorsa. Infatti, dopo aver cercato di trovare delle similitudini tra il Preludio de “L’Oro del Reno” di Wagner e “Shine On You Crazy Diamond” dei Pink Floyd, mi sono ricordato del mio primo impatto con la tetralogia wagneriana. Ho conosciuto questa opera monumentale grazie all’acquisto, ormai molti anni fa, di un cofanetto contenente un sacco di DVD che racchiudeva tutte e quattro le opere in questione. In quel momento non conoscevo molto la produzione di Wagner ma desideravo entrare in contatto con questo compositore così particolare e complesso.
Richard Wagner ha sempre fatto, e lo fa tutt’oggi, molto discutere. Ha avuto una visione globale e totalizzante del suo lavoro e del rapporto con la musica. Di lui ho già parlato, oltre che nella puntata scorsa, almeno altre due volte. La prima, quasi all’inizio di questo percorso, è stata dedicata al lamento di Isolde “Isolde Liebestod”. Poi, nella puntata n. 91, ho raccontato del Preludio del “Lohengrin”. In entrambi i casi si tratta, ovviamente, di composizioni qualitativamente di grandissimo spessore.
Il cofanetto di cui accennavo più sopra è la ripresa di un’edizione estremamente importante tenutasi a Bayreuth alla metà degli anni 70. Il direttore d’orchestra è il meraviglioso e compianto Pierre Boulez, non solo direttore ma anche compositore tra i più importanti del 900. La regia è affidata ad un altro asso, il francese Patrice Chéreau, anche lui purtroppo mancato qualche tempo fa.

La voglia di confrontarmi con un mondo, a me così poco conosciuto, mi ha spinto a procedere nell’ascolto non in ordine cronologico. Sono partito infatti direttamente dalla seconda opera, “La Valchiria”, perché mi era stato detto che era quella più vicina ad un gusto italiano.
Ma non è tanto di quest’opera in generale che vorrei parlarvi oggi quanto di un momento in particolare in essa contenuto. Si tratta di un’aria che mi ha colpito in modo veramente profondo fin dal primo ascolto. Il bello è che la prima volta che l’ho ascoltata non sapevo esattamente di cosa parlasse, anche a causa del testo in tedesco.
Ma di questo cercherò di raccontare tra poco.
Prima volevo inquadrare, per sommi capi, la figura di Wagner.
È un compositore che ha attraversato tutto l’800, essendo nato nel 1813, e morto nel 1883.
Come detto, ha avuto un rapporto totalizzante con la musica. Non a caso ha teorizzato il cosiddetto “Wort Ton Drama”, una rappresentazione il cui scopo è unire parola, musica e scena. Un tipo di spettacolo globale che oggi sarebbe definito multimediale.

Altro aspetto che lo distingue da tutti i compositori di opere è quello di scrivere anche il libretto dei suoi lavori, concependo dall’inizio le parole in funzione della musica e viceversa. In questo modo il tutto risulta estremamente connesso, fuso in un unico flusso di pensiero.
Inoltre, caso più unico che raro, è riuscito a farsi costruire un teatro, secondo le sue indicazioni, espressamente per poter rappresentare al meglio le sue opere.
Questo teatro, tutt’oggi esistente, si trova nella cittadina tedesca di Bayreuth. Ogni anno vi si tiene un festival, dedicato a Wagner e alle sue composizioni.

È un teatro sui generis, diverso dagli altri, costruito per favorire al massimo la concentrazione degli spettatori. È l’unico in cui l’orchestra non si vede perché è situata sotto il palco, per una migliore propagazione del suono e per non creare elemento di disturbo per il pubblico. Dal punto di vista degli orchestrali questo comporta la libertà di suonare anche vestiti casualmente, addirittura in maniche di camicia, perché tanto non vengono visti dal pubblico.
Perfino gli arredi sono spartani. Tutto è focalizzato a far risaltare ciò che accade sulla scana.
Inoltre Wagner indicava, a volte, anche espressamente che non bisognava applaudire durante gli atti per non fermare l’azione. Le sue opere, infatti, non sono quasi mai divise in numeri cosiddetti chiusi, arie, duetti ecc., come è tradizione nell’opera in stile italiano. La sua musica è un continuo fluire di melodie, “leitmotiv” senza soluzione di continuità.
Altro elemento importantissimo è il ruolo dell’orchestra. Non è mai utilizzata come semplice supporto alle melodie o alle arie dei cantanti. È invece un elemento fondamentale dal punto di vista drammaturgico. Si tratta, in pratica, di un personaggio a tutti gli effetti. La musica non si limita a commentare, ma suggerisce, propone, sottolinea l’azione stessa ma soprattutto gli stati d’animo dei protagonisti o il comparire di determinati oggetti.

I “Leitmotiv“, come dicevo, sono melodie, a volte semplici frammenti, che compaiono se accade qualcosa di particolare, quando un protagonista prova un determinato sentimento, o mentre si sviluppano situazioni che hanno un filo conduttore tra loro.
Il titolo della tetralogia è “L’Anello del Nibelungo”. È composta da quattro opere, un prologo e tre giornate. “L’oro del Reno”, del cui inizio ho parlato nella scorsa puntata, e tre giornate: “La Valchiria”, “Sigfrido” e “Il Crepuscolo degli Dei”.
Spesso vengono rappresentate separatamente, ma può capitare, a volte, di poterle vedere tutte assieme. In questo caso il tutto si svolge nell’arco di quattro serate.
A questo proposito la storia de “La Valchiria” è molto interessante.
Il suo debutto, come opera a sé stante avvenne, infatti nel 1870 a Monaco. Wagner però non era assolutamente contento di questo al punto da osteggiare apertamente la rappresentazione. La sua volontà era quella di vedere la sua opera eseguita proprio all’interno di tutto il ciclo.
Egli, infatti, riconobbe come debutto ufficiale quello tenutosi sei anni dopo, nel 1876, proprio a Bayreuth, quando “La Valchiria” venne eseguita come seconda parte di tutta la tetralogia.
Va da sé che questo spettacolo, nel suo insieme, può anche intimorire l’ascoltatore perché, nel complesso, parliamo di circa sedici ore di musica. Si tratta quindi di qualcosa di imponente e impegnativo da seguire ma anche estremamente coinvolgente.

Se posso esprimere un parere personale, delle quattro opere quelle che prediligo sono “La Valchiria”, appunto e l’ultima “Il Crepuscolo degli Dei”.
Ma non voglio tanto parlarvi delle mie prefer5enze quanto del fatto che quest’opera contiene alcuni momenti molto significativi.
Il primo lo troviamo proprio all’inizio ed è il Preludio.
Si tratta di una tipica rappresentazione, in musica, del rapporto che il Romanticismo tedesco aveva con la natura. La musica, in pratica racconta una tempesta nella quale tra l’altro, troviamo un fuggitivo che corre velocemente. Wagner, attento com’era alle tradizioni cultural-musicali della sua terra, molto probabilmente ha tratto ispirazione da un brano famoso di Schubert, un lied in particolare, intitolato “Erlkönig”, “Il Re degli Elfi”. In questo Lied vi è la scena di un cavallo che fugge nella notte, cavalcato da un padre che cerca di portare in salvo il suo bambino ammalato, inseguito dal Re degli Elfi. La parte di pianoforte, con la quale inizia la composizione, ci porta immediatamente in questa natura ostile, buia e perigliosa.

Tra questo lied e il preludio wagneriano vi son alcune similitudini. In Schubert il pianoforte ribatte costantemente nel registro acuto una nota, mentre in quello grave vi è una frase frenetica, ripetuta anch’essa. Wagner, per raccontare la tempesta, utilizza, più o meno, gli stessi elementi. La sezione acuta degli archi esegue un tremolo continuo mentre violoncelli e contrabbassi si incaricano di suonare le frasi frenetiche nel registro grave. A questi elementi Wagner ha aggiunto anche una linea melodica degli archi gravi che simula i passi del fuggitivo, il cui nome è Siegmund. La fuga di costui continua fino a quando troverà rifugio nella casa di Sieglinde, una donna costretta ad un matrimonio controvoglia, della quale si innamorerà, ricambiato.
Il ritmo che Wagner utilizza è particolare. Si tratta di un ritmo in tre movimenti, solitamente riservato alla danza. L’effetto di questa scelta è il rendere ancora più sinistra, se vogliamo, questa scena.
Questo tipo di atmosfera e queste soluzioni musicali, come potete immaginare, sono state più volte prese, e saccheggiate, da molti compositori di musica da film, vista la loro efficacia da un punto di vista drammaturgico.
Ovviamente non posso raccontarvi la trama di tutta l’opera perché impiegherei un sacco di tempo, e non è lo scopo principale di questa puntata.
Volevo però segnalarvi un secondo momento cruciale della composizione. Si tratta di un brano conosciutissimo che, senz’altro, molti di voi hanno già sentito: ”La Cavalcata delle Valchirie”, con la quale inizia il terzo atto.
Le Valchirie sono delle dee, figlie di Wotan, il più importante tra gli dei stessi. Il loro compito è quello di raccogliere gli eroi morti in battaglia per portarli, con i loro cavalli, nel Valhalla, il paradiso destinato a tutti gli eroi.
Tra loro vi è la figlia preferita di Wotan, Brunhilde, che sarà la protagonista dell’ultimo momento di cui vorrei parlarvi, all’interno di quest’opera.
Questa musica è stata anch’essa adoperata più volte nella cinematografia, diventando quasi un “must” per sottolineare momenti di guerra o situazioni di eroismo.

Uno dei suoi utilizzi più crudi, e inquietanti, è stato, alla fine degli anni 70, quello fatto da Francis Ford Coppola nel film “Apocalypse Now”, ambientato durante la guerra del Vietnam. La scena è quella in cui gli elicotteri da guerra americani arrivano da dietro la collina per distruggere, utilizzando il napalm, i villaggi dei vietcong.
Ovviamente l’idea di Wagner era completamente diversa visto che il compito delle valchirie era più che nobile.
All’inizio vi sono gli archi che eseguono frasi nervose sulle quali si innestano gli strumenti a fiato, i legni in particolare, incaricati di fare del ritmo. Sopra questo magma pulsante intervengono gli ottoni con un tema massiccio che immagino tutti voi conosciate.
Questo brano è un capolavoro anche dal punto di vista dell’orchestrazione perché Wagner era un maestro al riguardo.
Ma quello che di quest’opera più mi ha colpito già dal primo ascolto anche se all’inizio non sapevo esattamente di cosa parlasse, il momento che mi commuove ancora oggi tutte le volte che lo ascolto, si trova proprio alla fine di questo lavoro.
Si tratta de “L’addio di Wotan”, l’aria nella quale Wotan prende congedo dalla figlia prediletta, Brunhilde appunto, che lui, garante della legalità, è costretto a punire, controvoglia, perché lei ha trasgredito un suo ordine.
Wotan, infatti, le aveva comandato di raccogliere le spoglie di Siegmund, l’eroe che fuggiva all’inizio dell’opera, in quanto questi doveva perire in un duello col marito di Sieglinde, la donna presso la cui casa si era rifugiato.
Quando però Brunhilde arriva nel luogo del duello viene colta da compassione e pietà per questo eroe, e tenta di salvarlo. Così facendo scatena l’ira di Wotan che, sopraggiunto a sua volta, spezza la spada di Siegmund, favorendone l’uccisione.

Brunhilde fugge dall’ira paterna rifugiandosi tra le sorelle valchirie che però non possono difenderla contro Wotan. Quando lui arriva le manda via tutte per fronteggiare proprio Brunhilde. La sua decisione è tremenda. Lei verrà privata della sua natura divina e diventerà una donna comune. Lui la addormenterà, con un sonno magico, su una montagna, lasciandola alla mercé di qualsiasi uomo.
Brunhilde, sconvolta, supplica il padre, chiedendo almeno che il suo corpo sia circondato da un fuoco sacro in grado di scacciare tutti gli uomini tranne l’eroe più puro e coraggioso, l’unico che avrebbe potuto conquistarla.
Nel suo appello accorato confessa al padre di avere fatto tutto quanto perché, secondo lei, l’intima volontà di Wotan era proprio quella di salvare Sigmund che, per inciso, era anche lui figlio del Dio.
Wotan, commosso e turbato dal coraggio di Brunhilde, con la quale ha sempre avuto un’intesa particolare, decide di assecondare questo suo ultimo desiderio.
L’aria è estremamente toccante anche in virtù dell’uso ingegnoso che Wagner fa dei “Leitmotiv”. Sono infatti presenti molti temi che abbiamo già potuto ascoltare nel corso dell’opera stessa. Questo fa in modo che l’ascoltatore si trovi di fronte sia a materiale nuovo che a melodie che ha già sentito e questa commistione si rivela molto coinvolgente.
Anche il testo è commovente perché racconta il dispiacere di Wotan e il suo amore per la figlia che si trova costretto a punire:
“Questi due occhi lucenti, che sorridendo spesso ho sfiorato,
quando un mio bacio premiava la tua guerresca esultanza,
quando un cinguettio infantile dalle dolci labbra sgorgava la lode degli eroi.
Questi due occhi raggianti, che brillavano nella tempesta,
quando un bisogno di speranza mi cingeva il cuore,
e al piacere del mondo, smanioso, aspiravo,
per l’ultima volta mi diano conforto., con un ultimo bacio di addio.
All’uomo più felice brilli la loro stella, per lo sventurato immortale,
nel congedo, si chiudano.
Ecco, si allontana il Dio da te, e ti prende la divinità
con un bacio”.
Da un punto di vista musicale tutto è reso più intenso dal registro vocale di Wotan. Infatti, come sovente accade nelle opere, i personaggi che hanno una certa autorevolezza e importanza, vengono affidati a cantanti la cui voce è quella di un basso.
La versione che vi farò ascoltare si trova tranquillamente su YouTube. È, come dicevo, quella diretta da Pierre Boulez per la regia di Patrice Chéreau. Il ruolo di Wotan è affidato ad un eccezionale Donald MacIntyre.

Vi prego di seguire il file audio nel quale cercherò di sottolineare alcuni dei “leitmotiv” che Wagner utilizza.
L’inizio dell’aria è sottolineato dal tema del “sonno magico” eseguito dai violini.
I motivi cui ho accennato sono comparsi più volte, sia all’interno de “La Valchiria”, che dell’opera precedente, “L’oro del Reno”. Questo, ovviamente, contribuisce a dare un senso di continuità all’azione.
Dopo il tema del fato, costituito da sole tre note, comincia quello della “Rinuncia”, struggente anche questo, seguito da quello de “L’incantesimo” suonato dai legni con una frase discendente.
E se a questo punto non vi siete ancora fatti prendere dalla commozione, Wagner vi assesta il colpo definitivo. Fa infatti eseguire il tema cantato all’inizio da Wotan, dalla sezione dei violoncelli con un suono morbido e caldo. È un momento veramente struggente, secondo me.
Alla fine, dopo aver deposto la sua adorata Brunhilde, si allontana per un attimo. Poi picchia per tre volte per terra con il suo bastone, invocando il Dio del fuoco “Loge”. Da questi colpi scaturiscono le fiamme del fuoco sacro che proteggeranno Brunhilde da tutti gli uomini pavidi. Queste fiamme saranno poi vinte solamente dall’eroe più puro, Sigfrido, il protagonista della terza opera.
La musica del fuoco sacro è un’altra di quelle famose composte da Wagner. È caratterizzata da frasi acute e penetranti dei fiati, ottavini soprattutto, che sembrano quasi dipingere il movimento di queste fiamme che proteggono Brunhilde.
Il grandissimo direttore d’orchestra italiani, Giuseppe Sinopoli, che amava moltissimo Wagner e che, purtroppo, è morto d’infarto dirigendo “Aida” di Giuseppe Verdi, alla Deutsche Opera di Berlino nel 2001, ebbe a dire:
“Wagner è l’artista moderno per eccellenza. È il cagliostro della modernità”.
