Un classico della musica afroamericana eseguito da un duo di eccezionali virtuosi.

Puntata numero novantasette

C’è una frase del famoso drammaturgo, poeta e romanziere tedesco, Goethe, che è perfettamente in sintonia con lo spirito di queste puntate. Forse, in realtà,  sarebbe meglio dire che queste puntate cercano di essere coerenti con quanto enunciato in questa proposizione:

Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche bella canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro e, se possibile, dire qualche parola ragionevole”.

Goethe

Più volte, durante queste puntate , vi ho raccontato di come la musica sia una forma d’arte con caratteristiche particolari. Per certi versi assomiglia alla danza e alla recitazione. Similmente a queste due discipline artistiche necessita, per arrivare a noi, che ne siamo i fruitori, di una figura intermedia tra l’artista e l’ascoltatore.

Questa figura si chiama interprete.

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In musica non esiste l’oggetto della creazione. O meglio, non c’è un oggetto che rimanga. Non abbiamo il libro, come in letteratura, il quadro, come in pittura o la statua come nella scultura, per fare degli esempi. Il libro, il quadro e la scultura sono un’emanazione precisa dell’artista che li ha creati e arrivano direttamente a chi ne  vuole fruire.

Se in musica non ci fosse l’interprete non ci sarebbe la musica, così come non ci sarebbe la danza senza il ballerino/a o la commedia senza l’attore.

Senza l’interprete non potremmo capire le intenzioni del compositore. O meglio sarebbe possibile a patto di essere degli esperti conoscitori in grado di decifrare gli spartiti musicali e quindi capaci di tradurre in suoni i segni scritti su un pentagramma. Ovviamente, e anche giustamente, la grande maggioranza di chi gode della musica non è composta da professionisti in grado di fare questo.

C’è quindi l’esigenza di una figura che si incarichi di tradurre questi segni facendoli diventare suoni, suoni che possano arrivare fino a noi.

Qualcuno potrebbe notare che anche in musica esiste l’oggetto, che si può chiamare disco, o CD, o DVD o file digitale e quant’altro.

E’ fondamentale capire però che questi oggetti  sono l’equivalente, potremmo dire per quello che riguarda le immagini, di una fotografia. Rappresentano cioè un attimo, cristallizzano un’esecuzione. La musica, per sua natura è qualcosa che ha senso nel “qui ed ora”. Va gustata dal vivo, con tutto quello che questo comporta: bellezza, errori, sviluppi interessanti, momenti discutibili. Assistere ad un concerto è un’esperienza totalmente diversa rispetto all’ascolto fatto con un qualsiasi tipo di supporto. Non è mia intenzione, e non avrebbe alcun senso, demonizzare la tecnologia. E’ un bene potere avere a disposizione esecuzioni di brani che altrimenti rimarrebbero poco accessibili e questo ci rende molto fortunati rispetto alle passate generazioni. Ma l’esperienza dell’ascolto dal vivo è fondamentale. Ci si può rendere conto, ad esempio, della multidimensionalità del suono e della sua provenienza dai diversi punti dello spazio.

Noi siamo abituati ad ascoltare la musica sempre  e solo da due sorgenti che possono essere le casse dello stereo di casa o, ultimamente, cuffie e auricolari. Trovarsi di fronte ad un’orchestra che suona, ad esempio, ci rende edotti sull’importanza della percezione del suono non solo da destra o sinistra ma anche dal centro, da davanti  o dietro. Sono tutti suoni diversi, prodotti da strumenti diversi dislocati su un palco largo e profondo. Ed essendo un’attività umana non sarà mai possibile assistere due volte alla stessa esecuzione perché ogni sera ci troveremo di fronte a qualcosa di nuovo. Magari potranno essere piccole sfumature ma sono, a volte, proprio le sfumature a dare maggior sapore alle cose.

Possiamo, a questo punto, dire che esistono, in generale, due categorie principali di interpreti.

Ci sono quelli che si dedicano alla musica cosiddetta “classica”, termine usato in modo ambiguo che mette insieme compositori e generi totalmente diversi vissuti in epoche lontane tra loro nel tempo, e quelli che si dedicano alla musica jazz e a generi ad essa affini.

Molte sono le differenze tra queste due categorie e ne abbiamo già accennato nel corso di questi racconti.

Lo scopo dell’interprete di musica classica è quello di cercare di portare a noi quella che, secondo lui, era l’intenzione del compositore. Ovviamente più ci si allontana dal tempo presente più l’operazione si fa complessa.

Come abbiamo visto alcuni parametri della musica sono abbastanza vaghi e suscettibili di diverse, è proprio il caso di dirlo, interpretazioni.

Ad esempio la velocità viene indicata con termini quali Andante, Allegro, Presto, Adagio che ci danno un’idea di massima ma non possono indicarci  nulla di preciso. Lo stesso vale per la dinamica, forte, fortissimo, piano ecc. termini che in epoche diverse hanno, ovviamente, significati diversi.

Evidentemente il concetto di “forte” che aveva Mozart, che viveva in un ambiente nel quale il rumore più intenso era rappresentato dalle carrozze a cavalli, non  può essere uguale al nostro che siamo costantemente oppressi da un inquinamento acustico, del quale spesso non ci rendiamo conto.

Indicazioni di Dinamica

Queste sono solo alcune delle variabili che giustificano la presenza di così tante diverse “versioni” dello stesso brano. Il bello è che interpretazioni difformi, se giustificate da uno studio serio e consapevole, hanno uguale diritto di esistere. Questo ci garantisce una notevole varietà di proposte tra le quali scegliere, secondo il nostro gusto, quella di riferimento. E la nostra sensibilità e preparazione non possono che trarre giovamento da tutto ciò.

Il discorso cambia radicalmente per quello che riguarda l’interprete di musica jazz.

In questo caso il musicista, strumentista o cantante che sia, ha lo scopo di portare al pubblico quella che è la sua idea di un determinato brano indipendentemente dalla volontà di chi l’ha composto.

Questo, ovviamente, si riflette anche sul pubblico. Un appassionato di musica jazz non vuole sentire, ad esempio, “Summertime” come l’aveva ideata il suo autore, Gershwin, ma è interessato a ciò che un determinato interprete esegue mettendo la sua poetica al servizio  di quel brano in quella sera particolare.

Jazz combo

Ovviamente  i due tipi di interprete hanno gradi di libertà completamente diversi. Un musicista classico non può alterare, ad esempio, le note di una composizione dal punto di vista dell’altezza. Un “Do” scritto da Mozart, “Do” deve rimanere. Questo non vale per un jazzista che può intervenire, tra le altre cose, anche sulla linea melodica.

Gli ambiti di intervento dei due tipi di interprete sono diversi ma ugualmente creativi e personali. Un musicista classico ha uno spettro di azione più limitato all’interno del quale però la sua libertà è comunque notevole. Se si prendono, ad esempio, alcune esecuzioni di brani del periodo barocco, ci si potrà rendere conto di quanto grande, pur all’interno di parametri più ristretti, questa libertà possa essere.

Esiste poi, in entrambi i generi, una categoria particolare di interprete. Si tratta dei cosiddetti “virtuosi”, musicisti con un’abilità tecnica che potremmo definire trascendentale.

A volte accade che, soprattutto per quello che riguarda la musica jazz e generi derivati, ma non solo, i virtuosi si facciano prendere un po’ la mano da questa loro straordinaria abilità tecnica finendo per mettersi in primo piano rispetto al brano che stanno eseguendo. In questo modo spesso risulta più importante la loro bravura che la composizione in se.  Per loro non è più importante dare un’idea personale del brano quanto far vedere, magari spesso senza rendersene conto, quanto siano bravi.

Non è assolutamente questo il caso, e qui cominciamo ad entrare nel vivo del racconto, del brano del quale ci occuperemo oggi.

Si tratta di uno standard di jazz che conoscevo ma che non avevo mai ascoltato, fino a qualche settimana fa, in questa particolare versione.

L’esecuzione che voglio proporvi è proprio quella di due virtuosi ma il termine, in questo caso, va visto nella sua accezione più positiva.

Si tratta infatti di due musicisti stratosferici le cui capacità sono messe totalmente al servizio del brano che stanno interpretando.

Di questo però parleremo tra un po’.

Prima cerchiamo di capire, anche se ne abbiamo già parlato in alcune puntate, che cosa sono e come sono fatti gli “standard” nel jazz.

Si tratta di brani rappresentativi della cultura afroamericana che costituiscono parte integrante del repertorio di musicisti e cantanti non solo di jazz ma anche di altri generi al jazz in qualche modo legati.

Originariamente erano composizioni inserite in spettacoli tipo i musical, oppure facevano parte della colonna sonora di film di successo. A volte si tratta di canzoni originali scritte da famosi songwriters americani, come George Gershwin, tanto per fare un nome. Non è raro anche il caso di brani originali composti da jazzisti di fama che sono divenuti, col passare del tempo, degli standard. Un esempio, del quale abbiamo parlato nella puntata  n.93 è “Spain” di Chick Corea”.

Per diventare uno standard un brano deve avere alcune caratteristiche particolari. Una, fondamentale è la forma. Questa dev’essere abbastanza consolidata e in genere, in questo tipo di composizioni, è ripetitiva.

La forma più comune prevede una lunghezza di 32 battute divise in 4 sezioni da 8 battute ciascuna. Tra queste la più usata è quella rappresentata dallo schema A-A-B-A.

Le sezioni A hanno una melodia uguale, con testo diverso ovviamente, mentre la parte B differisce dalle altre sia per la melodia che per il testo. E’ un po’ quello che troviamo anche nelle nostre canzoni che spesso presentano la tipica successione “strofa-strofa-ritornello-strofa”.

In questo modo, e sto molto semplificando, con due idee compositive, una per la sezione A e un’altra per la B, si possono costruire dei brani che risultano completi e, possiamo dire, perfettamente funzionanti.

La forma, come spesso accade in arte, aiuta a rendere efficace e chiaro  il contenuto.

Berkeley Square a Londra

Ovviamente esistono altre forme con le quali gli standard sono strutturati. Una di quelle più comuni è la forma “Blues” che più volte abbiamo incontrato in questi racconti. In questo caso la durata è di sole 12 battute che continuano a ripetersi, basate sui famosi tre accordi di cui spesso abbiamo parlato anche recentemente nella puntata n.94 quella dedicata ai Blues Brothers”.

Spesso gli spartiti degli standard sono raccolti in libri denominati “Fake Book” che rappresentano una sorta di “Bibbia” per i musicisti jazz e non solo.

Quello di cui ci occuperemo in questa puntata paradossalmente, ma nemmeno tanto, non è originario degli Stati Uniti, ma è uno standard inglese.

Il suo titolo è “A Nightingale Sang in Berkley Square”.

Si tratta di una canzone scritta poco prima della seconda guerra mondiale da due autori inglesi, appunto, ed è ambientata a Londra.

L’argomento del testo, comune a molte di queste composizioni, è l’amore. Il brano è diventato molto popolare al punto tale che si contano numerosissime interpretazioni sia da parte di strumentisti che, soprattutto di cantanti di fama che l’hanno inserita nel proprio repertorio. Glenn Miller, Bing Crosby, Frank Sinatra, Rod Stewart, i Manhattan Transfer, Nat King Cole, Bobby Darrin, Anita O’Day , solo per fare qualche nome, si sono cimentati nell’esecuzione di questo brano.

La caratteristica che rende così “appetibile” questa canzone è il fatto di avere, visto l’argomento del testo, una melodia estremamente cantabile che ben si presta a essere riproposta e rielaborata in modo personale.

Per cominciare a prendere confidenza con la canzone proviamo ad ascoltarla in una versione che dovrebbe essere abbastanza simile all’originaria idea dei compositori. Come al solito vi prego di prendere l’affermazione, “simile all’originale”, con le pinze perché, soprattutto nel jazz, il concetto di “originale” può assumere le connotazioni più varie.

Vera Lynn

La versione è quella di una cantante inglese, Vera Lynn, famosa tra gli anni 40 e 50. E’ stata rimasterizzata recentemente e suona così.

Esecuzione di Vera Lynn

Una caratteristica precipua di questo brano, che contraddice in parte quanto prima affermato, è che le tre sezioni A non hanno la durata canonica di otto battute ma sono leggermente più lunghe. Ciascuna infatti dura 10 battute. In realtà all’ascolto cambia abbastanza poco ma per chi esegue questo brano è un aspetto di cui tenere conto soprattutto in fase di improvvisazione.

Come avete potuto sentire l’andamento è lento, e questo contribuisce a far definire questo standard come una “ballad”.

Le ballad costituiscono una parte fondamentale nel repertorio degli standard. Il loro numero è ovviamente inferiore rispetto a quello degli standard veloci. Questo è comunque tipico in tutti i generi di musica perché la proporzione tra brani veloci e lenti è sempre, nettamente a favore dei primi. Nondimeno il saper eseguire una ballad in modo efficace costituisce da sempre un banco di prova estremamente importante per qualsiasi musicista che si rispetti perché richiede agli esecutori grande controllo del suono e del modo di “portare” le frasi.

The Manhattan Transfer

Una versione particolare, tra le molte, è quella di un quartetto vocale di fama internazionale The Manhattan Transfer. In questo caso l’esecuzione è “a cappella” cioè senza accompagnamento strumentale e le quattro voci vengono utilizzate come fossero una sezione di sassofoni di una big band jazz. Per questo arrangiamento  Gene Puerling, che ne è l’autore,  ha vinto un Grammy Award.

The Manhattan Transfer

In questo caso viene comunque mantenuta l’essenza del brano anche se la versione è completamente diversa da quella che avete ascoltato in precedenza.  La melodia rimane in primo piano ma il modo nel quale è strutturato l’arrangiamento fa assumere al brano un colore diverso.

In realtà però il vero motivo alla base della scelta di questo brano per la puntata di oggi è stato la scoperta qualche settimana fa, come dicevo, di una versione che mi era del tutto sconosciuta. suonata da due musicisti eccezionali. Di uno di loro, il pianista Michel Petrucciani, ho già parlato nella puntata n.65 riguardante il brano “Estate” di Bruno Martino. Musicista sfortunatissimo, nato con una malformazione che gli ha impedito di crescere normalmente, è morto prematuramente nel 1999.

Michel Petrucciani

L’altro protagonista di questo stratosferico duo, purtroppo anche lui deceduto nel 2005, è un contrabbassista danese, uno  spettacolare virtuoso il cui nome è particolarmente complesso :  Niels-Henning Ørsted Pedersen.

Niels-Henning Ørsted Pedersen.

E’ uno dei più importanti suonatori di uno strumento, il contrabbasso appunto, che ha trovato nel jazz un ruolo abbastanza diverso rispetto a quello sostenuto nella musica classica. Solitamente infatti in ambito classico è utilizzato come rinforzo della parte dei bassi raddoppiando la sezione dei violoncelli e raramente ha un ruolo da solista. Nel jazz viene invece suonato non con l’arco ma quasi sempre in “pizzicato” ed ha un ruolo molto importante all’interno della sezione ritmica. Quando poi è nelle mani di un musicista di questo spessore diventa anche uno strumento solista dotato di grande espressività.

L’aspetto interessante di questa versione è che il virtuosismo di questi due musicisti non è mai fine a se stesso bensì costantemente rivolto a far risaltare l’aspetto melodico del brano con l’unico scopo di suscitare emozioni nell’ascoltatore.

Ovviamente questa versione non è cantata ma solamente suonata. Vi invito ad ascoltare il file sottostante con attenzione perché la propongo per intero con solo piccoli commenti per sottolinearne alcune particolarità.

Petrucciani e N.H.O.P.

Il brano diventa per me, in questa esecuzione, un capolavoro così come altri presentati nelle scorse puntate. Non importa a che genere appartenga questa esecuzione. Questa è bella musica, punto.

Volevo chiudere questo racconto con due frasi.

La prima è dello stesso Niels-Henning Ørsted Pedersen al quale, durante un’intervista fu chiesto quale fosse il suo segreto nel suonare le ballad. La sua risposta fu:

Ho imparato a suonare le ballad da Ben Webster (famoso sassofonista jazz), rispettandone la melodia”.

Oscar Peterson

L’altra è di un eccezionale pianista jazz, in possesso di una tecnica che gli permetteva di suonare qualsiasi genere musicale, Oscar Peterson, che riferendosi a questo stratosferico contrabbassista danese ha affermato :

” Niels non suonava il contrabbasso, Niels era il contrabbasso”.

finale