Strawberry Fields Forever

Una canzone frutto di un’alchimia irripetibile

Venticinquesima puntata

Un insieme di genialità artistica, capacità tecnologica, voglia di sperimentare e di giocare, attitudine ad affidarsi agli altri e, non ultimo, una buona dose di fortuna, è quello che ha permesso, nell’autunno del 1966, la creazione di una delle più importanti canzoni della seconda metà del secolo scorso il cui titolo è “Strawberry Fields Forever” dei Beatles.

I Beatles ovviamente, per tantissimi motivi, rappresentano un fenomeno particolare e unico all’interno del panorama della musica “leggera” e del “pop”.

Sono stati il primo vero gruppo comparso agli inizi degli anni 60 in un periodo nel quale erano molto di moda i cantanti solisti tipo Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard ,ad esempio.

I Beatles, invece, erano un insieme formato da quattro spiccate individualità ognuna delle quali estremamente importante per il “sound” generale e per le idee esecutive.

Sono stati un esempio per un’intera generazione di ragazzi molti dei quali si sono avvicinati alla musica, anche suonata, proprio grazie a loro. Molti, infatti, sono i gruppi, allora si chiamavano “complessi” che si sono formati in quegli anni sull’esempio dei “Fab Four” come solitamente venivano chiamati per sottolinearne l’importanza e la genialità.

Sono stati anche insigniti del titolo di “Baronetti” non solamente per meriti artistici ma anche per meriti economici nel senso che l’indotto commerciale che la loro attività creava era considerato molto importante per l’economia del Regno Unito.

In questa “Mollica” volevo focalizzare l’attenzione su due aspetti in particolare.

Il primo è che i Beatles rappresentano un esempio eclatante di cosa significa per un artista la capacità di evolversi, Basta prendere i brani che suonavano agli inizi della loro avventura, nei primi anni Sessanta e confrontarli con quelli che componevano ed eseguivano alla fine di quel decennio poco prima di terminare l’attività, per rendersi conto dell’enorme cambiamento e della loro esponenziale crescita artistica. Questa evoluzione nell’arco di soli dieci anni rappresenta un esempio più unico che raro nella storia della musica leggera.

I Beatles nel 62

L’altro aspetto che mi interessa sottolineare è che loro, in realtà erano molto più dotati ed inventivi da un punto di vista artistico-musicale di quanto non lo fossero tecnicamente come strumentisti.

Nessuno dei quattro era un grandissimo strumentista. Ne John con la chitarra o il pianoforte, ne Paul con il basso o la chitarra, ne Ringo con la batteria. Forse il più preparato, tecnicamente parlando, sullo strumento era George Harrison ma anche lui fatica a reggere il confronto con altri chitarristi emergenti di quel periodo.

Il loro punto di forza consisteva nell’essere essere, artisticamente parlando, molto più maturi ed inventivi di quasi tutti gli altri a dimostrazione di quanto la creatività sia spesso più importante della tecnica fine a se stessa.

Questo fattore risulta particolarmente importante e fondamentale appunto in “Strawberry Fields Forever”

Prima di parlarvi di questo brano volevo fare un salto indietro di qualche anno, quattro per l’esattezza, e farvi ascoltare un pezzettino della prima canzone incisa dal gruppo, la famosissima “Love Me Do” che senz’altro conoscerete

Love Me Do

Qui siamo appena usciti dagli anni Cinquanta e questo brano, come altri registrati in quel periodo dai Beatles, risente grandemente dell’influenza della musica del decennio precedente.

Però già in questa canzone è presente una caratteristica che il gruppo si porterà dietro per molto tempo e che troveremo anche in “Strawberry Fields Forever”.

I Beatles tendono quasi sempre a cominciare le loro canzoni con la parte melodica più incisiva e di più facile memorizzazione, quella che di solito si usa nei ritornelli, e “Love me Do” ne è un esempio eclatante tanto è vero che la seconda idea melodica, quella che dovrebbe rappresentare il vero ritornello è molto meno importante della prima e quasi nessuno se la ricorda

Inciso Love Me DO

In questo caso specifico più che di ritornello si può parlare di un “Bridge” cioè una parte di collegamento ma, in ogni caso, resta il fatto che molto spesso i Beatles non hanno paura di giocarsi fin da subito le carte vincenti.

Gli incipit delle loro canzoni sono quasi sempre fulminanti.

Dopo quattro anni da “Love Me Do” la situazione è completamente diversa. I Beatles sono ormai un fenomeno di importanza mondiale. Hanno fans sparsi per tutto il pianeta e sono tantissimi igruppi che cercano di imitarli e di seguirne le orme.

Fanno tournee in tutto il mondo in situazioni rese spesso complicate dal fatto che le urla e il frastuono causato dai supporter superano di gran lunga il volume della loro amplificazione che risulta, di conseguenza, del tutto inadeguata   a spazi così grandi e a folle oceaniche. Questo fatto causa spesso l’impossibilità per loro, perfino di riuscire a sentire quello che suonano e loro si rendono conto che rischiano di offrire performances sempre più mediocri da un punto di vista musicale.

Sempre in quel periodo accadono due fatti che saranno alla base della loro decisione di ritirarsi dalla scena dei concerti per dedicarsi solo alla produzione discografica.

Il primo è la famosa intervista in cui John Lennon usci con quella frase infelice in cui diceva che i Beatles erano ormai “più famosi di Gesù Cristo” il che scatenò le ire e gli anatemi di tutta una serie di congregazioni e sette religiose i cui adepti cominciarono a bruciare rabbiosamente tutto quello che riguardava il gruppo come foto, dischi, poster , libri e quant’altro.

Il secondo è quanto avvenne nelle Filippine dove, alla fine di una tournee mondiale, tennero un concerto davanti a una folla osannante. Al termine dell’esibizione volevano solo andare a riposare in albergo ma la moglie dell’allora dittatore filippino, Marcos, voleva invitarli ad un party. Loro cortesemente rifiutarono e questo fatto scatenò le ire di tutto l’entourage del dittatore e, di conseguenza, della folla, col risultato che solo qualche giorno dopo I Beatles furono costretti a scappare dalle Filippine in fretta e furia come dei ladri.

Questa è la situazione nella quale viene alla luce, è proprio il caso di dirlo perché è stato un parto molto complesso, “Strawberry Fields Forever”.

Risulta scritta dal duo Lennon -McCartney ma sappiamo con certezza che, praticamente, il vero autore è il solo John Lennon .

Le prime idee nascono in Spagna dove Lennon stava girando le scene di un film “How I Won the War” del regista Richard Lester.

John Lennon sul set

Tornato a Londra propone un’idea abbozzata del brano agli altri componenti del gruppo, i quali la trovano molto interessante e danno così inizio alla registrazione in studio.

A questo punto succede un piccolo miracolo nel senso che questo brano sembra quasi il frutto di una combinazione di una serie di elementi che si sono concatenati in modo perfetto tra di loro.

Prima però di analizzarlo musicalmente, bisogna parlare un po’ anche del testo che, guarda caso, è molto particolare e interessante anch’esso.

Come prima cosa bisogna dire che i campi di fragole “strawberry fields” non c’entrano nulla perché il titolo deriva dal nome di un orfanotrofio che si trovava nei pressi della casa natale di John Lennon nel cui giardino lui da piccolo andava a giocare con gli amici.

Il testo riguarda, infatti, principalmente l’infanzia di Lennon e c’è chi pensa che un’ispirazione sia stata anche quella data dalla lettura di “Alice nel Paese delle Meraviglie” che era un libro molto di moda in quel tempo in Inghilterra dato che il primo verso recita:” Let me take you down ‘cause i’m going to Strawberry Fields” dove il fatto di scendere giù è chiaramente inspirato alle avventure di Alice, appunto.

Il testo risente comunque, oltre che dalla voglia di parlare dell’infanzia anche della situazione emotiva particolare di John Lennon e di tutti gli altri del gruppo che, in quel periodo, facevano largo uso di sostanza stupefacenti al punto che molti versi sono abbastanza criptici e di difficile spiegazione.

Per questo motivo il testo viene considerato anche come un viaggio psichedelico nella propria infanzia durante la quale John Lennon si sentiva comunque diverso dagli altri bambini per la sua particolare sensibilità e intelligenza come risulta dal verso :” No one i think is in my tree” letteralmente “Penso che nessuno sia nel mio albero” cioè “Penso che nessuno mi assomigli”.

Venendo alla parte musicale la prima cosa che risulta evidente è la voglia di sperimentare nel senso che l’introduzione del brano viene affidata ad uno strumento particolare, il Mellotron, suonato da Paul che rappresenta l’antesignano dei moderni campionatori.

Mellotron

Questo strumento, che vedrà il suo massimo splendore nei primi anni Settanta, è costituito da una tastiera simile a quella di un pianoforte i cui tasti però vanno ad azionare dei nastri preregistrati con suoni di archi o flauti. La sonorità scelta dai Beatles, in questo caso, assomiglia a quella di un armonium da chiesa che da una connotazione quasi ancestrale al brano stesso

Altro elemento importante di cui parlavo all’inizio è la genialità artistica. Anche qui i Beatles si giocano la melodia vincente subito all’inizio.

È una melodia stranissima con una tendenza a scendere e a chiudersi su se stessa ed è pure di difficile intonazione e, apparentemente, non molto orecchiabile come è evidente se la si suona al pianoforte

Melodia ritornello

Altra caratteristica è data dal fatto che i Beatles., in quegli anni, amavano escogitare soluzioni particolari lavorando anche con un marchingegno chiamato Varispeed che serviva per alterare la velocità di rotazione della bobina di registrazione, per cui abbassano la velocità della registrazione per dare alla voce di Lennon una qualità più scura e strana.

Il risultato è che la melodia, cantata, suona così

Primo ritornello

Oltre all’arrangiamento particolare con la chitarra di George Harrison che esegue queste note che ti “tirano”, possibilmente, ancora più giù, ci sono un paio di cambiamenti di metro ritmico il più evidente dei quali è il passaggio dal quattro al sei sulle parole “Strawberry Fields Forever”.

Dopo di questo comincia la prima strofa che è praticamente suonata interamente dal gruppo e il brano, nella sua prima stesura, prevedeva un alternarsi praticamente costante di strofe e ritornelli.

A questo punto i Beatles, quindi, chiudono praticamente la sessione di registrazione che già si era protratta più a lungo del solito, ma John Lennon dopo qualche giorno, non soddisfatto completamente del risultato, avvertendo la necessità di qualcosa di diverso già a partire della seconda strofa, chiede a quello che viene universalmente riconosciuto come il “quinto Beatle” il produttore George Martin, di scrivere una versione diversa, più orchestrale.

E qui ritorna quanto dicevo più sopra nel senso che i Beatles non avevano una grossa preparazione musicale in senso accademico, non sapevano ad esempio leggere la musica ne scrivere un arrangiamento, ma avevano delle idee interessanti e, soprattutto, si affidavano a chi poteva metterle in atto.

George Martin ascolta le idee di John Lennon e scrive un arrangiamento più corale con trombe e violoncelli.

Lennon è molto contento del risultato e, dopo averci pensato qualche giorno, torna in studio e chiede a George Martin di unire le due versioni, quella già registrata dal gruppo per l’inizio e quella orchestrale per la seconda parte.

Martin gli dice che l’idea è bella ma che ci sono due problemi: il primo che la versione orchestrale è più veloce dell’altra, e il secondo che è anche in una tonalità più acuta. A questo punto Lennon molto tranquillamente gli risponde:”You can fix it” cioè ce la puoi fare e se ne va.

George Martin e il tecnico del suono Geoff Emerick si trovano quindi, con la tecnologia di cui disponevano, a dover miscelare due versioni così diverse.

In pratica aumentano di un po’ la velocità della prima versione e rallentano quella della seconda in modo che le due siano più o meno uguali sia come velocità che come intonazione.

Questa è un’operazione che risulta complicata ancor oggi con i moderni software musicali Immaginatevi all’ora che bisognava procedere “a mano” se coì si può dire. In più devono letteralmente tagliare il nastro registrato per incollare con l’adesivo la seconda versione alla prima e il tutto, ovviamente, tenendo conto che si trattava di un brano dei Beatles e non del primo gruppo di “scappati da casa”. Non oso immaginare la tensione di quei momenti.

Il risultato di tutta questa operazione avviene esattamente sessanta secondi dopo l’inizio.

In quel preciso momento sulla parola “to” di “ Let me take you down ‘cause i’m going to…..” il brano smette di essere eseguito dal gruppo perché entra la versione più orchestrale

Unione delle due versioni

Qui partono violoncelli, trombe e anche un charleston (i piatti sovrapposti della batteria) registrato col nastro al contrario. Questo è un altro artificio che i Beatles usavano spesso in quel periodo e che poi darà origine alle leggende più disparate riguardanti soprattutto la presunta morte di Paul McCartney, perché alcuni sostengono che in qualche caso, facendo girare i dischi o i nastri al contrario si ottenga la famosa frase :”Paul is dead

Il risultato di questo variare artificialmente la velocità delle due versioni è che di fatto il brano, così com’è, risulta insuonabile perché è in una tonalità che non esiste in quanto si trova a metà tra la tonalità di La e quella di Si bemolle.

Altra caratteristica particolare di “Strawberry” è la dissolvenza “fade out” che c’è verso la fine e la successiva assolvenza” fade in”che poi va a chiudere definitivamente la canzone.

Questo non è il frutto di un’ulteriore idea creativa ma piuttosto del “fare di necessità virtù” perché, molto semplicemente, nell’eseguire una parte di percussioni i quattro si eranoi fatti prendere un po’ la mano col risultato di creare un vistoso “fuori tempo” che George Martin ha dovuto eliminare per poi far riprendere il brano quando le percussioni ritornano ad essere più precise

Fade out e Fade in finali

Ultima cosa particolare di questo brano è una frase che John Lennon dice verso la fine e che per anni è stata oggetto di varie interpretazioni soprattutto da chi sosteneva che la frase fosse “I buried Paul” cioè “Ho seppellito Paul”.

In realtà recentemente, con le moderne tecniche di analisi sonora si è stabilito che la frase sia “ Cranberry sauce” che è comunque stranissima e che significa :”salsa di mirtillo rosso”.

Tutti questi elementi, uniti anche da un certa dose di casualità e fortuna, fanno di Strawberry Fields Forever uno dei brani più particolari e innovativi non solo della produzione dei Beatles ma di tutta la musica leggera in generale.

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