The Man With The Horn #3

Il suono come identità attraverso il cambiamento

Dodicesima Puntata

E arriviamo agli inizi degli anni 70 quando, per la Columbia Records, viene prodotto un album destinato a cambiare le sorti della musica jazz e non solo, perché Miles Davis fa uscire “ Bitches Brew “

Questo disco rappresenta una grossa novità per molti motivi. 

E’ un album doppio, cosa non così usuale per il jazz, che colpisce immediatamente anche per la copertina, opera del pittore

Mati Klarwein, lo stesso che l’anno prima aveva disegnato la copertina di un album best seller come Abraxas dei “Santana”

Bitches Brew cover

Questa è un’ulteriore prova del progressivo avvicinamento di Miles Davis al mondo del rock che tanto lo affascinava in quel periodo, perché allora era molto comune , per i principali gruppi tipo Genesis, King Crimson , Jethro Tull ad esempio , far disegnare le proprie copertine da artisti famosi. A questo proposito fa fatto notare il sodalizio degli Yes con il pittore Roger Dean che allora andava per la maggiore. 

La copertina di Bitches Brew è molto vivace. Un’esplosione di colori. Miles Davis aveva dato il compito all’artista di rappresenta la dualità, e qui, tra le altre cose, troviamo questi due volti di donna , uno bianco e uno nero, con delle gocce di sudore sul volto nero che diventano sangue sul volto bianco. Da guardare e gustare attentamente. 

Poi c’è il titolo.“Bitches Brew.” 

E’ un titolo enigmatico di difficile traduzione. Quella che si usa di solito, “Brodo di Cagne”, non rende l’idea perché non coglie i molti significati sottintesi, tipo l’assonanza bitches, witches o il fatto che, nello slang, il termine bitches ha anche connotati positivi pertanto, direi di non tradurlo che è meglio. 

E’ un album doppio ma con pochi brani, sei in tutto nella versione originale. Ora, considerando che gli LP di allora potevano contenere massimo 23/24 minuti per facciata, è facile intuire come i sei brani siano molto lunghi. 

Infatti una delle innovazioni portate da Davis in questo disco, già preannunciata nel precedente “In A Silent Way”, è la dissoluzione della struttura formale. 

Fino ad allora il jazz aveva sempre utilizzato la “forma canzone”, con varie strutture come abbiamo visto tipo, A A B A, oppure A B A C o le numerose varianti. La struttura dava ai jazzisti un canovaccio importante all’interno del quale potevano muoversi e improvvisare con maggiore o minore libertà, ma era sempre un punto di riferimento e di aiuto nell’esecuzione dei pezzi. 

In Bitches Brew tutto questo non c’è. I brani, come detto, sono molto lunghi e si sviluppano quasi tutti su pedali e riff la cui durata, a volte, e determinata semplicemente dal fatto che, ad un certo punto, il disco doveva essere girato dall’altra parte. A questo proposito l’intervento del produttore Teo Macero, lo stesso di “In A Silent Way”, si rivela determinante per l’operazione di assemblaggio dei brani, tanto quanto le performance dei musicisti stessi. 

Altra novità è la presenza di molti effetti elettronici applicati in studio, tipo l’uso di echi o riverberi che danno molta enfasi alla sonorità della tromba, ad esempio. 

Per farvi capire vi faccio sentire l’inizio del brano che da il titolo al disco in cui abbiamo sia l’uso degli effetti sulla tromba, che il pedale di basso su cui si sviluppa gran parte del brano. 

Bitches Brew

Questo ritmo e queste sonorità hanno poco a che fare con il jazz tradizionale, nel senso che questo è rock, o meglio funk, cosa che ha suscitato il disagio, per usare un eufemismo, della gran parte dei puristi. C’è da dire però che questo disco, dopo un iniziale sbigottimento generale, ha avuto un grande successo al punto da essere, probabilmente, il secondo disco di jazz più venduto dopo, guarda caso, Kind of Blue dello stesso Miles Davis. 

Un’ulteriore caratteristica di questo album è la presenza di una formazione “monstre”. 

Oltra alla tromba di Miles Davis ci sono un sax soprano, un clarinetto basso, due piani elettrici, splittai sui due canali, suonati da Joe Zawinul e Chick Corea, una chitarra elettrica, due bassi, uno acustico e uno elettrico, due batterie splittate anche loro, più percussioni. 

Una formazione anche questa poco usuale per il jazz che Miles Davis portò in giri, con alcune varianti nei concerti per tutta la prima metà degli anni 70. 

Con una di queste formazioni partecipò, nell’agosto del 1970 al Festival dell’Isola di Wight, coronando uno dei suoi sogni cioè quello di suonare davanti ad un pubblico enorme: circa 600.000 persone, una cifra inimmaginabile per un jazzista solo fino a pochi mesi prima. 

Isola di Wight

L’aneddoto più importante al riguardo è che, quando sul palco gli venne chiesto quale brano avrebbero suonati lui rispose dando come titolo “Call It Anything”, cioè “Chiamalo come vuoi” a ulteriore testimonianza del fatto che la sua musica, in quel periodo, era quasi del tutto improvvisata e si basava solo sulla creatività e l’interplay tra i suoi musicisti. 

Anche negli album successivi questo modo di procedere avrebbe avuto un seguito. Tipo in “Live Evil” che gioca, già dal titolo sul dualismo, accentuato ancor di più da alcuni titoli dei brani tipo, Selim o Sivad che rappresentano il suo nome al contrario. Anche in questo caso la copertina è molto particolare ispirata chiaramente all’ Africa. 

Live Evil cover

Qui assistiamo ad un ulteriore avvicinamento al funk, ad esempio, come in questo brano che si intitola, appunto, Sivad. 

Sivad

Tra l’altro qui si nota come il suono della tromba di MIles Davis sia filtrato attraverso l’uso di un pedale chiamato, onomatopeicamente Wha-Wha, oppure Cry Baby,

Pedale Wha Wha

che è un effetto tipico dei chitarristi rock. Questa è la prima volta che rinuncia anche ad una delle sue caratteristiche fondamentali, il suono, per avvicinarsi ancora di più ai gusti del popolo del rock che amava molto questo tipo di sonorità. 

Uno degli risultati più significativi di questa rivoluzione che Miles Davis ha portato avanti, è stato il progressivo avvicinamento che molti ragazzi hanno avuto verso il mondo del jazz, genere che era in un momento di difficoltà. Sulla scia di Davis, e dei suoi musicisti che sono poi diventati a loro volta famosi band leader, nascono, ad esempio molti festival jazz importantissimi come, in Italia ad esempio, Umbria jazz. E questo è un merito innegabile da attribuire non solo , ma soprattuttio, a Miles Davis. 

Poi , verso la metà degli anni Settanta, improvvisamente, per seri motivi di salute, Miles Davis si ritira e rimarrà lontano dalle scene per circa cinque anni. 

Ritorna all’inizio degli anni Ottanta con un album il cui titolo io ho preso come titolo di queste tre puntate, che è “The Man With The Horn”. Uno dei meriti di questo disco è anche quello di aver stabilito l’inizio della collaborazione tra Davis e un allora ventunenne produttore e bassista famoso per il suo modo di portare il tempo (vedi mollica numero 4 “Life Goes On”), Marcus Miller che poi ritroveremo in un ruolo ancora più importante tra poco. 

In questo disco si sente un po’ la difficoltà della ripresa che per tutti i musicisti, ma soprattutto per un trombettista, rappresenta sempre un problema, ma la sua voglia di sperimentare risulta intatta come quella di creare musica con un aspetto ritmo molto importante. Un esempio lo abbiamo in questo brano che ha un “tiro” pazzesco dovuto anche alla straordinaria performance di Marcus Miller al basso

Fat Time

Con questo ritorno Davis dimostra di avere ancora le idee chiare sul da farsi e, qualche anno dopo, infrange un ulteriore taboo e, in un disco intitolato “You’re Under Arrest” con una copertina rossa con lui tutto vestito di nero, molto cool al solito, prende due canzoni pop e ne fa due versioni sue. E non si tratta di canzoni qualunque ma di “ Time after Time” di Cyndi Lauper, e soprattutto “Human Nature” di MIchael Jackson, di cui da una versione strumentale, per la delizia dei suoi fan e per il disgusto di tutti quelli che consideravano questa un’operazione solamente commerciale. 

Human Nature

E’ chiaro come, in un brano di questo tipo, quelle che sono le caratteristiche principali del jazz, tipo il ritmo con lo swing o l’improvvisazione vengono un po’ a mancare, ma lui, a questo punto, sta prendendo strade molto diverse rispetto al passato (quale passato poi?) e diventa sempre più una star che compare spesso anche in televisione, anche in Italia, ad esempio. 

Poi si arriva, praticamente, a quello che ha dato lo spunto di partenza a questi tre episodi.  

Nel 1986 Miles Davis, guidato anche dal giovane produttore che abbiamo conosciuto prima, Marcus Miller, abbatte un ulteriore muro facendo uscire “Tutu” , un album dove la quasi totalità degli strumenti, batteria compresa, è programmata ed è elettronica, come era usuale in quel periodo per la musica commerciale in cui, a parte le voci e le chitarre, tutto il resto era “finto”. 

Nella title track dell’album, prodotto appunto da Marcus Miller c’è una sonorità molto interessante che ha fatto fare un ulteriore salto di qualità sia alla musica di quel periodo, sia a quella di Miles Davis. Il brano è questo

Tutu

Questo disco e questo brano sono stati un successo commerciale molto forte. E se voi fate caso anche qui, la continuità col passato è rappresentata dal suono, dalla voce della sua tromba, che è inconfondibile. 

Nella vita di Davis c’è spazio ancora per un ulteriore cambio di rotta poco prima della sua morte avvenuta nel 1991, anno in cui, purtroppo, ci hanno lasciato musicisti come Leonard Bernstein e Freddy Mercury, tra gli altri. 

Nel suo ultimo disco, non completato prima della sua morte, si avvicina a un giovane, al solito, produttore che si chiama Easy Mo Bee e insieme producono questo disco e questo brano che si intitolano Doo Bop che rappresenta un ulteriore sguardo verso il futuro….eccolo 

Doo Bop

Questo, in pratica è l’inizio dell’Hip Hop, ci sono tutti gli elementi, i loop della sezione ritmica, la sequenza ripetuta costantemente del giro di accordi, una linea melodica nella voce tipica di questo genere. Questo per dire come, fino alla fine, Miles Davis sia sempre stato alla ricerca di qualcosa di nuovo senza mai sedersi sugli allori. 

Doo Bop

E’ uno dei pochi esempi nel panorama musicale di artista in continua tensione creativa, e voglio concludere queste puntate su di lui ricordandovi la frase che c’è all’inizio del docu-film di cui vi parlavo: “

Chiunque voglia continuare a essere creativo lo può fare solo attraverso il cambiamento”.

 

2 risposte a “The Man With The Horn #3”

  1. La cover mi piace veramente tanto. Evocativa e anche malinconica in un certo qual modo. Hai ragione nel dire che è meglio non tradurre il titolo del disco, in inglese ci sono molti più sotto testi. In ogni caso ho ascoltato l’album e ne sono rimasto molto colpito. Devo approfondire ancor di più la cultura jazz.

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    1. È un album che ha creato un ponte tra due mondi che altrimenti sarebbero stati ancora separati, e che ha contribuito ad “allevare” una generazione di musicisti che hanno continuato a portare avanti, in modo personale, le stesse idee.

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