Le Sacre du Printemps (parte seconda)

Senza Titolo

Clemente Randone


Nona Puntata

Ritmo come se non ci fosse un domani

Ciao a tutti e benvenuti a questa nona puntata delle Molliche d’Ascolto, puntata che si occupa in pratica della seconda parte della narrazione riguardante il “Sacre du Printemps” di Igor Stravinskij. 

Una delle cose che ho solamente accennato la volta scorsa è che il Sacre è il terzo titolo del trittico che comprende anche “L’Uccello di Fuoco” e “ Petruska”, tutti composti per i Balletti Russi. 

C’è da dire che Sergej Djagilev, l’impresario dei Balletti Russi, persona molto preparata e intelligente, si accorse subito della genialità dell’allora giovane Stravinskij , al punto di affidargli all’inizio dei lavori meno importanti, e successivamente  il compito di creare le musiche per questi tre capolavori. 

Se si ascoltano queste tre composizioni si può notare come, nell’arco di quattro anni, dal 1909 al 1913, lo stile compositivo di Stravinskij si sia progressivamente perfezionato e “approfondito”. 

L’Uccello di Fuoco è una composizione molto bella ma ancora fruibile da un pubblico, diciamo così, di stampo più tradizionale, abituato a seguire i balletti di quel periodo.

Petruska costituisce l’anello di congiunzione perché ha in sé molte di quelle che poi saranno le caratteristiche del Sacre. Ascoltandolo ci si rende conto di come ci siano degli elementi che poi troveranno la loro completa realizzazione nel lavoro successivo. 

Djaghilev, inoltre, sosteneva che una composizione coreografica, per essere importante, doveva avere tutte le sue componenti ad un alto livello. Non solamente la danza, ma anche la musica. Nei suoi balletti oltre a Stravinskij utilizzava anche musiche di Debussy, per dire. Scenografie e i costumi dovevano essere altrettanto importanti come testimonia la sua collaborazione con, ad esempio, Picasso. 

Era un personaggio veramente interessante di cui, tra l’altro, Stravinskij  divenne amico fraterno al punto di aver voluto essere seppellito a Venezia, vicino alla sua tomba anche se questi era morto più di trent’anni prima. 

Come dicevo nella scorsa puntata, la novità più importante di questa composizione è la fortissima caratteristica ritmica che la contraddistingue. 

Caratteristica che viene enfatizzata anche da un organico strumentale “monstre”. In realtà in quel periodo si assisteva al fenomeno del cosiddetto “gigantismo orchestrale”. L’esempio più clamoroso al riguardo è l’Ottava sinfonia di Gustav Mahler detta “Sinfonia dei Mille” dato l’elevato numero di orchestrali e coristi previsto in partitura. Ma anche l’orchestra del “Salomè” di Richard Strauss non scherzava. Sono 113 gli elementi “contro” i quali la soprano protagonista lotta per tutta l’opera. 

L’orchestra del Sacre, pur non raggiungendo queste cifre , era comunque composta da 99 elementi, con una formazione abbastanza particolare soprattutto per quello che riguarda gli strumenti a fiato. 

C’erano tre flauti grandi, un piccolo, quattro oboi, corno inglese, clarinetto acuto e clarinetto basso, strumento poco usato ma dal suono bellissimo che verrà poi utilizzato, a volte, anche nella musica jazz, quattro fagotti, un controfagotto, otto corni, trombe piccole, trombe in do, tromboni, e due tube tra gli altri. 

Anche il reparto percussioni era particolarmente fornito, cinque timpani di cui due grandi, grancassa, tom , piatti, triangolo, tamburello basco, guiro. 

Oltre a questi, naturalmente, c’erano anche gli archi , in proporzione adeguata a sostenere l’impatto sonoro dei fiati anche se, nel Sacre, gli archi hanno spesso un ruolo ritmico e, raramente, parti solistiche importanti. 

Ma come muoveva Stravinskij questa enorme compagine orchestrale a livello ritmico? 

Per semplificare ovviamente, in quanto la partitura del Sacre è estremamente complessa, agiva principalmewnte in due modi. 

Il primo si può ricavare all’esempio che vi hoi fatto ascoltare la volta scorsa con il secondo brano della composizione.

Su una struttura molto scandita e costante di pulsazioni ritmiche da parte degli archi, intervengono i fiati con degli accenti che sembrano in ordine casuale ma che , in realtà, sono costruiti in modo speculare, nel senso che cominciano, arrivano ad un certo punto e poi ripercorrono a ritroso la strada fatta fino li. 

Questo secondo pezzo lo riascoltiamo…… 

Primo esempio ritmico

Poi c’è l’altro modo, presente più volte all’interno della composizione, che poi è è quello che rende il Sacre un lavoro così articolato e complesso, che è quello di cambiare il metro ritmico non dico ogni battuta, ma molto frequentemente. 

Per questo motivo cio sono sequenze di ritmi come 4/4, 3/8, 5/16, e via di seguito che hanno l’effetto di creare un andamento ritmico molto fluido. Il risultato è che non si percepisce facilmente un punto su cui appoggiarsi che sia costante come , ad esempio, avviene nelle canzoni in 4/4. 

E’ estremamente raro, nella musica occidentale di tutti i generi trovare brani in cui il metro ritmico cambi frequentemente. Nel jazz, ad esempio, si è andati avanti per anni con ritmi in quattro quarti o in tre o sei ottavi al punto che le eccezioni venivano, a volte, indicate nel titolo del brano come, ad esmpio, “Take Five” di Dave Brubeck. Solo negli ultimi decenni i musicisti, penso a Steve Coleman ma non solo, hanno cominciato a esplorare ritmi diversi, prendendo spunto anche da musiche di altre culture.

Nella musica rock si fa riferimento al 4/4 come al “Common time”. Se penso a un gruppo che lavora in modo particolare sul ritmo , penso ai Dream Theatre che fanno del cambiamento ritmico, una delle loro cifre stilistiche. Ma sono lòa classica eccezione che conferma la regola.

Prima del Sacre, e anche dopo, tutto questo è molto difficile da trovare. 

Un esempio di questi costanti cambiamenti di ritmo c’è in questa sezione dal titolo “La Glorificazione dell’Eletta”, che vi faccio sentire….. 

Glorificazione dell’Eletta

Devastante, vero? 

La cosa incredibile è che sembra una musica molto tribale e primitiva. In realtà è costruita tutta, a tavolino, con una sapienza e grande capacità. L’effetto che Stravinskij ottiene è quello di una musica che sembra venire da popolazioni primitive, perché è aggressiva, grezza, a volte sporca volutamente come tipo di sonorità. In realtà questo effetto è ottenuto tramite un lavoro certosino che nulla lascia al caso. 

Se si assiste ad una rappresentazione dal vivo del Sacre, e io ho avuto la fortuna di vedere e sentire sia la versione da concerto che quella coreografata, ci si può rendere conto di quanto sia meraviglioso e impressionante vedere una massa orchestrale e una compagnia di ballo muoversi all’unisono con una precisione e una perizia impressionanti. Bellissimo. 

Oltre all’aspetto ritmico ogni tanto, nel Sacre, ci sono anche dei momenti, pochi in verità, in cui questo magma sonoro si acquieta e si creano oasi dalle sonorità molto suggestive, in cui è prevalente l’aspetto della ricerca sonora soprattutto attraverso un uso sapiente degli strumenti a fiato. 

Questo è un esempio….. 

Danze primaverili

Sono momenti. Piccole oasi in cui l’azione sembra placarsi, per diventare qualcosa di più intimo e personale e profondamente religioso. 

Questo mi dà anche l’occasione per chiarire un concetto al quale tengo particolarmente. 

Spesso si dice che la musica sia un linguaggio universale, che possa lanciare messaggi.

In realtà non è nelle caratteristiche della musica quello di potere significare qualcosa, non fa parte delle sue possibilità. Non ti può indicare delle cose, non può lanciare messaggi a meno che non ci sia un testo cantato, ma questo è un altro discorso.

C’è da dire però che la musica agisce con le sue armi, che sono notevoli, l’uso dei colori e dei timbri sonori, della dinamica, l’agire sulla velocità e sul fraseggio, ad esempio, per creare emozioni, per influenzare gli stati d’animo. La musica parla all’essere umano con un linguaggio estremamente intimo e personale. 

Nessuno, solo ascoltando il brano che avete appena sentito, potrebbe indovinare il titolo che, in realtà è “Danze primaverili” . Ma il suo andamento così lento, così carico di una sottile tensione che fa presagire qualcosa che sta per arrivare, senz’altro non può non avere una grossa valenza spirituale e religiosa nel senso più profondo. 

La musica e i suoni, ovviamente se ascoltati con attenzione, hanno il potere di aprire i cassetti della memoria,di mettere a nudo i nostri stati d’animo, di farci confrontare con le nostre fragilità e di farci rifletgtere e crescere.

Il Sacre è un brano in cui questo succede spesso.

Non a caso è un a composizione che i ragazzi trovano affascinante perché ha una carica emotiva e una forza animalesca in cui loro si sentono a proprio agio. 

Importante , secondo me, per avvicinarsi a questo capolavoro, è dare sfogo a quella parte, dentro di noi, che è più animale, intesa nel senso di parte istintiva. Bisogna cercare di liberarsi di tutte le sovrastrutture mentali che spesso ci facciamo e dare la possibilità alla nostra parte più ancestrale di vivere appieno queste sensazioni ed emozioni. 

Per tornare un po’ sul pratico dopo questo volo pindarico, e per concludere questa mollica, volevo farvi sentire l’ultimo brano del Sacre, che rappresenta il culmine nel senso che è la “Danza sacrificale dell’Eletta”, ed è l’unico pezzo del Sacre in cui era prevista una parte solista per la danza, mentre tutto il resto è una danza di gruppo. 

Qui il virtuosismo ritmico di Stravinskij raggiunge il culmine. Quasi ogni battuta cambia metro ritmico e questo caleidoscopio di ritmi diversi rappresenta l’ideale e perfetta conclusione di tutto il lavoro. E’ un festival del ritmo che vi invito ad ascoltare…… 

Danza Sacrificale dell’Eletta

L’ultima cosa che volevo dirvi è che di esecuzioni del Sacre ne esistono parecchie. E’ uno dei brani più registrati della moderna discografia. Ne trovate tante versioni sia su YouTube che sulle varie piattaforme, per non parlare degli ormai desueti CD. 

Io amo molto una registrazione di Pierre Boulez e anche una di Claudio Abbado. C’è chi trova particolarmente interessante la versione di Leonard Bernstein, direttore d’orchestra che ricorderete a proposito del Lacrimosa. Ognuno poi scopre la sue edizione e il suo direttore preferito e vi invito a fare altrettanto. 

Per preparare queste due molliche ho scoperto anche una versione molto intrigante che, tra l’altro, è anche quella di tutti i brani che avete ascoltato, tranne il primo, che è di un direttore d’orchestra finlandese che si chiama Esa Pekka Salonen che, da un punto di vista della ripresa non è un granché, il video è un po sfocato e l’audio non è al top, ma è grintosa, molto “aggressive” e velocissima ed è molto interessante. Vi consiglio di ascoltarla e guardarla. La trovate su YouTube. 

Detto questo vi saluto e vi lascio con una frase tratta sempre dalla autobiografia di Stravinskij:” Oggi (1935 ndr) l’abitante di qualsiasi paese non ha che da girare una manopola o da mettere un disco sul grammofono per sentire un brano di sua scelta. Ebbene, proprio in questa facilità inaudita, in quest’assenza di sforzo, si annida il pericolo di questo presunto progresso. Poiché nella musica la comprensione è concessa solo a coloro che vi apportano uno sforzo attivo.” 

Non c’è altro da aggiungere. 

Ciao a tutti e…..fate i bravi. 

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